Marco Borriello, "Biberon" e Pasquale Centore: Una Storia Napoletana tra Calcio e Ombre della Camorra

La vita di Marco Borriello, attaccante di lungo corso del calcio italiano, è profondamente intrecciata con la realtà della sua Napoli natale, un legame indissolubile segnato da gioie, sacrifici e una tragedia che ha plasmato l'uomo e il calciatore. Cresciuto in un contesto complesso, Borriello ha vissuto sulla sua pelle l'influenza pervasiva della criminalità organizzata, che ha toccato direttamente la sua famiglia, lasciando un segno indelebile.

L'infanzia Napoletana di Marco Borriello: Tra Sogni e Realtà Crudele

Marco Borriello è nato a Napoli il 18 giugno 1982, proprio mentre Bruno Conti segnava con la maglia azzurra al Perù, nella seconda partita di quel Mondiale poi conquistato dall’Italia. Alle pendici del Vesuvio sono legati tanti bei ricordi legati all’infanzia, a quando giocava a pallone tra i vicoletti coi suoi fratelli e amici, come pensa qualsiasi bambino. Ma la sua infanzia è stata segnata anche da cose che dalla mente e soprattutto dal cuore non se ne andranno mai. Cresciuto in un quartiere 'difficile' come San Giovanni a Teduccio, a Napoli, il calciatore ha dovuto confrontarsi fin da giovane con una realtà complessa. San Giovanni a Teduccio, a Napoli, è descritto come il quartiere con il più alto tasso di famiglie malavitose in Italia, pare.

Avere un'infanzia in un ambiente del genere non è la giungla, ma nemmeno Disneyland, come ha affermato Borriello. Diciamo che ti tempra e ti insegna a stare sveglio fin da piccolo. Prendendo come esempio, un bambino di 8 anni di Napoli e uno venuto su altrove: la differenza si vede. Questa esperienza lo ha reso una persona più forte e responsabile. A 11 anni, la sua vita ha subito un evento traumatico: la camorra uccise suo padre Vittorio.

L'episodio "difficile" è appunto l'omicidio del padre, che il calciatore rievoca in una intervista a GQ. Marco si è trovato a 11 anni con il padre ammazzato dalla camorra. Un bambino a cui muore il padre diventa di colpo uomo, un bambino a cui lo ammazzano diventa già vecchio. A Marco Borriello il padre lo hanno ucciso a Natale, a colpi di pistola. Questo avvenimento ha significato per lui crescere senza una figura maschile di riferimento, il che è stato duro. Per fortuna, la sua famiglia ha avuto una mamma che ha fatto anche da papà. Questa esperienza, per quanto dolorosa, lo ha rafforzato e reso più responsabile. Altrimenti non sarebbe andato via da casa a 14 anni, da casa e da un quartiere non dei più facili. La forza di mamma Margherita, tabaccaia, con una dignità che le cronache non sono mai riuscite a raccontare fino in fondo, è stata fondamentale.

Quando aveva cominciato a tirare calci da ragazzino, il vuoto non c’era ancora, i sogni sì, e mano nella mano col padre si iscrive alla scuola calcio Carioca. Questa scuola calcio era affiliata alla Roma, quando nessuno poteva immaginare che la cosa avesse una sua rilevanza. Sembra l’inizio di una favola e lo è pure, almeno fino a quel giorno di dicembre. Luci, regali e sangue: la vita di Marco è sconvolta in poche ore. Costretto a crescere tutto d’un colpo non si scoraggia e con la fierezza che aveva sin da allora continua a impegnarsi nel calcio. In questi anni c’è stato un uomo che gli è stato accanto: è Pasquale Miele, il presidente del Carioca. Non lo lasciava mai solo, si preoccupava che andasse bene a scuola, parlava con la mamma. Sul sito della scuola calcio, oggi, c’è una foto di Marco con la maglia della Nazionale, con qualche riga dettata dal ragazzino di cui vanno più fieri. Marco ha ricordato che per lui, che ha perso presto il suo papà, lui è stato un secondo padre. Gli veniva a prendere, gli dava un’occhiata e gli stava accanto. È stato lui ad organizzare il provino con il "Granarolo Faentino," un settore giovanile dove venivano osservatori anche di grandi club. Quel giorno c’erano anche Colombo e Baresi del Milan e lo hanno preso. La Roma non fece la stessa scelta e nella conferenza stampa di presentazione a Trigoria è stato proprio Marco a ricordare come andò: Bruno Conti gli diceva che era bravo ma doveva crescere e quindi, dovendo scegliere, preferì puntare su ragazzi di Roma. Il rapporto con il presidente Miele è stato molto importante; sul sito ci sono anche le sue di parole: "La strada percorsa in questi sedici anni dalla Scuola Calcio Carioca è quella giusta: dare la possibilità ai giovani di esprimersi attraverso il gioco del calcio, distogliendoli dalle insidie quotidiane che minano la loro crescita ed il loro futuro".

Marco Borriello bambino con il padre o Pasquale Miele

Vittorio "Biberon" Borriello: La Tragedia di un Padre

La storia familiare di Marco Borriello è segnata in modo indelebile dalla figura del padre, Vittorio Borriello, conosciuto nell'ambiente con il soprannome di "Biberon". Vittorio Borriello era una figura complessa, coinvolto in attività che lo portarono a incrociare le strade della criminalità organizzata. Egli prestava soldi alla gente di un quartiere controllato dal clan Mazzarella. In quegli anni, almeno a leggere i fascicoli di polizia e carabinieri, suo padre, Vittorio Borriello, detto 'Biberon', prestava soldi a usura alla gente di un quartiere controllato dal clan Mazzarella. Un'attività florida ma anche pericolosa che lo farà finire sotto processo per associazione mafiosa, processo dal quale sarà poi assolto.

La sua vita fu tragicamente interrotta il 22 dicembre 1993. Quel giorno di 'Biberon' si perdono le tracce. Il 22 dicembre 1993, suo padre, Vittorio Borriello, detto 'Biberon', venne coinvolto in una inchiesta per usura e fu processato (e assolto) per associazione mafiosa, scomparendo nello stesso giorno. Il 22 novembre 1993 sparì nel nulla, secondo un'altra ricostruzione delle date fornite. La data del 22 dicembre 1993, proprio il numero che è sulla sua maglia, si radicò profondamente nella memoria di Marco. Quel giorno, per Marco Borriello, fu un giorno di dicembre del 1993, il 22.

La verità sulla scomparsa e la morte di Vittorio Borriello è emersa molti anni dopo, grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Pasquale Centore. Per la famiglia Borriello, si trattò di un lungo periodo di incertezza e dolore, prima che la confessione di Centore facesse piena luce sulla vicenda.

Pasquale Centore: Il Pentito e la Confessione dell'Omicidio

La svolta nel caso della scomparsa di Vittorio "Biberon" Borriello avvenne nel 1999 con la confessione di Pasquale Centore, un "pentito" che ha svelato i dettagli di quell'omicidio rimasto a lungo avvolto nel mistero. Pasquale Centore, titolare di un patrimonio da cento milioni di euro accumulato trafficando con i narcos colombiani, raccontò di aver ucciso il padre del calciatore. In un'altra versione, si menziona che nel 1999 Centore, che ha accumulato un patrimonio di 100 miliardi di lire trafficando con i narcos colombiani, viene arrestato e confessa di aver ucciso il padre del calciatore.

Centore, descritto anche come un ex direttore di banca, un tempo pezzo grosso della Dc casertana, ha fornito una dettagliata ricostruzione dell'accaduto. Gli ha sparato, dice, nell'agenzia che Centore gestiva in centro a Napoli. Secondo il suo racconto, i due litigarono, e Centore dice di aver sottratto a Borriello l'arma che aveva con sé e lo ammazza. Il pentito Pasquale Centore gli sparò, pretendeva da lui 300 milioni di lire come interessi su un prestito. La cronaca dei verbali di Polizia, freddamente dettagliata, ha riportato questi eventi. La confessione di Centore ha portato alla rivelazione che il corpo venne seppellito sotto la sua villa, portando finalmente alla luce la macabra verità sulla sorte di Vittorio Borriello.

Ferdinando Carretta confessione

Borriello e la Camorra: Una Prospettiva Controcorrente

Le esperienze personali di Marco Borriello lo hanno portato a sviluppare una visione critica e pragmatica sulla camorra, una visione che a volte si è scontrata con narrazioni più diffuse. Per lui, Saviano è uno che ha lucrato sulla mia città. Non c'era bisogno che scrivesse un libro per sapere cos'è la camorra. Lui però ha detto solo cose brutte e si è dimenticato di tutto il resto. Questa posizione, che riflette anche il pensiero del premier e presidente rossonero Silvio Berlusconi, è stata espressa da Borriello, grande escluso dalla rosa della Nazionale. Giusto, qualcuno doveva dirlo. E vale di più se a dirlo è un attaccante con 45 gol in serie A e un fidanzamento con Belen Rodriguez all’attivo. E vale ancora di più se a dirlo è un ragazzo di 28 anni, a cui la camorra ha ucciso il padre 17 anni fa.

Borriello ha sempre sostenuto che la camorra c'è sempre stata, e sempre ci sarà, perché con la camorra la gente mangia. Per lui non c'è bisogno di libri o di film per capire qual è la situazione. Per quelle strade ha vissuto, come ha affermato con convinzione. Il 26 maggio 2008, l'attaccante del Milan Marco Borriello descriveva così l'ineluttabilità della camorra. Ma quello non era solo lo sfogo rassegnato di chi l'aria della malavita l'ha respirata sin da bambino, a partire dai giorni in cui tirava i primi calci sui campetti di San Giovanni a Teduccio. Era qualcosa di più. Ne è tornato a parlare due anni dopo: facile dire che a Napoli c’è la camorra. Ma la città non è soltanto questo. Questo dimostra la sua volontà di difendere l'immagine di Napoli, nonostante le sue problematiche.

Marco Borriello intervista sulla Camorra

Il Calcio e l'Ombra della Camorra: Un Legame Storico e Persistente

La vicenda di Marco Borriello si inserisce in un contesto più ampio di intersezioni tra il mondo del calcio e quello della criminalità organizzata in Italia, particolarmente a Napoli e nel Sud. Questo legame, spesso sottile e pervasivo, è una piaga che ha intaccato la purezza dello sport per decenni.

Un episodio emblematico di questa commistione risale a molti anni fa. A corredo di un post, si trovò la solita foto: Diego Armando Maradona che sorride e brinda con i fratelli Giuliano sullo sfondo della loro sobria vasca da bagno a forma di conchiglia. Quello scatto fu ritrovato durante una perquisizione, avvenuta la notte del 26 febbraio 1986, ma divenne pubblico solo alcuni mesi dopo. Il Napoli stava marciando sul suo primo scudetto, al San Paolo non c’era posto neppure per uno spillo. Ugo Toscano, il questore di allora, disse che non poteva prendere alcun provvedimento nei confronti del Pibe de oro, pena una rivolta popolare. La logica conseguenza di questa scelta fu la festa per la vittoria del campionato, che ebbe il suo apice proprio a Forcella, sotto alla casa di Luigino Giuliano, «O’ re» della camorra, che dispensava benedizioni alla folla plaudente. Così, a causa delle sue frequentazioni, il più grande calciatore di tutti i tempi divenne anche una sorta di testimonianza vivente dei legami fra la camorra e il mondo del calcio, anche se lo stupore per il disvelamento di un segreto noto a tutti era un palese segno di cattiva coscienza.

Gli anni Ottanta, descritti come tempi feroci e naif, vedevano i boss uccidere e far uccidere, e intanto reclamare la presenza dei calciatori alle loro feste, per dimostrare in questo modo potenza e prestigio. Nell’ottobre del 1980 il leggendario presidente dell’Avellino Luigi Sibilla avanzò con passo solenne nell’aula bunker di Napoli, scortato dal gioiello della squadra rivelazione del campionato, Jorge dos Santos Filho detto Juary, già popolarissimo per i gol festeggiati danzando intorno alla bandierina. Durante una pausa del processo, si avvicinò alla gabbia degli imputati, e salutò una persona con tre baci sulla guancia. Poi gli fece consegnare dal suo centravanti una medaglia d’oro massiccio con dedica: «A Raffaele Cutolo, dall’Avellino calcio». Ma i segni di un interesse non certo riconducibile allo sfoggio narcisistico erano già evidenti.

Nel 1986 avvenne il primo e unico caso di una squadra sciolta per infiltrazioni camorristiche, e cinque presidenti di società semi-professionistiche furono arrestati con l’accusa di essere alle dipendenze dei clan. Nel tempo la situazione non è migliorata, la promiscuità è diventata persino più evidente, per chi la vuole vedere. I clan non si accontentavano più di un ruolo di prestigio simbolico, ma puntavano a influenzare direttamente gli affari economici del calcio.

Un esempio chiaro di questa evoluzione è la vicenda che ha coinvolto Giorgio Chinaglia. «Non sai mai con chi prendi il cappuccino al bar». Fu questa la risposta di Giorgio Chinaglia alle domande dei magistrati che gli chiedevano conto della sua scalata alla Lazio. Era il 2004, l’ex centravanti voleva rilevare la sua squadra presentando una fideiussione da 24 milioni di euro. Si scoprì che dietro c’era il clan dei Casalesi, desideroso di entrare dalla porta principale nel business del calcio. Il grande colpo non andò in porto, ma la strada era segnata. Si trattava di una questione imprenditoriale, non più di rappresentanza.

La gravità della situazione è stata confermata anche da testimonianze interne alla criminalità organizzata. «Dottò, il calcio è marcio, molte partite vengono truccate grazie ai rapporti tra famiglie e gente dello sport che combinano i risultati sul campo e lo fanno sapere in anticipo…». Questa dichiarazione, che potrebbe essere la plastica sintesi dei sospetti in circolo oggi sul nostro campionato, risale proprio al 2004. A parlare è Guglielmo Giuliano, ex boss della camorra, pentito insieme al fratello Luigi. Nella celebre foto erano i due sorrisi accanto a quello di Maradona. Le loro dichiarazioni appaiono nel faldone dell’inchiesta napoletana che vide coinvolti alcuni calciatori di serie A. I magistrati indagavano su un intreccio di camorristi, politici, faccendieri e imprenditori sospettati di aggiustare processi. Si ritrovarono immersi in un mare di conversazioni a sfondo calcistico, per un’inchiesta che oggi è considerata come antesignana di quella di Cremona del 2011. Dove, tra molti altri dettagli non edificanti, è stata trasmessa agli atti anche un’altra foto napoletana, quella del boss latitante Antonio Lo Russo che da bordo campo assiste alla sconfitta del Napoli contro il Parma. Forse la verità è semplice. Se a certe latitudini i clan sono dappertutto, non possono che mischiarsi a vario titolo con il calcio.

Ferdinando Carretta confessione

Oltre il Campo e i Tabloid: Il Percorso di un Uomo

Il futuro di Marco è nato proprio così, passando ben presto da un azzurro sempre a due passi ma mai trovato, fino al rossonero. Con il Milan fa gli Allievi, con il Treviso la Primavera, poi torna a Milanello e comincia un lungo peregrinare per l’Italia. Chi lo allena lo definisce «un talento naturale». Tuttavia, la sua carriera non è stata priva di ostacoli e di attenzione mediatica al di fuori del campo di gioco. La storia d’amore con Belen Rodriguez riempie le riviste patinate e offusca le sue gesta in campo, rendendolo un'icona del gossip. Adesso, appena lo vedono in giro con una lo tirano dentro, ma non è colpa sua, come ha dichiarato parlando del gossip.

Nel 2006, ancora a dicembre, ancora qualche giorno prima di Natale, arriva un’altra mazzata: positivo a un controllo antidoping. La storia è nota, lui ne esce praticamente immacolato ma a Napoli c’è chi va da mamma Margherita a dirle: «Tuo figlio è un drogato». Lei ci resta male, soffre, piange pure, ma risponde sempre per le rime. La vicenda viene archiviata in pochi mesi, Marco torna in campo, l’anno dopo va al Genoa e la sua carriera decolla definitivamente. A riempire le pagine dei giornali stavolta sono i gol, tanti e belli, come l’ultimo, martedì sera contro il Cluj. Il giorno dopo a Trigoria i tifosi erano tutti per lui.

Borriello ha espresso anche la sua opinione su altri aspetti del mondo del calcio. Sugli omosessuali nel calcio ha detto di non averne mai conosciuti. Su alcuni ha avuto dei sospetti, ma i nomi non li fa, non omosessuali puri, forse, magari bisessuali. Per quanto riguarda la personalità dei giocatori, quando gli è stato chiesto se fossero meglio gli ipocriti che cambiano maglia ogni anno e le baciano tutte o gli isterici come Balotelli che la buttano a terra e mandano lo stadio a quel paese, Borriello ha risposto: "Meglio Balotelli, tutta la vita. Capisco i tifosi, ma capisco anche lui. Contro il Barcellona ha fatto un brutto gesto, però è difficile stare sereni a 18 anni quando tutti i giornali parlano di te e hai lo spogliatoio contro". Al Milan, come lo accogliereste? "A braccia aperte," dice Borriello, "La nostra è una società forte."

Nonostante il successo e la vita pubblica, il ricordo del padre e delle sue origini è rimasto sempre vivo. Una volta, dopo aver segnato col Genoa su rigore, sbottonò per qualche minuto la sua corazza. «Dedico il gol a mio padre. Non l’ho mai fatto, ma proprio oggi ricorre l’anniversario della sua morte». Un desiderio mai realizzato è stato quello di segnare allo stadio San Paolo. Segnare al Napoli? Magari. C’è riuscito una volta sola, quando era al Genoa, ma a Marassi. La rete del San Paolo non l’ha mai gonfiata, ma contava di farlo, forse, per la prima volta. A pochi chilometri da San Giovanni a Teduccio, dove i gol li faceva alle porte finte, con i pali costituiti da zaini e cartelle buttati per terra e la rete non c’era, la sua storia continua a essere un potente racconto di resilienza e di legame indissolubile con le sue radici napoletane.

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