Settembre è per molti bambini un periodo che segna l'inizio dell'inserimento all’asilo nido o alla scuola dell’Infanzia. Questa fase rappresenta una transizione significativa, dove il bambino, forse per la prima volta nella sua giovane vita, non ha l’adulto a sua completa e immediata disposizione. L’esperienza della separazione e l’inserimento in un nuovo contesto non riguardano esclusivamente i più piccoli, ma coinvolgono profondamente anche i genitori. Nonostante gli aspetti positivi e le opportunità di crescita che il nido offre, i genitori possono vivere questa esperienza con un senso di disagio, preoccupazione e, talvolta, persino di colpa. Cominciare ad andare al nido è, infatti, un momento di transizione che interessa sia il bambino che la famiglia nel suo complesso. Il piccolo è abituato a trascorrere la maggior parte del tempo con le figure di riferimento primarie, e il nido introduce una separazione emotiva temporanea. È un ingresso ufficiale nella società, e l'unico compito dei genitori in questa fase è sostenerlo. Per ogni genitore che vive l'inserimento al nido, il momento dei saluti e del distacco si presenta come un intricato mix di emozioni. Da un lato, emerge l'entusiasmo per l'opportunità che il bambino avrà di socializzare, di esplorare e di apprendere nuove cose in un ambiente stimolante; dall'altro, c'è spesso l'angoscia, acuta e palpabile, quando il bambino piccolo inizia a piangere disperatamente, rendendo il distacco un momento di profonda prova emotiva per tutti i soggetti coinvolti.
Il Pianto Infantile: Una Forma di Comunicazione Universale e Necessaria
Nel periodo di inserimento al nido, è quasi inevitabile che il bambino manifesti il proprio disagio attraverso il pianto al momento del distacco. Questo fenomeno non deve generare eccessiva preoccupazione, poiché il pianto serve primariamente per scaricare la tensione accumulata ed è, in molti casi, un atto liberatorio. Nella maggior parte delle situazioni, il pianto cessa rapidamente una volta che il genitore si è allontanato. Alcuni bambini possono, tuttavia, sentire il “magone” e un senso di disorientamento anche durante la mattinata, provando la mancanza della mamma e del papà. Il pianto, in questo contesto, è una reazione normale alla separazione dalla figura di attaccamento principale, tipicamente la madre, e rappresenta una forma di comunicazione cruciale per il bambino. Egli sta, in sostanza, cercando di esprimere qualcosa, anche se non ha ancora la capacità di farlo attraverso le parole. I bambini, specialmente i più piccoli, comunicano principalmente attraverso il pianto, e durante l'inserimento all'asilo nido, questa manifestazione è del tutto normale. Sebbene possa essere faticoso assistervi, è fondamentale non cercare di reprimerlo.
Il pianto dei bambini è una forma di comunicazione biosociale, radicata in una capacità biologica innata del bambino: piangere è, infatti, una delle poche azioni che un neonato sa e può compiere per richiamare l'attenzione dei genitori distanti, come sottolineato da Lester (1984). Questa interazione si basa sulla risposta dei genitori al pianto del proprio figlio o di altri bambini. È interessante notare come gran parte delle prime interazioni tra genitori e bambini sia negoziata proprio attorno a questo segnale sonoro. È importante sottolineare che il pianto è un fenomeno con un duplice aspetto: da una parte c'è il bambino che piange, dall’altra l’adulto che deve prima “interpretare” il segnale, ponendosi domande fondamentali come "Ha fame?" o "Sta male?", per poi, basandosi su questa interpretazione, fornire le cure più appropriate. Questa dinamica complessa e antica, in cui il bambino esprime il suo dispiacere a staccarsi dalle persone a cui vuole bene, è il fulcro di molte delle prime esperienze relazionali.

Decifrare il Linguaggio delle Lacrime: Diverse Tipologie di Pianto e la Loro Evoluzione
Il pianto di un neonato non è uniforme; presenta modalità differenti a seconda della sua natura intrinseca, e conoscere queste distinzioni può essere di grande aiuto per consolare il piccolo. Esistono diverse tipologie di pianto che i bambini manifestano, ciascuna con le proprie peculiarità e i propri significati.
Uno dei pianti più riconoscibili è il pianto per nostalgia, spesso associato a un desiderio di coccole. Questo tipo di pianto inizia tipicamente con dei versetti, che si trasformano gradualmente in piccoli “waaa”, talvolta simili al verso di un gattino. La sua caratteristica distintiva è che scompare quasi immediatamente quando il bambino viene preso in braccio e, mentre piange, il piccolo tende a girarsi intorno, cercando la persona a cui è più legato, manifestando un bisogno di contatto e rassicurazione.
Vi è poi il pianto che comunica stanchezza. Quando il bambino è esausto, il suo pianto prorompe in modo deciso, passando da un lieve lamento a un pianto assai più forte, spesso accompagnato da sbadigli evidenti e da segnali di insofferenza fisica. Il bambino potrebbe inarcare la schiena, afferrarsi il viso fino a graffiarsi, scalciare o dimenarsi, e il suo volto potrebbe diventare rosso per lo sforzo. È fondamentale fare attenzione a non confondere questi segnali con quelli, assai simili, caratteristici della fame.
Tradizionalmente, si distinguono pianto di dolore, pianto di fame e pianto di irritazione o stizzito. Tuttavia, studi più recenti, come quelli condotti da LaGasse, Neal, & Lester (2005), tendono a considerare solo due tipi principali di pianto: il pianto di dolore e il pianto di base.
Il pianto di dolore è simile a quanto descritto da Wolff; la sua funzione biosociale è quella di fungere da vera e propria “sirena d’allarme”. Come tale, questo tipo di pianto rimane sostanzialmente identico dalla nascita in poi, segnalando un disagio fisico acuto che richiede un intervento immediato.
Il pianto di base, invece, è più specificamente “dedicato” alla comunicazione con i genitori e l’ambiente circostante. Per questo motivo, esso varia nel tempo, assumendo forme differenti a seconda dell’esito relazionale desiderato dal bambino. Subito dopo la nascita, e generalmente fino a circa 4-6 settimane, il pianto tende a essere scatenato da una serie di stimoli di natura quasi esclusivamente fisiologica, come fame, dolore, freddo o l'interruzione del sonno, manifestandosi in maniera quasi “automatica”. In questa fase iniziale, la sua funzione di segnale non sembra essere ancora pienamente percepita dal neonato. Solo in seguito a ripetute esperienze, i neonati apprenderanno che certe azioni, inclusi i loro segnali vocali, tendono a provocare determinate conseguenze nell’ambiente che li circonda.
All’incirca verso la sesta settimana di vita, il sistema nervoso del neonato matura al punto da permettergli un primo controllo volontario delle corde vocali. Il neonato impara così di avere tale controllo e inizia ad “usare” il pianto di base in maniera più intenzionale, non solo come risposta automatica a uno stimolo, ma, ad esempio, per far arrivare la madre e vederla. È interessante notare che il picco di durata del pianto si verifica proprio in quest’età, con circa il 20% dei neonati di 4-6 settimane che piangono per circa tre ore al giorno (Lester e LaGasse, 2008).
La crescente dipendenza da stimoli esterni piuttosto che da quelli interni fa sì che sia le condizioni scatenanti il pianto sia quelle in grado di inibirlo acquisiscano una natura sempre più psicologica. Se inizialmente la soddisfazione del bisogno da parte del genitore è la risposta principale, col tempo si passa a calmare il pianto con stimoli diversi, quali il ciuccio o oggetti simili, il contatto fisico e il cullare (Kessen e Mandler, 1961). Successivamente, si passa gradualmente a stimoli e risposte dei genitori ancora più complessi. Ad esempio, Wolff (1969) ha dimostrato sperimentalmente come si possa inibire il pianto provocato da cause fisiologiche per ben 25 minuti presentando al bambino uno “spettacolo interessante” o qualcosa che egli può afferrare. Inoltre, dalla quinta-sesta settimana, lo stesso Wolff ha evidenziato che il pianto è inibito più efficacemente da stimolazioni di natura sociale, come la voce o il volto umani, rispetto a uno stimolo non sociale.
Crescendo, i bambini iniziano a utilizzare variazioni del pianto di base per una gamma più ampia di motivi, che vanno oltre quelli puramente fisiologici o legati alla richiesta di attenzione immediata. Possono piangere per paura, per ansia verso uno sconosciuto, o anche semplicemente per un momento di “luna storta”, che riflette un malessere emotivo meno definito. Le ragioni sottostanti a questi nuovi motivi di pianto sono principalmente due, come spiegato da Lester e LaGasse (2008).
Dal punto di vista neuropsicologico, il pianto si verifica quando le strategie di gestione ad alto livello, basate sulle funzioni della corteccia cerebrale, non sono più efficaci per la regolazione del comportamento del bambino. In questi momenti, strutture più primitive, basate sul sistema limbico, prendono il sopravvento. Questa regressione si può manifestare quando il bambino è frustrato. Un esempio particolarmente rilevante per le educatrici di asilo nido, soprattutto nelle sezioni lattanti e semidivezzi ma non solo, è il fatto che i bambini sviluppano il linguaggio recettivo molto prima del linguaggio espressivo. Questo significa che i bambini si trovano a sapere cosa vorrebbero dire o comunicare, ma non possiedono ancora gli strumenti verbali per esprimerlo, generando frustrazione che si manifesta nel pianto.
Un altro tipo di regressione temporanea al pianto può verificarsi quando il bambino si trova a gestire conflitti interni generati dall’affrontare nuove sfide nello sviluppo o dall’apprendimento di nuove cose. Ad esempio, imparare a camminare porta con sé sensazioni di autonomia e scoperta, ma può anche suscitare la paura di interrompere la relazione di attaccamento con la madre, un conflitto che può tradursi in pianto.
All’arrivo negli asili nido, i bambini hanno già avuto modo di creare, per almeno tre mesi, i propri protocolli di comunicazione con l’ambiente circostante, basati sull’evoluzione del pianto di base. Dal punto di vista dei bambini, questi pianti esistono “da una vita”, sono ben consolidati e portano a risposte prevedibili e utili al soddisfacimento dei propri bisogni. È quindi un sistema comunicativo rodato che il bambino porta con sé nel nuovo ambiente del nido.
Le educatrici, durante un percorso formativo con coordinatrici degli asili nido del Castanese (MI), hanno approfondito le risonanze che il pianto suscita negli adulti, distinguendo diverse tipologie che richiedono risposte specifiche. Tra queste, sono state identificate il pianto evolutivo, il pianto costruttivo, il pianto strumentale e il pianto strutturante. Si parla anche di pianto che esprime e rielabora emozioni, pianto che attiva e chiede aiuto, che fa crescere, pianto d’impulso e pianto di fragilità. Queste definizioni, sebbene non strettamente scientifiche, aiutano a costruire risposte di cura adeguate e a interpretare le diverse sfumature del disagio infantile.
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Le Cause del Pianto al Nido: Un Mosaico di Fattori Emotivi e Ambientali
Il pianto di un bambino al nido non è mai un evento isolato, ma la manifestazione di un complesso intreccio di fattori emotivi, psicologici e ambientali. Comprendere queste cause è il primo passo per trovare soluzioni adeguate.
Una delle ragioni più comuni e naturali è l’ansia da separazione. Si tratta di un sentimento del tutto normale che può manifestarsi nei bambini quando vengono separati dalle figure di attaccamento principali o quando percepiscono che tale separazione è imminente. Questa ansia è particolarmente acuta durante i primi mesi al nido, ma può ripresentarsi anche in momenti successivi.
Le emozioni dei genitori giocano un ruolo cruciale. I bambini sono estremamente attenti e sensibili alle emozioni e alle preoccupazioni dei loro genitori, assorbendole come una spugna. In alcuni casi, se la mamma al momento del distacco è preoccupata, ansiosa o si sente in colpa, il bambino può fare molta più fatica ad accettare la separazione, manifestando reazioni intense di paura e rabbia. Un genitore ansioso può involontariamente comunicare un senso di insicurezza che il bambino percepisce e internalizza, rendendo il distacco più traumatico.
Eventi significativi o stress familiari possono sconvolgere la routine e la stabilità emotiva del bambino, contribuendo al pianto. Un trasloco in una nuova città, un divorzio, l'arrivo di un fratellino o altri cambiamenti importanti nell'ambiente domestico possono rendere il bambino più vulnerabile e sensibile alla separazione. In questi contesti, il nido può essere percepito come un'ulteriore fonte di destabilizzazione.
Un fattore spesso sottovalutato è l’impatto delle malattie e delle assenze prolungate dalla routine del nido. Quando i bambini stanno male e rimangono a casa anche solo per qualche giorno, tendono a regredire rispetto alle capacità di adattamento acquisite. L'esempio di una bimba di 21 mesi, che dopo un inserimento iniziale con pianto aveva iniziato ad andare volentieri al nido, ha mostrato un ritorno a pianti disperati dopo una settimana di assenza per otite. Questo periodo prolungato a casa, trascorso nel "porto sicuro" della famiglia, può essere alla base di una maggiore resistenza al distacco. L'otite, in particolare, può lasciare l'orecchio molto sensibile, e il passaggio dal silenzio domestico al vociare dei bambini al nido potrebbe causare un fastidio significativo, sebbene temporaneo.
Un bambino potrebbe non tollerare la separazione se questa viene vissuta come troppo brusca e affrettata, specialmente in situazioni in cui non è possibile effettuare un inserimento graduale con la presenza dei genitori al nido. In questi casi, il piccolo potrebbe non aver avuto il tempo necessario per creare un legame solido con le insegnanti come adulti di riferimento, e di conseguenza, tende a ricercare ancora i genitori come "base sicura" nei momenti di bisogno.
Talvolta, il pianto può assumere le connotazioni di una "pretesa" o di una "sceneggiata". Questo tipo di pianto è quello in cui il bambino sembra “recitare”, quasi a “far finta” di avere un disagio per ottenere attenzione o soddisfare un capriccio immediato. Le educatrici spesso identificano questo pianto come quello che "urta e infastidisce", in quanto il bambino sembra piangere con l'intenzione che l'adulto debba "per forza guardarlo e accontentarlo". Tuttavia, è cruciale distinguere questo dal pianto che esprime un vero dolore emotivo, come quello dovuto al distacco.
Altri indicatori di disagio che possono accompagnare il pianto o essere sue dirette conseguenze includono il rifiuto del cibo o problemi di sonno. Durante l'inserimento, è comune che il bambino possa mostrare una minore propensione a mangiare al nido o manifestare difficoltà ad addormentarsi. Questi sono segnali che indicano una fatica nell'adattamento al nuovo ambiente e alla nuova routine.
Infine, il pianto può essere legato al processo di sviluppo stesso del bambino. Spesso, i bambini nel loro percorso di crescita possono mostrare momenti di insicurezza o disagio proprio quando hanno appena fatto un passo avanti nel loro sviluppo o quando stanno per farlo. Questo perché l'apprendimento di nuove abilità, come imparare a camminare, porta sì a sensazioni di autonomia, ma anche alla paura di interrompere la relazione di attaccamento con la figura materna. Allo stesso modo, il divario tra linguaggio recettivo (ciò che comprendono) e linguaggio espressivo (ciò che riescono a dire) può generare frustrazione che si manifesta nel pianto. Il bambino sa cosa vuole, ma non sa come dirlo. Questi fattori rendono il pianto al nido un fenomeno multifattoriale, richiedendo un'osservazione attenta e una risposta calibrata da parte sia dei genitori che delle educatrici.
Strategie Efficaci per Genitori: Sostenere il Distacco e Promuovere l'Adattamento
Affrontare il pianto del bambino al nido richiede un approccio multifacettato che coinvolga la preparazione, la comunicazione, il sostegno emotivo e la collaborazione con le educatrici.
Una preparazione adeguata e una comunicazione trasparente prima dell'inserimento sono fondamentali. È importante che il piccolo sia preparato a questo passaggio. Già nei giorni precedenti, è consigliabile parlare al bambino del fatto che andrà all'asilo, raccontargli cosa farà, spiegargli che ci saranno altri bambini con cui potrà giocare e descrivergli l'ambiente in cui sarà inserito. È essenziale che il bambino percepisca la fiducia dei genitori in questo luogo, che sappia che lì starà bene. Questo gli darà una base di sicurezza per affrontare il nuovo contesto. Spiegate, inoltre, che ai genitori non è consentito stare a scuola, per questo la mamma o il papà vanno via ma, sicuramente, torneranno a prenderlo. Il modo migliore perché il bambino si inserisca bene è prima di tutto quello di mostrarsi contenti e di trasmettergli la propria fiducia e il proprio entusiasmo.
L'importanza di mostrare fiducia ed entusiasmo non può essere sottovalutata. I bambini sono estremamente sensibili alle emozioni degli adulti. Se i genitori si mostrano sereni e fiduciosi nell'ambiente del nido e nelle educatrici, il bambino percepirà questa tranquillità e sarà più propenso ad adattarsi. Dare fiducia al bambino significa essere certi che è in grado di superare un momento difficile. Il vostro vissuto può influenzare quello della bimba: ascoltatevi profondamente, i vostri pensieri ed emozioni possono darvi informazioni interessanti.
Un rituale del saluto ben definito può aiutare a rendere il momento della separazione meno stressante. È cruciale non sparire a sua insaputa: il bambino deve vedere la mamma e il papà che vanno via. Salutate con decisione, ma con affetto, dicendo che tornerete a prenderlo più tardi e che lo amate. Questa costanza nell'addio, accompagnata da rassicurazioni affettuose, infonde sicurezza. Pur sapendo che sta soffrendo, è bene offrirgli tutto il sostegno necessario senza però cedere a ogni suo capriccio; il bambino, infatti, non deve sentirsi allontanato dai genitori e tanto meno abbandonato.
Il supporto emotivo e fisico è un pilastro. Abbracci e coccole prima del saluto sono vitali. Non abbiate paura di dargli tutto l'affetto di cui ha bisogno. Inoltre, un oggetto di comfort, come un peluche o una coperta preferita, può aiutare il bambino a sentirsi più al sicuro e a creare un ponte emotivo tra casa e nido. Potrebbe inoltre aiutarlo portare un gioco suo preferito a scuola, chiedendogli esplicitamente se prima di uscire volesse prendere qualcosa da casa da portare a scuola in modo che lo tenga con sé; questo è un modo implicito per raggiungere una maggiore autoregolazione.
Mantenere una routine coerente sia a casa che al nido contribuisce a creare un senso di prevedibilità e sicurezza per il bambino. Anche la sera, il momento in cui ci si ritrova a tavola a chiacchierare e a osservare le piccole conquiste del bimbo, diventa ancora più prezioso dopo il distacco. Quando tornano a casa, è bene farsi raccontare cosa hanno fatto nel corso della giornata, mostrando interesse e validando le loro esperienze.
È scorretto offrire al bambino una ricompensa affinché smetta di piangere. Questo può insegnargli che il pianto è un mezzo per ottenere ciò che vuole, distorcendo il significato della sua comunicazione emotiva. Se il rifiuto del cibo dovesse avvenire a casa, l'importante è non dargli troppo peso. Potrebbe non avere fame o fare fatica; concedergli tempo è fondamentale. Ricordiamo che anche noi non mangeremmo mai a casa di perfetti sconosciuti.
Un gioco utile in preparazione a questo momento è il gioco del cucù, che aiuta il bambino a familiarizzare con il concetto di "sparizione e ritorno".
Riguardo al caso specifico di una bambina di 21 mesi che ha ricominciato a piangere disperatamente dopo un'assenza per malattia, è utile una sua maggiore vicinanza sia dal punto di vista corporeo che emotivo, accompagnata da una verbalizzazione dolce di rassicurazione e comprensione degli stati mentali ed emotivi in cui la piccola potrebbe trovarsi. Per esempio, al momento del distacco, si può dire: "mamma tornerà, non succede niente, adesso senti paura perché ti devi riabituare ad andare a scuola, ma là sei al sicuro e protetta con le maestre." È un pianto che esprime il suo dispiacere a staccarsi dalle persone a cui vuole bene. Questi momenti di insicurezza sono perfettamente normali, l'anno scolastico è lungo, i progressi fatti sono molti e un momento di stanchezza e di difficoltà è nella norma. Potrebbe essere utile lavorare (anche insieme alle maestre) sul momento del distacco della mattina, sul come vi ponete con la piccola e sui tempi dedicati a questo momento.
Infine, la collaborazione e la comunicazione con gli educatori sono vitali. Parlate con loro per comprendere meglio la situazione, condividere le vostre preoccupazioni e lavorare insieme per trovare strategie che rendano il distacco meno netto. Le educatrici hanno un compito molto delicato e difficile: devono fare in modo che la famiglia e il bambino si fidino di loro. Osservate come il bambino si adatta e siate pronti a fare aggiustamenti se necessario. Se i problemi dovessero proseguire nonostante tutti gli sforzi, potrebbe essere opportuno rivolgersi a uno psicologo infantile per valutare insieme quale sia la strada migliore da seguire per il vostro figlio. È importante essere pazienti e non forzare il processo: con il tempo, le cose generalmente migliorano, anche se i tempi di adattamento possono variare da bambino a bambino.
Tecniche Immediate per Consolare e Calmare il Pianto del Bambino
Quando il pianto di un bambino sembra inconsolabile, alcune tecniche immediate basate su stimoli ritmici e contatto fisico possono offrire un sollievo significativo. Sembra che questi sistemi funzionino perché diminuiscono la percezione dei disagi interni o esterni che disturbano il piccolo, creando un ambiente di stimolazione calmante che ne elimina qualsiasi altra interferenza.
Uno dei metodi più efficaci riguarda gli stimoli ritmici sonori. Procurarsi la registrazione del battito del cuore materno, come il neonato lo sentiva nell’utero, può essere estremamente consolante. Questo suono familiare e rassicurante può aiutare a diminuire la percezione dei disagi interni o esterni che lo disturbano. È come se fosse immerso in una stimolazione calmante che ne elimina qualsiasi altra.
Parallelamente, i movimenti ritmici sono da sempre un pilastro nella consolazione dei neonati. Cullare un bambino che piange per farlo addormentare è un sistema antico quanto il mondo. Se non si riesce a calmare il bambino con questo metodo, è possibile che lo si stia cullando troppo lentamente. Le culle possono essere utilizzate variando l'intensità del movimento e verbalizzando queste variazioni, ad esempio dicendo "ooooooo… come vai svelto" o "ooooooo, ecco, ora vai più piano".
L'atto del succhiare è un altro potente calmante. Anche se non fa smettere il pianto di un bambino affamato, calma quasi sempre un bambino che non ha fame. Il succhiotto, in alcuni casi, può essere un comodo alleato. Se un bimbo è spesso infelice e si consola difficilmente in qualsiasi altro modo, il succhiotto può tranquillizzarlo. Tuttavia, è consigliabile cercare di togliere l’abitudine del succhiotto intorno ai sei mesi, o comunque prima che il bambino sia abbastanza grande da ricordarlo e sentirne la mancanza, soprattutto se si è inserito bene al nido e sta bene con tutti.
Il contatto fisico è insostituibile. I "sfioramenti", toccando con le labbra la mano, la pancia, i piedini, la guancia, possono fornire un senso di sicurezza e affetto. Un'altra tecnica potente è il "senti come suona": prendendo il bambino in braccio e avvicinandolo al proprio petto, gli si può far ascoltare i rumori prodotti dal proprio cuore e dalla propria voce che rimbomba all’interno della cassa toracica. Questa stimolazione profonda e sonora ricorda l'ambiente uterino.
Per mantenere il contatto e allo stesso tempo svolgere altre attività, si può usare una grande sciarpa resistente per legare il bambino al proprio petto o sulla schiena e portarlo in giro per qualche minuto. Nel “marsupio”, il bimbo può seguire l'adulto mentre si eseguono altri compiti, come riordinare una stanza o preparare una merenda. Anche in un contesto di nido, le educatrici, magari insieme a un'altra collega, possono cullare il bambino utilizzando una coperta, verbalizzando sempre ogni suo movimento e ogni sua azione per rinforzare il senso di presenza e comprensione. Questi approcci, combinati e adattati alle specifiche esigenze del bambino, possono fare la differenza nel trasformare un momento di pianto inconsolabile in uno di calma e rassicurazione.

Il Ruolo Fondamentale delle Educatrici nel Contesto del Nido
Per le educatrici di asilo nido, la conoscenza approfondita del fenomeno del pianto dei bambini è di estrema importanza. Il pianto rappresenta la prima, e per alcuni mesi la principale, forma di comunicazione a distanza dei bambini, ed è sempre un segnale che richiede il pronto intervento e l'interpretazione attenta delle educatrici. All’arrivo dei bambini negli asili nido, le educatrici si trovano ad affrontare un sistema di comunicazione già complesso e “ben collaudato” dai bambini da almeno tre mesi. Il tipo di pianto definito “di base” è modificato nel tempo dai bambini per esprimere un’ampia gamma di bisogni e per richiedere tipi diversi di attenzioni. Nei bambini che frequentano gli asili nido, il pianto può derivare da frustrazione o dall'incapacità di gestire alcune sfide proprie di quell’età.
Il compito delle educatrici è molto delicato e difficile: devono fare in modo che la famiglia e il bambino si fidino di loro. Questo include non solo la gestione pratica del bambino, ma anche la capacità di rassicurare i genitori e di interpretare correttamente i segnali che il bambino invia. Non devono preoccuparsi delle parole che suggeriscono che un bambino "non è ancora pronto", poiché questo significa ribadire che ogni bambino ha i propri tempi e le proprie caratteristiche, non che abbia dei problemi. Anzi, la consapevolezza di queste dinamiche naturali ha grandi risvolti nell’operatività delle educatrici nella vita quotidiana degli asili nido.
Il pianto di un bambino produce una serie di effetti sull'educatrice che lo ascolta, in particolare sull'attenzione e sulle funzioni esecutive, come evidenziato in una ricerca di maggio 2016 presentata in "Effetti del pianto al Nido sulle educatrici". Questi effetti possono essere significativi, e la capacità di gestire il proprio stato emotivo è cruciale. Infatti, alcune caratteristiche dell’ascoltatore condizionano la percezione stessa del pianto. Di particolare interesse per la realtà degli asili nido italiani sono fattori legati all’essere o non essere già mamma, all’età in cui si sono avuti i figli, all’avere più di un figlio, o persino a stati d'animo come la depressione. Un’ulteriore caratteristica che incide sulla percezione e conseguente valutazione del pianto è data dalla personalità dell’adulto: ad esempio, si riscontrano risposte più sensibili allo stress del bambino da parte di persone più empatiche, più nevrotiche, più estroverse o meno coscienziose.
Le educatrici, attraverso l'esperienza e la formazione, imparano a distinguere i diversi tipi di pianto. Hanno identificato, ad esempio, un pianto dovuto al capriccio o alla reazione a un "no" dell’adulto, che in un primo momento può essere accettato come rabbia e protesta, ma che richiede intervento se si trasforma in uno stato di disperazione. Riconoscono il pianto durante l’accoglienza o dopo un conflitto, che necessita di consolazione, un abbraccio e la verbalizzazione del dispiacere del bambino. Un pianto che spesso le fa riflettere è quello di un bambino piccolo (12-15 mesi) che non si stacca dalla mamma all'ingresso, richiedendo un approccio più "energico" ma sempre rassicurante. Questi momenti possono far sentire l'educatrice "tutta per lui" finché il pianto non cessa. Un altro tipo di pianto che le tocca profondamente è quello di dolore o per perdita/lutto/separazione, che le fa sentire impotenti di fronte a una sofferenza inconsolabile.

Negli asili nido, la strategia usata dai bambini verso un compagno in lacrime si differenzia secondo l’età e si basa sulla preoccupazione e l’empatia. Dato che i bambini non sono ancora in grado di regolare le proprie e altrui emozioni, hanno difficoltà a decifrare correttamente il pianto altrui. Spesso, si avvicinano al bambino piangente e poi “cercano aiuto” presso l’educatrice più vicina. Si osserva anche che i bambini cercano di distrarre con atteggiamenti sociali e relazionali il bambino che piange, ad esempio, porgendogli giocattoli, avvicinandosi e toccandolo, o semplicemente guardandolo (Eckerman, Whatley e Kutz, 1975). In altri casi, un pianto prolungato diventa una fonte di stress per altri bambini vicini, scatenando una reazione a catena. Questo richiede un'attenta gestione da parte delle educatrici per mantenere un ambiente sereno e supportivo per tutti i bambini.
In ogni occasione, è fondamentale "sentire la situazione" e "ascoltarsi", prendendo le decisioni più adatte in termini di contatti, gesti e parole, tenendo conto che - come ha scritto qualcuno - “non esiste il pianto, ma diversi bambini che piangono diversamente”. La professionalità delle educatrici risiede proprio nella loro capacità di interpretare queste sfumature e di offrire risposte calibrate che promuovano il benessere e l'adattamento del bambino al contesto del nido.