La riflessione sull'invecchiamento, sulla cura delle comunità e sul senso profondo della fine costituisce una delle frontiere più impervie e, al contempo, più vitali dell’umanesimo contemporaneo. In un’epoca dominata dal feticismo del consumo e dall’idolatria dell’efficienza, comprendere il significato della "gioia della fine" non è un esercizio di malinconia, ma un atto di resistenza profetica.

Il presente come unico patrimonio assoluto
Quanto più il nostro schema dei valori è ricco, tanto più è difficile realizzare l’armonia al suo interno. Comprendere che l’unico patrimonio che veramente possediamo è il presente, è un’esperienza assoluta dell’esistenza umana. Quando avvertiamo improvvisamente che il passato non c’è più, e il futuro è affidato a una promessa fragile perché tutta dono. Ma in quella che potrebbe e dovrebbe essere l’ora della disperazione, siamo raggiunti da una gioia nuovissima mai provata in tutti i paradisi del passato.
Nasce dalla consapevolezza che tornati davvero e finalmente poveri stiamo abbattendo l’ultimo idolo: il nostro io. Capiamo che nel corso degli anni era diventato enorme, perché si era nutrito delle macerie di tutti gli idoli che avevamo incontrato e distrutto lungo la strada. Dopo ogni battaglia idolatrica era diventato più grande e forte, le nostre vittorie aumentavano la sua certezza e soddisfazione per avere conquistato e difeso la vera fede. Finché, d’un tratto, capiamo che per liberarci da questo nuovo ultimo grande idolo, non dobbiamo più combattere ma solo pronunciare un docile "amen".
La vita delle istituzioni oltre la vita degli uomini
La gestione dell’invecchiamento è delicata e cruciale anche nelle comunità e nelle organizzazioni, particolarmente evidente in questa fase storica di grandi passaggi. Ma con una peculiarità cruciale: le realtà collettive non sono destinate all’inesorabile declino e alla morte che caratterizza la vita umana, perché possono continuare a vivere oltre la vita delle persone che la compongono. È infatti parte del compito morale di chi vive e governa una comunità o una organizzazione fare di tutto perché la vita delle loro istituzioni sia più lunga della propria, per evitare che le due "morti" coincidano.
Le persone che per vocazione si ritrovano dentro una comunità riescono a sconfiggere la morte facendo sì che la loro comunità continui a vivere oltre la loro morte individuale - le forme delle resurrezioni vere sono molte, e molto sono improbabili e impreviste. Attorno a queste morti e resurrezioni si concentrano sfide importanti.
RESILIENZA - Video Motivazionale
Pensiamo, ad esempio, al rapporto tra anziani e giovani. Una comunità che sta invecchiando ha un bisogno vitale di giovani e di persone di mezza età, che la potrebbero rigenerare con la loro energia vitale e con la loro provvidenziale ingenuità, perché l’allegrezza e la promessa di futuro dei giovani può curare la naturale tristezza e nostalgia del passato degli anziani. La realtà storica ci mostra invece una polarizzazione: le organizzazioni giovani sono piene di giovani e quelle anziane piene di anziani. Attrarre giovani e vocazioni autentiche è comunque possibile anche in comunità invecchiate, ma è necessario che i giovani vedano negli anziani persone interessate al futuro e quindi anti-nostalgiche.
Sogni, profezie e la rigenerazione delle comunità
Che i giovani vedano gli anziani immersi nel presente per preparare il domani, li vedano lavorare fino alla fine, aprire il portone della scuola con la stessa passione con cui aprono in chiesa la porticina del tabernacolo, piantare almeno un nuovo albero che nutrirà e ombreggerà il futuro. Non è soltanto (né credo principalmente) l’elevata età media dei loro membri che oggi allontana i giovani da molte comunità, quanto piuttosto l’assenza di speranza che il presente e il futuro potranno essere ancora belli, forse più belli ancora.
I «vostri figli e le vostre figlie diventeranno profeti» e i «giovani avranno visioni» se «i vostri anziani faranno sogni» (Gioele 3,1-2). Esiste un nesso tra i sogni degli anziani e le profezie dei figli, perché i giovani possono profetizzare in un ambiente allietato dai sogni di speranza degli adulti e degli anziani. Ciò è vero per la vita civile ed economica (è la mancanza di grandi sogni generativi di futuro degli adulti e degli anziani il primo ostacolo che i giovani stanno incontrando), e lo è ancora di più per le comunità e le organizzazioni radunate attorno a idealità collettive.
Qui si innesta anche l’altro grande tema del patrimonio e delle opere delle comunità dal grande passato e dalla grande eredità (scuole, ospedali, terreni, case…), oggi particolarmente urgente e delicato, sia per i carismi religiosi sia per quelli laici. I fondatori fanno nascere opere perché, spesso, questa generatività istituzionale è una componente essenziale del carisma. In generarle le commisurano sulle dimensioni carismatiche che la potenza di luce della fase di fondazione fa loro intravvedere.
L’equilibrio instabile e la vocazione al cambiamento
Ogni fondazione di una nuova comunità carismatica è un eskaton anticipato, dove la prudenza (che pure è virtù dei fondatori) è sovrastata dall’urgenza di realizzare in vita e in terra ciò che vedono in cielo. Le sue opere sono costruite nel già ma guardando al non ancora. Se i fondatori avessero fatto opere commisurate sulla realtà presente sarebbero state troppo piccole. Questo tipo di opere non sono mai "giuste": se oggi non sono troppo grandi, ieri sarebbero state troppo piccole.

Le opere troppo grandi le possiamo chiudere o vendere, comprese le case che hanno nelle mura i segni e l’odore dei miracoli dei primi tempi, e così prepararci alla morte nostra, delle opere e dell’opera. Ma ci sono anche chances di vita. Una è quella del bambino che ci arriva dal grembo giovane di Agar, che prende il posto del nostro grembo ormai avvizzito (Genesi 16,4). Agar oggi si chiama alleanza: patti tra comunità antiche e comunità più giovani, che possono dar senso a strutture che stanno per morire, che riportino bambini dentro casa e con essi la gioia e il futuro.
Le eccedenze e i disallineamenti sono la condizione ordinaria e costante delle comunità carismatiche e di molte Organizzazioni a Movente Ideale (Omi). Come tutte le realtà complesse, anche queste vivono costantemente sulla frontiera delle loro possibilità. Le persone che accolgono e che a loro volta le arricchiscono sono in continua evoluzione. Si addormentano avendo raggiunto un certo equilibro nelle contraddizioni, gioie e dolori di quella giornata, e quando si svegliano devono ricominciare a cercarne un altro. Da giovani vogliono il paradiso, da adulti si ritrovano in molti purgatori e in qualche inferno, finché da vecchi capiscono che non erano mai usciti da quel primo paradiso, ma per capirlo hanno avuto bisogno di tutta una vita, e un po’ di più.
L’urgenza della profezia contro l’idolatria
Finché sulla terra ci sarà un idolo, avremo ancora bisogno di profeti. E dagli idoli la nostra società post-capitalistica appiattita sul feticismo del consumare - un culto con milioni di totem, oggi pure virtuali e personalizzati - è quasi divorata. L’umanesimo biblico che Luigino Bruni continua a esplorare in chiave sociale, economica e antropologica rappresenta anzitutto un antidoto all’idolatria.
Il primo compito del profeta dunque - di Isaia, come di Quèlet - è liberare il campo dall’idea errata di Dio quale potere sommo, affamato di sacrifici, che agisce dentro la logica contabile del dare e dell’avere: «Le offerte al tempio e ai suoi commerci, i sacrifici, sono una strada sbagliata. La strada giusta è un’altra: quella della giustizia e quindi dell’azione a favore dei poveri».
In tale contesto, emerge la distinzione tra la logica contabile del capitalismo tecno-finanziario e la profondità della visione profetica. L’errore più grave che il profeta riconosce nei sistemi di potere è la mancata conoscenza della precarietà del proprio successo e la conseguente "maledizione delle risorse", che scatta ogni qual volta le ricchezze di ieri diventano un ostacolo alla creazione del raccolto di domani.

La parola che curva il tempo
La profezia interpreta pertanto un ruolo ancor più importante, oggi, spostando il confine: non è più lo spazio a dividere sacro e profano, ma la parola a curvare il tempo e sovvertire l’ordine. Le parole dei profeti sono sommamente generative, essendo i virgolettati di Dio. Si fa tempio soprattutto la notte, nel tempo di crisi, perché essendo i profeti stessi uomini e donne dell’insuccesso, la loro parola e la loro esistenza ci donano una mappa etica e spirituale per orientarci nell’ora del fallimento.
Nel mondo delle fake news, la Bibbia ci ricorda il potere della parola, capace di creare dal nulla. Senza dimensione profetica, osserva Bruni, non avremmo probabilmente avuto l’Unione Europea, nata dall’intuizione di uomini di frontiera, perseguitati dalle dittature, capaci di guardare oltre le dinamiche tribali. Pertiene infine alla profezia la dimensione della gratuità, regola prima della grammatica sociale: non un regalo dentro una logica commerciale di "dare e avere", ma un dono inserito in una prospettiva relazionale.
La storiografia e l'eredità del passato
Nella generale crisi e involuzione in cui tramontò l’antica civiltà ellenistico-romana del Mediterraneo la storiografia non soffrì meno di qualsiasi altro settore o elemento di quella civiltà. L’Italia fu colpita, come tutte le altre province del mondo romano, da questo radicale e totale sconvolgimento delle condizioni civili di quell’imperium sine fine.
Non basta tuttavia questa caratterizzazione di ‘storiografia in Italia’ a designare la reale condizione o qualità delle cose in materia nell’Italia di quei secoli. Altri problemi si delineano già per quanto riguarda, innanzitutto quella che possiamo considerare e definire ‘storiografia pontificia’. Il suo aspetto formale prevalente era quello annalistico, una notazione anno per anno degli avvenimenti, non una novità medievale, ma una consuetudine che affonda le radici nella cultura latina.
Gli avvenimenti erano la cronaca alla quale quotidianamente si assisteva di persona, la storia che direttamente si viveva o si subiva. Il senso generale degli avvenimenti era invece reso chiaro a priori e fino in fondo dalla presenza e dai decreti della Provvidenza. In questa storiografia, comunque, gli avvenimenti erano meno importanti del loro senso generale.
Sardegna: terra di strati geologici e memorie
La Sardegna, con le sue isole minori, è la seconda isola del Mediterraneo. La sua situazione nel bacino occidentale del Mediterraneo è molto favorevole, eppure la storia dell'isola mostra una vocazione peculiare, spesso rivolta verso l'interno, verso i sicuri massicci montuosi, piuttosto che verso il mare. Geologicamente, l'isola presenta stretti rapporti con la Corsica, condividendo un'antica impalcatura granitica, relitti di una vasta terra emersa.
Le ultime fasi della storia geologica della Sardegna sono riconoscibili nei terrazzamenti delle alluvioni quaternarie delle principali pianure dal Campidano alla Nurra, zone che la storia ha visto come luoghi di bonifica e trasformazione. La plastica del terreno varia molto secondo la natura e giacitura delle rocce, tanto che la Sardegna offre un vero campionario di paesaggi geologici, una conseguenza dell'azione erosiva esplicatasi per lunghi periodi con effetti diversi secondo il grado di resistenza dei materiali.
Il Giubileo come shabbat della storia
Il Giubileo biblico non è solo una legge economica, ma un annuncio di un’altra gioia, della terra promessa libera e non occupata dai nostri affari e dalle nostre armi. Le beatitudini sono lo shabbat del vangelo, l'anno sabbatico della storia. Esse parlano di questa vita, non di quella futura, e hanno il sapore dei frutti della nostra terra di oggi.
La cultura sabbatica, che fonda il Giubileo, contiene un messaggio antropologico molto importante, perché tocca elementi decisivi per la fioritura delle persone e delle comunità. La sapienza biblica, che accompagna la vita, nasce dalla scoperta di una realtà più profonda di quella che si mostra ai sensi, e che contiene parole diverse che ci insegnano il mestiere del vivere.
Il capitalismo, per come si è venuto configurando in questi ultimi due secoli, ha generato una cultura che si pone agli antipodi di quella giubilare. Non abbiamo saputo far rifiatare la terra, non abbiamo generato una economia che libera gli schiavi e rimette i debiti. Al cuore del Giubileo e del suo umanesimo c’è la libertà come dono, la consapevolezza che il ponte levatoio si trova sull’altra sponda ed è dall’altra sponda che devono comunicarci che siamo liberi.
La ferita del profeta come luogo di generazione
L’essenza della fede si trova nella consapevolezza che non solo la vita è dono, ma anche la libertà lo è. Trascorriamo buona parte della vita a cercare Dio nei templi e nei luoghi del sacro, per accorgerci, quasi sempre troppo tardi o alla fine, che quanto cercavamo si trovava, semplicemente, dentro casa, nelle semplici faccende di tutti i giorni.
Le esperienze più profonde e intime sono preziose perché generate e vissute nel segreto impronunciabile del cuore. Ci donano una nuova profondità, ci fanno intravvedere una nuova interiorità che non pensavamo di possedere. I profeti ci cantano la loro interiorità per far parlare anche le nostre; sono i grandi esperti delle parole delle profondità dell’uomo, dei silenzi dell’uomo e dei silenzi di Dio.
Quando scrive e legge pubblicamente i suoi versi, Geremia è un uomo adulto. La sua vocazione è una ferita, una ferita sempre aperta che non cicatrizza. Ci dice che la voce buona che un giorno ci rivela ciò che eravamo già da sempre, è anche un bisturi che per aprirci la nostra natura più vera, per svelarci a noi stessi, incide profondamente la nostra anima e la nostra carne. La ferita è solo la forma che prende la prima luce nell’età adulta: il profeta è una ferita che parla, una spina perennemente conficcata nella propria carne, e ognuno ha il suo segno segnato che gli consente di in-segnare la parola.