Per comprendere, appieno, le espressioni cultuali di un popolo è necessario conoscere l’ambiente in cui si è formato e ha vissuto. Il popolo latino, racchiuso in quella lingua di terra tra l’Appennino e il Tirreno, si trovò a dover gestire una terra con ecosistemi assai diversi tra loro, che ben si prestava alla pratica della transumanza. L’economia pastorale è infatti incentrata sulle migrazioni stagionali, volti alla ricerca di determinate condizioni climatiche e ambientali, dai monti a valle (e viceversa), necessarie a provvedere alle esigenze nutritive e di sviluppo delle bestie. L’allevamento quindi (soprattutto di ovini), in misura forse maggiore dell’agricoltura, costituì per gli abitanti di Roma un elemento fondamentale.

Si comprenderà meglio perché, in quest’economia di sussistenza, la Fondazione stessa dell’Urbe coincise con l’arcaico capodanno pastorale: si tratta delle Palilia, o Parilia, consacrate alla magnanima Pales. Per descrivere i caratteri di questa dea dovremo parlare necessariamente delle sue feste. Le celebrazioni, sia pubbliche che private, si dividevano sostanzialmente in due parti: la prima era costituita da una serie di purificazioni, la seconda constava nelle vere e proprie offerte a Pale. Le pratiche lustrali si svolgevano bruciando una mistura del tutto particolare, distribuita dalle Vestali: si trattava delle ceneri dei feti di vitelli sacrificati nelle precedenti Fordicidia, rito in onore di Tellus; del sangue dell’October Equus, ossia del cavallo di destra della biga vincitrice della festa di Marte, nello scorso Ottobre; infine, dei vuoti steli di fava.
La purificazione come atto di preservazione
A parte questi ultimi, usati probabilmente come eccipienti, la valenza delle altre due componenti rispetto alle Parilie non è chiara; verranno trattati negli articoli su Tellus e Marte. Coloro che erano impossibilitati a raggiungere la Città e ad accedere alle distribuzioni di questi suffumigi si affidavano comunque all’acqua e al fuoco, usando zolfo, erba sabina e legni di alberi fausti, quali pino, olivo e alloro. È assai probabile che quest’ultimo servisse, come in altri momenti di passaggio nel corso dell’anno, per ottenere responsi sulla base del crepitio prodotto dalle foglie poste nel focolare. Dopo essere state abbondantemente spazzate con acqua e scopa, con questi fumi si ammorbavano le stalle (adornate con festoni e ghirlande per l’occasione) e le greggi al loro interno.
E’ significativo che le pratiche purificatorie appena citate si ritrovino, identiche, presso una sterminata vastità di culture ed epoche differenti. Agiscono “meccanicamente”, senza alcun intervento divino, grazie alle loro intrinseche caratteristiche disinfettanti, anticrittogamiche e fungicide. Lo zolfo in particolare, utilizzato largamente a tutt’oggi, trova ampi rimandi nella letteratura. Fumigazioni nelle stalle di questo tipo son comunque ben attestati nel mondo latino.
Pale: la divinità del parto e della fertilità
Tornando alle Parilia, se il senso generale risulta perfettamente chiaro, più complicato è stabilire l’esatta “funzionalità” di Pale. Entrambe le forme sono attestate. Se la prima rimanda immediatamente a Pales, la seconda si presenta illuminante perché si collega a pario: parere, “partorire”. E se nella preghiera di Ovidio viene chiamata ad agire nei più disparati ambiti, altri autori sembrano assegnare l’intervento della dea pro partum pecoris; sono questi animali infatti a detenere la maggior fortuna, presso i Romani, anteposti ad ogni altro allevamento.

Ulteriore conferma ci viene dal fatto che proprio a partire da questo periodo avveniva la monta delle pecore, così che esse partorissero a Settembre, con pascoli abbondanti e temperatura mite ma non torrida. Quella delle capre e dei bovini avveniva in seguito, rispettivamente in Autunno e in Luglio (o tra Gennaio e Febbraio), mentre la riproduzione dei maiali cominciava ai primi di Febbraio e quella dei cavalli dopo l’Equinozio di Primavera. L’arcaicità della festa è fuori discussione: risale alla Fondazione dell’Urbe, istituita da Romolo stesso, o addirittura precedente.
Transumanza
Il ciclo biologico e la saggezza popolare
La natura incruenta delle offerte, più che ad eventuali influssi pitagorici legati alla dottrina della metempsicosi, sembra rimandare ad una penuria delle materie prime. Il latte e le offerte casearie rispondono ai principi simpatici, similia similibus, così come l’uso del miglio: rustica, a rapido ciclo vegetativo e resistente alla siccità, si trattava della pianta foraggera più rinomata, indicata soprattutto per i cuccioli. Questa offerta si ripete il 7 Luglio, come risulta dal calendario più antico rinvenuto, ossia i Fasti Antiates.
Qui Pale risulta iscritta al plurale: questo ha portato alcuni autori moderni a ritenere che esistano due Pales, la prima addetta al bestiame “minuto”, la seconda al bestiame grosso. Tuttavia a Luglio avevano comunque luogo una seconda e tardiva monta delle pecore, mentre le mucche non si riproducevano solo in questo mese, ma anche nei primi mesi dell’anno; inoltre esiste già una figura divina preposta alla tutela dei bovini, ossia Bubona. Altre controversie sono state sollevate in merito al sesso d’appartenenza di Pales: tre fonti del IV/V secolo, perciò molto tarde, affermano che gli Etruschi consideravano Pale maschile. Non si può tuttavia escludere l’esistenza di un paredro.
Relazioni tra culto e territorio
Le relazioni tra Pale e Palatua sembrano diverse, a partire dal luogo di culto: questo colle, dove ebbe origine il primo nucleo urbano, sembra prendere il nome proprio dai greggi di cui era costellato. Questo scenario sembra difficile da immaginarsi oggi, con la magnificenza delle ville imperiali, ancorchè immerse nel verde; ne serbano ricordo i versi struggenti di alcuni autori, in grado di riportarci alle origini. Ignoriamo del tutto la posizione del tempio di Pale, offerto in voto nel 267 a.e.v. dal console Attilio Regolo nel mezzo della guerra contro i Salentini e i Picenti loro alleati.
E’ difficile capire le ragioni del console, e possiamo solo abbozzare delle ipotesi: quale connessione ha Pale con la guerra? Forse nel corso del conflitto si resero necessarie delle pratiche lustrali; eppure abbiamo visto come queste pratiche avessero luogo anche senza mediazioni divine; inoltre quella lustrale non è una prerogativa assoluta di Pales. Più verosimile è l’ipotesi suggerita dall’economia salentina: si trattava di uno dei centri maggiori dell’industria della lana di tutto il mondo antico. Nelle graduatorie delle lane migliori, svettavano su tutte quelle proveniente dalle oves Tarentinae, o da quelle di Canosa.
Evoluzione e persistenza di un rito
Quello di Pale, a differenza di altri culti rustici, andò incontro a dei mutamenti già precocemente. Proprio la presenza del fiume, che in tempi più remoti aveva ostacolato lo sviluppo coltivo (e incrementato quello pastorale) e del guado naturale a ridosso dei Colli determinò l’impiantazione stabile e un’alacre economia urbana. In seguito, l’avvento di nuove tecniche zootecniche ridimensionarono la necessità di propiziarsi Pales. Ecco dunque che nelle Palilia, almeno in Città, il carattere autentico della festa passò in secondo piano, e il 21 Aprile venne associato più che altro al Dies Natalis dell’Urbe.
Una “festa nazionale”. Questo valeva tuttavia per le grandi metropoli e non per le comunità rurali e i piccoli centri, anche immediatamente confinanti con le città, soprattutto quelle a ridosso della Sabina e del Sannio. Zone che per la conformazione prettamente montana ed impervia del territorio continuarono (e tuttora continuano) a vivere dei proventi della pastorizia. E sembra infatti che il culto di Pales fosse praticato anche dai Sabini e dai Sanniti, sotto il nome di Pernaì. E così dal nome degli astri, dei monti, di città e luoghi geografici, così come di individui e delle gentes: Porcio Catone, così come Ovinio, Caprilio, Tauro, Vitulo.
Il fatto che il denaro si designasse col termine pecunia (da pecus, bestiame), è l’eco di un tempo in cui la ricchezza era costituita non da freddo e inerte metallo ma da materia vitale. L’importanza della lana, protagonista delle cerimonie nuziali e viatico irrinunciabile del sacro: per le virtù medicamentose e lustrali conferite a questa sostanza, i sacerdoti romani non se ne discostavano mai. Nemmeno fuori dai riti o tra le mura domestiche, addirittura v’erano speciali interdizioni che proibivano l’uso di più ricercati ed esotici materiali come il cotone, il lino o la seta. Questo serviva a preservare i sacerdoti da ogni contatto impuro o nefasto e di valorizzarne la dignità delle figure; tale l’importanza della lana. Il legame tra l'accoppiamento primaverile e la nascita settembrina non è dunque una leggenda metropolitana, ma l'eredità biologica di un popolo che ha costruito le fondamenta della propria cultura sull'osservazione dei cicli naturali e della vita animale.