BoJack Horseman, una delle serie più riuscite degli ultimi anni, è un universo complesso dove ogni elemento contribuisce a costruire una struttura di significati a più livelli. La musica, componente fondamentale di ogni serie televisiva ben riuscita, assume qui un ruolo chiave, anzi, molteplici ruoli: di sottolineatura, di parodia, di commento, di autocritica, di stimolo alla riflessione, o semplicemente di elemento comico. Questi momenti in cui la musica, in tutte le sue forme e concezioni, esce dai confini prestabiliti contribuiscono a rendere BoJack Horseman la grande serie che tutti amiamo, affrontando temi che vanno dalla routine allucinata del protagonista alla controversa questione dell'aborto, fino a toccare corde filosofiche profonde sul senso dell'esistenza.
BoJack Horseman: Un Universo di Significati e Musica
Come suggerisce il nome stesso, BoJack è un uomo-cavallo che si esprime con la voce ruvida di Will Arnett e abita in un mondo dove gli uomini convivono con animali antropomorfi. Questo gioco surreale funziona su più livelli, permettendo di estremizzare in chiave satirica quegli elementi contemporanei che popolano l'ambientazione realistica della serie. L'uomo-animale, infatti, amplia le prospettive narrative attribuendo spessore ai personaggi, che ragionano e agiscono secondo le loro due nature. La manager Princess Carolyn è una gatta, arrivista ed egoista sul lavoro, più malleabile nella vita privata ma orgogliosa della propria indipendenza maturata a forza di "cadere in piedi" tra le peripezie della vita. Mr. Peanutbutter è un cane, un labrador giallo, un eterno cucciolo entusiasta e affettuoso ma incapace di mantenere una relazione proprio perché, come gli fa notare l’ex-moglie Diane, le donne di cui si innamora crescono mentre lui rimane lo stesso. In ultima analisi, l'animale parlante richiama l'amichevole "weird" che ci si aspetta da una serie animata e offre quegli spazi comici indispensabili per costruire quel contrasto su cui si regge lo show: a dispetto dei suoi personaggi da fiaba o da film per famiglie, BoJack Horseman è una serie profondamente drammatica.
BoJack, come si premura di ricordare a chiunque incontri, è stato la stella di una sitcom anni ’90, Horsin’ Around, ritratta con colori pastello, battute preconfezionate e buonismo d’ordinanza. Vive di rendita coi guadagni di allora in una meravigliosa villa di Hollywood, ma la sua popolarità è colata a picco e la sua vita si è ridotta a una sequenza ben rappresentata dalla straniante sigla d’apertura: alcool, droghe, feste, eventi e persone che gli scivolano intorno senza che lui sia veramente presente. C’è un richiamo evidente alla bulimica industria hollywoodiana, un mattatoio dove nessuno ha pazienza e dal quale escono solo i più risoluti o fortunati. Tuttavia, l'approfondimento del personaggio va al di là della sua dimensione pubblica e del suo mestiere. BoJack è un attore brillante, ma anche un uomo infelice, distaccato, pessimista, tormentato dalla colpa eppure incline a ricadere nei medesimi errori. Depresso, in una parola, anche se la diagnosi non viene pronunciata nemmeno una volta nelle cinque stagioni della serie. A dispetto delle comuni leggi che governano le trame, in BoJack non c’è nessun cammino dell’eroe, nessuna redenzione e nessun lieto fine: è una storia di fallimenti e gli sporadici spiragli di luce servono solo a catturare lo spettatore in un cliffhanger che si risolve, immancabilmente, in una caduta nel vuoto.
La Sigla d'Apertura: Il Riflesso della Routine Allucinata
Nella sigla, che come sempre serve ad introdurre e illustrare i contenuti della serie, BoJack si alza dal letto e viene trascinato, quasi controvoglia, attraverso le situazioni quotidiane. Vediamo la sua casa, e le persone che vi circolano in quegli episodi; il luogo in cui lavora, che sia il set di un film o di una serie televisiva; e di nuovo la sua casa, però stavolta di notte e durante una delle tante feste che vi si tengono. Infine, BoJack cade in piscina, e sembra non riuscire a riemergere, guardato con stupore da Diane e Mr. Peanutbutter. La luce di un elicottero lo illumina, trasformandosi nella luce del sole: è di nuovo giorno, e lui è ora sulla superficie della piscina, su di un materassino, ma da solo. La musica accompagna la routine allucinata del protagonista.

La musica della sigla di BoJack Horseman è stata composta da Patrick Carney, batterista e metà significativa dei Black Keys, famosissimo gruppo rock americano da lui co-fondato assieme a Dan Auerbach. Lo stile dei Black Keys si può chiaramente rintracciare nelle sonorità vagamente blues della sigla, che accompagnano in un crescendo l’attraversamento della giornata che BoJack compie quasi involontariamente, come trascinato da una forza esterna. Memorabile, in questa sigla, è il sassofono, suonato con perizia dallo zio del batterista, Ralph Carney. Questo è l’unico strumento che rimane quando la sigla termina, e BoJack si ritrova da solo ancora una volta.
Il tema della sigla viene ripreso ed ampliato alla fine della seconda stagione, nell’episodio 11, quando BoJack, dopo aver “incasinato” la famiglia di Charlotte Moore, sua vecchia fiamma ritrovata in New Mexico, decide di tornare a casa a bordo di una barca chiamata significativamente Escape from L.A., ma a rimorchio di un tir. In questo caso la musica serve ad indicare che la “fuga” di cui sopra è fallita; BoJack non è riuscito (come diverse altre volte nella serie) a cambiare la sua vita scappando, e ora deve tornare e fare di nuovo i conti con sé stesso.
Una curiosità: il sassofonista Ralph Carney, che come detto suona nella sigla, è morto nel 2017. Lo show ha deciso di omaggiarlo durante il primo episodio della quinta stagione: durante la sigla, nel salotto di BoJack, si può vedere un’immagine in stile cartone animato del musicista all’interno del televisore sito nella stanza, sulla destra. Non viene riportato il nome, ma si tratta chiaramente di lui, come indicano le date di nascita e morte: 1956 - 2017.
"Back in the '90s": Un Ancoraggio al Passato
"Back in the ’90s, I was in a very famous TV show (Ooh)I’m BoJack the Horse (BoJack!), BoJack the HorseDon’t act like you don’t knowAnd I’m trying to hold on to my pastIt’s been so longI don’t think I’m gonna lastI guess I’ll just tryAnd make you understandThat I’m more horse than a manOr I’m more man than a horse(BoJack!)"
Questo è il testo della sigla di chiusura di ogni episodio, canzone che accompagna i titoli di coda, e divenuta ormai uno dei simboli musicali dello show. La canzone, che non ha un titolo ufficiale (ma viene spesso indicata semplicemente come Back in the ’90s, a partire dal primo verso) è stata composta e interpretata dal gruppo indie pop Grouplove. Con uno stile semplice di stampo folk e ben pochi versi, i Grouplove catturano perfettamente lo spirito della serie: BoJack continua ad essere legato al suo passato, e viene sballottato tra due personalità, cioè quella “selvaggia”, cattiva, istintiva e perciò nociva (il cavallo), e quella disperatamente razionale, che cerca un senso e un miglioramento (l’uomo).

Back in the ’90s viene reinterpretata diverse volte durante la serie, specie nelle ultime stagioni. Per esempio, alla fine dell’episodio 2 della quinta stagione, episodio nel quale Diane viaggia in Vietnam “alla ricerca delle sue radici” (tentativo che ovviamente sfocia in nulla), il tema dei Grouplove viene interpretato in un bizzarro stile musicale indo-cinese. In altre situazioni ancora, se il caso lo richiede, per i titoli di coda vengono utilizzate altre canzoni. Il primo episodio della quinta stagione, per esempio, si apre e si chiude con la canzone Los Ageless di St. Vincent, del 2017.
"Get Dat Fetus, Kill Dat Fetus": La Controversia sull'Aborto e la Satira Sociale
Tra i personaggi che ricorrono più volte nella serie come parodie dell'ambiente musicale troviamo Sextina Aquafina e Sarah Lynn. La prima sembra rappresentare una popstar più moderna, alla Miley Cyrus, che si preoccupa più di dare scandalo e apparire sui social che non di cantare, e che spesso tende a fare musica intenzionalmente provocatoria. La seconda sembra invece indicare la figura di una popstar “invecchiata”, come Britney Spears, che non ha più il successo di una volta e soffoca il dispiacere derivato in alcol e droghe. Non a caso, Sarah Lynn tenderà a relazionarsi molto con BoJack, oltre che sul piano fisico, anche su quello filosofico.
Un chiaro segno di distacco e differenza tra le due è la sconvolgente canzone che Sextina Aquafina propone nell’episodio 6 della terza stagione. Naturalmente, come ormai sappiamo succedere in questi casi, la rete impazzisce, ma diverse celebrità come Taylor Swift iniziano a sostenere Sextina come “coraggiosa”. La canzone, con il suo testo esplicito "Aliens inside me / Gonna squash it like Sigourney", affronta un tema, quello dell'aborto, che negli Stati Uniti è ancora profondamente tabù, in quanto tale pratica viene fortemente avversata dalla comunità cristiana. Tale mentalità rigida viene evidenziata, sempre in maniera ironica, nello stesso episodio, quando il dottore che dovrà eseguire l’operazione informa Diane che prima di prendere la decisione definitiva dovrà guardare ore di filmati con dei cuccioli neonati, utilizzando poi altre strategie psicologiche evidentemente volte a farle cambiare idea.

Ecco perché la presa di posizione di Sextina Aquafina, al di là della sua immagine di popstar frivola e modaiola, lascia il segno. E non potrebbe essere altrimenti, visto il quasi obbligatorio singolo che la cantante rilascia per comunicare a tutto il pubblico tale presa di posizione. “Prendi il feto, uccidi il feto” (in inglese più “gangsta”: Get Dat Fetus, Kill Dat Fetus), accompagnata da un video significativo, illustra vari modi cruenti e intenzionalmente sconvolgenti che Sextina vorrebbe adottare per liberarsi del feto, oltre a spiegare in maniera volutamente insensibile perché se ne vuole liberare.
Diane, che appartiene ad una generazione abituata ad una musica pop sì provocatoria a suo modo, ma più pulita, come appunto quella di Britney Spears/Sarah Lynn, rimane sconvolta all’ascolto del singolo di Sextina. Ma cambia idea grazie ad una ragazza ben più giovane, anche lei in attesa di sottoporsi all’aborto, che le spiega che le liriche della canzone sono ovviamente ironiche e intendono sdrammatizzare un tema fin troppo pesante. La ragazza spiega che la pressione, con le proteste e i video dissuasivi e le opinioni urlate dei dimostranti, è davvero tanta, e che paradossalmente una canzone come quella di Sextina, per quanto estrema, può davvero aiutare a sentirsi meno soli e a trovare un barlume di leggerezza in una situazione così gravosa.
sextina aquafina "get that fetus kill that fetus "
Questa scena di BoJack Horseman, dove viene affrontata l'interruzione di gravidanza dalla star Sextina Aquafina, evento che scatena la reazione di Hollywoo(b) e spinge il programma della MSNBSea a occuparsene chiamando in studio solo uomini bianchi, è diventata celebre per il suo commento satirico. Il conduttore della trasmissione, con una battuta ormai iconica, afferma: «Ma il concetto di libertà di scelta per le donne non è andato oltre? Abbiamo un gruppo di uomini bianchi con il papillon per parlare dell’aborto. Signori?». Questa rappresentazione, una chiara presa in giro del modo in cui il mondo maschile si arroga il diritto di parlare del femminile, ha trovato un eco incredibile nella realtà italiana. Infatti, in una puntata recente di Porta a Porta, celebre talk show condotto da Bruno Vespa, è accaduto qualcosa che ha spinto i fan della serie Netflix e non solo a ironizzare sulla coincidenza. Il programma ha infatti messo insieme diversi ospiti uomini per parlare di aborto, in un caso di “si ride per non piangere”. La discussione era incentrata sul contestato emendamento di un disegno di legge sul PNRR, presentato da Fratelli d’Italia. Il parallelismo tra la satira di BoJack Horseman e la realtà italiana è troppo evidente da ignorare, dimostrando ancora una volta la capacità della serie di anticipare o riflettere dinamiche sociali complesse.
La Musica Incidentale: Quando le Canzoni Descrivono il Mondo di Hollywoo
La meta-testualità è una dimensione ricorrente in BoJack Horseman: personaggi che parlano delle situazioni stesse che stanno vivendo, riflessioni su stereotipi narrativi, parodie dell’auto-referenzialità stessa degli autori. Così fanno anche le canzoni: la musica incidentale, scritta da Jesse Novak, si traduce spesso in canzoni le cui liriche si limitano didascalicamente a descrivere ciò che succede, oppure si esprimono in versi volutamente banali. Ma si va anche oltre: per esempio, in un episodio l’autoradio di Princess Carolyn si rivolge direttamente a lei, chiamandola per nome, invitandola a scappare da una situazione complicata senza guardarsi indietro (ovviamente lei farà poi l’opposto).
Questa funzione narrativa e parodistica delle canzoni incidentali si unisce ad una caratterizzazione storica a sua volta volutamente stereotipata, che interviene durante i numerosi flashback che raccontano le storie passate dei protagonisti. Come sappiamo, gli anni ’80, gli anni ’90 e tutti i periodi della nostra storia recente sono legati a simboli della cultura pop: musica, cinema, televisione. I riferimenti in BoJack non mancano, e si va dalla cultura alta (Matisse, Ibsen, Grieg), a quella ben più bassa e popolare, come la musica pop più dozzinale. Così, ecco che quando una scena è ambientata nel 2007, la musica alla radio si limita ad annunciare:
"Canzone casuale del 2007Con l’autotune per fare le voci straneÈ una canzone popEd è il 2007"
Questa tecnica sottolinea l'effimero e spesso banale substrato culturale su cui si muovono i personaggi, una critica sottile all'omologazione e alla superficialità di certi periodi storici o generi musicali.
"A Horse with No Name": Fuga e Ricerca di Sé Stessi
A Horse with No Name è una famosissima canzone del complesso soft rock America, originariamente pubblicata nel 1971, all’interno del disco d’esordio della band. Si tratta di una canzone in perfetto stile folk rock, molto in voga all’epoca, che parla di un uomo in viaggio in mezzo a un deserto, su un cavallo senza nome. La tematica trattata nella canzone, quella della fuga per ritrovare sé stessi, naturalmente coincide con una delle tematiche portanti di BoJack Horseman, anche se non è necessariamente quella principale.
Nella serie sentiamo la canzone nel secondo episodio della quarta stagione. Dopo la morte di Sarah Lynn, BoJack prova il bisogno di fuggire, sentendosi distruttivo per tutti coloro che lo circondano. Dopo aver visto dei cavalli “selvatici” (sì, anche Wild Horses dei Rolling Stones compare nella serie, in un episodio precedente), il protagonista viaggia fino in Michigan, alla casa dei nonni, ora abbandonata, in cerca neanche lui sa di che cosa. Qui la canzone viene reinterpretata in una fantastica nuova versione da Michelle Branch, cantante che i meno giovani ricorderanno per la hit pop/rock del 2001, Everywhere. La sua presenza non è del tutto casuale, dato che a partire dal 2015 l’artista ha cominciato a frequentare Patrick Carney, proprio il succitato compositore della sigla della serie. Nel 2019 i due si sono sposati, e nel ’18 hanno avuto un figlio insieme.

Curiosamente, A Horse with No Name compare anche in un’altra celebre serie di culto, ossia Breaking Bad. Per la precisione la canzone dà il titolo al secondo episodio della terza stagione della fortunata serie, anche se tale titolo viene tradotto volutamente in spagnolo (Caballo sin Nombre). Nell’episodio il protagonista Walter White (Bryan Cranston) canta la canzone ascoltandola mentre viaggia in auto, sottolineando come certi brani abbiano una risonanza universale per il tema del viaggio e dell'identità in crisi.
BoJack è un protagonista evasivo e distante, chiuso nel culto del proprio passato, il suo straniamento reso evidente dal tipico sguardo vacuo che ben rappresenta il muso inespressivo del cavallo: un animale all’apparenza fiero, ma di temperamento nevrile come qualsiasi preda, che di fronte agli ostacoli corre via a piena velocità: poco importa che si tratti di superarli o di fuggire. A Horse with No Name è la canzone scelta per accompagnare la più recente fuga di BoJack, quando è tentato di unirsi a un branco di mustang nel deserto: anche il cavallo della sit-com Horsin’ Around, significativamente, non possedeva un nome, a rimarcare una fondamentale incertezza identitaria che lo accompagna da sempre.
"Newtopia Rising": La Rock Opera di Todd e il Sabotaggio delle Ambizioni
Nel quarto episodio della prima stagione, Tra Zoë e Zelda, la trama gira attorno al rapporto tra BoJack e il suo migliore amico/co-inquilino indesiderato: Todd Chavez. Le ragioni per cui Todd soggiorna in casa di BoJack ci vengono spiegate in seguito; per il momento sappiamo solo (sembra) che BoJack non lo vuole lì, tant’è che lo maltratta e lo prende a male parole di continuo. Così, quando Todd annuncia di aver scritto una rock opera, BoJack cerca di sostenerlo per far sì che il ragazzo impari a “camminare con le proprie gambe”.
Che cos’è una rock opera? Trattasi di un viaggio concettuale in musica, attinente al concetto del concept album ma più esteso ancora: è una storia, raccontata attraverso delle canzoni, che spesso richiama immaginari fantascientifici o distopici. Alcuni esempi celebri si ritrovano nelle produzioni dei gruppi progressive rock degli anni ’70, come Genesis o Emerson Lake & Palmer.

La rock opera di Todd, intitolata “Newtopia Rising, Libro I: alla ricerca di una nuova utopia”, si prende gioco degli stereotipi legati a questo tipo di produzione musicale. Già il titolo suona inutilmente ridondante ed oltremodo pretenzioso. Todd descrive poi la sua opera così: “Tommy passando per il Cirque du Soleil, ambientato nello spazio con pesanti connotazioni erotiche, e l’avvincente psicodramma di un thriller, condito di cuori, coraggio, e un pizzico di umorismo”. Insomma, una matassa di stereotipi e di idee trite raffazzonate insieme, che però rivela l'ingenuità e la grandiosità dei sogni di Todd.
In realtà poi BoJack finirà col sabotare l’opera di Todd, spingendolo con l’inganno ad acquistare un videogioco dal quale era stato dipendente in passato (in realtà un puzzle-game ridicolmente anacronistico). Todd finirà col non riuscire a concentrarsi adeguatamente sul lavoro, e la presentazione dell’opera sarà un disastro. In questo modo, BoJack potrà riaverlo con sé senza dover arrivare ad esprimere tale bisogno, mettendo in luce la sua incapacità di lasciar andare le persone e la sua tendenza distruttiva verso chi gli sta vicino. Questo episodio evidenzia la natura tossica del rapporto tra BoJack e Todd, un tema ricorrente nella serie.
L'Impronta di Lisa Hanawalt: Musica e Animazione tra BoJack e Tegan and Sara
Qui non parliamo direttamente della serie BoJack Horseman, o meglio: non di un contenuto effettivo della serie. Tegan and Sara sono un celebre duo indie pop, formato da due gemelle canadesi attive in musica fin dalla fine degli anni ’90. Solo di recente si sono viste riconoscere i propri meriti artistici, avendo incontrato finalmente anche un notevole successo di pubblico. Bene, che cosa c’entrano con il nostro BoJack? Innanzitutto, uno dei loro singoli di maggior successo, Closer, compare in occasione del memorabile finale della prima stagione della serie, contribuendo a definire l'atmosfera emotiva di un momento cruciale.
Ma non finisce qui. Nel 2016 le due artiste hanno pubblicato un videoclip per il loro singolo Hang on to the Night, che è un corto animato disegnato da una certa Lisa Hanawalt. Si dà il caso che costei sia nient’altro che la disegnatrice il cui genio ha dato forma a BoJack e a tutta la sua cricca: amica di lunga data di Raphael Bob Waksberg, la Hanawalt ha anche creato nel 2019 l’acclamata (ma poco vista, e poi cancellata) serie Tuca & Bertie, creazione in perfetto stile BoJack. Detto questo, anche il videoclip di Tegan and Sara si può dunque considerare legittimamente influenzato dall’eredità e dalla visione artistica dei creatori (anzi, della creatrice) della serie sul cavallo più noto degli ultimi anni. Questo collegamento sottolinea la coerenza stilistica e tematica che permea i lavori di Hanawalt, estendendosi oltre i confini di BoJack Horseman.
Oltre la Musica: BoJack Horseman e la Filosofia della Decadenza
BoJack Horseman ha riscosso un vasto successo tra pubblico e critica, culminato con la quinta stagione del 2018. La letteratura di approfondimento, incarnata da riviste culturali anche nel nostro paese, ha indagato il fenomeno. Se da un lato c’è l’indubbia qualità nella scrittura della serie, dall’altro c’è una questione dai riflessi sociologici: perché uno show apertamente nichilista come BoJack Horseman piace così tanto? Perché tanti spettatori si immedesimano - o credono di immedesimarsi - in una star della TV decaduta? Secondo Andrea Cassini, che prova a rispondere tirando in ballo anche Rick e Morty, la questione è filosofica: depressione e nichilismo oggi sono “pop”.
Per provare a rispondere serve allargare lo sguardo, a raggi sempre più ampi, sul radar che individua le tendenze pessimiste nelle forme più riconoscibili della cultura pop: film, serie tv, fumetti e videogiochi. BoJack Horseman svolge un peculiare lavoro sul punto di vista offerto allo spettatore, che si riflette nel fenomeno dell’immedesimazione. Ben presto ci si accorge che le miserie di Hollywoo (la D era scomparsa, rubata da BoJack e Mr. Peanutbutter per fare colpo su Diane) sono reali, non filtrate dallo sguardo disilluso di BoJack e ogni personaggio fa bella mostra dei propri lati più negativi, anche quando mascherano il disagio con lo stacanovismo o si ostinano a vedere il bicchiere mezzo pieno.
Persino il gioviale Mr. Peanutbutter ammette che il proprio atteggiamento funge da mera distrazione: “L’universo è solo un vuoto crudele e indifferente, la chiave per la felicità non è trovare un significato, ma tenersi occupati con stronzate varie fino a quando è il momento di tirare le cuoia”. Sembra di trovarsi davanti a una delle quattro strategie teorizzate dal filosofo norvegese Peter Wessel Zapffe per evadere dagli orrori della coscienza e più avanti, in un altro momento cupo che coincide con la malattia del fratello, Mr. Peanutbutter indugerà su una metafora similmente oscura. “Arrivi al lavoro, timbri il cartellino, metti lo zucchero nel caffè e lo guardi dissolversi molto lentamente. Ma lo zucchero non sa il perché, lo zucchero non ha chiesto di nascere”, dice, richiamando alla memoria - chissà quanto volontariamente - Søren Kierkegaard e il suo proverbiale caffè addolcito da una piramide di zucchero. Quando l’operazione chirurgica del fratello va a buon fine, la risoluzione del conflitto assume la forma di un’epifania che Mr. Peanutbutter tenta di condividere con BoJack, incarnando come spesso accade il suo alter ego votato all’ottimismo - un ottimismo più ragionato di quel che lasci immaginare il suo atteggiamento esuberante, però, edificato su fondamenta grigie. “Ogni respiro è un dono, siamo così fortunati ad essere vivi. Niente di tutto questo ha importanza”, così il labrador consola BoJack, fresco eliminato dalla corsa per gli Oscar.
Non è l’unica occasione in cui la sceneggiatura di BoJack Horseman gioca con la filosofia. Princess Carolyn cita il mito di Sisifo in una delle primissime puntate, e in effetti i personaggi più energici - come lei - si fanno strada tra le follie di Hollywoo accettando l’Assurdo alla maniera proposta da Albert Camus. Si veda la strada in ripida salita che conduce alla villa di BoJack: un babbuino in tuta ginnica la percorre ogni mattina nella sua sessione di jogging, ma quando BoJack ci prova, per rimettersi in forma, rimane senza fiato. “Poi è più facile”, lo sprona il babbuino. “Ogni giorno diventa più facile. Ma devi farlo tutti i giorni. Questo è difficile. Poi diventa più facile”. BoJack, invece, lascerà che il masso lo schiacci e si rivolgerà ad altre imprese similmente frustranti, perpetuando il suo ciclo di auto-sabotaggio.
Nella quinta stagione i nodi vengono al pettine ed è come se ogni personaggio mostrasse il peggio di sé: non perché intossicato dall’aura di BoJack, ma perché costretto a svelare la pelle autentica al cospetto di un mondo corrotto. Il finale propone una nota positiva, con Diane che convince BoJack a chiedere aiuto per disintossicarsi, ma la serie ci ha abituati a questo andamento ondivago e nessuno si aspetta che in futuro BoJack non abbia una ricaduta, o che Diane smetta infine di macerare nella propria insoddisfazione. Tra vette estreme e abissi profondi, i personaggi di BoJack Horseman disegnano parabole che s’intrecciano senza trovare mai una conclusione. Ribaltando una dinamica tipica della serialità, con un finale per ogni puntata in osservanza della trama verticale - così accade ad esempio nei Simpson, che premono reset dopo ogni episodio, BoJack Horseman imita la vita reale e si procede per loop: come osserva Diane dopo il matrimonio con Mr. Peanutbutter, “I matrimoni sono fatti di buglie, più o meno. Ti ritrovi a dover dichiarare pubblicamente di passare tutta la vita con quella persona. Ma non puoi saperlo, lo stai solo dicendo. È tutta una farsa” mentre BoJack si esprime così sulla closure: “Il lieto fine è una cosa inventata da Steven Spielberg per vendere biglietti. È come il vero amore, le Olimpiadi di Monaco. Sono cose che non esistono nel mondo reale”. Il risultato è un appiattimento dell’esperienza, con gli estremi che si bilanciano come due punti opposti nello spettro emotivo. Si ha l’impressione che i “buoni” (leggasi: ingenui, altruisti) si sacrifichino perché ai “cattivi” (smaliziati, egoisti) siano concesse sempre nuove opportunità, che non sfrutteranno.
Mr. Peanutbutter è sconvolto quando Diane chiede la separazione, e giunge persino a tradire la nuova compagna (si pensi alla valenza del gesto per un cane) pur di tornare con lei, per poi finire respinto una seconda volta. Il topo Ralph Stilton viene cacciato in malo modo da Princess Carolyn dopo che quest’ultima si era rifiutata di considerare l’adozione in seguito all’ennesimo aborto spontaneo: solo per scoprire, pochi mesi più tardi, che lei aveva avviato le procedure di adozione in solitaria. E infine Todd, più volte sabotato da BoJack, senza ricevere in cambio nemmeno un letto nella stanza degli ospiti. Questi schemi di fallimento e auto-sabotaggio non sono eventi isolati, ma cicli che si ripetono, caratterizzando la vita di quasi ogni personaggio in modo implacabile.
La Frattura tra Spettatore e Protagonista: L'Essenza di BoJack
In tutto questo, BoJack è un protagonista evasivo e distante, chiuso nel culto del proprio passato, il suo straniamento reso evidente dal tipico sguardo vacuo che ben rappresenta il muso inespressivo del cavallo: un animale all’apparenza fiero, ma di temperamento nevrile come qualsiasi preda, che di fronte agli ostacoli corre via a piena velocità. Conosciamo a fondo le sue frustrazioni per via degli esasperanti monologhi che punteggiano la serie (l’episodio 5×6 “Free Churro” è occupato interamente da un elogio funebre che si declina in filippica contro la madre), ma non ne comprendiamo i reali sentimenti più profondi. Apprezziamo i flashback sul suo passato, ma non sappiamo nemmeno come passa buona parte delle sue giornate, quando la telecamera si sposta altrove.

Per connettere lo spettatore a un personaggio così difficile da raggiungere, spesso l’autore disegna una spalla più umana che agisca da ponte: in Rick and Morty, per esempio, servono addirittura quattro membri di una famiglia per comprendere, in diffrazione, l’animo dello scienziato pazzo Rick. In BoJack Horseman questa figura è assente, se pensiamo che la spalla comica Todd è ancora più stralunata del protagonista. Si crea una frattura tra spettatore e attore, una dissonanza emotiva. Solo in un’occasione ci è permesso di esplorarla, l’episodio 6×04 “Stupido pezzo di merda”: l’unico a farci sentire la voce interiore di BoJack, ad accompagnarci nei suoi spostamenti lontano dalla trama, a parlare il linguaggio della depressione in modo crudo e ininterrotto.
La dissonanza, inoltre, stride col tema del riflesso che è una costante nella serie. BoJack è un narcisista che fa binge watching con gli episodi della sua vecchia sit-com, ma al contempo odia se stesso. Il paradosso si ripete in alcune scene chiave. Durante la promozione del film Secretariat, quello che dovrebbe valergli l’Oscar, BoJack s’impunta per un cartellone pubblicitario costituito da uno specchio, con lo slogan “You are Secretariat”. Tu sei Secretariat, tutti noi siamo Secretariat, tutti noi possiamo essere eroi, ma in realtà non siamo niente: il cartellone, affisso sopra un’autostrada, riflette solamente il cielo. Nella quinta stagione il marketing invade una seconda volta la vita reale. In occasione del lancio della serie Philbert, ultima fatica di BoJack, si allestisce un enorme pupazzo gonfiabile con le sue fattezze ma di colpo salta l’ancoraggio e il simulacro inizia a galleggiare per il cielo, come un sinistro dirigibile, perseguitando BoJack finché i due non si trovano, simbolicamente, naso contro naso. È una metafora psicanalitica sull’ego che ci opprime e sovrasta, se vogliamo; il contrasto tra volontà e rappresentazione, cruciale in qualcuno che “feticizza la propria tristezza”. Non è un caso che la scena richiami il quadro che campeggia nello studio di BoJack fin dalla primissima puntata, un omaggio al celebre Portrait of an Artist del britannico David Hockney: un BoJack in giacca elegante, sul bordo della piscina, sembra osservare un se stesso che si affanna per nuotare. BoJack riflette ma non cambia. “Sono la principale vittima di me stesso”, lamenta a Diane nell’ultimo dei loro litigi, completamente immemore delle parole crude con cui Todd l’aveva accusato nella terza stagione, prima di andarsene da casa: “Tu sei tutte le cose che non vanno in te. Non è l’alcol o le droghe o nessuna delle merdate che ti sono successe nella carriera o quando eri piccolo. Sei tu!”
Se BoJack è davvero vittima di qualcosa, si tratta della libertà radicale a cui si riferiva Jean-Paul Sartre - contro cui per l’appunto BoJack muove una critica all’inizio della puntata subacquea, principalmente perché “i francesi puzzano e li odio”, ma anche per le posizioni filosofiche. La condanna a essere libero di BoJack è accentuata dal suo status di star: può veramente fare tutto quello che vuole, ma non è capace di essere responsabile della propria felicità, come lo vorrebbe Diane: “Responsabile della mia felicità? Non so esserlo nemmeno della mia colazione!”. Anzi, quei rari sprazzi in cui realizza la vanità delle proprie azioni sottolineano forse i momenti di felicità più pura - ma pericolosamente vicina al ciglio del nichilismo: “Non è colpa mia. È colpa della società, è solo e soltanto colpa della società. Hurrà, niente in questa vita ha senso! Niente di ciò che faccio ha conseguenze!”. In questo disperato grido di liberazione dal significato si cela la profonda risonanza di BoJack Horseman con un pubblico che, in un mondo sempre più complesso e spesso privo di risposte chiare, si trova a confrontarsi con le stesse domande esistenziali.