La Capra di Picasso: tra arte, materia e complessità umana

L’universo creativo di Pablo Picasso non ha mai conosciuto confini netti tra la vita quotidiana, le passioni amorose e la sperimentazione materica. Tra le opere che meglio sintetizzano questa commistione di elementi vi è la scultura nota come la Capra, un capolavoro di assemblaggio che affonda le sue radici nel periodo trascorso dall’artista a Vallauris, a partire dal 1948. In questo contesto, l'opera non è solo una rappresentazione plastica, ma un vero e proprio assemblaggio di memorie, oggetti di recupero e una profonda riflessione sulla fecondità e sulla vita.

Scultura della Capra di Picasso

La genesi materica: l'arte dal rifiuto

La scultura della Capra nasce in un clima di ricostruzione post-bellica, dove le risorse scarseggiavano e il bronzo, materiale nobile per eccellenza, era spesso di difficile reperimento. Tuttavia, la vena creativa di Picasso non poteva essere fermata. L’artista, trasferitosi nella sua residenza a Vallauris, scelse di guardare verso il basso, verso ciò che veniva considerato scarto. La capra è composta con oggetti e materiali di recupero rinvenuti in una discarica locale, assiemati con una maestria che trasforma il rifiuto in presenza viva.

L'opera è il risultato di un processo meticoloso di accumulo. Picasso ha dotato la sua capretta di tutto ciò che le servirebbe per vivere, senza trascurare alcun particolare: l’animale è dotato infatti di due vispi occhietti di bulloni, una vagina realizzata con un coperchietto ripiegato a “V” e un ano. Una volta completato l’assemblaggio dei componenti, Picasso ha ricoperto la statua con un calco in gesso. Questo passaggio conferisce all'opera un'unità formale che nasconde la sua natura eterogenea, donando all'animale una solennità quasi arcaica.

La capra come simbolo: tra ironia e realtà

Attorno alla figura della Capra si intrecciano narrazioni che sfumano tra il biografico e il leggendario. È noto che l'artista avesse ricevuto in dono una capra, che divenne un elemento familiare nella sua dimora e da cui trasse spunto per realizzare questa scultura. Tuttavia, le testimonianze del tempo aggiungono strati di complessità psicologica al gesto creativo.

Si racconta spesso che una delle sue opere minori, una statuina di una capra incinta, fosse stata realizzata quasi al volo durante una visita della cognata, all’epoca incinta all’ottavo mese. Si narra che la donna, vedendo come fosse stata ritratta attraverso la lente distorta e cruda dell'artista, scoppiò in lacrime abbandonando l'abitazione. Questo aneddoto, pur nel suo carattere aneddotico, riflette la natura talvolta spigolosa e poco incline al sentimentalismo tradizionale di Picasso, un uomo capace di infondere una vitalità prepotente e quasi "deleteria" nelle sue opere, incurante delle reazioni emotive dei suoi soggetti.

Picasso a Vallauris

Il contesto di vita: la nascita di Paloma e il legame con la pace

La fine degli anni Quaranta rappresentò un periodo di particolare fervore creativo e privato. Nel 1948, mentre Picasso si immergeva nel lavoro di assemblaggio scultoreo, la sua vita sentimentale era segnata dal legame con Françoise Gilot. Proprio in quel periodo, la compagna diede alla luce Paloma, il cui nome in spagnolo significa "Colomba". Questo richiamo onomastico non è casuale: si lega direttamente alla celebre Colomba della Pace, realizzata dall'artista in occasione del Congresso mondiale della pace del 1949.

La Capra dunque, pur essendo un oggetto che attinge alla discarica, diventa un simbolo di fertilità e creazione. La coincidenza tra la gestazione dell'animale scultoreo e la nascita della figlia di Picasso suggerisce un legame profondo tra la materia inorganica trasformata e la vita organica che fioriva nel suo studio.

Le dinamiche relazionali dietro la creazione

Non si può comprendere pienamente la produzione artistica di questo periodo senza guardare alle donne che hanno segnato il cammino del pittore. La storia di Picasso è costellata da figure carismatiche che hanno alimentato la sua ricerca, da Olga Khokhlova, ballerina ucraina che fu la prima vittima ufficiale della "maledizione" delle sue relazioni, fino a Marie-Thérèse Walter, incontrata ai magazzini Lafayette di Parigi quando aveva solo 17 anni.

La figura di Françoise Gilot occupa in questo quadro un posto unico. Nata il 26 novembre 1921, Françoise fu l'unica donna capace di rompere consapevolmente il sodalizio con l'artista. Mentre il rapporto con Dora Maar - figura intellettuale complessa, fotografa e pittrice che stimolò la creazione di Guernica - si concluse in modo tragico, con il ricovero psichiatrico di lei, il legame con la Gilot fu differente. Picasso cercò di riconquistarla per anni, anche quando ormai era legato a Jacqueline Roque, la ceramista che divenne la sua ultima musa. L'eredità di queste relazioni continua a pesare nella storiografia artistica, rendendo la lettura delle opere di quegli anni non solo una questione estetica, ma un esercizio di comprensione della complessità umana di un genio tanto celebrato quanto controverso.

L'opera La Capra di Picasso esposta in un contesto museale

Dalla discarica alla collezione museale

L'importanza della Capra risiede nella capacità di Picasso di elevare il "basso" al rango di "alto". Utilizzare un coperchietto per descrivere l'anatomia di un animale non è solo un atto di povertà materiale, ma una dichiarazione di poetica: l'artista non ha bisogno di marmo o di fusione classica per evocare la vita. Il calco in gesso funge da pelle, unificando le parti in un corpo unico, capace di resistere al tempo.

Oggi, l'osservazione dell'opera nei musei ci permette di comprendere il passaggio dal particolare (il bullone, il coperchio, la discarica) al generale (l'archetipo della capra, il simbolo di una natura indomita). La statua non ci parla solo di un animale, ma di un uomo che, nel dopoguerra, cercava risposte concrete nel materiale di recupero, trovando una forma di pace - o quantomeno di espressione - che la complessità dei suoi legami sentimentali spesso gli negava. L'opera rimane una testimonianza tangibile del genio picassiano, capace di trasformare il silenzio di un oggetto abbandonato in un grido vitale che attraversa i decenni.

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