Il dolce sussurro di una ninna nanna, spesso riassunto nella semplice ma profonda frase "la ninna nanna ti voglio cantar", evoca un'immagine universale di cura, amore e protezione. Questa espressione non si riferisce a un singolo brano specifico, ma incapsula l'essenza di un genere musicale antico quanto l'umanità stessa. Il termine stesso, "ninna nanna", è definito nell’enciclopedia Treccani come una "Nenia, cantilena dal ritmo monotono e cadenzato, con la quale si cullano i bambini cercando di addormentarli". Le parole "ninna nanna" ricorrono frequenti come intercalare in queste melodie, che in musica rappresentano un breve componimento in movimento moderato, con ritmo pari, generalmente in misura di 6/8, ispirato proprio alle nenie che si cantano ai bambini. Una ninna nanna di Mozart o di Chopin, ad esempio, rientra in questa categoria formale, dimostrando come questo genere abbia attraversato secoli e culture, mantenendo intatta la sua funzione primordiale. Cantare una ninna nanna al proprio bambino che fatica a prendere sonno è una pratica molto antica ed è tuttora presente in culture diversissime per territorio geografico, per linguaggio, tradizioni e storia, rappresentando forse il genere musicale più cantato al mondo. Di ninnenanne se ne trovano infatti moltissime nella cultura popolare di tutti i popoli.

Le Origini Profonde e i Benefici di un Canto Antico
La storia della ninna nanna affonda le sue radici in tempi remotissimi. Tra i canti diffusi sulla terra, la ninna nanna è quella di cui abbiamo notizie che risalgono più indietro nel tempo. Se le testimonianze latine datano al IX secolo dopo Cristo, disponiamo addirittura di una tavoletta sumerica risalente al 500 a.C. a testimonianza della sua antichità. È curioso notare come la parola usata per definire questi canti si assomigli in molte terre, lontane l’una dall’altra, indicando una risonanza quasi archetipica di questa pratica.
Il primo e più evidente effetto della Ninna Nanna resta comunque quello di indurre il bambino al sonno: essa è una melodia rasserenante cantata ai bambini per farli addormentare. L’idea alla base è che un canto eseguito da una voce familiare induce i bambini ad addormentarsi. Ma i benefici di questa pratica vanno ben oltre il semplice addormentamento. Il feto è in grado di percepire i suoni esterni già a partire dalla 27esima settimana di gestazione. Dolcemente dondolato dal liquido amniotico, nel suo continuo essere cullato è contemporaneamente immerso in un lago di suoni. Già nella pancia della mamma il piccolo è avvolto e accarezzato da un bagno sonoro, una sinfonia continua ininterrotta, rassicurante, fatta di rumori prodotti dal corpo materno e da altrettanti esterni, primo fra tutti la voce della mamma. Ed è la stessa voce della mamma ad essere il ponte, il potente collegamento fra “prima” e “dopo” la nascita. Per il feto non sono percepibili tanto le singole parole quanto altezza, intensità e timbro, quindi la “melodia” linguistica: la voce materna è soprattutto musica e ritmo. Ciò che lo coinvolge maggiormente sono proprio il tono e la melodia. I suoni acuti vengono “distorti”, tutti tranne uno, la voce della mamma (che gli arriva contemporaneamente da dentro e da fuori), l’unica di cui il bimbo riesca a percepire i toni acuti. La voce della mamma, i rumori di mamma (il respiro, il battito del cuore,…) ascoltata per i lunghi mesi dell’attesa, desiderata, riconosciuta, ritrovata ha in sé la capacità di riportare il piccolo alla protezione che nel ventre materno lo ha accompagnato.
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La ninna nanna è un canto popolare che viene dal cuore e presenta delle caratteristiche specifiche. Innanzitutto viene cantata quando c’è un contatto corporeo, che trasmette oltre al messaggio uditivo una stimolazione plurisensoriale fatta di calore, di odore, di stimolazione vestibolare che accompagna il dondolio e facilita l’addormentamento. Anche quando il bambino non è tenuto in braccio c’è una vicinanza che porta oltre al messaggio uditivo anche quello affettivo visivo. La ninna nanna viene cantata dalla mamma ma anche dalla nonna, dalle zie, dalle sorelle, e secondo una conquista culturale del nostro tempo anche dal padre, dal nonno eccetera. Chi canta sente inevitabilmente un richiamo al passato, ad un tempo precedente a cui attingere queste poche strofe imparate spesso in forma dialettale, perché appartenenti alla propria regione o paese di nascita, ascoltate e riascoltate, mandate a memoria assieme al ricordo di quella voce particolare e della persona a cui apparteneva. Brevi cantilene ripetute con tempi lenti, con ritmo regolare, senza cambiamenti, con un’intensità di suono lieve, a predisporre il sonno del bambino.
Il ritmo della ninna nanna è tranquillo, calibrato sul battito cardiaco della mamma, la quale spesso cullando il piccolo lo tiene appoggiato proprio sul cuore. Il testo è molto semplice, fatto di poche parole, facili suoni onomatopeici o termini inventati per il piccolo che ancora non capisce la lingua. Non è tanto importante il significato delle parole, quanto il loro suono e l’intonazione con cui le si pronuncia. Velocità e volume della voce sono decrescenti: ciò favorisce ed accompagna il passaggio dall’attività di veglia a quella di primo stato di sonno che avviene a livello cerebrale. La ninna nanna nel corso dei secoli è diventata un vero e proprio genere letterario. È una musica soave, dolcissima che condurrà i bambini nel mondo dei sogni in modo rilassato e tranquillo; stare vicino ai propri piccoli e cantare loro una ninna nanna è il modo migliore per fare in modo che affrontino il momento del sonno nel miglior modo possibile.
Oggi, tuttavia, le ninne nanne si ricordano sempre meno, perché più frequentemente vengono usati carillon di sola musica o anche registrazioni con canto vocale. Si carica lo strumento con una chiavetta, oppure ancora più velocemente si spinge un tasto e si lascia il bambino che ascolta, da solo, una voce che non è della famiglia, non è stanca della giornata trascorsa, non ha preoccupazioni per il giorno dopo, insomma una voce di melensa stereotipia, uguale a comando per tutte le occasioni. Questo contrasta con la natura intima e personalizzata della ninna nanna tradizionale, che ha un valore affettivo e culturale inestimabile.
Esempi di Testi e Tradizioni: Frammenti di Canti Ninnanti
Sebbene il titolo dell'articolo sia una formula generica, è possibile trovare frammenti di testi di ninne nanne che ne illustrano la semplicità e la profondità affettiva. Un esempio classico, che riflette la struttura ripetitiva e i temi tipici di questi canti, è:
"Nanna pò, nanna pò, Nanna po’, nanna pòstu fio meu a cci lu do, questo figlio a chi lo doe lu do alla befana e lo do alla befanacu se lu tene nna settimana, che me lo tenga una settimana,e lu do al bove nero o lo do al bove nerocu se lu tene n’annu ntero che me lo tenga un anno interonanna po’, nanna po’."
Un altro frammento evoca immagini di benedizione e bellezza, tipiche dei canti augurali e delle ninne nanne:
"Oh Dio quanto è benedetta questa casaÈ nata ‘na bellissima creatura: in essa è nata una bellissima creaturaciunca la vide se rimane all’erta, chiunque la veda rimane sbalorditoci non è nnamurato, se ‘nnamura. Chi non è innamorato, se ne innamoraHai vistu mai la rosa quannu è pperta? Hai visto mai una rosa aperta?Cusì è la facce de quidda creatura. Così è il viso di quella creatura.È bella ed è ngraziata e crisce onesta, È bella, ha grazie e cresce onesta,Diu cu li manna ‘na bbona fortuna. Sia benedetto ci fice lu munnu Sia benedetto chi creò il mondo.Comu lu seppe be…"
Questi testi, spesso in dialetto, vengono tramandati oralmente, acquisendo sfumature e adattamenti a seconda della regione e della famiglia. Essi sono una testimonianza del grande patrimonio culturale di tutta la Puglia, come di molte altre regioni italiane, e si affiancano ad altri canti popolari che narrano le vicende della vita quotidiana, del lavoro e delle festività.
Dal Silenzio della Culla al Ritmo Travolgente del Salento: La Pizzica come Espressione di Musica Popolare
La riscoperta di questo "patrimonio culturale" e di tutta la musica popolare ha contribuito alla nascita di diversi gruppi musicali e tantissime produzioni artistiche che ancora oggi allietano le serate nelle piazze salentine. Proprio come la ninna nanna è un'espressione intima e universale della musica popolare, la pizzica rappresenta un'esplosione collettiva e radicata nella tradizione del Salento. Oggi la pizzica si balla in tutte le piazze, tra i vicoli dei centri storici, nelle masserie, negli agriturismi, sul mare e sulle spiagge, nelle feste patronali: si balla sempre e solo pizzica! Ma cos’è realmente la pizzica?
La pizzica, quella che si balla oggi nelle piazze e tra i vicoli dei borghi del Salento, è una danza popolare che nasce dalla musica tradizionale salentina e dal tarantismo. Come tutti i balli ha figure e movimenti diversi a seconda del tipo di pizzica. La caratteristica principale e comune a tutti è il ritmo incessante del tamburello, un suono atavico dalla cadenza ritmata che riesce a risvegliare il desiderio inconscio di lasciarsi andare, un suono che ci riporta nei più profondi abissi del nostro passato più recondito restituendoci un vero e proprio beneficio. Sembrerebbe infatti, che il ritmo del tamburello non sia altro che la rievocazione o l’imitazione del ritmo del cuore, il primo suono che l’orecchio umano sente prima ancora di nascere, nel grembo materno! Questo parallelo con il battito cardiaco materno crea un legame profondo tra la pizzica e le sensazioni primordiali di cui anche le ninne nanne sono portatrici, seppur in modi molto diversi. E se in passato il tamburello ha accompagnato la storia più antica dell’uomo attraverso sacerdotesse e riti propiziatori, anche nelle feste dionisiache, oggi i cultori di queste tradizioni e della pizzica sono tantissimi. Nel bene e nel male quindi la pizzica oggi è divenuta un aspetto fondamentale dell’identità salentina che attrae ogni anno un numero sempre più numeroso di turisti da tutto il mondo.

Il Tarantismo: Dalla Malattia al Rituale Terapeutico
Le radici della pizzica affondano negli antichi riti dionisiaci dei nostri avi e, attraverso i secoli, nel medioevo probabilmente confluirono nel tarantismo, quindi nella credenza popolare degli effetti terapeutici della musica. La pizzica è una danza popolare e come tutte le “arti popolari” nasce e si sviluppa nel popolo e dalle sue sofferenze trae la sua forza vitale e ne diventa parte integrante. La pizzica taranta, infatti, è il ballo terapeutico capace di curare gli attarantati, cioè coloro i quali erano stati punti dalla tarantola.
Il tarantismo era uno stato di malessere, isteria ed inquietudine che assaliva alcune donne (soprattutto donne) all’inizio di ogni estate, condizione causata dalla puntura di una particolare specie di ragno molto diffuso in tutto il Mediterraneo, la tarantola appunto. Era durante le messi nelle calde ed afose giornate di giugno, che la tarantola pungeva e la donna, l’attarantata, reagiva appunto con uno stato di malessere e di agitazione alleviati soltanto attraverso un vero e proprio rito accompagnato dal suono del tamburello e del violino. La voce in paese si spargeva e le vicine si radunavano in casa della malcapitata. Quindi si convocavano i suonatori i quali, al ritmo incessante dei loro diversi strumenti, cercavano di carpire quale ritmo risvegliasse lo spirito della taranta. L’attarantata infatti, ascoltando il suono poteva ballare o semplicemente agitarsi forsennatamente, anche per vari giorni, fino a quando una volta pacata si poteva dire guarita. È la terra del Rimorso infatti, il Salento, la terra della sofferenza e delle privazioni che ritornano inesorabili…la donna con le sue frustrazioni ed il suo stato subalterno… e forse, la taranta è solo il simbolo di tutto ciò.
Il tarantismo fu il fenomeno che si divulgò nel Medioevo e che trovò anche il modo di amalgamarsi con la fede religiosa. Nel 1700 a Galatina si diffuse il culto per San Paolo che, secondo la credenza, guariva gli attarantati. Ogni anno l’appuntamento era (ed è ancora oggi ma con toni leggermente diversi) a Galatina nella cappella di San Paolo il 29 di giugno. Qui le attarantate di tutto il Salento venivano per essere guarite bevendo l’acqua del pozzo adiacente la cappella (un’acqua benedetta), accompagnate dai musicanti-terapeuti, ballavano la pizzica lasciandosi trasportare dal suono del tamburello e dei violini, mimando i movimenti della tarantola, libere da condizionamenti. Il tutto era rappresentato sino all’eccesso, lo stato di depressione ed agitazione, l’isteria, lo stato di torpore, le urla. Ma alla fine il Santo faceva il miracolo.
La Rinascita e la Globalizzazione della Pizzica
Dopo gli anni sessanta i tarantolati vennero considerati “fenomeni” di arretratezza culturale, e il tarantismo cadde in un periodo di oblio. È negli anni ottanta che invece si assiste ad una vera riscoperta e rivalutazione del patrimonio della pizzica. Una prima ricerca culturale e antropologica sul fenomeno della pizzica-pizzica e del tarantismo era stata fatta negli anni sessanta da Ernesto de Martino nella sua LA TERRA DEL RIMORSO, un vero e proprio studio sul fenomeno nel territorio attraverso l’ausilio di antropologi, organismi religiosi, psichiatri, medici, gente comune, attarantati.
Poi un periodo di oblio fino a quando, negli anni settanta in Italia, crebbe l’interesse per la ricerca sulla cultura popolare attraverso la nascita di un movimento nazionale di cui faceva parte anche la compositrice e insegnante di musica popolare Giovanna Marini. Fu tramite Rina Durante, scrittrice e una delle promotrici di un movimento nato per la riscoperta e la valorizzazione della cultura popolare salentina, che Giovanna Marini venne nel Salento, ne studiò i ritmi ed i suoni direttamente dalla voce della gente comune e ci ritornò più volte. Il Canzoniere Grecanico Salentino, il primo gruppo di ricerca folkloristica nato in Puglia, nacque nel 1975 proprio grazie alla collaborazione di Rina Durante.
Nel 1997 un gruppo di comuni della Grecìa Salentina e non solo, sulla base delle ricerche precedenti e sul crescente movimento di interesse che la pizzica stava assumendo, diede vita all‘Istituto Carpitella. La creazione di questo istituto rappresentava una risposta concreta a tutti gli “studiosi” della cultura popolare salentina i quali da tempo chiedevano la possibilità di raccogliere in un unico archivio sistematico l’intero materiale raccolto da diverse fonti e da diversi enti in modo da aggiungere anche il successivo materiale raccolto con i futuri lavori di ricerca. L’attività di ricerca era lo scopo principale e la promozione e la divulgazione sarebbero stati solo lo strumento per raggiungere tale scopo.
Da qui il passo successivo sancisce la nascita del grande Festival della NOTTE DELLA TARANTA, che dal lontano 1997 è l’evento simbolo dell’estate capace di catalizzare ad ogni edizione un pubblico sempre più numeroso. Nato dall’idea dei Comuni della Grecìa salentina e l’Istituto Carpitella, il festival si pone da sempre la promozione turistica del territorio salentino attraverso la valorizzazione del suo patrimonio culturale. Questo festival itinerante si svolge nell’arco dell’intera estate in alcune piazze del Salento e si conclude con il Concertone finale, una serata conclusiva trasmessa dalle reti nazionali dalla bellissima piazza di Melpignano. Alle diverse edizioni che si sono succedute nel corso degli anni hanno collaborato maestri concertatori di fama internazionale ed artisti altrettanto famosi come Ligabue, Diodato, Giuliano Sangiorgi, LP, Max Gazzè, ma solo per citarne alcuni. La Notte della Taranta ha portato la pizzica - pizzica nel mondo con un successo pubblicitario e mediatico senza eguali che ogni anno si ripete ad agosto con numeri sempre in crescendo. Dal 2004 con l’esperienza delle precedenti edizioni nasce anche l’Orchestra della Notte della Taranta che con sessanta musicisti salentini contribuisce a livello mondiale alla divulgazione della pizzica salentina nel mondo.
Forse questa grande popolarità ha i suoi limiti nel senso che la pizzica appare e viene accolta come il ballo che inebria con il ritmo incessante del tamburello, che trascina e trasporta in un mondo sensuale e ricco di fascino dove anche i giovani si riconoscono. Non dimentichiamo però la vera essenza della pizzica: il ritmo del Salento e della sua sofferenza, non lasciamo che diventi una moda. Dopo il periodo di oblio, via via che il fenomeno del tarantismo e la musica popolare entravano nel folklore salentino, la pizzica cominciò ad essere suonata, cantata e ballata tutto l’anno in ogni occasione pubblica o festiva. Alle “tarantate” si sostituirono ragazze in costumi folkloristici, esperte di questo ballo seducente. Nata quindi dal rito pagano dell’esorcismo delle “tarantate”, la pizzica ha progressivamente acquisito autonomia come forma ritmica e musicale, e soprattutto come fenomeno popolare.
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Le Molteplici Forme della Pizzica Salentina
Difficile, in questi ultimi anni, individuare una festa o una sagra, specie nel periodo estivo, che non comprenda l’esibizione di gruppi di suonatori e ballerini di pizzica nelle sue varianti. Secondo molti studiosi, la pizzica salentina è la versione più antica e originale della tarantella, che conosce celebri varianti nel Napoletano e in Sicilia. Le principali varianti includono:
Pizzica de CoreÈ una danza di corteggiamento, un’espressione caratteristica della tradizione popolare salentina. I due ballerini durante la danza sono molto vicini ma non si toccano mai. Tutto si svolge con scambi di sguardi provocatori, diversi movimenti che dimostrano l’uomo corteggiatore e la donna corteggiata, la quale, però, sfugge se questi prova ad avvicinarsi. Questo gioco di avvicinamento e distacco è intriso di sensualità e simbologia amorosa, rappresentando il rito del corteggiamento in una forma stilizzata e carica di significato.

Pizzica TarantataSecondo alcune credenze popolari il tarantismo era una malattia provocata dal morso della tarantola, questo piccolo ragno provocava uno stato di malessere generale. Durante il periodo della mietitura, le raccoglitrici di grano erano dunque esposte al morso velenoso di questo fantomatico animale. Solo la musica, danza e colori rappresentavano gli elementi fondamentali della terapia. Praticamente, un esorcismo musicale. Quando si riteneva che una ragazza fosse stata morsa dalla taranta si accompagnavano nella sua casa dei musici, o nella piazza pubblica, i quali con tamburelli, violini, organetti ed altri strumenti davano vita ad un ritmo frenetico con lo scopo di far ballare, cantare e sudare la ragazza fino allo sfinimento. Si credeva infatti che, mentre la “Tarantata” ballava per giorni, anche il ragno soffrisse e si consumasse fino a scoppiare. La tarantata si diceva, così, graziata da S. Paolo, veniva condotta presso la cappella del Santo, a Galatina (LE), beveva l’acqua sacra del pozzo adiacente ad essa e ripeteva simbolicamente un breve rito, come menzionato in precedenza.
Danza delle Spade o SchermaLa danza delle spade salentina secondo gli studiosi avrebbe origini molto lontane e sarebbe il risultato dell’amalgama di diverse culture, probabilmente di quella zingara con salentini insieme. Si tratta di una danza con la quale due contendenti mimano un vero e proprio duello seguendo il ritmo del tamburello e della fisarmonica. È un particolare genere che a differenza della pizzica non si balla in tutte le piazze ma la si può osservare soltanto durante la notte di San Rocco a Torre Paduli. Dalle prime ore del tramonto sino all’alba del 16 agosto, questo piccolo borgo dell’entroterra salentino, diventa il teatro di uno degli spettacoli più suggestivi dell’intera estate. In occasione della Festa di S. Rocco Torre Paduli nello spazio antistante il Santuario dedicato al Santo, le ronde dei danzatori si fanno spazio tra la folla e inizia la notte più lunga. Il ballo è costituito da un complesso rituale accompagnato dal suono di armoniche a bocca e degli immancabili tamburelli. I movimenti mimano un combattimento con i coltelli, (si narra che un tempo, venissero veramente utilizzati), simbolicamente sostituiti dall’uso di una forte gestualità delle mani (la punta dell’indice e del medio protese) e attraverso ampie movenze delle braccia. Quindi i danzatori si “sfidano” in una sorta di duello rusticano. Lo scopo della danza è cercare di colpire (è più uno sfiorare in verità) l’avversario, e ogni gesto, simula i movimenti tipici della lotta con i coltelli, seguendo fasi fisse del combattimento: provocazione, attacco, difesa, finte, colpi proibiti. Altre regole del combattimento sono: non voltare mai la schiena all’altro, essere sempre vigili e tenere bene le distanze. Sono coinvolti solo due ballerini che, vengono sostituiti uno per volta da qualcuno del pubblico, rendendo la danza un’esperienza partecipativa e dinamica.
Il Vasto Repertorio dei Canti Popolari Salentini
La tradizione popolare della pizzica salentina vanta un repertorio molto vasto di canti di lavoro, di serenate, canti d’amore e canti legati al ritmo del tamburello che guarisce dal morso della taranta. Con il proliferare di gruppi musicali tutte queste canzoni sono ormai conosciute e ballate da tutti qui in Salento. Spesso le stesse canzoni sono rivisitate e riproposte in chiave diversa a seconda dell’artista che le rappresenta. In ogni caso fanno parte del grande patrimonio culturale di tutta la Puglia.
Tra i titoli più suonati e cantati nel Salento figurano "Lu rusciu de lu mare", "Pizzicarella mia", e "Bedda Ci dormi". Questi brani, insieme a tanti altri, raccontano storie e sentimenti del popolo salentino.
Un esempio di canzone profondamente legata all'identità salentina è "Salentu terra mia" di Adriano Patera. È la canzone che l'autore ha voluto dedicare a tutti gli emigranti salentini, scritta nel dialetto locale, affinché chiunque volesse ascoltare questo brano non esiti a chiederlo. Questa melodia è un inno alla terra d'origine e al legame indissolubile con essa.
Un altro brano celebre è "Pizzicau lu core", una canzone specificamente creata per ballare la Pizzica te core, dove i passi di ballo dell’uomo che segue la donna vengono paragonati al corteggiamento dei colombi, rafforzando la metafora del corteggiamento presente nella danza.
"Pizzicarella" è senz’altro il brano più conosciuto e cantato nel Salento, divenuto quasi un simbolo della musica popolare locale, un inno che risuona in ogni festa e sagra.
Non solo canti legati alla pizzica o all'emigrazione, ma anche antiche canzoni popolari natalizie arricchiscono il patrimonio musicale salentino, e più in generale pugliese e meridionale. Ad esempio, "La Notti di Natali" è presente in tutti i libri di raccolta di canzoni siciliane, con una versione celebre nel “Corpus” del Favara: “E la notti di Natali c’è la festa principali - parturiu la gran Signura nna n’afflitta manciatura - mmenzu l’oi e l’asineddu fici a Gesù bammineddu, - e ognirunu lu biniricia: chistu è lu fruttu chi fici Maria”. Anche Pitrè la riporta nei "Canti siciliani" a pag. 459 al n. Il Favara le inserisce come canti di orvi. Queste melodie, antiche e profonde, rielaborate anche da artisti contemporanei come i Dioscuri, vengono ancora oggi cantate nei nove giorni antecedenti il Natale, la cosiddetta Novena di Natale, a dimostrazione della vitalità di queste tradizioni che continuano a tramandarsi di generazione in generazione.