Conciliare Lavoro e Allattamento in Italia: Diritti, Normative e Strategie per le Madri Lavoratrici

L'allattamento al seno, un atto naturale e fondamentale per la salute e lo sviluppo dei bambini, rappresenta un investimento cruciale per la vita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e le maggiori associazioni scientifiche internazionali raccomandano l’allattamento esclusivo fino ai 6 mesi di vita del bambino, con prosecuzione dell'allattamento complementare ben oltre, anche fino ai 2 anni o più. In Italia, tuttavia, queste raccomandazioni sono ancora notevolmente disattese, come rivelano gli ultimi dati ISTAT, i quali indicano che le donne che allattano i loro bambini esclusivamente al seno sono troppo poche. Analizzando i dati, si nota che la percentuale scende ulteriormente tra il terzo e il sesto mese di vita del piccolo, arrivando appena al 6%, mentre nello stesso periodo aumenta la percentuale di mamme che fanno uso di un’integrazione con formula artificiale. Questo quadro evidenzia le significative sfide che le madri incontrano nel mantenere l'allattamento, soprattutto in concomitanza con il rientro all'attività lavorativa, un momento che spesso porta a una dolorosa scelta tra carriera e accudimento del figlio.

Mappa dell'Italia con indicatori sulla percentuale di allattamento esclusivo a 6 mesi

La ripresa dell’attività lavorativa di una mamma che allatta è in genere il primo vero distacco sperimentato dalla nascita del bambino, e rappresenta purtroppo una delle principali cause di interruzione precoce dell’allattamento. In questa fase, spesso, è l’accudimento complessivo del bambino a destare preoccupazione: la madre si interroga con chi lasciarlo - con i nonni, con la baby-sitter o al nido? Si chiede come farà a addormentarsi, se soffrirà il distacco o se starà bene. Tuttavia, la prosecuzione dell’allattamento è uno dei problemi avvertiti con maggior urgenza. Molte mamme, in concomitanza con il rientro al lavoro, scelgono di smettere l'allattamento, magari perché non sanno come organizzarsi e non sanno che possono chiedere i permessi per allattamento. La paura principale è, in genere, di perdere il latte, poiché se il bambino poppa di meno per l’assenza della mamma, la produzione di latte diminuisce. Talvolta si teme anche la stanchezza: non sarà troppo faticoso continuare ad allattare mentre si ricomincia a lavorare fuori casa? No, riprendere il lavoro non significa dover abbandonare l'allattamento. Con una buona pianificazione e una corretta comunicazione, il bambino può ancora beneficiare del latte materno.

Il Quadro Normativo Italiano: Diritti e Tutele per le Madri Lavoratrici

La legge italiana tutela l’allattamento concedendo alle mamme delle ore di permesso quotidiane durante tutto il primo anno di vita del figlio. A fronte di una legislazione in materia di tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori tra le più avanzate del mondo, in Italia ancora oggi la maternità è percepita come un fatto privato, nonostante nei principi teorici si affermi il contrario. Lavorare e proseguire l’allattamento si può, e la legge lo sostiene.

In Italia, oltre ai “classici” periodi di astensione obbligatoria e facoltativa, la disciplina sulla maternità riconosce alla madre (e in alcuni casi anche al padre) la possibilità di prendersi cura del neonato, una volta tornata al lavoro durante il primo anno di vita, mediante la fruizione di quotidiani permessi di lavoro normalmente denominati “permessi per allattamento” o anche “riposi giornalieri”, come previsto dall'articolo 39 del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n° 151. Questi permessi sono facoltativi e quindi la mamma non è obbligata a richiederli, ma sono un diritto riconosciuto.

Diagramma sul flusso dei permessi per allattamento e la loro fruizione

In base alla legge, ogni mamma che ha un contratto di lavoro stabile ha diritto, nel momento in cui rientra al lavoro, a due ore di permesso retribuite per l'allattamento, fino al compimento del primo anno di età del bambino. Più specificamente, per le lavoratrici a tempo determinato e per quelle a tempo indeterminato, per l’allattamento sono previsti due periodi di riposo di un’ora fino all’anno di vita. Questi periodi si riducono a due periodi di mezz’ora se la madre usufruisce dell’asilo nido presente nel posto di lavoro o nelle sue immediate vicinanze. Le due ore di permesso possono essere utilizzate consecutivamente o divise. I permessi spettano anche in caso di contratto di lavoro part-time, ma si riducono ad un'ora al giorno se l’orario lavorativo è inferiore a sei ore al giorno. La regolamentazione del congedo per allattamento è prevista nella Legge 288/2012, anche se l'impianto principale è nel D.Lgs 151/2001. Il congedo ad ore per allattamento fa parte del congedo parentale frazionato a ore. Per il congedo ad ore e quindi per i permessi per allattare, la retribuzione è pari all’ammontare dell’ora di allattamento. Non è molto difficile richiederli: basta parlarne con il datore di lavoro e presentare la domanda direttamente a lui, organizzandosi insieme per la fruizione delle ore giornaliere.

Strategie Pratiche per Conciliare Lavoro e Allattamento

Conciliare lavoro e allattamento è possibile per le mamme che devono rientrare al lavoro, ma richiede un po' di organizzazione. Tornare al lavoro dopo i cinque mesi di maternità obbligatoria non è semplice per molte mamme. Parecchie donne, fino a quel momento, sono vissute in simbiosi col proprio figlio, ventiquattro ore su ventiquattro. L'idea di lasciarlo a casa (con i nonni o una baby-sitter) o di portarlo all'asilo nido è difficile da digerire. Ma non tutte le mamme possono permettersi di prendere la maternità facoltativa e così il rientro al lavoro è quasi una scelta obbligata. A questo punto, per le mamme che allattano al seno il proprio bambino, il dubbio è atroce: tornando al lavoro si può continuare ad allattare oppure è meglio passare al latte artificiale?

Esistono situazioni in cui l’organizzazione della ripresa è abbastanza semplice. Se si sceglie un part-time e le ore di lontananza dal piccolo sono limitate, la strategia più efficace potrebbe essere quella di allattare subito prima di uscire di casa e appena si rientra, un’opzione valida anche se il bambino è più grandicello. In questo caso, nelle ore in cui la mamma è fuori potrà essere offerto uno spuntino con alimenti diversi dal latte. Se il luogo di lavoro non è distante, nei momenti di pausa la mamma potrà tornare a casa ad allattare, oppure potrà chiedere alla persona che accudisce il bambino di portarlo da lei per la poppata.

Nel caso in cui nessuna di queste soluzioni fosse praticabile, è sempre possibile continuare ad allattare, ma sarà necessaria un po’ di organizzazione in più, poiché si dovranno fare delle scorte di latte da lasciare per il bambino nelle ore di assenza. Sarà opportuno iniziare a estrarre e conservare il latte circa quindici-venti giorni prima del rientro al lavoro, in modo da prendere confidenza con lo strumento (se si sceglie un tiralatte) o con la tecnica (se si opta per la spremitura manuale). L'allattamento potrebbe non essere consigliato in presenza di specifiche condizioni mediche o allergie, sia per la madre che per il bambino, ma in tutti gli altri casi, soprattutto per quelle che hanno ancora molto latte, perché non approfittarne?

Ulrika Casselbrant | Carry Me Close - Allattamento al seno e portare i bambini in fascia

Trovare il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata può essere difficile quando si ha intenzione di tornare al lavoro dopo il congedo di maternità. Potresti sentirti combattuta tra il dispiacere di lasciare il tuo bambino e la necessità di guadagnare denaro o desiderare di mantenere il tuo lavoro e portare avanti la tua carriera professionale. Se stai allattando e intendi continuare a farlo, devi anche pensare a come mantenere la tua produzione di latte e fare in modo che il bambino possa continuare a ricevere il tuo latte materno quando non sei presente. Ciò significa dover estrarre il latte materno al lavoro, conservarlo e trasportarlo in modo sicuro, in modo che chi si prende cura del tuo bambino possa somministrarglielo.

Infografica sui benefici dell'allattamento prolungato per madre e bambino

I vantaggi di continuare ad allattare al seno quando si ritorna al lavoro sono molteplici. Ritornare al lavoro può essere frustrante quando si sono trascorse molte settimane o mesi accanto al proprio neonato. Continuare ad allattare al seno è un modo per mantenere vivo il vostro importante legame e facilitarvi l'adozione di una nuova routine. L'allattamento al seno può anche essere un bel modo per ricongiungersi dopo che si è stati separati dal bambino per qualche tempo. Come sostiene Peggy, una madre dalla Svizzera: "Sono tornata al lavoro quando Penelope aveva sei mesi. In quel periodo, la allattavo appena prima di andare in ufficio e quando rientravo a casa. Questo è rimasto il nostro momento speciale insieme.” Inoltre, considera che quando ritorni al lavoro il tuo bambino potrà ancora beneficiare di tutte le proprietà salutari e protettive del latte materno. Nel latte materno sono presenti numerosi componenti che combattono le infezioni e aiutano il piccolo a riprendersi più velocemente quando si ammala. Alcuni studi mostrano anche che le mamme che allattano al seno si assentano meno tempo dal lavoro rispetto a quelle che non allattano, perché i loro bambini si ammalano meno frequentemente.

Il Ruolo del Datore di Lavoro e i Benefici di un Ambiente Supportivo

Il datore di lavoro non avrà nessun costo aggiuntivo nel sostenere una donna che sceglie di proseguire l’allattamento. Anzi, ci sono importanti vantaggi da considerare, primo fra tutti la serenità della dipendente, che potrà lavorare senza preoccupazioni. Un ostacolo all’obiettivo previsto da OMS ed UNICEF per il 2030 di raggiungere un tasso di allattamento al seno sotto i 6 mesi pari al 70%, è rappresentato anche dalle difficoltà lavorative incontrate dalle mamme, poiché conciliare maternità e lavoro rappresenta una sfida difficile. Se l’ambiente di lavoro non è “favorevole”, le donne non si sentono incoraggiate a continuare l’allattamento e procedono ad uno svezzamento precoce.

Cosa può fare concretamente un datore di lavoro per aiutare le donne? Se non si possono creare dei veri e propri nidi aziendali, come avviene in alcuni ambienti lavorativi, si potrebbe iniziare garantendo la presenza di un posto confortevole per estrarre il latte e di un frigorifero dove riporlo, assicurando le pause necessarie alle madri e facendo sì che possano portare il bambino sul luogo di lavoro per farlo poppare. Inoltre, gli sforzi e le preoccupazioni su come continuare l’allattamento, unitamente alle difficoltà nell’estrarre e conservare il latte sul posto di lavoro, sono causa di stress e sono potenzialmente viste da colleghi e superiori come segno di una mancanza di concentrazione nelle attività professionali, di minor efficienza e produttività lavorativa. Serve quindi un ambiente di lavoro che, in maniera non ambigua, supporti l’allattamento come risultato di normative adeguate e di un clima empatico.

Immagine di una madre che allatta al seno o estrae il latte in un ambiente di lavoro accogliente e attrezzato

Il sostegno dell’allattamento sul posto di lavoro è previsto dall’ILO (International Labour Organization) che, attraverso le convenzioni n.183 e n. 191, indica di poter disporre di un congedo retribuito per un minimo di quattordici settimane post-partum e, una volta che la donna rientra al lavoro, la concessione di una riduzione dell’orario di lavoro e di adeguate pause per poter allattare. In questa maniera ci si attende non solo che la madre continui ad allattare, ma anche che abbia minor bisogno di assentarsi dal lavoro.

De Souza et Al. (1) hanno revisionato gli articoli in inglese, portoghese e spagnolo che hanno preso in esame donne lavoratrici che allattavano bambini di età inferiore a due anni. Dalla revisione è risultato che la promozione dell’allattamento è favorita dalla diffusione di materiale informativo e dalla possibilità di allattare sul posto di lavoro. I programmi aziendali dovrebbero comprendere: 1) la scrittura di linee guida finalizzate alla promozione della salute in generale e della nutrizione in particolare, durante gravidanza e allattamento; 2) raccomandazioni per evitare la separazione madre-bambino; 3) un adeguato periodo di congedo di maternità; 4) la riduzione del carico di lavoro; 5) l'implementazione di programmi di formazione riguardanti i benefici dell’allattamento rivolti sia ai datori, sia ai colleghi di lavoro.

La protezione dovrebbe essere sostenuta soprattutto da politiche pubbliche governative, con leggi volte a proteggere l’allattamento, come il congedo di maternità retribuito, il diritto a prendersi delle pause durante l’orario di lavoro per allattare, la riduzione delle mansioni lavorative, la scelta di un orario di lavoro flessibile e la possibilità di lavorare da casa per più di otto ore a settimana. A favore del sostegno viene sottolineata l’importanza di poter disporre di asili nido, di supervisor (colleghi di lavoro e familiari) che possano sostenere la donna nutrice/lavoratrice e di locali dove poter allattare, il cui utilizzo si associa ad una più lunga durata dell’allattamento (la probabilità di allattare a 6 mesi dal parto aumenta così di 2-3 volte).

Ulrika Casselbrant | Carry Me Close - Allattamento al seno e portare i bambini in fascia

In Italia appare quindi evidente che, nonostante vi siano leggi a tutela dell’allattamento, c’è ancora molto da fare per porre le nutrici nella condizione di poter continuare ad allattare al seno alla ripresa delle attività lavorative. Tiziana Catanzani, consulente professionale in allattamento materno IBCLC (International Board Certified Lactation Consultant certification), ha da poco pubblicato un libro, "Lavoro e allatto", che approfondisce queste tematiche.

La Gestione del Trasferimento e i Diritti della Lavoratrice Madre

Il luogo presso cui il lavoratore è chiamato a svolgere la propria attività lavorativa è uno degli elementi più importanti dei contratti di lavoro perché è proprio intorno ad esso che il lavoratore organizza la sua esistenza. La legge conferisce al datore di lavoro il potere di modificare la sede di lavoro del dipendente, ma solo per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Tali ragioni possono includere esigenze di produzione, programmazione o gestione economica legate alla nuova sede di lavoro. Per esempio, il trasferimento è legittimo se giustificato da situazioni di incompatibilità tra colleghi che causano inefficienze produttive. Secondo la Cassazione (sentenza n. 704 del 18 gennaio 2021, sentenza n. 24015 del 12 ottobre 2017), la legge prevede che il trasferimento può essere considerato legittimo in caso di incompatibilità della permanenza del dipendente nella sede di lavoro (sentenza n. 24775 del 5 novembre 2013).

Quando il dipendente coinvolto nel trasferimento è una neo-mamma, la questione diventa più complessa, poiché la legge italiana, in materia di contratti lavorativi, tutela le dipendenti madri - o in stato di gravidanza - e il licenziamento è vietato dal momento di inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino. Al termine del congedo obbligatorio per maternità, la lavoratrice ha il diritto di tornare nella stessa sede dove lavorava prima dell’assenza o in una sede situata nello stesso Comune. Se il datore di lavoro propone un trasferimento in una sede situata in un Comune diverso prima che il bambino compia un anno, la lavoratrice può rifiutarlo. La Cassazione ha stabilito che, per essere considerato legittimo, il licenziamento deve essere giustificato da comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

Illustrazione di una madre con bambino che discute con il suo datore di lavoro riguardo un trasferimento di sede

Riguardo la tutela sui trasferimenti, la Suprema Corte (sentenza n. 14765 del 2018) ha fornito importanti chiarimenti. È importante notare che la tutela sui trasferimenti di sede è garantita principalmente ai lavoratori che assistono un familiare disabile, come stabilito dalla legge 104. Con la pronuncia n. 14765 del 2018, la Cassazione ha ribadito che il lavoratore può rifiutare il trasferimento se si dimostra che la sede di lavoro è funzionale all’assistenza del familiare disabile. Questo principio si applica sia ai lavoratori che godono dei diritti della legge 104 sia a quelli che non ne beneficiano, purché dimostrino la necessità di assistenza familiare. Si ricorda che, quando il trasferimento è privo di ragioni giustificate e crea gravi disagi, la lavoratrice neo-mamma e il lavoratore che assiste un familiare disabile possono considerare le dimissioni volontarie per giusta causa come ultima risorsa. La domanda "cosa succede se il trasferimento del dipendente avviene durante il periodo di maternità o mentre si assiste un familiare disabile?" trova risposta in queste specifiche tutele, che mirano a proteggere il nucleo familiare in momenti particolarmente delicati.

Prepararsi al Rientro: Consigli per un Passaggio Sereno

Il periodo ideale per il rientro al lavoro varia da madre a madre, e alcune mamme non hanno scelta su quando tornare. Potrebbe essere imposto dal datore di lavoro, dalle leggi sulla maternità del proprio paese o da esigenze finanziarie. Se si ha la fortuna di disporre di una certa flessibilità, prima di decidere, è utile valutare i pro (come reddito, avanzamento di carriera, stimolazione mentale o contatto sociale) e i contro (essere lontano dal bambino, i costi del nido o le complicazioni logistiche) e parlare con amiche e colleghe delle loro esperienze. Tornare al lavoro e concentrarsi sul proprio lavoro per otto ore è dura, quindi le pause per l'estrazione possono essere molto apprezzate. Come afferma Monika, madre di tre bambini dalla Svizzera: "Era il momento in cui potevo sedermi, chiudere gli occhi e rilassarmi".

Grafico che mostra l'incremento della durata dell'allattamento con il supporto aziendale

Se si è ancora in allattamento, è consigliabile praticare l'estrazione e somministrare al bambino il latte da una bottiglia o da una tazza con qualche settimana di anticipo, per abituarvi entrambi a questo modo di alimentazione. Inoltre, è necessario trovare la soluzione di estrazione migliore per sé. Si può utilizzare un tiralatte elettrico doppio, manuale oppure estrarre il latte a mano. L'efficienza, il costo, la portabilità e la silenziosità del tiralatte sono fattori da tenere in considerazione al momento della scelta. È utile incoraggiare la famiglia e gli amici a somministrare con la bottiglia al bambino il latte materno estratto, in modo che si abitui a essere alimentato da altre persone. Il neonato potrebbe essere più disposto a prendere il latte da qualcun altro se la madre non è nella stanza. Lily, madre di due bambini dal Regno Unito, racconta: "Abbiamo introdotto una bottiglia di latte estratto abbastanza presto, alcuni mesi prima di tornare al lavoro; quindi, ero sicura che al mio rientro al lavoro non sarebbe stato un problema".

E per quanto riguarda l'asilo nido? È importante scegliere un asilo nido che sia attrezzato per somministrare al bambino il latte estratto e/o che supporti l'allattamento al seno quando si lascia e si riprende il piccolo. È fondamentale discutere la questione prima di iscriversi e spiegare chiaramente le proprie esigenze. Chiedere come conserveranno il latte materno e assicurarsi di fornire loro un numero sufficiente di bottiglie e di tettarelle sanificate. Parlare anche di come il bambino preferisce ricevere il latte - caldo o freddo, mentre è in braccio o se preferisce alimentarsi autonomamente sotto supervisione (se ha più di sei mesi) - affinché sia più propenso ad accettarlo. Se il bambino va al nido, probabilmente la scuola non accetterà il latte materno (sono poche quelle che lo accettano) ma preferirà dare al bambino o il latte artificiale o passare direttamente alle pappe (sempre in accordo con i genitori). Se il bambino invece resta a casa, allora sarà più semplice continuare l'allattamento. Se si è abbastanza fortunate da avere familiari che possono prendersi cura del bambino, lasciare loro latte in abbondanza e istruzioni dettagliate. Gimena, madre di due figli dall'Argentina, si è accorta che sua figlia ha impiegato un po' di tempo ad abituarsi a un nuovo metodo di alimentazione: "Sono ritornata al lavoro quattro ore al giorno quando mia figlia aveva nove mesi", racconta. "Mi alzavo presto per estrarre, poi lasciavo a mio marito una bottiglia di latte estratto. All'inizio la bambina non ne voleva sapere, ma abbiamo continuato ad offrirle la bottiglia finché non ha deciso di accettarla".

È importante contattare il datore di lavoro non appena si decide di tornare al lavoro, anche se mancano ancora mesi. Discutere il proprio orario di lavoro e come l'azienda può sostenere l'allattamento continuato. Si potrebbe scegliere di riprendere a lavorare part-time o prendere in considerazione un lavoro ripartito o ancora lavorare a ore "compresse", in modo da lavorare meno giorni ma più ore. Andrea, madre di due figli dalla Svizzera, racconta: "Avevo sei mesi di congedo di maternità e quando ho ripreso a lavorare tutto è andato bene. Adesso lavoro part-time, il 60% della settimana, la soluzione ideale per me". Se si lavora per una grande azienda, è utile contattare il reparto delle risorse umane per discutere la loro politica sull'allattamento al seno. Se nessuna collega ha già estratto il proprio latte in precedenza, si può essere pioniere di quest'innovazione e diventare la prima.

Se si intende estrarre il latte al lavoro, è opportuno concedere al datore di lavoro un ampio preavviso. In molti paesi i datori di lavoro sono obbligati per legge a fornire alle mamme uno spazio privato in cui poter estrarre, fare pause regolari per estrarre, nonché un luogo dove conservare il latte materno in modo sicuro. È importante scoprire se il proprio paese prevede un orientamento occupazionale per le madri che allattano al seno ed eventualmente consultarlo. Shalena, madre di due figli dal Canada, consiglia: "Il mio consiglio è di stilare un programma prima di rientrare al lavoro. Stabilisci le tue esigenze, la frequenza, la durata e il luogo di estrazione. È importante anche spiegare che le tue esigenze cambieranno con la crescita del tuo bambino. Assicurati di conoscere i tuoi diritti e doveri e abbi fiducia mentre definisci il tuo programma". Un'alternativa all'estrazione al lavoro è trovare un asilo nido vicino al posto di lavoro, in modo da poter fare una pausa per allattare il bambino negli orari in cui è solito alimentarsi.

Bibliografia

  1. Souza CB, Melo DS, Relvas GRB, Venancio SI, Silva RPGVCD. Promotion, protection, and support of breastfeeding at work, and achieving sustainable development: a scoping review. Cien Saude Colet. 2023 Apr;28(4):1059-1072. Portuguese, English. doi: 10.1590/1413-81232023284.14242022. Epub 2022 Nov 30. PMID: 37042888
  2. Ministero della Salute. Allattare al seno, un investimento per la vita.

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