Il dibattito sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia e nel mondo è costantemente alimentato da una fitta rete di informazioni, spesso contrastanti e talvolta apertamente fuorvianti. La proliferazione di "bufale" e narrazioni distorte rappresenta una tendenza preoccupante, mirata a influenzare l'opinione pubblica e le decisioni individuali attraverso la leva emotiva e la manipolazione dei fatti scientifici. Questo articolo si propone di analizzare alcune delle principali fake news e delle strategie di disinformazione che caratterizzano il panorama attuale, esaminando come queste mistificazioni cerchino di ingannare e condizionare la percezione dell'aborto. Le domande che sorgono spontanee quando ci si imbatte in queste bufale, proprio sull’aborto, non sono di certo una novità. Dalle esagerazioni sugli aborti clandestini che venivano effettuati prima della legalizzazione della pratica - veri e propri numeri in libertà - fino alla negazione dell’umanità del nascituro (verità biologica, non certo di fede), il repertorio al riguardo è tristemente ampio; proprio per questo ci si aspetterebbe che nessuno avverta più il bisogno di arricchirlo ancora. Invece così non è.
La Strumentalizzazione delle Immagini: Dal Vietnam all'Inganno Digitale
Una delle tattiche più diffuse e impattanti nella campagna di disinformazione è l'uso strumentale di immagini, spesso decontestualizzate o manipulate, con l'obiettivo di "colpire al cuore, anzi ancor meglio, alla pancia". Un esempio eclatante è l'impiego di una foto censurata raffigurante un soggetto seduto in terra con attorno a sé svariati feti umani. La foto, di per sé forte, proviene però dal Vietnam, paese dove si registra un numero di aborti decisamente alto. "Il Vietnam ha uno dei tassi di più alti al mondo. It is just sad," è stato affermato da un medico. La scelta di sfruttare un’immagine dal Vietnam per un messaggio relativo al nostro Paese rivela un’intenzione chiara: evocare una reazione emotiva intensa senza fornire il contesto necessario o una spiegazione pertinente alla realtà locale.

Un caso più recente, ampiamente discusso, riguarda una pubblicazione di The Vision sui propri canali social e in particolare su Instagram, prontamente ripresa da Chiara Ferragni, una delle principali influencer italiane. Il post verteva su ciò che verrebbe «espulso in un aborto entro le 10 settimane», accompagnato dall'affermazione: «Non manine e piedini come mostrano gli anti-abortisti». A corredo di questa scritta, una carrellata di foto pretendeva di mostrare i prodotti di un aborto a 4, 5, 6, 7, 8 e 9 settimane. Si tratta di scatti provenienti sì da un articolo della testata inglese The Guardian, ma il quale a sua volta li aveva pescati da un portale internet apertamente pro aborto, che di fatto ha come call to action «prendere appuntamento» per poi indirizzare le donne a trovare un medico che le possa aiutare a interrompere la gravidanza. Basterebbe già questo per comprendere l’equidistanza, si fa per dire, di certe fonti e la fondatezza del presunto scoop per smascherare le finte «manine e piedini» che «mostrano gli anti-abortisti».
La vicenda, tuttavia, non si è conclusa qui. A seguito dell’immagine pubblicata e rilanciata a milioni di follower dalla citata regina italiana di Instagram, che alla verifica delle fonti non pare tenere particolarmente, in tanti si sono subito accorti di come essa fosse quanto meno fuorviante. Al punto che The Vision stesso, sul proprio profilo, dopo tre giorni è stato costretto a correre ai ripari modificando il post (ma non l’immagine). Così è stato ammesso, per esempio, che quelle foto mostrano «i tessuti fetali espulsi durante l’aborto se effettuato nelle prime dieci settimane, ripuliti dal sangue» e soprattutto dall’embrione. Non solo: in realtà quelle foto non ritraggono - appunto - l’embrione, né dunque un bambino nel grembo materno che, davvero, ha manine e piedini, ma la “sacca” che si crea al momento del concepimento e che permette poi al feto di svilupparsi. In altre parole: si tratta di una fake news ritoccata e creata ad arte! Ma allora che senso ha lasciare non modificata la scritta su un’immagine - che colpisce molto più del testo che l’accompagna, per ovvie ragioni - se quelli esibiti sono «i tessuti fetali espulsi» e debitamente «ripuliti dal sangue» e soprattutto dall’embrione?
La falsità di queste rappresentazioni è stata smascherata non solo da associazioni e figure critiche, ma anche da utenti dichiaratamente pro aborto. Sotto il post di The Vision sono apparse valanghe di critiche. «Sono un medico e pro-aborto», scrive un utente, «ma a 9 settimane non si vede questo. E voi […] a ripostare questa roba senza nemmeno capirla o magari provare a capirla leggendo i testi di medicina e informandovi voi stesse (non gli altri), forse fareste bene a limitarvi a fare i fit check. No?». Poco sotto, anche il commento di una utente che si dichiara ginecologa: «Queste foto non rappresentano embrioni! Non fate disinformazione, non è corretto! A 9 settimane un embrione si muove, a 10 ha gambe e braccia. A 13 settimane con l’isterosuzione si tira già dall’utero a pezzetti. L’interruzione di gravidanza - secondo questa utente - è una legge giusta, che non va toccata e un diritto delle donne che devono essere però informate in maniera corretta e coerente e non raccontando balle!». Altri commenti affermano: «Non è assolutamente vero! Questo post è fuorviante». Ci sono ancora altri commenti, soprattutto di chi scrive di aver abortito o aver subìto un aborto spontaneo, e che ammette che ciò che si vede nelle immagini di The Vision non corrisponde assolutamente a realtà. Dunque la fake news è stata smascherata da donne pro-aborto o che comunque un aborto lo hanno vissuto sulla propria pelle. Le fake news, come ammonisce la saggezza popolare, hanno sempre le gambe corte. E oltre a Pro Vita & Famiglia e ai moltissimi commenti sui social, è stata anche la realtà Equality for All a smascherare la disinformazione di The Vision. Dunque davvero le fake news hanno le gambe corte e quando le si confeziona in modo esagerato, quelle stesse gambe diventano cortissime. E a farlo notare arriva perfino chi, in teoria, dovrebbe darti ragione, ma davanti a panzane troppo grandi non se la sente.

Bufale sulla Pillola RU486: Terrorismo Psicologico e Disinformazione Scientifica
Un altro fronte caldo della disinformazione riguarda la pillola abortiva RU486. In diverse città italiane sono stati affissi cartelloni che riportano notizie scientificamente errate, lasciando intendere che la pillola usata per l'aborto farmacologico, la RU486, sia in realtà del veleno che può far morire la donna o danneggiare la sua salute. Silvana Agatone, presidente di LAIGA (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l'Applicazione Legge 194/78), ha denunciato che "Tali affissioni portano la firma di ProVita e Famiglia onlus." Agatone ha proseguito affermando che "è assolutamente riprovevole terrorizzare le persone con false affermazioni che non hanno alcun fondamento scientifico. La Pillola RU486 è infatti utilizzata in Francia dal 1980 e a prescriverla è il medico di base, senza ricovero ospedaliero e da quel momento è stata introdotta e continua a essere utilizzata in molti Paesi del mondo, a riprova che non è assolutamente pericolosa."
La dott.ssa Mirta Mattina, referente dell'area Salute perinatale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, ha segnalato questi "terribili manifesti che mirano a stigmatizzare il ricorso all’utilizzo della pillola RU486 nelle procedure di interruzione di gravidanza". Secondo Mattina, "i manifesti non solo contengono informazioni scientificamente false circa una presunta pericolosità del farmaco RU486, utilizzato per l’interruzione di gravidanza, ma soprattutto si configurano come una grave forma di stigmatizzazione morale e sociale delle donne che decidono di abortire, configurandosi quindi come una forma di violenza nei confronti delle donne, i cui effetti psicologici possono essere gravi". Compiere scelte informate e libere è un importantissimo determinante della salute. Anche l’immagine del manifesto, secondo la referente dell’Ordine Psicologi Lazio, è decisamente ingannevole: “Raffigurare una sorta di Biancaneve in abito candido, riversa a terra dopo aver assaggiato una mela rossa avvelenata in primo piano, veicola molteplici messaggi fuorvianti e discriminatori, suggerendo che le donne che ricorrano all’IVG farmacologica siano delle persone ingenue e sprovvedute, non informate dei supposti effetti tossici di tale farmaco. La descrizione depotenziante e infantilizzata delle donne è assolutamente contraria ai principi di empowerment sui quali si fonda la promozione della salute evidence based, che fa della valorizzazione delle competenze dell’assunzione di responsabilità rispetto alla propria salute, il cardine fondamentale della sua azione."

Questi manifesti, dal tono paternalistico, sono pericolosi: alimentano solo la disinformazione e seminano paure infondate. In un Paese in cui la capacità critica è già fortemente compromessa e in un clima culturale povero di educazione scientifica e sessuale, la diffusione di messaggi falsi e ideologici sul tema dell’aborto rappresenta un attacco diretto alla libertà e alla salute delle persone. La risposta a questi attacchi deve essere arrabbiata, ma anche consapevole. È fondamentale ribaltare la narrazione sull’aborto, rivendicare la libertà di scelta e diffondere informazioni corrette. L’aborto farmacologico è un metodo sicuro, riconosciuto a livello internazionale. Le fake news che lo circondano servono solo a colpevolizzare chi lo utilizza e a limitare l’accesso a un diritto fondamentale. L’aborto è cura, libertà e autodeterminazione.
Si chiede ancora una volta che venga maggiormente diffuso il suo impiego negli ospedali e nei Consultori, come previsto dalle Linee di Indirizzo del Ministero della Salute, che già l’8 agosto aveva annunciato la definizione di nuove linee guida nell’ambito dell’interruzione volontaria di gravidanza per estendere il periodo consentito per la procedura dell’aborto farmacologico da 7 a 9 settimane e la possibilità di somministrare i due farmaci per l’interruzione farmacologica in regime di day hospital. Una procedura che ci avvicina sempre di più al resto dei Paesi europei. In Francia l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica viene scelta dal 66% delle donne, in Svezia dal 95%, ma anche in Irlanda e Portogallo ci si è mossi in questo senso, con crescenti e significative percentuali. In Italia, invece (ultimi dati 2018 della sorveglianza IVG del Ministero Salute), solo dal 18% nonostante rappresenti ad oggi la pratica medica più avanzata e meno invasiva per questo tipo di prestazione. I dati della Relazione smentiscono una volta per tutte le fake news sulla difficoltà di abortire in Italia a causa dei medici obiettori o del volontariato pro vita: diminuiscono i tempi di attesa e gli aborti fuori provincia e regione, calando anche il numero di aborti settimanali praticati dal personale non obiettore. Proprio questi dati ci dicono che lo Stato dovrebbe investire ancor più sulla collaborazione tra presidi socio-sanitari e associazioni di sostegno alla maternità difficile e alla natalità, previsto dall’articolo 2 della Legge 194 e attaccato per motivi ideologici dalla Sinistra e dai collettivi femministi. Per la prima volta in assoluto, inoltre, gli aborti farmacologici con RU486 superano gli aborti chirurgici (52% contro 46,6%).
Aborto farmacologico: cos'è la pillola RU-486
La Verità Sull'Impatto della Legalizzazione dell'Aborto: Numeri Gonfiati e Reali Tendenze
Una delle argomentazioni più frequenti nel dibattito sull'aborto è la presunta riduzione del numero di interruzioni di gravidanza a seguito della legalizzazione. Tuttavia, è falso che la legalizzazione dell’aborto riduca il numero di aborti. In realtà, la legalizzazione dell’aborto di per sé provoca l’aumento notevole e lineare del numero di aborti per un periodo di tempo lungo. Tutto ciò porta logicamente ad un aumento del numero di aborti: sia del numero di donne che decidono di ricorrere all’aborto, che del numero medio di aborti praticati per donna.
Le cifre sugli aborti clandestini in Italia fornite prima della legalizzazione erano incredibilmente gonfiate. Nel 1971 il Psi presentò una proposta per l’introduzione dell’aborto legale affermando che vi erano tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel libro Da Erode a Pilato (Marsilio, 1973), di Giuliana Beltrami e Sergio Veneziani, si sostiene che vi sono donne “che hanno abortito già dieci, venti volte”, in modo clandestino e che vi siano nientemeno che “quattro aborti per ogni nascita”. L’unico studio serio in quegli anni fu quello dei prof. Bernardo Colombo, Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, demografi e statistici dell’Università di Padova, intitolato La diffusione degli aborti illegali in Italia (1977), con il quale si mostrò la totale infondatezza di tali cifre. Del resto, se l’anno successivo alla legalizzazione gli aborti (“accessibili, legali e sicuri”) furono 187 mila, è realistico ritenere che gli aborti clandestini annuali precedenti - quando si presume fossero più pericolosi, meno accessibili e vietati - fossero solo una frazione di quel numero.

Dopo la legalizzazione dell’aborto in uno Stato, l’effetto normale è l’aumento forte e costante del numero di aborti per lungo tempo. Qualche esempio lampante proviene dal Distretto della Città del Messico, dove si legalizzò l’aborto nel 2007. Da 4729 aborti in quell’anno si arrivò a circa 12000 nel 2008, e a più di 20200 nel 2011. Di solito si osserva una riduzione solo dopo 15 o 20 anni, quando la fertilità è diminuita di molto. Da questo punto di vista l’Italia costituisce una parziale eccezione. La legalizzazione dell’aborto ne ha comunque aumentato il numero, crescendo in modo lineare dal ’78 all’82. Le interruzioni di gravidanza sono cresciute notevolmente già subito dopo il 1978: 68.000 aborti nel 1978; 187.752 nel 1979; 220.263 nel 1980, 224.377 nel 1981; 234.377 nel 1982. Tuttavia l’effetto è stato molto più breve del normale. Fattori diversi - evidentemente indipendenti dalla legalizzazione, considerato quanto appena esposto - hanno contribuito alla diminuzione del numero di aborti dal 1983 in poi. Tra i tanti fattori, in Italia probabilmente l’effetto della riduzione della fertilità è stato più veloce che altrove: l’Italia è uno dei paesi con fertilità più bassa al mondo. Si può ipotizzare che la tendenza al rialzo del numero di aborti cominciata nell’anno della legalizzazione e finita poi nel 1982 sia stata rapidamente neutralizzata dal crollo della fertilità. Tuttavia, ci sono certamente altri fattori che hanno influito non solo sul numero di aborti in senso assoluto ma anche sulla riduzione dei tassi di abortività: probabilmente una maggiore consapevolezza e conoscenza della vita prenatale, ma anche la diffusione delle varie “pillole”. Le statistiche solitamente si riferiscono agli aborti chirurgici mentre non viene preso in considerazione l’effetto delle pillole anti-nidatorie e micro-abortive, la cui diffusione sempre più massiccia ha caratterizzato gli ultimi decenni. Di norma, invece, l’aumento nel numero di aborti si manifesta per molto più tempo dopo la legalizzazione.
Un’altra osservazione importante è che la legalizzazione operata dalla 194 non ha nemmeno portato alla scomparsa degli aborti clandestini in Italia come fenomeno socialmente rilevante. Vengono stimati tutt’ora, secondo l’Istituto superiore della sanità (dati del 2012), circa 15 mila - 20 mila aborti clandestini l’anno. Perciò non sappiamo neppure se o di quanto gli aborti clandestini siano diminuiti dagli anni precedenti la legalizzazione al giorno d’oggi. Sembra di poter affermare invece che gli aborti clandestini si riducano più efficacemente non con la legalizzazione ma con i programmi di assistenza alle mamme, promossi soprattutto dalle associazioni e dalla società civile. In Cile, ad esempio, paese con una legge molto restrittiva sull’aborto, l’effettività di questi programmi di aiuto rispetto alla diminuzione dell’intenzione di aborto clandestino è dimostrata essere altissima: circa dell’86%, persino nei casi più drammatici, in cui la gravidanza è risultato di uno stupro.
Mortalità Materna e Leggi sull'Aborto: Un Confronto Internazionale e Falsi Correlazioni
È falso che la legalizzazione dell’aborto abbia migliorato la salute materna e ridotto la mortalità materna. Il primo ragionamento è falso, come mostrato sopra: sono molte di meno le donne disposte a ricorrere all’aborto illegale, e quelle che ricorrono all’aborto legale, per effetto della legalizzazione, sono via via più numerose negli anni successivi alla legalizzazione, se altri fattori non entrano in gioco per invertire la tendenza. Il secondo ragionamento effettua un paragone errato tra paesi che hanno situazioni sociali molto diverse. In realtà la mortalità materna dipende ampiamente da altri fattori, come il livello di assistenza medica generale e la sua diffusione sul territorio, il livello di istruzione, il livello di povertà, l’accesso all’acqua potabile e così via.
Sono stati realizzati due cosiddetti “esperimenti naturali” sul rapporto tra la legalizzazione dell’aborto e la mortalità materna. Sono i primi studi che hanno valutato l’effetto di un cambiamento di legislazione in tema di aborto su un lungo periodo di tempo, controllando molteplici fattori concorrenti. Il primo è uno studio pubblicato sulla rivista americana PlosOne (2012) sulla situazione in Cile, paese dove vige un sostanziale divieto di aborto dal 1989. In Cile vi è stata una diminuzione del 94% della mortalità materna dal 1957 al 2007, e nel 2008 il Cile era il secondo (migliore) paese per livello di salute materna nel continente americano. Dopo la proibizione dell’aborto nel 1989, la mortalità materna continuò a diminuire rapidamente. La modifica legislativa del 1989 non ebbe effetti statisticamente rilevabili sulla curva della salute e mortalità materna. Attualmente la morte per aborto (anche clandestino) in Cile è un evento rarissimo. Anzi, negli ultimi anni, in Cile anche gli aborti clandestini sono diminuiti (circa del 33% dal 2001 al 2011 secondo le migliori approssimazioni).

Il secondo “esperimento naturale” è stato pubblicato sul British Medical Journal (2015): riguarda la relazione tra mortalità materna e le leggi sull’aborto nei diversi Stati del Messico. Si osservò meno mortalità materna in Stati con leggi meno permissive. Questi Stati tuttavia avevano anche migliori parametri rispetto all’istruzione, assistenza sanitaria, ecc. In realtà le leggi sull’aborto in sé non mostrarono una causalità significativa rispetto alla mortalità (né in positivo né in negativo). Esistono anche casi in cui un aumento della mortalità materna è associata all’avvenuta legalizzazione dell’aborto.
Fuori dal Sudamerica, un paese occidentale come l’Irlanda ha notoriamente una bassa mortalità e buona salute materna. Uno studio comparativo del 2013 pubblicato sul Journal of American Physicians and Surgeons mette in rapporto la mortalità materna e la salute neonatale in Irlanda (dove l’aborto è sostanzialmente proibito) con quelle dell’Inghilterra (aborto ampiamente permesso). Lo studio mostra una migliore salute neonatale e materna in Irlanda (mortalità materna 3/100.000) che in Inghilterra (6/100.000), nel decennio 2003-2013. Secondo i dati dell’OMS riferiti all’anno 2015, il tasso di mortalità materna in Polonia è il più basso al mondo, stimato a 3/100.000, insieme ai tassi riscontrati in Finlandia, Islanda e Grecia.
Aggiungiamo che, se il divieto o la legalizzazione dell’aborto non sembrano avere di per sé un effetto sulla mortalità materna, questo è vero quando si considera la mortalità direttamente causata da complicazioni della gravidanza, del parto o dell’aborto (di solito entro 48 ore). Ricordiamo infine che per valutare in modo completo le relazioni tra tassi di mortalità e legalizzazione/divieto di aborto bisognerebbe considerare la “mortalità” a 360°… cioè rispetto a tutti gli esseri umani coinvolti nell’aborto. In questa ipotesi il bilancio della legalizzazione è ancora più impietoso: con l’aborto muore comunque e sempre almeno un essere umano (il figlio o la figlia della madre).
Il Contesto Politico e Sociale della Disinformazione sull'Aborto
Il fenomeno delle bufale e della disinformazione sull'aborto non è scollegato da più ampi contesti politici e sociali. Voler imporre le proprie credenze, le proprie preferenze sugli altri è un sopruso, ed è esattamente quello che cercano di portare avanti i pro vita, che come si schierano contro l’aborto da tempo si schierano strenuamente contro l’educazione sessuale a scuola. Se le cose andassero come vogliono loro, oggi avremmo migliaia di gravidanze indesiderate in fasce d’età decisamente basse.
Nessuno è "pro" aborto, a tutti piacerebbe vivere in un mondo perfetto dove i sistemi anticoncezionali siano talmente diffusi tra tutti coloro non intenzionati ad avere figli da non dover ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. Ma anche in un mondo perfetto ci sarà sempre bisogno della libertà di scelta. Continuare ad avere soggetti che cercano di attaccare in questo modo leggi dello Stato, votate dalla maggioranza dei cittadini, è incredibile.
È importante inoltre evidenziare i legami stretti tra queste organizzazioni anti-scelta e l’estrema destra internazionale, tra cui gruppi anti-gender attivi in diversi paesi: dalla Russia di Putin agli Stati Uniti di Trump. Dietro la retorica “pro-life” si nasconde una rete globale di controllo dei corpi e repressione dei diritti. Si tratta di una strumentalizzazione del corpo della donna trasformato in un argomento politico per fomentare la discriminazione nei confronti di chi proviene da un altro paese. Ad esempio, è vero che una grande parte delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) - il 30,3% sul totale, riporta l’Avvenire - viene effettuato su donne straniere ma non si tratta di una predisposizione culturale. È spesso il risultato di contesti di sfruttamento o di violenza non soltanto fisica. Il secondo punto che rende inaccettabile certe dichiarazioni, ha spiegato Lea Fiorentini, è che, ancora una volta, il discorso si concentra soltanto sulla donna, sono i suoi comportamenti ad essere considerati incivili.

È molto provocatorio quanto affermato da alcune parti politiche, ma non ha nessuna base di verità. È stato sottolineato come siano pochissime le donne che si rivolgono direttamente al pronto soccorso per un’interruzione volontaria di gravidanza. Ci sono quelle che scoprono di essere incinta in ospedale ed allora seguono il percorso ma la maggior parte va al consultorio. E moltissime non sanno quali sono le vie corrette da seguire per interrompere la gravidanza. Accade che arrivino in ospedale donne con aborti compiuti soltanto a metà e male, praticati chissà dove. E se il 36% delle donne straniere - scrive sempre l’Avvenire - ha subito un aborto ripetuto il problema potrebbe essere il malfunzionamento proprio del sistema italiano.
In molti paesi europei i movimenti pro-life stanno acquisendo consensi e conquiste. In Portogallo c’è una nuova legge molto restrittiva sull’aborto, in Ungheria l’embrione ha acquisito diritti civili. In Italia c’è un disegno di legge proposto da alcuni senatori di Forza Italia nel 2018, che punta ad estendere i diritti legali della persona anche a prima della nascita. Potrebbe essere approvato. Questi sviluppi sottolineano la continua battaglia per l'informazione corretta e la libertà di scelta.Maria Rachele Ruiu, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, ha commentato la Relazione annuale sulla Legge 194 pubblicata dal Ministero della Salute, che riporta un aumento di aborti del 3,2% nel 2022 (65.661 in totale) rispetto all’anno precedente e un tasso del 2,2 per 1.000 per gli aborti da parte delle minorenni.