Nel panorama della musica d'autore italiana, poche figure possiedono la capacità di fondere il rigore accademico del classicista con la sensibilità poetica del cantautore quanto Roberto Vecchioni. Nel 1989 Roberto Vecchioni pubblica un nuovo album registrato in studio con testi e canzoni inedite intitolato Milady (etichetta: CGD). La prima traccia del nuovo album ha un titolo suggestivo: Alessandro e il mare. Attraverso questa opera, l’artista non si limita a narrare una vicenda storica, ma trasforma il dato biografico del condottiero macedone in una metafora esistenziale che parla tanto all'adulto consapevole quanto al bambino che vive in ognuno di noi, riscoprendo il senso profondo dello stupore.

Il mito e la storia: il condottiero come archetipo
Ancora una volta Roberto Vecchioni, cantautore, scrittore e per lunghi anni professore di latino e greco nei licei, attinge al repertorio della Storia e del mito per comporre un racconto in musica, dedicato stavolta all’ultima avventura di Alessandro Magno che, dopo aver conquistato il mondo, muore attraversando il mare seguito dal suo esercito. Il mare, l’unica cosa che ancora non gli appartiene, la conquista suprema, diventa il teatro ultimo di una vita spesa a cercare un limite che continua a spostarsi.
La figura di Alessandro non viene ritratta solo attraverso la lente della storiografia, ma viene umanizzata, elevata e al contempo ricondotta a una dimensione infantile. Nel fermento e nel caos di un campo dopo la battaglia, Alessandro esce dalla tenda come un Dio greco che scende sulla Terra dall’Olimpo. La sua sola presenza, esemplare di una atarassia celeste, sovrasta uomini e cose, convertendo la nostalgia e l’ebbrezza in un sentimento più nobile di attesa che dispone quegli uomini stanchi e vogliosi “di un letto più sicuro” prima ancora che in eroi impavidi in bambini innocenti e spensierati, pronti a cimentarsi in un gioco elettrizzante e a elevarsi oltre i propri limiti.
La risonanza dei classici nella poetica di Vecchioni
L’arte di Vecchioni risiede nella capacità di far dialogare epoche lontane. Quando ascoltiamo il racconto di questo Alessandro che guida il suo popolo verso il mare, sembrerebbe quasi di sentire l’eco delle parole di Ulisse immortalate da Dante sovrapporsi nel silenzio improvviso, al discorso muto di Alessandro che parla unicamente con la sua magnetica presenza. Il riferimento dantesco al "Fatti non foste" richiama la tensione insopprimibile dell'essere umano verso la conoscenza, una sete che non si placa nemmeno con la conquista del mondo intero.

Tuttavia, il legame con la classicità non è fine a se stesso. È un ponte per esplorare le dinamiche psicologiche del leader che, spogliato delle armi, si ritrova solo di fronte all'immensità dell'acqua. Ma Alessandro è già altrove. Alessandro dunque, pur avendo conquistato in poco tempo il potere e la gloria, ha conservato un animo da bambino, pieno di stupore e desiderio di scoperta.
L’infanzia come meta finale della conquista
Il paradosso del grande conquistatore è che, più avanza nel mondo, più sente il bisogno di tornare al nucleo originario della propria esistenza. E ora, alla vigilia della sua ultima impresa, con un mondo intero sotto il suo dominio e l’ignoto ancora tutto da scoprire, sospeso tra un passato che è già leggenda e un futuro che somiglia a un ritorno, tutto il suo mondo si restringe a quel luogo fatale dell’infanzia, il giardino della Reggia, e a una fontana che lo incantava.
Questa contrazione dello spazio narrativo è fondamentale per comprendere la canzone. Non è il mondo vasto il centro del pensiero di Alessandro, ma il ricordo di una fontana, simbolo di un'innocenza incontaminata. Ora, al cospetto del mare, Alessandro tornato bambino, con il cuore che gli batte forte, riassapora e comprende la ragione profonda che lo ha spinto ad attraversare il mondo e a conquistarlo fino ai confini più remoti.
Alessandro “Magno”: La Storia del Giovane Conquistatore che Sconvolse il Mondo
Il paradosso esistenziale: tra guerra e libertà
La figura delineata da Vecchioni vive una contraddizione che è intrinseca alla condizione umana. Una vita, quella di Alessandro, come quella dei grandi eroi, fondata pertanto su un paradosso formidabile: attraversare costantemente il pericolo e la morte, assaporare il sangue e il ferro, disseminare l’esistenza nel viaggio e nella guerra rischiando ogni momento di perdersi e perire, per riscoprire intatta dentro di sé una condizione primigenia di innocenza e libertà.
Questa analisi ci permette di leggere la canzone non solo come una rievocazione storica, ma come un inno alla capacità di mantenere lo sguardo limpido tipico dell'infanzia, anche quando si è caricati del peso del comando o della storia. La musica di Vecchioni accompagna questo viaggio interiore, trasformando il mare, temibile ostacolo fisico, nello specchio in cui il condottiero vede riflesso il bambino che è sempre stato. Il mare per i bambini non è un confine da varcare con la forza, ma una distesa di possibilità, lo stesso mare che, nel brano, accoglie il ritorno definitivo di Alessandro alla sua essenza primordiale, chiudendo il cerchio tra l'inizio del viaggio e la conclusione della vita. Il significato profondo risiede dunque in questa ricerca costante di purezza, un processo in cui il mare, simbolo dell'eterno e dell'infinito, diventa l'approdo necessario per chi, dopo aver dominato la terra, ha bisogno di ritrovare se stesso.
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