Nella sua vita lavorativa, Chiara Francini ha raggiunto traguardi significativi, coronando desideri a lungo perseguiti. Il cinema, il teatro e la scrittura sono divenuti pilastri di una carriera ricca e gratificante, culminata in una consacrazione sanremese che ha visto il suo monologo potente fare il pieno di ascolti. A 43 anni, l'attrice è riuscita persino a salvare la sua freschezza “paesana” in un mondo spesso supercilioso come quello dello spettacolo, mantenendo una cifra stilistica personale, un po’ strana e bizzarra anche nelle scelte estetiche, come dimostrano i non uno ma tre alberi di Natale con le lucine accese tutto l’anno in casa sua. Eppure, in questo quadro di successo professionale e di peculiare autenticità, c’è un vulnus nella sua vita, una ferita aperta che l'attrice ha avuto il coraggio di raccontare pubblicamente. Lo ha fatto sul palco del Festival di Sanremo e lo ripete con forza nel libro autobiografico "Forte e Chiara", in uscita per Rizzoli. Questo vulnus riguarda la maternità, un tema complesso e profondamente sentito, che la Francini esplora con onestà e senza filtri, affrontando le sue molteplici sfaccettature e i dilemmi che comporta nella vita di una donna moderna. La voglia di un figlio, l’essere madre, esplorare quel pianeta maternità che sta diventando plurale e che si abita in tanti modi ormai e con figure nuove di genitorialità, sono i punti focali di una riflessione che ha toccato il cuore di molti e che ha riacceso un dibattito fondamentale nella società contemporanea.

Il Monologo di Sanremo: Tra Desiderio Inespresso e Orologio Biologico
Il monologo di Chiara Francini a Sanremo ha squarciato il velo su un tema ancora troppo poco dibattuto, che a parlarne sembra quasi si faccia peccato: la maternità mancata e la scelta di non essere madri. L'attrice, attraverso le sue parole, ha portato sul palco del Teatro Ariston, a tarda notte, tutti i dilemmi della maternità mancata, interrogandosi su un percorso personale e collettivo. La Francini è bivalente nei confronti della maternità, un sentimento che si acuisce con l'arrivo in quella che definisce "zona allarme" per l’orologio biologico. In questo contesto, l'attrice esprime una sensazione vivida, descrivendo il momento in cui "la natura ti fa il dito medio," un'immagine potente che riassume la frustrazione e la pressione del tempo che scorre. Si interroga ed è divisa fra il desiderio di tentare l’avventura di diventare madre e la paura di aver aspettato troppo.
La riflessione di Francini parte da un'osservazione comune a molte donne: "Arriva un momento della vita in cui è chiaro che sei diventato grande: quando hai un figlio." Ma l'attrice non ne ha, e questo la porta a considerare come, magari, molte cose dell'adolescenza non le farà più, trovandosi a fronteggiare una realtà diversa. Il suo monologo narra del momento in cui tutte le sue amiche intorno a lei iniziavano a "figliare," termine che lei stessa usa, anche se riconosciuto come un po' animalesco e non del tutto gradito da alcuni commentatori, e lei si ritrovava a non sapere come reagire agli annunci delle liete novelle. "Quando qualcuna ti dice che è incinta e tu non lo sei mai stata c'è come qualcosa che ti esplode dentro," dice, sottolineando che "mentre accade tutto questo, tu devi festeggiare, perché la gente incinta è violenta e vuole solo essere festeggiata. E non c'è spazio per il tuo dolore, per la tua solitudine." Questa affermazione, che ha suscitato diverse reazioni, mette in luce una pressione sociale intrinseca, un'aspettativa di gioia che non sempre trova riscontro nel vissuto interiore di chi non è madre. I "passeggini, passeggini ovunque" diventano un simbolo visivo di questa realtà pervasiva che la circonda.
L'attrice ha continuato a fare le sue cose sempre meglio, sempre guadagnandoci di più, con sempre più persone che la guardavano e la amavano. Eppure, a un certo punto, si è accorta che il tempo passava e che se non si sbrigava, forse, un figlio non lo avrebbe mai avuto. Questo "se non mi sbrigavo" solleva un punto cruciale di riflessione. Tutte le donne sanno che le lancette del nostro orologio biologico scorrono e che la maternità è possibile solo fino a un certo punto della vita. Ma può questo giustificare uno "sbrigarsi"? È una decisione enorme che comporta conseguenze altrettanto enormi, e bellissime, se davvero la maternità è stata desiderata. Il dubbio che si insinua è se sia giusto intraprendere un percorso così significativo solo per timore del pentimento futuro. Perché anche quando ci si decide che è il momento giusto, poi, magari, il corpo fa il dito medio, e allora si rimane col dubbio di aver sbagliato, di aver aspettato troppo, di essere una fallita.
Chiara Francini: "La maternità è simbolo dell’oscillazione perpetua dell’essere donna"
Il Peso dell'Ambivalenza e l'Eco dell'Inadeguatezza
La discussione sulla maternità si arricchisce della voce di Maria Luisa Agnese, che sottolinea come oggi, che si può scegliere se essere madri o no, ci sia in campo un tema in più: l’ambivalenza. Questa ambivalenza è un sentimento che pervade le donne, come evidenziato dalla stessa Francini nel suo libro, dove scrive che c’è uno stornello che le canta dentro: in fondo siamo nate per questo, no? Ma anche che si sente divisa fra il desiderio di tentare l’avventura e trovare il momento giusto. Nel libro, come spiega Francini stessa, si parla di maternità, ma soprattutto dell’essere donna e dell’essere caratterizzate da questa "felicità mutilata." Nel senso che c’è la bellezza del diventare madre, di assolvere a quello che dalla notte dei tempi viene concepito come un miracolo, ma dall’altra c’è quasi sempre una voce dentro che dice: ho fatto questo ma magari ho perso altro. Allo stesso modo, c’è quest’eco che rimbomba nelle donne che non hanno fatto figli: magari assolutamente soddisfatte del loro percorso, alle prese con una voce che ricorda che sono state fatte per quello, e porterebbero nella pancia un miracolo. Maria Luisa Agnese identifica questo come una specie di "grande nostalgia."
La questione si sposta quindi sulla consapevolezza: adesso che la maternità non è più un destino, le donne sono più felici o meno felici di poter determinare le loro scelte biologiche? Francini risponde che sono di certo più consapevoli. Questo non significa che l’interrogativo che si pongono sia meno doloroso o meno complesso: è importante che ora si possa dire, anzi urlare, che ci si vuole sentire giuste anche se non si sente il desiderio di maternità, ma questo non significa che non si possano avere dentro tentennamenti e discrasie. Siamo libere di scegliere se essere madri o meno, anche se dentro di noi rimbomba l’inadeguatezza. Greta Sclaunich, neo mamma, rafforza questo concetto, osservando che l'inadeguatezza si sente sia se non si è madre, sia se lo si è. Una certa quota di inadeguatezza, insomma, pare proprio che le donne debbano metterla in conto a prescindere.
Questo è il punto centrale quando Francini afferma che "siamo donne tutte." Quelle incinte vogliono essere rassicurate che quello che portano in pancia è un miracolo e quelle che sono vuote vogliono anche loro avere la certezza di essere “giuste.” Perché poi le donne sono come dei biscotti inzuppati da millenni in una educazione che fa sì che il compito di una donna sia quello di portare avanti la specie. E quando l'attrice dice che le donne incinte sono violente e vogliono essere festeggiate, è perché vogliono essere certe di averlo in corpo questo miracolo. L'ambivalenza permane anche quando si è state capaci di dar vita a questo miracolo, quando si capisce che questo miracolo è forse un miracolo per gli altri, ma una croce per te. Anche quello ti fa sentire sbagliata. Oriana Fallaci diceva che essere una donna è un’avventura straordinaria che non finisce mai, e Francini pensa che essere donna abbia in grembo tutta questa complessità. "Quando dico siamo donne tutte è perché in realtà la violenza, la forza, la passione che hanno le donne incinte è la stessa passione, la stessa forza, la stessa ferocia che hanno le donne che non vogliono avere figli (o che non sono riuscite ad averli) nell’affermare che una donna può essere tale anche non essendo madre."
Il "senso di colpa" rimbomba dentro, come un eco, quando si considerano le scelte fatte o non fatte. Francini esprime la paura che la maternità possa cambiarla: "E io già lo so, bambino, tu mi porterai via tutta la creatività, la luce." Questa apprensione rivela il conflitto interiore tra l'identità personale e professionale e il potenziale impatto della genitorialità. La frase "Io da qualche parte penso di essere una donna di merda perché non so cucinare, non sono sposata e non ho avuto figli" rappresenta un culmine di questa auto-percezione negativa, sebbene razionalmente l'attrice sappia che non è così. Tuttavia, ammette che "da qualche parte, dentro di me, c'è questa voce, esiste, e io, alla fine, penso che abbia ragione lei, che io sia sbagliata." Questa "voce" è reale, è la società che ancora oggi porta a pensare che una donna che non ha avuto (e/o voluto) figli sia sbagliata. La Francini, sul palco dell'Ariston, ha dato voce a questo sentimento, chiedendosi "Ma come parlo…? Ma che madre sono? Non sono una madre, intanto…" Questa riflessione porta al dubbio: "Forse, sei proprio tu che non vuoi venire da me, perché credi che io mi sia dimenticata di te, che io mi sia dimenticata della vita. Perché avevo troppo da fare. Ma io volevo solo essere brava, io volevo solo essere preparata, io volevo che tu fossi fiero di me. Anche se ancora non ci sei."

La Maternità "Plurale": Nuove Forme di Genitorialità e Scelte Personali
In questo complesso panorama, si apre la discussione sulla "maternità plurale" e sulle diverse modalità in cui la genitorialità può essere vissuta. Greta Sclaunich chiede a Chiara Francini se si possa pensare di essere madre anche in altri modi, come "madri di elezione." L'attrice risponde esplorando il concetto di amicizia, che per lei è un sentimento d’amore supremo, scevro da implicazioni parentali e sessuali. Per lei, che non ha fratelli, è veramente come riconoscere un fratello o una sorella. Nell’amicizia, crede di essere avvolgente e materna. Questa prospettiva allarga il concetto di cura e affetto oltre i confini biologici tradizionali, suggerendo che la "maternità" possa manifestarsi anche in relazioni non convenzionali.
Nonostante l'età le permetta ancora di sperimentare, Francini riflette sui percorsi dolorosi di tentativi descritti anche da altri autori, come Antonella Lattanzi nel libro "Le cose che non si raccontano." Chiara Francini sta pensando e lavorando a questo aspetto della sua vita, dichiarando che prima dei 40 anni non ha mai pensato di rimanere incinta, perché la sua vita era molto piena. Però la vita è una soltanto e trova che sia una grande avventura anche solo il tentare di diventare mamma. Tuttavia, lo fa piena di curiosità, con la voglia di esplorare una possibilità che la vita ti può dare ma anche togliere. Questo approccio rivela una maturità e una consapevolezza che le permettono di affrontare il desiderio di maternità non come un obbligo, ma come un'opportunità da esplorare.
Greta Sclaunich le suggerisce di "seguire il destino," e Francini ribadisce che, sicuro, se proprio si vuole un figlio, c’è l’adozione, ci sono tante possibilità. Ricorda le parole di Pino Daniele: "Chi vuole un figlio non insiste." Francini non ha questo senso di rivalsa o questa necessità di affermarsi come donna solo in quanto madre. Questo la porta a escludere la surrogata, affermando: "No, vorrei provare con il mio corpo, con la Chiara che ho. Credo sia un momento di arricchimento, vedere come mi cambierà." Questa scelta evidenzia il desiderio di un'esperienza autentica e profondamente personale della maternità, un percorso intimo e trasformativo.
La sua apertura alla possibilità di non avere figli senza sentirlo come un fallimento è un messaggio potente. "Non è giusto che veniamo giudicate se abbiamo una carriera ma non figli e se abbiamo figli e non vogliamo una carriera. Essere donna è complesso e un figlio non deve essere una condizione imposta. Se non dovesse arrivare pazienza, non lo sentirei come un fallimento. Sento che si vive una volta sola e vorrei provare questa emozione, ma sono felice anche così." Queste parole sottolineano la sua libertà di scelta e la sua serenità interiore, indipendentemente dall'esito del suo desiderio di maternità. Il suo compagno, Frederick Lundqvist, ex calciatore svedese di 46 anni, la accompagna in questo percorso, come ha fatto sapere Francini, affermando che "il desiderio di un figlio c'è. Ci stiamo provando ad avere un figlio. Ho 42 anni, ora ci voglio provare, ma prima non l’avrei mai fatto."
La riflessione sulla maternità si estende anche a temi delicati come l'aborto. In passato, Francini si era soffermata sull’argomento, dando vita ad una riflessione profonda sulla "disarmonia della cultura che riflette la società." In quella stessa occasione, si era espressa sul tema dell'aborto in relazione alle parole della ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Maria Roccella, che dell’aborto disse “è purtroppo una libertà delle donne.” La Francini in quella circostanza si era espressa così: “In quel ‘purtroppo’ c’è esattamente tutta la discrasia contemporanea.” Aveva aggiunto senza mezzi termini: “In quel ‘purtroppo’ si parla di libertà, ma l’aborto è considerato atto di libertà crudele.” Questo evidenzia la complessità delle libertà riproduttive femminili, spesso cariche di giudizio sociale e morale.
Resilienza e Autenticità: La Filosofia di Vita di Chiara Francini
Oltre alle profonde riflessioni sulla maternità, Chiara Francini ha condiviso aspetti della sua filosofia di vita che le hanno permesso di affrontare le sfide personali e professionali con resilienza e autenticità. Greta Sclaunich le ha fatto notare che la maternità, nel suo caso, non l'ha cambiata come pensava. Temeva di perdere il focus su se stessa, invece è rimasta sempre lei, però più paziente e più centrata. Francini, riguardo al rapporto genitoriale, non crede nei genitori amici, ma vorrebbe essere amorosa. Non vorrebbe mai che suo figlio si trovasse impreparato alla vita. Un figlio è una grande responsabilità, e l'attrice si considera molto seria. È colorata, ma profondamente seria e molto rigida. E vede l'atto di avere un figlio come creativo, un salto al quale ci si deve abbandonare. Lì c’è la misura della vita.
La sua rigidità e la sua studiosa, "secchiona" indole - si è laureata in Lettere con 110 e lode, con una tesi in italianistica - sembrano in contrasto con l'immagine vivace e un po' bizzarra che a volte proietta. Ma nel libro racconta di avere anche una quinta di reggiseno. Maria Luisa Agnese le chiede come si sia destreggiata nel mondo dello spettacolo con queste premesse. Francini risponde molto bene, perché pensa che bisogna seguire quello che si è. È convinta che la più grande dote di un essere umano, ancora di più di una donna, sia quella di avere contezza dei propri pregi tanto quanto dei propri limiti. Perché lì, nel mezzo, c’è la tua possibilità di successo e di felicità. Lei aveva quelle caratteristiche e un muro non lo si può buttare giù a testate, si deve cercare un’altra porta. L’ha cercata con la sua tigna da paesana, da provinciale, nata il 20 dicembre 1979 a Firenze.
Un aspetto sorprendente della sua filosofia, amato molto da Greta Sclaunich nel libro, è quando Francini parla dell’odio come molla per riuscire: finalmente qualcuno che lo dice! Francini pensa che l’odio sia un sentimento profondamente sottovalutato, perché odiare l’ingiustizia e il male crede sia il bene supremo. È ciò che ti dà una spinta propulsiva. È molto facile dire che si fa tutto con l’amore, ma non è vero. Nella vita, ciò che le ha dato tante spinte propulsive sono stati i fallimenti che ha avuto, le ingiustizie che ha subito e che ha odiato. Ma ha ragionato e ha cercato di vincere la paura che magari alcuni professori potevano instillare in lei, la paura di essere stupida, una perdente. Questa capacità di trasformare le esperienze negative in motivazione è una chiave della sua forza interiore.
Maria Luisa Agnese si chiede se questo l'abbia anche preservata da altre situazioni difficili, notando che da quando è partito il movimento MeToo, Francini non ha denunciato alcun episodio. L'attrice risponde che a lei non è mai successo nulla del genere. Però ha preso le sue porte in faccia, e tutt’ora le prende. È indubbio che una donna debba fare 12 per arrivare a tre. Tutto ciò che fa lo fa dando il meglio ma anche con la "fame sana": quando ha subito ingiustizie, anche dai maschi, ha cercato di incamerarle e di combatterle. Sembra forte, ma è anche fragile: le sue cicatrici sono medaglie che ricordano tutte le battaglie che ha affrontato. Questa onestà nel riconoscere la propria vulnerabilità accanto alla forza è un tratto distintivo della sua personalità.
Anche le scelte più personali e bizzarre, come i tre alberi di Natale in casa, diventano parte di questa filosofia. Maria Luisa Agnese le chiede se abbia vinto anche quella battaglia. Francini risponde affermando: "Tre e un ramo addobbato, tutti in salotto e accesi 365 giorni l’anno, mica solo a Natale. Vedere tutte quelle lucine sfrigolanti mi dà gioia. Perché io il Natale l’ho sempre amato nonostante il fatto che, essendo nata il 20 dicembre, ricevessi un solo regalo per due ricorrenze." Questo dettaglio rivela un attaccamento alla gioia e alla capacità di creare bellezza e felicità nella propria quotidianità, indipendentemente dalle aspettative esterne. La sua carriera è costellata di successi fin dai primi anni: già nel 2007-2008 è impegnata in quattro film, fra cui "Unamoglie bellissima" di Leonardo Pieraccioni e "Miracolo di Sant’Anna" di Spike Lee, mostrando una versatilità e un impegno costanti. Ha da poco concluso la tournée teatrale con lo spettacolo "Coppia aperta, quasi spalancata" di Dario Fo e Franca Rame, e per Amazon sta girando il sequel di "Addio al nubilato" di Francesco Apolloni. Tutta la sua Chiara, con le sue sfaccettature, dai momenti ironici alle tinte più profonde di questo arcobaleno, è ciò che ha portato e continua a portare al pubblico.
In sintesi, la figura di Chiara Francini si configura come un esempio di donna complessa e autentica, che non teme di affrontare le proprie incertezze e i propri desideri più profondi, inclusa la maternità, con una sincerità che risuona con le esperienze di molte. La sua capacità di tradurre queste riflessioni in arte, attraverso i suoi libri e le sue performance, la rende una voce significativa nel dibattito contemporaneo sull'identità femminile e sulle sfide della vita moderna. La sua riflessione serve come uno spunto importante per riconoscere e dare spazio a tutte le voci, inclusa quella che, talvolta, suggerisce l'inadeguatezza, ma che, alla fine, può essere superata dalla consapevolezza di sé e dalla libertà di scegliere il proprio percorso. "Sì, anche io mi sento sbagliata come voi. Ma non lo siamo," è il messaggio implicito che emerge dalle sue parole e dalla sua battaglia per l'autenticità.