La Posizione della Chiesa Cattolica sull'Aborto nel Medioevo e la Sua Evoluzione Storica

La pratica dell'aborto, intesa come interruzione volontaria di gravidanza, affonda le sue radici in un passato remotissimo, ben prima dell'avvento delle grandi civiltà e delle religioni monoteiste che avrebbero successivamente plasmato le norme etiche e legali di gran parte del mondo. Sebbene il dibattito moderno sia spesso polarizzato e intensamente legato a questioni contemporanee, la storia rivela una complessità di approcci e interpretazioni che si sono susseguite attraverso i millenni, influenzando profondamente la visione della vita nascente e il ruolo della donna nella società. La posizione della Chiesa Cattolica, in particolare durante il Medioevo, non fu immune da questa complessità, evolvendosi nel tempo in dialogo con filosofie antiche e nuove comprensioni teologiche.

Le Radici Antiche della Pratica Abortiva

Sin dai tempi antichi, gli aborti sono stati realizzati utilizzando erbe medicinali, strumenti taglienti, con la forza o attraverso altri metodi tradizionali. Questa pratica, dunque, non è un fenomeno recente, ma una costante che si perde nella notte dei tempi. L'aborto indotto ha una storia lunga e può essere fatto risalire a diverse civiltà, come la Cina sotto Shennong (circa 2700 a.C.), l'Antico Egitto con il suo papiro Ebers (circa 1550 a.C.) e l'Impero romano al tempo di Giovenale (circa 200 d.C.). Queste testimonianze non solo dimostrano la pervasività della pratica, ma anche i tentativi, seppur primitivi, di codificarla o contrastarla.

La prima testimonianza scritta di aborto risale al 1550 a.C., nel già citato papiro Ebers, un documento egizio che conteneva un intero capitolo dedicato all’aborto, oltre a numerose altre pagine che spaziavano dalla cura dei tumori a quella delle ustioni, alla ginecologia e ai metodi contraccettivi. La sua conservazione nelle sale della biblioteca dell’Università di Lipsia è un testamento della sua importanza storica. Parallelamente, anche le normative giuridiche riflettevano la preoccupazione per tale pratica. In Egitto, le pene inflitte, elencate nel Codice di Hammurabi, variavano a seconda del ceto sociale della donna, evidenziando una stratificazione sociale anche nell'applicazione della giustizia. Nella giurisprudenza assira, nel Codice di Assura, del 1075 a.C., si fa riferimento persino alla pena di morte per una donna che avesse agito contro la volontà del marito, mostrando una severità che legava la gravidanza al volere maschile e familiare.

Oltre ai rimedi a base di erbe e agli strumenti, un'altra tecnica ampiamente utilizzata nell'era primitiva nel Sud Est asiatico era quella del massaggio, che consisteva nell'applicazione di una forte pressione sull'addome, un metodo rudimentale e spesso pericoloso. Le testimonianze artistiche ci offrono ulteriori spunti di riflessione: una delle prime note rappresentazioni artistiche dell'aborto è in un bassorilievo ad Angkor Wat (circa 1150 d.C.) in Cambogia, raffigurante un aborto addominale praticato da un demone. Questi esempi dimostrano come l'aborto fosse un fenomeno diffuso, riconosciuto e talvolta anche temuto nelle diverse culture globali. Persino in Giappone, è possibile trovare traccia della pratica dell'aborto a partire dal XII secolo.

Bassorilievo raffigurante l'aborto addominale ad Angkor Wat

L'Aborto nel Mondo Classico: Grecia e Roma

Il contesto della Grecia antica e dell'Impero Romano fornì un panorama legale e filosofico significativo per la comprensione dell'aborto. Nel Giuramento di Ippocrate, un testo cardine dell'etica medica, è scritto che i medici dovevano giurare di non fornire alle donne in una gravidanza non voluta alcun mezzo che sarebbe riuscito a far bloccare una maternità. Questo precetto, lungi dall'essere una condanna morale assoluta, aveva motivazioni pragmatiche: il motivo si ritrova in un altro testo ippocratico, dove era reso evidente che l'aborto all'epoca era più pericoloso del parto stesso, visto il fatto che non si disponeva degli strumenti chirurgici moderni, cosa che avrebbe potuto causare involontariamente la morte dell'individuo interessato o seri danni al suo utero. La prudenza medica era dettata più dalla salvaguardia della vita della donna che da un divieto etico intrinseco.

Nella civiltà romana, l'aborto era una pratica comune e pienamente accettata, ma a un patto: che fosse il marito della gravida a darne il consenso. In questo contesto, gli aborti venivano praticati attraverso l’assunzione di specifici farmaci, composti e massacranti massaggi ed esercizi che portavano inevitabilmente alla morte del feto. Era, inoltre, molto sentita la patria potestas, un istituto giuridico che conferiva al padre un potere quasi assoluto sulla famiglia, inclusa la possibilità per un uomo di liberarsi di un figlio indesiderato semplicemente non riconoscendolo.

È con le XII tavole che si ebbe una legislazione in materia di aborto più strutturata: questa spettava al padre, e la donna che si procurava l'aborto senza il suo consenso poteva essere ripudiata. Le conseguenze si estendevano anche ai professionisti: i medici che compivano aborti per nascondere adulterio potevano essere puniti con le stesse pene inflitte agli amanti. Un altro motivo per cui poteva essere punito il medico era la morte della donna a causa dell'aborto, ma non si puniva la pratica in sé, a meno che non venissero infrante specifiche condizioni, come l'assenza del consenso paterno. Questa distinzione è cruciale: l'attenzione era posta sulle dinamiche familiari e sulla salute della donna, non sulla presunta "vita" del feto come entità giuridica autonoma prima della nascita.

L'Influenza Ebraica e le Prime Riflessioni Cristiane

L'emergere del cristianesimo portò con sé nuove prospettive sull'interruzione di gravidanza, fortemente influenzate da tradizioni preesistenti. Si pensa che i primi cristiani fossero influenzati su questo argomento dal pensiero ebraico e greco. Per comprendere la complessa evoluzione della dottrina cristiana è utile analizzare la visione ebraica. Secondo la visione ebraica, la vita inizia prima del concepimento, e non mancano infatti i riferimenti alla chiamata alla vita prima della nascita. L'aborto è concepito come un atto che viola la volontà di Dio. Perciò, il divieto di abortire è ordinato da Dio per trasmettere la vita e preservare il popolo del Signore, rappresentando un ordine celeste e non un interesse umano. Per l'ebraismo, i rapporti tra coniugi non devono essere solo a scopi procreativi; ciò che è condannato non è il singolo rapporto sterile ma un matrimonio senza vita.

Il testo ebraico più importante sull'aborto è Esodo 21,22-23, che impone un'ammenda dettata dal marito della gestante se è procurato un aborto e la morte nel caso che la donna morisse. Tuttavia, l'interpretazione di questo passaggio ha subito variazioni. Questo testo fu però tradotto in greco nel II secolo a.C., e anche in questo ambito culturale l'animazione del feto rappresenta la linea di demarcazione tra tolleranza e violazione. Nel periodo antecedente l'animazione, malgrado ci siano opinioni diverse, la pratica è generalmente tollerata. Dopo l'animazione, invece, il filone storicamente maggioritario è sempre stato contrario all'interruzione della gravidanza, giacché dopo il concepimento è omicidio. Questo concetto di "animazione" o "ensoulment" sarebbe diventato un punto focale per le discussioni teologiche cristiane successive.

Anche il mondo islamico, pur non direttamente correlato alle origini cristiane, presenta un approccio che riflette simili considerazioni sulla fase di sviluppo fetale. Ancora oggi, al di là di alcune differenze esistenti, la legge islamica permette l'aborto prima del quarto mese in presenza di valide ragioni, e successivamente solo laddove ciò si renda necessario per salvare la madre. Dal 120 giorno di gestazione, l'aborto non è generalmente permesso se non per motivi di accertato pericolo di vita della madre. Queste prospettive storiche e culturali dimostrano come la nozione di quando la vita acquisisca piena dignità giuridica e morale sia stata oggetto di dibattito e di distinzioni in molteplici contesti religiosi e giuridici.

Mappa delle religioni monoteiste e la loro diffusione nel Medioevo

La Chiesa Cattolica nel Medioevo: Peccato e Animazione

Con la fine dell’età classica e il collasso dell’Impero romano d’occidente, il tema dell’aborto ristagnò e compì man mano dei passi indietro, che portarono a un infruttuoso silenzio durato fino all’età moderna per quanto concerne una codificazione o un dibattito pubblico diffuso, ma non per la riflessione teologica. Durante il Medioevo, la Chiesa Cattolica, pur condannando l'aborto, lo fece con una distinzione cruciale legata al concetto di "animazione" o "infusione dell'anima". Questa riflessione si basava in gran parte sulla filosofia aristotelica, rielaborata e integrata nel pensiero cristiano.

Un'interruzione volontaria della gravidanza è sempre comunque stata giudicata un peccato e come tale punita con una penitenza, riflettendo la sacralità della vita agli occhi della dottrina cristiana. Tuttavia, e questo è il punto di svolta fondamentale per la comprensione della posizione medievale, veniva considerata un assassinio solo nel caso in cui il feto che la subisse fosse “animato”. Questa distinzione era radicata nella comprensione aristotelica dello sviluppo biologico, che prevedeva stadi progressivi di "anima" (vegetativa, sensitiva, razionale). Nel contesto cristiano, l'anima razionale, considerata la vera anima umana, si credeva venisse infusa in un momento successivo al concepimento.

San Tommaso d'Aquino, figura centrale della scolastica medievale, aderì a questa riflessione sull'epigenismo, ispirandosi ad Aristotele. La sua opera, in particolare la Summa Theologiae, contribuì a consolidare la dottrina che distingueva tra il feto "formato" e "informato", o "animato" e "inanimato". Sebbene l'aborto di un feto "inanimato" fosse considerato un peccato grave (mortale), non era equiparato all'omicidio di una persona già formata, che era invece la pena per l'aborto di un feto "animato". Le tempistiche di questa animazione erano dibattute, con alcune tradizioni che indicavano 40 giorni per i maschi e 80 o 90 giorni per le femmine, o il momento del "quickening" (i primi movimenti percepiti dalla madre).

Questo approccio, apparentemente meno rigido rispetto alle posizioni successive, non implicava un'accettazione dell'aborto, ma una modulazione della gravità del peccato in base allo sviluppo fetale. Le penitenze imposte per l'aborto erano severe, ma la Chiesa non lo considerava sempre omicidio nel senso pieno del termine. La pratica veniva comunque svolta da medici improvvisati o in autonomia dalle donne, seguendo rituali poco sicuri, in casa o in luoghi segreti, e questo non faceva altro che aumentare il rischio di morte della donna, che spesso moriva insieme al feto, a dimostrazione della clandestinità e dei pericoli associati a tali atti, indipendentemente dalla dottrina ufficiale. La visione medievale, quindi, era un delicato equilibrio tra la condanna morale universale della soppressione della vita e le distinzioni teologiche sulla sua piena umanità.

L'anima nel Medioevo e nell'Età moderna

La Svolta nell'Età Moderna: Papa Sisto V e la Condanna Incondizionata

Il relativo "silenzio" o la distinzione basata sull'animazione che aveva caratterizzato il Medioevo subirono una trasformazione radicale sul finire del Cinquecento. In questo periodo, e precisamente al culmine del Rinascimento, la Chiesa prese per la prima volta una posizione più netta e inequivocabile in merito attraverso papa Sisto V, che avallò il carattere omicida della pratica dell’aborto, proibendolo a tutti i cristiani senza distinzione alcuna legata allo stadio di sviluppo del feto. Questa posizione, formalizzata nel 1588 con la bolla Effraenatam, superò le precedenti distinzioni legate all'animazione, estendendo la condanna dell'omicidio a qualsiasi fase della gravidanza.

Questa fu una svolta significativa. La condanna divenne incondizionata, equiparando l'aborto in ogni momento della gestazione all'omicidio, con l'applicazione di pene ecclesiastiche severe, inclusa la scomunica. La decisione di Sisto V rifletteva un'evoluzione teologica e un rafforzamento della dottrina della Chiesa sulla sacralità della vita fin dal concepimento, sebbene in seguito vi furono alcune attenuazioni e riconferme, come con Gregorio XIV, che nel 1591 limitò la scomunica ai soli aborti di feti animati. Tuttavia, la direzione intrapresa da Sisto V marcò un precedente che avrebbe influenzato profondamente la successiva dottrina cattolica.

Nonostante la nuova, più stringente condanna, ovviamente il divieto non era rispettato da tutti, anzi, e la pratica veniva svolta da medici improvvisati o in autonomia dalle donne, seguendo rituali poco sicuri, in casa o in luoghi segreti, e questo non faceva altro che aumentare il rischio di morte della donna, che spesso moriva insieme al feto. L'inasprimento della posizione ecclesiastica non eliminò la necessità o la disperazione che spingevano le donne all'aborto clandestino, ma anzi ne aumentò i pericoli. Una posizione che, nonostante alcune oscillazioni storiche e interpretative, resterà immutata nei secoli a venire nelle sue fondamenta, culminando in un'opposizione ferma all'interruzione volontaria di gravidanza in ogni sua forma da parte della Chiesa Cattolica. In Europa e Nord America, le tecniche di aborto avanzate e sicure avrebbero iniziato ad essere disponibili solo dal XVII secolo, rendendo la pratica meno rischiosa, ma non per questo meno controversa agli occhi della dottrina ecclesiastica.

Le Prime Legalizzazioni del XX Secolo e il Dibattito Globale

Per lunghi periodi la tematica relativa all’aborto è rimasta in una fase di stallo inerte per quanto riguarda la sua regolamentazione legale, e bisogna approdare al Novecento perché ci sia finalmente un dibattito sulle prime legalizzazioni avvenute tra gli anni venti e trenta. La vera rivoluzione in tal senso venne dall'Unione Sovietica, la primissima a regolamentarlo subito dopo la Rivoluzione d’ottobre. L'Unione Sovietica legalizzò l'aborto nel 1920. Alla fine dell’Ottocento, nelle grandi città, parallelamente ai sindacati e ai soviet (consigli) degli operai, nacquero i primi movimenti femministi, che riuscirono ad accreditarsi presso le istituzioni con rappresentanti sindacali e con donne che riuscirono a imporre le proprie richieste al partito comunista. Il risultato di questo dialogo fu il riconoscimento del diritto all’aborto legale.

Il 18 novembre 1920, sul giornale del comitato esecutivo centrale dei Soviet, apparve il decreto di legalizzazione dell’aborto, approvato per “proteggere la salute delle donne”. Il decreto era una condanna all’aborto clandestino e illegale, che metteva a rischio la vita delle donne, e anche se consentiva “questo tipo di operazione da eseguire liberamente e gratuitamente negli ospedali sovietici”, in realtà sottintendeva la volontà del governo di estirpare questa pratica e ricorrere piuttosto alla gravidanza pianificata. Com’è facile immaginare, subito dopo la legalizzazione dell’aborto, solo le donne delle grandi città godettero nell’immediato di questo nuovo diritto, considerato quasi un privilegio. Nelle città minori, o peggio nelle campagne, era molto difficile trovare una struttura sanitaria statale, e addirittura quasi impossibile trovare un medico specializzato nella pratica dell’aborto. Questo poster mette in guardia contro l'aborto non sicuro, testimoniando la persistenza dei rischi nonostante la legalizzazione.

Poster sovietico contro l'aborto non sicuro

In dieci anni circa si riuscì ad ottenere un buon livello di accesso all’aborto, che però era condizionato dall’essere ancora nei primi 3 mesi di gravidanza. Ma non fu l’unica concessione dell’Unione Sovietica, che dava pieno diritto all’aborto per le donne vittime di stupro, di coercizione o di manipolazione psicologica, se vogliamo una vera e propria rivoluzione in senso moderno. Naturalmente non mancavano gli oppositori che sostenevano che così si riducesse la popolazione russa, ma la statistica diceva che le donne che richiedevano l’interruzione di gravidanza avevano già almeno 3 figli. La favola dell’aborto in Russia finì con l’inasprirsi del terrore staliniano, che portò, nel 1937, all’abolizione della pratica legale presso gli ospedali.

Il dopoguerra vide un'onda di legalizzazioni, specialmente nei paesi comunisti dell'Est legati all'URSS: in Ungheria, Polonia, Bulgaria e Romania nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1957, in Jugoslavia nel 1970. La Cina, per politiche di controllo delle nascite, autorizzò l'aborto e la contraccezione nel 1957. Un'immagine eloquente di questo periodo è l'espressione "Ammonizione contro l'aborto", che riassume il dibattito pubblico e le campagne di sensibilizzazione. Nel Regno Unito, la "Abortion Law Reform Association" e i grandi cambiamenti sociali del dopoguerra, spinsero il governo britannico a emanare il 1967 Abortion Act. Tale normativa rendeva legale l'aborto in una serie di casistiche, tra le quali il rischio di danno fisico o mentale per la donna, in caso di feto al di sotto delle 28 settimane di gestazione, o nel caso in cui il nascituro avesse probabilità di aver contratto severe patologie fisiche o mentali. Questi primi passi verso la legalizzazione segnarono un punto di non ritorno nel dibattito globale sull'aborto.

Roe v. Wade e la Ridefinizione del Diritto all'Aborto negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, il percorso verso la legalizzazione fu più frammentato inizialmente. Nel 1967, il Colorado divenne il primo stato a depenalizzare l'aborto in caso di stupro, incesto, o qualora la gravidanza potesse portare alla disabilità della donna. Simili normative furono emanate in California, Oregon e Carolina del Nord. Prima di tale sentenza, l'aborto era disciplinato da ciascuno stato dell'unione con legge propria. In almeno 30 stati era previsto come reato di common law, cioè non poteva essere praticato in nessun caso. In 13 stati era legale nei seguenti casi: pericolo per la donna, stupro, incesto o malformazioni fetali. In 3 stati era legale in caso di stupro o di pericolo per la donna. Questa eterogeneità legale creò un panorama complesso e disuguale per le donne americane.

La svolta decisiva a livello nazionale si ebbe con il caso Roe v. Wade. Norma McCorvey, alias Jane Roe (nome scelto a fini processuali per tutelarne la privacy), aveva vissuto un'adolescenza difficile, e si era sposata a 16 anni con un uomo violento, dal quale aveva avuto due figlie. La sua storia personale divenne il catalizzatore di un dibattito giuridico e sociale di proporzioni storiche. Nel 1972, la causa approda alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che decide con sentenza del 22 gennaio 1973. Ciò che veniva chiesto ai giudici era se la Costituzione federale riconoscesse un diritto all'aborto anche in assenza di problemi di salute della donna, del feto e di ogni altra circostanza che non fosse la libera scelta della donna.

La decisione venne presa con una maggioranza di 7 giudici a favore e 2 contrari. Si fondò su un'interpretazione del Quattordicesimo Emendamento. Secondo questa interpretazione, ormai accolta dalla giurisprudenza costituzionale statunitense, esiste un diritto alla libera scelta di ciò che attiene alla sfera più intima dell'individuo. La Corte Suprema riconosce il diritto all'aborto in un'ottica di limitazione dell'ingerenza statale. Comunque, il diritto ad abortire della donna, in questa sentenza, non è definito assoluto, poiché lo Stato avrebbe il dovere di intervenire in talune circostanze, che coincidono in particolare con il tempo di gestazione. L'aborto è possibile per qualsiasi ragione la donna lo voglia fino al punto in cui il feto diventa in grado di sopravvivere al di fuori dell'utero materno, anche con l'ausilio di un supporto artificiale.

La sentenza Roe contro Wade ha influenzato profondamente la politica nazionale statunitense, dividendo gran parte del paese tra pro-Roe (per la libertà di abortire) e pro-Wade (per il diritto alla vita) e ispirando gruppi di attivisti su entrambi i fronti. Il dibattito ha continuato ad animare la società americana per decenni, fino a un'altra svolta epocale: il 26 giugno 2022, la Corte Suprema ha abolito la sentenza Roe v. Wade, restituendo agli stati la piena autonomia nel legiferare sull'aborto.

Mappa degli Stati Uniti con indicazioni sugli stati pro-life e pro-choice dopo l'abolizione della Roe v. Wade

Il Percorso dell'Italia: Dalla Repressione alla Legge 194

In Italia, il percorso verso la regolamentazione dell'aborto è stato particolarmente tortuoso e intriso di profondi scontri culturali, etici e politici. Il fatto che fino al 1978, poco più di quarant’anni fa - l’altro ieri, storicamente parlando -, l’aborto fosse considerato né più né meno un reato, può farci capire quanto l’argomento sia ancor oggi di stretta attualità e quanto possa essere oggetto di discussione come nei decenni o nei secoli scorsi.

Il dibattito intorno all’inquadramento giuridico, ai limiti e agli elementi costitutivi del reato di procurato aborto animò alcuni dei protagonisti maggiori della scienza penalistica italiana dell’Ottocento - da Carrara a Lucchini, passando per Ambrosoli, Vigliani, Pessina, Puglia, e senza tralasciare positivisti lombrosiani come Balestrini e pratici del foro come Calogero o Mura Succo - in particolare lungo quegli anni di grande fermento culturale che dall’Unificazione nazionale condussero fino all’emanazione del Codice penale Zanardelli (1889). Quest'ultimo, il primo codice penale italiano, confermò un approccio repressivo verso le condotte abortive, di qualsiasi natura e per qualsiasi motivazione.

La repressione si intensificò durante il fascismo. In base all'ordinanza 168 (500 000) del 30 marzo 1940 XVIII, La Neografica stampa il modulo 50 del (Modulario I. - san. Al medico fascista denunziante, era richiesto di fornire dettagliate informazioni sull'evento: oltre a tutti i dati anagrafici, insieme alla data e al luogo dell'evento, anche le caratteristiche del "prodotto abortivo", i nomi delle persone presenti all'aborto e le "cause presumibili". Inoltre, era richiesto di indicare ("evitando diciture generiche") le professioni svolte dalla donna e dal "capo famiglia", specificando anche la posizione nella professione. Questa meticolosa raccolta di dati testimonia la volontà del regime di controllare e punire severamente l'aborto, considerato un crimine contro la natalità e la "razza" italiana.

L’articolo 545 e successivi del Codice Penale, precedenti alla famosa legge n. 194 del ’78, parlavano chiaro e definivano le sanzioni per chiunque cagionasse un aborto. Ad esempio: “Chiunque cagiona l’aborto di una donna, senza il consenso di lei, è punito con la reclusione da sette a dodici anni”; “Chiunque cagiona l’aborto di una donna, col consenso di lei, è punito con la reclusione da due a cinque anni. La stessa pena si applica alla donna che ha consentito all’aborto”; “La donna che si procura l’aborto è punita con la reclusione da uno a quattro anni”. Consenso o non consenso, condizioni che spesso erano difficili da provare in un contesto di clandestinità. Fino a quel momento l’aborto era sempre stato attuato in maniera clandestina, provocando sovente la morte delle donne che vi si sottoponevano.

A cavallo tra gli anni cinquanta e i sessanta del Novecento, la questione sull’interruzione volontaria di gravidanza, esplosa in America e in Francia, cominciò a prendere piede in Italia grazie allo spazio dato dai giornali alle continue morti dovute agli aborti illegali che venivano praticati in ogni angolo del Paese: una strage fino ad allora nascosta sotto il tappeto del buoncostume. È in quegli anni che si iniziò a parlare di depenalizzare la pena, o perlomeno a dare una regolamentazione all’aborto, come avevano già provveduto a fare altre nazioni. Questo scatenò un dibattito acceso che coinvolse società civili e partiti politici e che, alla fine, tirò nella disputa anche la Chiesa Cattolica che fino a quel tempo aveva fatto, come si suole dire, orecchie da mercante.

Così fu papa Paolo VI a pubblicare la famosa enciclica “Humanae Vitae”, del 25 luglio 1968, in cui ribadì la datata posizione di condanna della Chiesa contro gli anticoncezionali e l’aborto, perché il matrimonio rimanesse “aperto alla trasmissione della vita”. Nell’enciclica si sottolineò che era “assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche”. La Chiesa però non poteva più far finta di non conoscere il dramma delle morti che insanguinava il Paese e perciò il pontefice riportò nell’enciclica una frase che suscitò moltissime polemiche: “In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita”. Evitare temporaneamente una nuova nascita: parole fortissime per un papa.

Con le proteste giovanili di quel periodo, si aprì strada anche alle contestazioni in piazza in difesa dell’aborto e nel 1971 fu presentata al Senato - da parte del Partito Socialista Italiano - la prima proposta di legge volta alla regolamentazione dell’aborto in Italia. L'aborto, con tutte le difficoltà e i rischi del caso, continuava a essere praticato e ad avere ogni giorno sempre più medici tra le fila della compagine abortista. Queste fila annoveravano esponenti del Partito Repubblicano e dei Radicali e attirarono sempre più ampie fasce di popolazione, tanto che, nel 1974, a seguito di un sondaggio lanciato da un famoso settimanale italiano, gli italiani fecero sentire come mai prima la loro voce, schierandosi in maggioranza a favore di un rapido intervento del parlamento in materia di aborto.

Ormai il solco era segnato e, nonostante la Chiesa confermasse la sua posizione antiabortista, nel 1975 l’ipotesi di un referendum abrogativo delle norme penali che condannavano la pratica dell’aborto e la realizzazione di una legge specifica erano inevitabili. Si affacciò un principio nuovo: quello che distingueva il feto in persona già tale e in persona che ancora deve diventare. L’iter legislativo partì con continui attacchi tra cattolici, democristiani, radicali, socialisti e comunisti, ma tutti, chi più chi meno, si mossero per una legge compromesso, che non impedisse l’aborto - ipotesi oramai impossibile -, ma che ne regolasse però l’accesso, secondo le casistiche, non rendendolo totalmente libero come desiderato dai movimenti femministi.

La prima proposta di legge sull’interruzione di gravidanza pervenne alla Camera dei deputati all’inizio del 1977, ma fu successivamente accantonata per l’opposizione della Democrazia Cristiana. Questo portò alla presentazione di una nuova proposta di legge, limata in alcuni aspetti, che l’anno successivo, mentre il Paese era sconvolto dal rapimento e dalla seguente uccisione di Aldo Moro, presidente della DC, riuscì a passare sia alla Camera sia al Senato. La legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” era ufficialmente nata e fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 22 maggio 1978.

Secondo la normativa, la donna, garantendo l’anonimato delle sue generalità, poteva ricorrere all’aborto entro i primi novanta giorni di gravidanza e tra il quarto e il quinto mese di gestazione se per ragioni di natura terapeutica, ovvero per una donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito. Restava vietato l’aborto per le ragazze minorenni senza il consenso dei genitori o di chi ne fa le veci, salvo autorizzazione del giudice tutelare.

Le polemiche non si placarono però con l’intervento del legislatore e l’entrata in vigore della legge 194, sia da una parte della barricata che dall’altra, tanto che si dovette ricorrere a un referendum con doppia proposta - la prima radicale, la seconda del movimento cattolico per la vita, sostenuto dalla Santa Sede - per abrogare parte della legge sull’aborto. Il referendum si svolse il 17 maggio 1981 con altri tre quesiti oltre ai due relativi all’aborto: quelli sull’abrogazione delle leggi del fermo di polizia, del porto d’armi e dell’ergastolo. Le votazioni dei referendum abrogativi ricevettero in tutti e cinque i casi una maggioranza schiacciante del no, per cui tutte le normative dettate dalla legge n. 194/1978 sono rimasta intatte, confermando la volontà del corpo elettorale di mantenere la legge in vigore e cristallizzando una complessa ma fondamentale tappa nella storia dei diritti in Italia.

tags: #chiesa #cattolica #aborto #nel #medioevo