Voci e Contesti: La Musica Di Fronte al Diritto all'Interruzione Volontaria di Gravidanza

Il dibattito sull'interruzione volontaria di gravidanza è una delle questioni più complesse e polarizzanti della nostra epoca, toccando corde profonde che riguardano l'etica, la religione, la salute pubblica e i diritti individuali. Al centro di questa discussione si trovano spesso storie personali di dolore, scelte difficili e profonde implicazioni sociali. La musica, da sempre specchio della società e veicolo di espressione delle più intime emozioni e delle più urgenti denunce, ha naturalmente trovato in questo tema una fonte d'ispirazione per molti artisti, sia in Italia che a livello internazionale. Le loro canzoni non solo raccontano vicende umane, ma spesso si ergono a monito, a protesta o a riflessione, contribuendo a plasmare e a partecipare al dialogo pubblico.

Microfono e partitura musicale con note a tema sociale

Questo articolo esplora come diverse voci musicali abbiano affrontato il tema dell'aborto, partendo da drammatici casi di cronaca fino ad analizzare il contesto legislativo e le reazioni artistiche di fronte ai cambiamenti normativi, delineando un percorso che va dalla denuncia esplicita alla riflessione più intima, dal supporto ai diritti riproduttivi alla difesa della vita nascente, attraversando decenni di storia e cambiamenti culturali.

Il Grido di Allarme dalla Cronaca: La Tragedia Americana e la Canzone di Martina Attili

La drammaticità della questione abortiva è stata brutalmente riportata alla ribalta da recenti vicende di cronaca, specialmente negli Stati Uniti, dove la revoca della storica sentenza Roe v. Wade ha scatenato un'ondata di restrizioni e divieti. Un esempio emblematico di questa nuova e inquietante realtà è stato descritto con cruda immediatezza da un articolo del Corriere della Sera nel luglio 2022: “Tre giorni dopo la decisione della Corte Suprema di cancellare la storica sentenza sul diritto all’aborto, Caitlin Bernand, ginecologa di Indianapolis, riceve la chiamata da un collega di uno Stato vicino, l’Ohio: c’è una bambina di 10 anni vittima di stupro, incinta.” Questa storia non è rimasta confinata alle pagine di cronaca, ma ha trovato eco profondo nel mondo artistico.

Non possiamo neppure immaginare - o meglio, si spera che nessuno possa - cosa significhi subire uno stupro in tenera età, restare incinte e trovarsi di fronte a due possibilità: portare avanti una gravidanza in una fase della vita del tutto inappropriata, oppure prendere un volo, recarsi in una clinica e abortire. La storia di questa bambina di 10 anni è ancor più straziante, poiché è stata violata dal compagno della madre, un adulto chiamato ad accudirla e proteggerla nel luogo che doveva essere il più sicuro, casa sua. Doveva esserle padre, invece è stato un viscido pedofilo. Una prima considerazione inevitabile è che il male porta sempre altro male. Un professore di teologia morale, all’università, paragonava il peccato (e se non è peccato uno stupro, non si sa cosa lo sia) a una “cascata”. In questa storia, la bambina è unicamente una vittima innocente.

È in questo contesto che si inserisce il testo “Eva e Adamo” di Martina Attili, lanciato venerdì 22 novembre sotto l’etichetta ZooDischi e distribuito da ADA Music Italy. Questa canzone si pone l’obiettivo di denunciare “il mancato diritto all’aborto” di una bimba, proprio quella bambina che dall’Ohio ha varcato i confini nazionali, raggiungendo quello di Indianapolis, perché incinta del suo patrigno e nello Stato in cui viveva era diventato illegale interrompere la gravidanza. Il brano della Attili ha il pregio di sensibilizzare su una realtà drammatica: quella della violenza domestica, che “ruba l’infanzia”.

Martina Attili

La vicenda solleva interrogativi fondamentali sull’autodeterminazione: di cosa stiamo parlando? Come facciamo ad applicare queste categorie mentali e ideologiche a una bambina? Nessuno direbbe che in questa vicenda è martire innocente anche il violentatore, proprio come la sua povera mamma è martire della spregiudicatezza di un uomo che non si può nemmeno definire tale. Questo tipo di musica, con la sua narrazione cruda e diretta, ci spinge a riflettere su come certi contesti sociali favoriscano tali abusi. Spesso, l'aborto, a volte, è solo la punta di un iceberg. È essenziale riconoscere che i potenziali stupratori di domani sono bambini oggi. Quelli a cui si permette di accedere al porno a otto anni e ai quali si lascia ascoltare ore e ore di parolacce verso le donne. Quelli a cui si fa credere che si possono fare cose a tre perché “più siamo meglio è”. Non si sta inventando nulla, sono i testi che si fanno accedere a Sanremo, dove i cantanti possono molestarsi tra loro in diretta. Perché in fondo che male c’è? E così si accetta ogni perversione, si favorisce la perversione. Diciamolo nelle nostre canzoni, che il sesso è dono e che ogni corpo è sacro, per contrastare questa deriva.

Il Contesto Legislativo Italiano e le Voci della Transizione

In Italia, il percorso verso il riconoscimento del diritto all'interruzione volontaria di gravidanza è stato lungo e combattuto, culminato in una legislazione che, pur con le sue complessità, ha rappresentato un passo significativo nella tutela della salute e dell'autodeterminazione femminile. È fondamentale comprendere questo quadro normativo per apprezzare il contesto in cui si sono sviluppate molte delle canzoni italiane che hanno affrontato il tema.

La pietra angolare di questo percorso è rappresentata dalla sentenza della Corte Costituzionale del 1975. Questa sentenza stabilisce la “differenza tra un embrione e un essere umano”, sancendo la priorità garantita alla salute della madre rispetto alla vita del nascituro. Fu un pronunciamento di enorme importanza, che aprì la strada a una nuova comprensione legale della questione. Successivamente, il 22 maggio 1978, veniva approvata la legge 194, una normativa che riconosce alla donna il diritto di interrompere la gravidanza indesiderata gratuitamente e in una struttura pubblica. Questa legge, frutto di anni di battaglie sociali e politiche, ha rappresentato un cambiamento epocale, garantendo un accesso legale e sicuro all'aborto, e tentando di porre fine alla pratica degli aborti clandestini, che prima di allora mieteva innumerevoli vittime tra le donne.

Manifestazione storica per il diritto all'aborto in Italia

Il periodo precedente e immediatamente successivo all'approvazione della Legge 194 fu caratterizzato da un intenso dibattito pubblico, e la musica non fu esente da questa effervescenza. Molti artisti scelsero di esprimere la propria posizione, a volte in modo controverso, a volte con grande sensibilità, ma sempre riflettendo le tensioni e le speranze di quel periodo storico. Le canzoni di quel tempo sono preziose testimonianze di come la società italiana vivesse la transizione verso una maggiore consapevolezza e autonomia femminile, affrontando temi che fino ad allora erano stati tabù o relegati alla sfera privata.

Voci Storiche della Canzone Italiana: Tra Denuncia e Introspezione

Il panorama musicale italiano ha offerto diverse interpretazioni del tema dell'aborto, alcune delle quali sono diventate vere e proprie icone di un'epoca. Tra le prime e più discusse si annovera “No!” di Renato Zero. Un giovanissimo Renato Zero, in quello che è forse il suo primo videoclip ufficiale, fa parlare, in una canzone non propriamente riuscita, un feto, che si rivolge alla madre. Questo brano si posizionava agli antipodi di quelle che sarebbero state le canzoni di denuncia e di lotta a favore dell'autodeterminazione, adottando una prospettiva che metteva in risalto la voce del nascituro.

Canzoni come quella di Renato Zero riflettono un aspetto del dibattito che poneva in primo piano la vita dell'embrione, creando una contrapposizione emotiva e morale. Questo tipo di approccio, seppur spesso oggetto di critiche per la sua narrazione monodirezionale, ha contribuito a evidenziare la complessità del tema e le diverse sensibilità presenti nella società. La scelta di dare voce al feto è stata un espediente narrativo potente, mirato a stimolare una riflessione profonda sulla sacralità della vita e sul valore dell'esistenza fin dai suoi primi stadi. Tuttavia, la sua "non propriamente riuscita" natura, come descritta, suggerisce che il brano potrebbe non aver colto appieno le sfumature e le esigenze di un dibattito così delicato.

Giovanna Marini durante una performance

In netto contrasto, vi è stata la canzone di Giovanna Marini, “Morta per procurato aborto”. La rocker senese, in realtà cantautrice di ricerca, parte con il botto: “Morta per procurato aborto” è una delle tracce del suo primo album. Questa è una canzone del 1976, e la data merita di essere contestualizzata con grande attenzione. L’anno precedente, Adele Faccio ed Emma Bonino, del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto - il centro che organizzava viaggi per abortire a Londra e gestiva cliniche clandestine - erano state arrestate. Questo fatto di cronaca aveva portato il tema dell’aborto (ancora più) alla ribalta dell’attualità, accendendo i riflettori sulle condizioni disperate di molte donne costrette a ricorrere a pratiche illegali e pericolose. Il testo della Marini non risparmia elementi di estremo realismo: “il sangue delle donne” è più volte citato, enfatizzando la brutalità e la tragedia di questi interventi clandestini. È la prima canzone riuscita della nostra selezione, anzi, un assoluto capolavoro. Rappresenta una cruda denuncia delle conseguenze delle leggi restrittive, mettendo in luce le sofferenze e i sacrifici delle donne, e dando voce a una lotta per la dignità e la sicurezza. Michele di Fiò, cantautore d’area e sorta di Venditti nero, dedicherà anch'egli una “Anna” al tema dell’aborto, inserendosi in questo filone di denuncia sociale.

Un'altra canzone pre-1978, cantata in seconda persona singolare, si rivolgeva direttamente all'”interessata”, ed era un brano di Francesco Guccini. In questa composizione, Guccini ci mette dentro tanto, tutto: la società e la famiglia, padri e madri, “noi” e “voi”, la politica e il tavolo di marmo, la vergogna e l’urlo soffocato da paure e rimorsi. Tanto, tutto: forse troppo. Il suo approccio era quello di un'analisi profonda e onnicomprensiva del contesto sociale e culturale che circondava la donna di fronte a una scelta così difficile. Sebbene il testo non citi esplicitamente un titolo legato al tema dell'aborto per Guccini, la descrizione riflette la sua capacità di catturare l'ampiezza delle pressioni sociali e personali che influenzano tali decisioni. Efficacissimo è, nel suo stile, l'uso di un aggettivo come “ignobile” traslato, utilizzato come sinonimo di “spicciola” o “trascurabile”, per descrivere la percezione sociale o politica del problema. Questo dimostra come l'artista fosse in grado di intessere la questione personale in un più ampio discorso sulle ipocrisie e le superficialità della società.

Vi è poi l'approccio di un Faber elegante, allusivo, che scrive e canta in punta di pennello. Tuttavia, è importante notare che, per quanto la sua musica sia spesso intrisa di tematiche sociali e umane profonde, il tema dell’aborto è appena accennato in alcune sue opere e la canzone in questione non parla di quello in modo diretto e prevalente. Questo ci ricorda che non tutte le canzoni che sembrano toccare il tema lo fanno esplicitamente, e l'interpretazione può variare. Meravigliosa canzone, che si apre con un efficace vocativo rivolto, manco a dirlo, all’ennesima “Anna”, mostrando come anche l'allusione e la suggestione possano toccare corde profonde senza una trattazione esplicita.

Gli anni della lotta sono passati. Tra gli anni ’70 e i ’90, ai loro albori c’è stato il decennio del riflusso. Se la canzone d’autore cerca di spaziare, di dare risposte, di creare un sistema, la canzone pop vive in un orizzonte più ristretto, quello della coppia. Del genere “sono contento che tu non abbia abortito” / “fosse dipeso da me l’avremmo tenuto” e simili. La cronologia assoluta dice che una canzone definita del “De Gregori nero” è della seconda metà degli anni ’90. Questo filone più intimo e relazionale riflette una fase in cui il dibattito si spostava dalla piazza alla dimensione più personale e spesso conflittuale della coppia, esplorando le conseguenze emotive delle decisioni sulla gravidanza. Queste canzoni, sebbene meno esplicitamente politiche, contribuivano comunque a mantenere viva la riflessione sulle implicazioni personali dell'aborto.

La Reazione Globale: Artisti Internazionali e la Battaglia per i Diritti Riproduttivi

Il rovesciamento della sentenza Roe v. Wade negli Stati Uniti, che per quasi 50 anni aveva garantito il diritto costituzionale all'aborto, ha innescato un'onda di shock e protesta a livello globale, e il mondo della musica ha risposto con forza e unità. La decisione della Corte Suprema ha cancellato quasi all’improvviso diritti garantiti da mezzo secolo negli Stati Uniti, trasformando il panorama legale e sanitario per milioni di persone. Questo evento ha avuto conseguenze distopiche quasi immediate, come la già citata bambina di 10 anni che ha dovuto passare i confini dell’Ohio per un aborto dopo essere stata stuprata. Diverse donne in stato interessante hanno implorato i propri medici di salvarle nel caso le gravidanze si fossero rivelate pericolose per la loro vita, evidenziando il terrore e l'incertezza generati da tali restrizioni. Otto Stati hanno messo del tutto fuorilegge la pratica medica abortiva, mentre quattro altri hanno vietato l’aborto dopo la sesta settimana di gravidanza, creando un mosaico di diritti disomogeneo e precario.

Artisti internazionali protestano per i diritti riproduttivi

Nel corso di queste settimane e mesi, molti musicisti hanno protestato e perorato il diritto all’aborto, usando la loro piattaforma per sensibilizzare, raccogliere fondi e denunciare. Quinnie è un esempio emblematico di questa reazione. All’inizio dell’estate, Quinnie aveva condiviso un’anteprima di una sua canzone intitolata "Touch Tank". “Lui è così bello quando me la lecca”, canta su una base di chitarra delicata. “È un ragazzino dalla pelle dorata, con la camicia fresca di bucato. Mi dice che sa essere dolce quando vuole”. Decine di migliaia di utenti l’hanno utilizzata nella app e il pezzo aveva avuto ancora più preordini su Spotify, tutti indicatori che segnalavano un successo annunciato del singolo, che sarebbe uscito solo il 1° luglio. Per Quinnie, che non pubblicava musica da solista dal 2019, il passaggio da un numero di streaming quasi inesistente a un successo pressoché certo è stato surreale. A pochi giorni dal lancio, però, la Corte Suprema ha annullato la sentenza Roe vs Wade. Di colpo a Quinnie è parso sbagliato pubblicare un pezzo che parlava di sesso occasionale mentre milioni di persone nel Paese perdevano l’accesso a trattamenti medici sicuri per l’interruzione di gravidanza. «Non mi pareva giusto cantare di sesso mentre tutto ciò stava accadendo», ha spiegato, sottolineando che comunque difficilmente il bando dell’aborto la toccherà, essendo lei del New Jersey, ma al momento residente in California. «Mi faceva sentire a disagio l’idea di andare online a dire che il sesso è fantastico. Mi sono vergognata e sentita colpevole al pensiero di pubblicare la canzone». Per questo Quinnie ha deciso di donare tutti i ricavi della prima settimana di streaming all’Indigenous Women Rising Abortion Fund. «È un modo per dare un senso alla canzone», ha detto. «Coltivare buone relazioni sentimentali e sessuali non è scollegato al fatto di avere diritti che tutelano il tuo corpo nel tuo Paese. Sono due grosse tessere dello stesso puzzle». Alla fine della prima settimana dall’uscita, "Touch Tank" aveva accumulato più di tre milioni di streaming e Quinnie è stata in grado di donare circa 13 mila dollari all’associazione che tutela il diritto all’aborto.

Quinnie è solo una delle dozzine di artisti che hanno utilizzato i propri account per scagliarsi contro la decisione della Corte Suprema, fra cui Kendrick Lamar, Phoebe Bridgers, Lorde, Billie Joe Armstrong, Pearl Jam, Taylor Swift, Megan Thee Stallion, Harry Styles, Eminem e Mariah Carey. Nel corso della sua esibizione a Glastonbury, a fine giugno, Olivia Rodrigo ha citato i nomi dei cinque componenti della Corte Suprema che hanno votato per cancellare la sentenza, invitando sul palco Lily Allen per mandare, insieme, un messaggio di fuoco con la sua canzone del 2009 "Fuck You". Dal canto suo, Lizzo ha unito le forze con Live Nation per donare un milione di dollari a Planned Parenthood e Abortion Rights, mentre i Rage Against The Machine hanno devoluto 475 mila dollari a gruppi che lottano a favore della causa in Illinois e Wisconsin.

Halsey ha raccolto più di 136 mila dollari per il National Network of Abortion Funds, mettendo all’asta cinque suoi dipinti originali realizzati durante il recente Love and Power Tour. I Paramore hanno annunciato la donazione di parte del ricavato dai biglietti per il loro tour autunnale a varie organizzazioni per la tutela del diritto all’aborto. Gracie Abrams, che all’inizio dell’anno è stata in tour con Olivia Rodrigo, tramite i propri social ha condiviso informazioni e link per donare fin dal primo momento. E ha detto a Rolling Stone che anche se la bozza del parere diffusa in anticipo avrebbe dovuto prepararla alla notizia, ne è rimasta comunque sconvolta. «È stato un pugno allo stomaco e credo che pochi se lo aspettassero», ha spiegato. «Quando è svanito lo shock iniziale, è montata la rabbia. L’idea che il governo prenda decisioni sulla salute dei cittadini che dovrebbero essere strettamente personali non è solo un passo indietro, ma è invasiva e lesiva degli interessi soprattutto di chi si trova in una situazione di necessità», ha continuato. Così Abrams ha lanciato una t-shirt in edizione limitata i cui ricavi andranno tutti al National Network of Abortion Funds. «È solo un aspetto nell’ambito di una controffensiva antidemocratica che sta prendendo piede nel Paese. Dobbiamo tutti fare la nostra parte affinché la nostra democrazia sopravviva». Ha aggiunto: «Adesso la cosa più importante è ascoltare il parere degli esperti: dottori, avvocati e attivisti, specialmente quelli che sono stati in prima linea per decenni». Ha sottolineato che «la disinformazione è una degli ostacoli maggiori. Quello che posso fare ora è usare la mia posizione per dare loro voce. Ed è qualcosa che possiamo fare tutti, indipendentemente dalle dimensioni del pubblico a cui ci rivolgiamo».

Dopo il verdetto, Margo Price ha pubblicato su Bandcamp la sua canzone "Fight to Make It", con featuring di Mavis Staples e Adia Victoria. Tutti i ricavi degli streaming e degli acquisti andranno a Noise for Now, organizzazione no-profit che collega artisti ed enti che si occupano di diritto all’aborto.Il pezzo, ha spiegato Price a Rolling Stone, è stato scritto col marito Jeremy Ivey verso il 2018, per parlare dei problemi di genere e razza ancora irrisolti negli Stati Uniti. Era stata pensata per la voce di Ronnie Spector, che aveva acconsentito a registrare la canzone poco prima della sua morte, a gennaio, a 78 anni di età. Staples e Victoria si sono poi prestate a partecipare al brano. Quando, a fine giugno, è arrivata la notizia del verdetto, le tre hanno concordato che «la canzone deve uscire adesso» e deciso di dare in beneficenza i guadagni derivanti dal pezzo. «È interessante come l’accaduto abbia reso il testo ancora più potente», ha detto Price. «Penso che ci siano problemi irrisolti da tanto tempo, ma di recente molti stanno venendo a galla». In un comunicato che annunciava la canzone, Price si è scagliata in particolare contro i paladini pro-life, sottolineando che gli Stati Uniti non solo hanno il quoziente più elevato, fra i Paesi sviluppati, di mortalità della madre durante il parto, ma le donne di colore sono tre volte più esposte a quel rischio rispetto alle donne bianche. «Penso che tutti debbano essere più informati sull’argomento», ha affermato Price. «Quelli che dicono di essere pro-life, cosa intendono?». Questa reazione collettiva del mondo musicale dimostra come l'arte possa trasformarsi in un potente strumento di attivismo e solidarietà, trasformando la musica in un mezzo non solo di intrattenimento, ma anche di lotta per i diritti civili e umani.

Don Backy e la Voce del Non Nato: Una Riflessione sulla Vita e l'Arte

Mentre molti artisti contemporanei hanno espresso la loro solidarietà e la loro protesta a favore dei diritti riproduttivi, altre voci nel panorama musicale hanno scelto di affrontare il tema dell'aborto da una prospettiva differente, focalizzandosi sul valore della vita nascente e sulla riflessione intima delle conseguenze di tale scelta. Tra queste, spicca la figura di Aldo Caponi, in arte Don Backy, che con la sua canzone "Nel vento" offre un punto di vista profondo e toccante, dimostrando che la capacità di scrivere canzoni significative non sbiadisce nel tempo, e il coraggio non perde vigore.

Sarà che l’Italia della musica non è Paese per giovani: ma fa specie che venga da Aldo Caponi la faccenda più valida, e più coraggiosa, degli ultimi tempi della nostra canzone. Fa specie perché Aldo Caponi alias Don Backy in agosto compirà 78 anni: e però il suo "Pianeta donna" conferma quanto saper scrivere canzoni non sbiadisca nel tempo come nel tempo non perda vigore il coraggio, se uno ce l’ha. In fondo l’autore di "Canzone", "Casa bianca", "L’immensità" potrebbe starsene seduto a guardare in tv lo scempio dei talent: invece no, Don Backy scrive ancora e ancora osa. Perché a chiusa di un album di cultura musicale con testi puliti e arrangiamenti di gusto suonati davvero, dopo aver cantato con struggimento ("Brinderò") o classe ("Arriva Maria") vari aspetti della femminilità fra prog ("Rapsodia in red"), canzone d’autore ("Rapsodia") e pop frizzante ("Farfalla"), Don Backy attacca "Nel vento".

Don Backy ritratto

E tale ballad tesa dice così: «Avrei voluto anch’io una mamma per cui non fossi stato un dramma… Il primo giorno all’asilo avrei letto nel suo sguardo “Tranquillo amore, non ti perdo”… Chissà, avrei potuto salvare vite… Invece senza un pianto sono volato via nel vento». Don Backy canta l’aborto, ma lo fa attraverso la voce del non nato. Egli rimarca i valori della vita sfidando il nichilismo di certa cultura moderna, e pure giustapponendovi subito dopo «Pregherò per te che hai la notte nel cuor», la sua prima interpretazione del brano di Ben E. King che tradusse 55 anni fa per Celentano. Questo accostamento crea uno scarto significativo rispetto alle denunce facili di Sanremo, mostrando una profondità e una coerenza artistica rare. Don Backy sa scrivere canzoni, e comprende quanto possano valere.

Ma come nasce "Nel vento"? Don Backy stesso spiega: «Nasce a Firenze qualche anno fa leggendo di una coppia che aveva lasciato morire un neonato perché non lo voleva. Lì ebbi il primo impulso a trattare il tema dell’aborto». Ha continuato: «In seguito ho riletto "Lettera a un bambino mai nato" della Fallaci e mi si è risvegliato un dolore intenso, che ho sentito necessario cantare. Con rispetto per chi non la pensa come me, e però anche per far sì che altri ci possano riflettere su». La scelta di accostare questo brano a "Pregherò" non è casuale, come sottolinea: «Certo non è un caso… nel disco lo lego alla preghiera. Pregherò qui spera che Dio guardi anche alle tragedie dell’aborto». Questa scelta denota un desiderio di stimolare una riflessione profonda e spirituale sul tema, al di là delle posizioni ideologiche.

La sua visione sulla musica è chiara: si possono ancora scrivere canzoni forti e diverse. «Penso di sì: forse però si sono esauriti gli autori davvero capaci di far riflettere anche in semplicità risultando accessibili ai meno colti, di solito i più bisognosi d’aiuto per capire la vita. Ma dopo Modugno o Endrigo la canzone è divenuta modo di far quattrini con la tecnologia che permette a chiunque strimpelli una chitarra di farsi un disco in cantina». Don Backy si sente l’ultimo dei Mohicani in questo panorama. Non si ritiene un compositore nel senso accademico: «Siamo partiti dal rock, ci bastava poco. Scrivo sempre sul giro di Mi, Paoli scrive sempre sul giro di Do. Dopo di noi è arrivata gente più colta che però è andata in cerca di armonie complicate, rendendo le melodie schiave di schemi. Ma una melodia si fa con poco, pensi alla canzone napoletana». Questa riflessione critica sulla modernità musicale evidenzia la sua convinzione che la semplicità e la capacità di comunicare emozioni dirette siano elementi fondamentali per una canzone che voglia lasciare un segno.

La politica, secondo Don Backy, ha sempre giocato un ruolo nella scena musicale italiana, influenzando carriere e percezioni. «C’entra la politica. Io sono anarcoide, ma certo non di sinistra… L’immensità era parte esplicita di una quadrilogia sull’amore spirituale, e Sognando fu il primo brano in Italia sulla malattia mentale nel ’71: ma nulla fu notato, solo chi si schiera ha aiuti». Il suo brano "Sognando" fu un caso emblematico. Mina lo incise dopo cinque anni di rifiuti da parte di altri. «Fu quel brano a farmi inserire tra i reietti. Ed è una storia vera: uno choc provato da bimbo a Pecorari vicino Salerno quando fuggivo dall’asilo passando di fianco al manicomio. Quei volti rasati, quelle mani che si allungavano… Flash riportatimi alla mente dopo un concerto a Roma nel ’71, quando vidi un ragazzo autistico e ancora quella malattia era senza nome. Lì scrissi il brano, che Detto Mariano mi fece incidere a patto di non entrarci per nulla: tutti avevano detto “No per carità, parlare dei matti”… Mina lo ascoltò per caso e invece lo incise. Però Mina poco tempo fa ha pure detto no a Nel vento…», a riprova delle complessità e delle dinamiche del mondo discografico e delle scelte artistiche.

Nonostante le difficoltà e le scelte personali, la passione per la musica e la necessità di esprimersi rimangono. «Mi appaga proporre da anni i suoi Cd solo sul web? Per nulla. È pura passione, devo esternare quanto vivo. Stavolta almeno ho trovato Egea a distribuire questo disco di canzoni dedicate alle donne». La sua dedizione all'arte è indissolubile. A proposito di Mina, egli non la considera la più grande donna della canzone, bensì «No, abbiamo perso di vista Milva: grande vocalità, potente, sicura, e intensità espressiva superiore. Le devo molto ed è stata grande: veniva da un paesello, è diventata una signora. In musica ma pure a teatro».

Il futuro di Don Backy include la ripubblicazione da parte dell’editore Clichy di "Io che miro il tondo", che fu cinquant’anni fa il primo libro di un cantante italiano. E MD edizioni riproporrà proprio "Sognando", nella sua versione favola per ragazzi. "Sognando" fu incisa da Mina nel ’76, insieme a "Nuda". Si parlava di fragilità, disagio davanti al successo. Era brano per Mina o autobiografia di Don Backy? «Non ho mai scritto per altri, semmai faccio versioni al femminile come per Nel vento: vorrei fosse cantata da una donna interpretando la tragedia della madre che rinuncia al figlio. Quindi Nuda sì, sono io, siamo noi artisti». Questo rivela la sua profonda empatia e la capacità di immedesimarsi nelle esperienze umane, anche quando non direttamente vissute, per trasformarle in arte.

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