La Storia e la Pedagogia nell'Educazione Infantile: Un Percorso di Crescita e Riconoscimento

Negli ultimi anni, si è assistito a un costante aumento dell’interesse scientifico e sociale nei confronti dell’infanzia. Questo fenomeno non si è limitato ai campi del sapere tradizionalmente attenti allo studio del bambino, come la psicologia dello sviluppo, la pediatria e la pedagogia, ma ha coinvolto anche altre discipline. La storia, la sociologia e il diritto, ad esempio, hanno posto i bambini al centro delle loro riflessioni e delle indagini di natura teorica, storica, empirica e sperimentale, contribuendo a una comprensione più olistica e approfondita del "fenomeno" infanzia.

Bambini che giocano in un ambiente educativo

Questo rinnovato interesse si manifesta anche nel dibattito politico, dove le problematiche relative all’infanzia stanno assumendo una nuova centralità. Si discute ampiamente di questioni concernenti i diritti, la cittadinanza e il dialogo interculturale, riconoscendo l'importanza cruciale di questi temi per lo sviluppo delle società. Tuttavia, non va dimenticato che nel nostro mondo globalizzato, e specie nelle società più opulente, i bambini stanno diventando destinatari di un mercato di prodotti specifici e di un utilizzo sempre più massiccio dei nuovi media, i cui effetti a lungo termine non sono ancora chiaramente prevedibili e necessitano di attenta osservazione e studio. D'altro canto, in altri contesti globali, i bambini sono gravemente e primariamente colpiti dalle guerre, eventi che portano con sé disperazione, fame, mutilazioni del corpo, abbandoni e violenza, evidenziando una realtà drammatica che interpella profondamente la coscienza sociale e la ricerca di soluzioni.

Queste trasformazioni sociali, i nuovi orientamenti politici e le innovazioni disciplinari hanno caratterizzato il mondo dell’infanzia nel passato recente e continuano a farlo nell'attualità, rendendolo un oggetto di studio di particolare interesse. Ciò ha dato nuova luce, in termini di ricerca, anche a una storia più remota, stimolando la riscoperta e la reinterpretazione delle condizioni e delle esperienze infantili attraverso i secoli.

La Pedagogia come Interrogazione del "Fenomeno" Infanzia

In questo scenario complesso, ciò di cui maggiormente si sente la mancanza è l'individuazione di una prospettiva che, pur avvalendosi di metodologie, assunti ed esiti di indagini condotte anche in altri campi del sapere, sia in grado di delineare con chiarezza le problematiche con cui la pedagogia interroga il "fenomeno" infanzia e la sua educazione. È fondamentale definire gli assunti da cui la pedagogia muove nel prospettare interventi migliorativi, garantendo che le azioni educative siano fondate su solide basi teoriche e empiriche.

Lo studio dell’infanzia negli ultimi decenni si è arricchito di fecondi percorsi di ricerca. Tra questi, spiccano la storia dell’infanzia e del "costume educativo", che analizzano come le concezioni dell'infanzia e le pratiche educative siano evolute nel tempo. Altrettanto rilevante è la pedagogia del nido e della scuola dell’infanzia, che si concentra sull'ottimizzazione degli ambienti e delle metodologie per i più piccoli. Il dibattito sulla qualità dei servizi per l’infanzia ha guadagnato centralità, mirando a elevare gli standard delle offerte educative. La didattica in ambiti specifici, come il gioco, la lettura e le attività espressive, ha permesso di affinare approcci educativi e metodologici capaci di ispirare le prassi. Non meno importante è la formazione degli adulti che si occupano d’infanzia, inclusi genitori, educatori, insegnanti e coordinatori pedagogici, essenziale per garantire competenze aggiornate e sensibilità adeguate. Si è sviluppata anche una particolare declinazione della pedagogia speciale in relazione all’età infantile, che affronta le esigenze specifiche dei bambini con bisogni educativi speciali.

Infine, lo studio dei contesti politici e istituzionali che accolgono e sostengono l’educazione dell’infanzia è diventato cruciale. Questo include i processi di advocacy politica e istituzionale, che implicano la lettura e l’intervento in sistemi connotati da profonda complessità, al fine di promuovere politiche più efficaci e inclusive per i bambini.

Queste piste di ricerca sono significative, spesso svolte in stretta relazione con studiosi di altri Paesi, ma raramente hanno avuto e hanno occasioni di intreccio e di stretto raccordo in ambito nazionale. Nei prossimi anni, necessitano di essere sviluppate e approfondite per creare un corpo di conoscenze più coeso e applicabile. La focalizzazione sull’età infantile come oggetto di indagine potrebbe avere ulteriori effetti nella nostra comunità scientifica e nella SIPED (Società Italiana di Pedagogia), proponendo un dialogo con gruppi di studio le cui tematiche si intrecciano con quella dell'infanzia, tra gli altri la pedagogia della famiglia, ma anche la metodologia della ricerca che, applicata all’età infantile, richiede accorgimenti e un’attenzione deontologica particolare, data la vulnerabilità dei soggetti coinvolti.

Il Dialogo tra "Pratici" e "Accademici" nell'Educazione Infantile

Non va dimenticata l’importanza del dialogo tra la comunità scientifica e la realtà educativa per l’infanzia, sia nel nostro Paese che in campo internazionale. Un ruolo fondamentale in questo senso è giocato dall’impegno di molti colleghi per lo sviluppo delle reti sociali, oltre che per la formazione continua e in servizio degli educatori e degli insegnanti.

Il dialogo tra "pratici" e "accademici" che ha luogo nelle esperienze di formazione necessita di essere tematizzato e merita un’attenzione particolare in un settore, quale quello dell’educazione infantile, in cui la "teoria" viene talora vissuta come un’intrusione indebita. Al contrario, in alcuni casi, la teoria viene calata dall’alto, senza una sufficiente contestualizzazione o riconoscimento delle specificità della prassi quotidiana. Superare questa dicotomia è essenziale per una pedagogia efficace e rispettosa delle diverse competenze.

Capire differenze e opportunità tra educatrice e insegnante di sostegno: per studenti e insegnanti

L’intreccio tra studi sociologici, antropologici e quelli sull’educazione svolti in modo sistematico sui metodi e le strumentazioni, cioè quelli pedagogici, è notevole. Un esempio di questo intreccio si ritrova nello studio di alcuni casi di discriminazioni culturali. È il caso dei Barakumin, popolazione giapponese vittima di discriminazioni che risalgono al XVI secolo e forse anche prima, protraendosi ancora ai giorni nostri, dove appunto le tre discipline si intrecciano tra loro per comprenderne le radici e le manifestazioni.

L'Evoluzione dell'Istruzione e dell'Educazione nella Società

Con il passaggio dalla tradizione orale a quella scritta, si è resa possibile una diffusione maggiore della cultura, raggiungendo strati sempre più ampi della popolazione. La trasmissione della cultura da una generazione all’altra, e da una popolazione all’altra - come avvenuto nel caso delle conquiste coloniali o degli scambi commerciali per la Spagna, l’Inghilterra, l’Olanda o il Belgio - ha visto l'educazione e l'istruzione assumere un ruolo sempre più strutturato.

L’urbanizzazione, un fenomeno conseguente all’aumento degli scambi commerciali e a una diversificazione dell’economia, ha trascinato con sé la necessità di professioni "intellettuali" e/o basate sull’interscambio non solo di merci ma anche di conoscenze. Fin dalla nascita delle prime città nella "mezzaluna fertile", l’agricoltura ha marciato accanto al commercio e alle prime tecnologie per la trasformazione dei prodotti, portando alla formazione delle prime "universitas studiorum" e all'introduzione di intermediari finanziari come la moneta e tutti i servizi connessi, quali le banche. Da qui, la cultura e la sua trasmissione, tramite la scrittura, si sono ampliate in istruzione ed educazione formale.

Come in ogni società e modello sociale-culturale che si va affermando, istruzione ed educazione incarnano appunto il modello stesso che si sta imponendo. Si intrecciano visioni politiche - autoritarie, monarchiche, democratiche, ecc. - ed economiche - il libero scambio, il mercantilismo, la proprietà privata sacra e inviolabile, ecc. - configurando sistemi valoriali che vengono trasmessi a partire dai primi anni dei cicli di istruzione.

In questo schema si evidenzia la minore o maggiore intensità della relazione nelle due fattispecie dell’educazione, intendendo quella dell’infanzia e della pre-adolescenza e adolescenza, e della formazione, riferita a quella post-adolescenziale e degli adulti fino all’andragogia. Questa relazione si genera nel rapporto comunicativo tra allievi e insegnanti/docenti, nel rapporto affettivo e amicale, come guida, supporto, tutor e motivatore finalizzato all’apprendimento e alla crescita. In questo percorso, il risultato non è così importante quanto il viaggio stesso, sottolineando il valore intrinseco del processo educativo.

Maestra che interagisce con un gruppo di bambini

Si è fatto l’esempio, quindi, della valutazione, momento importantissimo di questo viaggio in cui viene inserita appunto una riflessione su dove si sta andando e "come", più che su quali valige si è riusciti a caricare, a volte senza aver approfondito bene il loro contenuto. Si è fatto l’esempio, quindi, dell’insegnamento universitario, contrastando l'aula affollata con 200 studenti con il seminario con assistenti e non più di 20 studenti. In antitesi al concetto di relazione e di "percorso" si trova uno strumento standardizzato come il test dell’INVALSI. Standardizzazione e valutazione a quiz sono gli elementi in comune di questo tipo di non-valutazione o di valutazione standardizzata e nozionistica, che soprattutto esautora di fatto il protagonista della relazione educativa, ovvero l’insegnante, che spesso conosce il "valutato" anche da oltre due o tre anni o di più, e sicuramente da più tempo rispetto ai novanta minuti del test. La situazione di estraniazione vissuta dalla scuola italiana ai tempi del COVID-19, tra improvvisazioni, azioni di buona volontà, mancanza di mezzi e strutture, e professori spiazzati e ansiosi di ristabilire un controllo, rappresenta bene una realtà in cui la scuola, nonostante le difficoltà, ha cercato nuove modalità per far sì che i ragazzi tornassero protagonisti.

Storia e Pedagogia nei Mezzi di Comunicazione

In ogni mezzo che utilizziamo per comunicare ed educare c’è una storia e c’è anche una pedagogia. Il versante della storia ci dice come quel mezzo è nato, l’identità che è andato conquistandosi e quanto c’è di attuale in tutto ciò. Quello della pedagogia ci mostra la forma che l’uso di quel mezzo dà all’esperienza e alla conoscenza. Così è stato ed è per i mezzi della parola parlata e di quella scritta, per la stampa, per i massmedia dell’audiovisione, e per le prospettive messe in campo dal digitale e dalla rete. Questo approccio è stato esplorato in volumi che, un po’ manuale e un po’ saggio, ricostruiscono le grandi cornici mentali e sociali entro le quali si colloca l’azione delle tecnologie, di tutte le tecnologie: da quelle interiorizzate da secoli a quelle che siamo oggi impegnati a interiorizzare. Secondo questo orientamento, "la storia e la pedagogia sono nei media, stanno dentro i media". Ciò significa che man mano che uno acquisisce familiarità con un mezzo di comunicazione, di qualunque tipo esso sia, una parte della sua esperienza e del suo sapere riceve la forma di quel mezzo.

Libri e strumenti digitali

Il Contributo di F. Bertoldi alla Pedagogia e all'Orientamento di Personalità

Un ampio spazio della sua vita di studioso e un vasto settore del suo impegno di educatore, F. Bertoldi ha dedicato, assieme all'amico e collega professor Gino Dalle Fratte, alla formazione del personale educativo e insegnante dei vari gradi e ordini di scuola, sia in ambito nazionale che locale. Questi ambiti, peraltro, sono dialetticamente interconnessi sul piano dei rapporti "teoria - prassi".

Come libero docente e successivamente come ordinario, F. Bertoldi ha insegnato presso l'Università La Sapienza di Roma, l'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano e a Brescia, concludendo la sua carriera come docente di pedagogia generale presso l'Ateneo trentino. Sempre a Trento, ha fondato il Seminario permanente di pedagogia, proseguito poi con l'Osservatorio sulla didattica, presso la locale facoltà di lettere e filosofia, operando in collaborazione con Aldo Nardi sui temi della didattica universitaria e dell'orientamento di personalità.

Un ulteriore e più recente ambito di ricerca di Bertoldi si riferisce all'orientamento, non inteso come meramente professionale, ma avendo riguardo a quello che egli chiamava appunto "orientamento di personalità". Questa prospettiva parte dalla "base di formazione" come premessa alla "formazione di base" e prosegue oltre, insistendo sul principio di accettazione del soggetto così come si presenta all'educatore, un fondamento essenziale per un'azione pedagogica autentica e rispettosa dell'individuo.

Tra le sue opere e contributi si annoverano pubblicazioni che riflettono la profondità della sua ricerca, quali "Aspetti del piano quinquennale di sviluppo economico" (Ed. R.), il "Codice della Regione Trentino-Alto Adige: raccolta della legislazione vigente corredata di bibliografia, giurisprudenza, note, indici", "Profilo della pedagogia tedesca d'oggi" (Didax). Ha inoltre contribuito al "Trattato di didattica" (Minerva Italica, Bergamo voll.), "Studiare con i nostri figli" (Ed. Il cibo e l'esca vol. I, Saturnia, Trento 1988; vol. II), e ha curato "Oltre la valutazione" in collaborazione con N. Zani. La sua influenza è testimoniata anche dagli "Atti del Convegno Nazionale in ricordo di F. Bertoldi - Quando la vocazione si fa formazione", curati da O. Bombardelli e G. Dalle Fratte, e dagli scritti come "Problemi dell'educazione alle soglie del Duemila" (a cura di O. Bombardelli). Questi lavori illustrano la sua vasta gamma di interessi, dalla didattica all'orientamento, alla riflessione sui sistemi educativi e le loro implicazioni sociali.

Il Contesto Storico dell'Educazione Infantile: Il Caso di Ferrara

In un contesto più ampio, ancor prima degli anni Sessanta del secolo scorso, molti Comuni hanno intercettato i bisogni dei cittadini, le loro esigenze e la sete di diritti di cittadinanza, istituendo un sistema di scuole dell’infanzia e, successivamente, di servizi educativi per i bambini in età prescolare. Questo processo ha traghettato i servizi rivolti all’educazione di tutti i bambini dalla sponda assistenziale a quella educativa, segnando un importante passo avanti nella concezione dell'infanzia. Ciò è potuto avvenire anche con il sostegno di Regioni che hanno contribuito alla continua qualificazione dei servizi e delle scuole dell’infanzia, le quali ancor oggi rappresentano "La strada maestra", indicata anche dalla Commissione europea, per creare comunità più solidali, giuste ed eque e, in particolare, per prevenire abbandoni scolastici futuri e collaborare ad abbattere la povertà.

Questo è accaduto anche a Ferrara, dove fin dal primo dopoguerra è stata seguita una strada nella direzione della responsabilizzazione condivisa in materia dei principi fondamentali dell’educazione. Per offrire alcuni cenni sull’origine della scuola dell’infanzia a Ferrara, si può dire che le fonti da cui poter attingere per conoscere come questa scuola si sia sviluppata in città sono molto interessanti e servono a capire quanto, nell’arco degli ultimi due secoli, sia davvero profondamente mutata non solo la scuola, ma la condizione umana, l’attenzione e la considerazione dell’infanzia nel contesto sociale e culturale.

Antica immagine di bambini in un orfanotrofio

A Ferrara, si trovano documentazioni del primo Ottocento che oggi definiremmo davvero allarmanti e che riportano testimonianza della condizione di miseria della gran parte delle masse popolari, costrette, pena la contrazione di pericolose malattie come il tifo o il vaiolo, alla pratica detta della "esposizione". Questa consisteva nell’abbandono dei propri figli al brefotrofio, istituto che li allevava al proprio interno o che li affidava al baliatico esterno. L’abbandono dei bambini era un vero dramma civile, e l’alternativa erano le sale di custodia. A quel tempo, le classi abbienti intervennero prevalentemente a livello di beneficenza, piuttosto che di giustizia sociale, perché vedevano nell’abbandono dei piccoli una grave compromissione del contesto sociale, più che un problema di diritti fondamentali.

La Lotta Sociale e la Nascita della Scuola d'Infanzia Laica a Ferrara

Per arrivare al nostro tempo, nell’immediato secondo dopoguerra, si assiste a una vera e propria lotta sociale e politica per avere servizi per l’infanzia. È importante ricordare che nell’immediato dopoguerra l’Amministrazione comunale di Ferrara decise di provvedere alla ricostruzione del fabbricato dell’ex convento dei Cappuccini di Corso Porta Po, con l’intento di destinarlo ancora ad Asilo, impegnando allo scopo una somma consistente del bilancio comunale e, nel contempo, con l’obiettivo di gestirne l’attività direttamente. Il Comune dovette affrontare anche un grosso conflitto con l’Associazione degli Asili di Carità, che rivendicava il diritto al possesso dello stabile. Tuttavia, il Consiglio comunale in data 18 marzo 1948 approvò il nuovo Regolamento per la gestione diretta della scuola, anche se l’Autorità tutoria non approvò mai il Regolamento comunale, a causa della diatriba sorta fra le due Istituzioni.

La spinta propulsiva per l’avvio di un servizio educativo secondo nuovi criteri pedagogici fu anche la possibilità di fruire di consistenti aiuti economici messi a disposizione dal Dono svizzero e dal Soccorso operaio svizzero. Queste emanazioni dei sindacati socialdemocratici elvetici, nell’immediato dopoguerra, sostennero diverse Amministrazioni con finanziamenti finalizzati all’avvio di strutture educativo-assistenziali per l’infanzia. Maria Luisa Passerini, in uno studio dedicato a questi temi, precisa che fu proprio attraverso l’opera di Fausto Poltronieri e Silvano Balboni, antifascisti esuli in Svizzera, che si arrivò a organizzare la prima scuola d’infanzia laica a Ferrara. Questa iniziativa prese spunto dall’esperienza di Rimini, dove l’educatrice zurighese Margherita Zoebeli, fruendo dei fondi elargiti dalle medesime realtà elvetiche, aveva fondato nel 1946 il Ceis-Centro di Educazione Italo-Svizzero. Fu così che, nel giugno del 1947, si aprirono le iscrizioni alla Casa del Bambino a Ferrara, segnando un momento storico per l'educazione infantile in città.

Asilo nido moderno con bambini

Il Ruolo di Luisa Gallotti Balboni e l'UDI nello Sviluppo dei Servizi

È proprio in questo periodo, sul finire del 1948, che Luisa Gallotti in Balboni viene eletta assessora alla Pubblica Istruzione di Ferrara con delega alla Pubblica Istruzione e Arte. Ella diverrà poi, nel 1950, la prima donna Sindaco in Italia, un simbolo di progresso e impegno civile. Nel 1949, con il coinvolgimento dell’Udi (Unione Donne Italiane), vennero aperti due centri estivi, dimostrando l'attenzione per il benessere dei bambini anche al di fuori dell'anno scolastico tradizionale. Luisa Balboni si adoperò per ripristinare le strutture scolastiche gravemente danneggiate dalla guerra e per la costruzione di nuovi edifici, così come per il sostegno alle famiglie in difficoltà economiche, offrendo ai bambini la refezione scolastica e il servizio estivo, interventi concreti per alleviare le conseguenze del conflitto.

Luisa Gallotti Balboni prese in esame anche la necessità di assistenza medica dei bambini per seguirne la crescita nelle fasi più importanti dell’età evolutiva. Furono realizzati sei ambulatori scolastici che periodicamente registravano le condizioni di sviluppo dei bambini, evidenziando una visione lungimirante che integrava salute ed educazione. Sul piano degli interventi a favore dell’infanzia, la sua opera fu davvero significativa, perché a Ferrara non esistevano scuole per l’infanzia se non le poche private, gestite, sia pure con buona volontà, con gravi carenze strutturali e didattiche dalle suore di alcune congregazioni religiose. La sua azione mirava a colmare un vuoto educativo e a professionalizzare l'offerta.

Il miglioramento della condizione dell’infanzia a Ferrara fu un preciso obiettivo anche dell’Udi. Nell’immediato dopoguerra, infatti, fu tra le associazioni cui le autorità dell’Italia liberata, le commissioni di controllo alleate e successivamente le strutture governative e le Amministrazioni locali fino al 1947, avevano riconosciuto un ruolo fondamentale nella gestione dell’assistenza, soprattutto rivolta all’infanzia. La scuola materna, ovvero il "giardino d’infanzia" come amavano chiamarla le donne dell’Udi, era ritenuta il settore dell’organizzazione scolastica in cui direttamente si collegavano due funzioni essenziali dell’epoca moderna: l’educazione e l’assistenza sociale, in una prospettiva integrata che anticipava i moderni concetti di servizi per l'infanzia.

Dall’agosto del 1947 fino al novembre 1961, la Casa del Bambino restò l’unica scuola materna in città gestita dal Comune, con una capienza ricettiva che passò da 150 a 280 bambini. L’ubicazione centrale della scuola, tuttavia, limitava fortemente l’accoglienza dei bambini che risiedevano nel forese, la campagna circostante. Per questo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, le richieste delle famiglie e delle organizzazioni sociali furono pressanti, affinché il Comune estendesse il servizio anche nelle zone limitrofe alla città. Alla fine del 1961, comincerà a funzionare la prima scuola materna del forese, quella di Bova di Marrara a una sezione, seguita da Fondoreno.

Il primo plesso scolastico costruito dal Comune come scuola materna fu la scuola intitolata a Ada Marchesini Gobetti nel quartiere di via Bologna, seguita dalla materna Dina Bertoni Jovine nel Quartiere Barco, segnando un'espansione mirata e programmatica. Fu solo fra gli anni Settanta-Ottanta che si diede il via alla destinazione di scuola materna a nuovi locali delle scuole elementari, soprattutto nel forese, e a nuove costruzioni. Questo portò a un significativo aumento della capienza, accogliendo complessivamente 1.138 bambini nell’anno scolastico 1971/72 e 2.248 nell’anno 1976/77, quasi raddoppiando in pochi anni e dimostrando la crescente necessità e il successo delle politiche comunali.

La Richiesta di una Scuola Statale e Pubblica

A livello politico c’era una seria disponibilità a rispondere alle esigenze di una società che chiedeva risposte in termini di quantità e di qualità, necessitando di nuovi servizi educativi. Proprio attorno agli anni Sessanta, anche a Ferrara si sostenne la necessità di una nuova legge sulla scuola materna pubblica, di "una scuola statale", ma anche dei Comuni, delle Province e delle Regioni. Si auspicava una legge che fissasse gli ordinamenti e desse ai Comuni i necessari finanziamenti per istituire una rete generalizzata di scuola d’infanzia gratuita e aperta a tutti i bambini, riconoscendo il diritto universale all'educazione prescolare.

La Basteri sosteneva che l’obiettivo era una scuola finanziata dallo Stato e gestita dai Comuni, basata sulla concezione di vera democrazia, indissociabile dalla problematicità della scuola stessa. Una scuola intesa come diritto del cittadino e dovere dello Stato, giacché collocata nel momento più importante della vita del fanciullo. Il primo momento di scolarizzazione era considerato inscindibile dall’intero percorso della scuola, perché necessario a fornire un’educazione psicolinguistica, quale strumento prezioso per la conquista della conoscenza, dell’uso del linguaggio e della scoperta della socialità, elementi fondamentali per lo sviluppo integrale del bambino.

Rossana Lugli dell’Udi denunciò la presenza, a livello provinciale, di vaste aree assolutamente scoperte in termini di scuola materna, mentre laddove esisteva, veniva spesso identificata con l’asilo parrocchiale. Nel suo insieme, la condizione socio-educativa appariva gravemente deprivata, evidenziando disuguaglianze nell'accesso ai servizi. Ribadì la richiesta di Ferrara del riconoscimento della scuola comunale dell’infanzia come "scuola pubblica", giacché l’impegno del Comune era molto qualificato: dalle 12 sezioni di scuola materna esistenti nel 1962 era previsto il passaggio a 49 sezioni, offrendo così il posto nella scuola dell’infanzia a circa 2.000 bambini, un'espansione considerevole che meritava un riconoscimento ufficiale e un supporto adeguato.

Maria Luisa Passerini, in un convegno nazionale tenutosi a Modena nel 1973, tracciò dettagliatamente la situazione della scuola materna ferrarese. A Ferrara la scuola materna offriva circa 2.310 posti e, calcolando che la domanda alla materna copriva circa l’80%, se ne ricavava che sulla popolazione infantile in età, restavano fuori ancora circa 1.300 bambini, sottolineando la persistente esigenza di espansione. Richiamò il diritto di tutti i bambini ad accedere alla scuola d’infanzia e sostenne che la presenza della scuola d’infanzia comunale, oltre al significato incisivo che viene ad assumere per la sua consistenza, acquista anche contenuti qualitativamente nuovi. Era convinta che i bambini, attraverso il percorso educativo della scuola dell’infanzia, sarebbero stati "il veicolo di chiarificazione delle realtà sociali, ambientali, economiche e questa realtà organizzativa si diffonderà negli adulti, che ne prenderanno coscienza e la porranno come problema che dovrà ottenere positive soluzioni". Di qui la necessità di presenza nell’organo di gestione sociale, oltre al personale della scuola, anche delle rappresentanze dei consigli di quartiere, dei sindacati e degli organismi rappresentativi, promuovendo una governance partecipata e democratica.

Bambini che imparano giocando in gruppo

Verso la Piena Qualità e un Sistema Integrato

L’inizio del cammino verso la piena qualità della scuola dell’infanzia a Ferrara avviene tra gli anni Ottanta e Novanta, anni di una feconda "complicità educativa". In questo periodo, si assiste alla vera espansione di tutta la scuola dell’infanzia perché, anticipando le disposizioni nazionali, il Comune di Ferrara sostiene la validità del sistema scolastico integrato, definendo fin dal 1995 anche precise convenzioni con le scuole materne private presenti sul territorio. Questa integrazione tra pubblico e privato ha permesso di ottimizzare le risorse e ampliare l'offerta educativa complessiva.

Negli anni Duemila, il Comune arriva poi a fare un’importante scelta politico-gestionale: l’istituzione dei Servizi educativi, scolastici e per le famiglie. Questa struttura è costituita al proprio interno dal Servizio Infanzia (Nido e Scuola d’infanzia), dal Servizio Diritto allo Studio e politiche per l’integrazione, e dal Servizio Politiche familiari e genitorialità. Una scelta che ha inteso coniugare l’efficienza con l’efficacia per la qualità del sistema educativo, garantendo che tutti i servizi rivolti all’infanzia fossero in relazione fra loro per un unico progetto educativo.

In questo contesto, nasce il Centro di documentazione pedagogica dell’Istituzione del Comune di Ferrara, 'Raccontinfanzia', che si caratterizza come punto di riferimento a livello di documentazione per il contesto socio-educativo territoriale. Qui si sviluppano tantissimi progetti, ricerche, studi, incontri e mostre, oltre a percorsi formativi condivisi con le scuole d’infanzia e i servizi educativi integrativi a livello cittadino e provinciale. Decisamente importanti sono stati i rapporti a livello regionale, gli scambi pedagogici e i molti percorsi di formazione, oltre agli interessanti rapporti internazionali che hanno arricchito il patrimonio di conoscenze e pratiche, proiettando l'esperienza ferrarese in un network più ampio di innovazione pedagogica.

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