La placenta, un organo di vitale importanza per lo sviluppo fetale, rappresenta una struttura biologica di natura vascolare e temporanea che si forma nelle donne in gravidanza, a partire dal momento in cui l’embrione si annida. Questo processo di annidamento segna l'inizio di una relazione simbiotica complessa e finemente regolata tra la madre e il feto in sviluppo. È un annesso embrionale deputato in maniera essenziale alla nutrizione, all'ossigenazione e all'eliminazione dei prodotti di scarto del feto, svolgendo un ruolo insostituibile durante l'intera gestazione. La sua natura è definita anche decidua, un termine che richiama il fatto che, una volta conclusa la sua funzione, si separa dal corpo materno. Essa nutre e protegge il feto durante l'intero viaggio della gravidanza, agendo come un'interfaccia dinamica tra due sistemi circolatori distinti ma intimamente collegati. La placenta è, in effetti, l’unione o annidamento tra l’endometrio, che costituisce una porzione specializzata dell’utero della madre, e i villi coriali, un tessuto embrionale particolarmente ricco di capillari. Questa complessa organizzazione morfologica è alla base delle sue molteplici funzioni, inclusa quella di fungere da barriera emato-placentare, sebbene la sua selettività sia un argomento di profonda indagine scientifica e clinica.
Formazione e Sviluppo della Placenta: Un Processo Dinamico
La formazione della placenta, un evento cruciale per il successo della gravidanza, avviene nell’utero materno. Il suo sviluppo ha origine da una duplice componente: sia dal corpo della mamma, attraverso modifiche dell’endometrio, sia dall'embrione stesso. In particolare, la porzione di placenta che trae origine direttamente dall’embrione è costituita dai villi coriali. Questi villi svolgono un compito fondamentale, che include l'assorbimento di ossigeno e di altre tipologie di nutrimento essenziale per il feto dal sangue della mamma. Ma il loro ruolo prezioso non si limita a questo. I villi coriali, infatti, sono altresì fondamentali per la cessione dell’anidride carbonica al corpo della mamma, contribuendo così al mantenimento dell'equilibrio gassoso fetale.
Il processo di formazione della placenta segue una tempistica e modalità ben precise. Trascorsi più o meno sette giorni dal concepimento, la blastocisti, che rappresenta la forma più avanzata dello sviluppo embrionale in questa fase, comincia la sua penetrazione nell’endometrio materno. Dopo un tempo che, in linea di massima, corrisponde ad altri sei giorni, la blastocisti viene completamente avvolta dall’endometrio e prosegue con il suo sviluppo. È a partire da alcune delle cellule dell’embrione che prende il via la formazione dei villi coriali. Questi, penetrando nell’endometrio, vengono coinvolti in processi di ramificazione via via sempre più complessi, ampliando notevolmente la superficie di contatto e scambio.
Si forma così la placenta che, attorno alle dodici settimane di gravidanza, è in grado di sovrintendere pienamente ai suoi compiti essenziali di nutrimento e protezione di quello che, dal punto di vista medico, è ormai considerato un feto. Prima di questo stadio, le funzioni di nutrimento spettavano al sacco vitellino, una membrana extraembrionale visibile già dalle prime settimane di gestazione e di importanza fondamentale per la formazione delle cellule ematiche e germinali. Il sacco vitellino, che smette di crescere più o meno verso la dodicesima settimana, scompare attorno alla dodicesima settimana, lasciando il posto alla placenta matura per assumere pienamente le sue funzioni.
La crescita della placenta continua in parallelo con lo sviluppo fetale. In prossimità del parto, questo organo può raggiungere un peso significativo, stimato tra i 500 e i 600 grammi. Il suo diametro alla fine della gravidanza, invece, può variare dai 20 ai 30 centimetri. Per quel che concerne lo spessore, decisamente più consistente al centro, si parla di circa 4 centimetri. La placenta si sviluppa gradualmente durante l'accrescimento del feto. Già nel primo mese di gravidanza si può riconoscere un abbozzo di questo annesso fetale, che si completa al terzo mese di gravidanza. È importante sottolineare che i primi tre mesi sono considerati i più vulnerabili per il feto proprio perché la placenta deve ancora strutturarsi completamente e raggiungere la sua piena funzionalità. Il massimo sviluppo dell'organo avviene attorno al quinto mese di gravidanza. Al quinto mese, la placenta presenta una superficie di circa 12-14 m² e lo spessore delle due membrane attraverso cui avvengono gli scambi è di circa 25 µm. Tuttavia, dal quinto mese in poi fino al termine della gestazione, l'organo comincia un processo fisiologico di invecchiamento, diminuendo lo spessore delle membrane fino a 2 µm e riducendo l'area di contatto tra sangue materno e fetale. L'attività di barriera svolta dalla placenta è, per queste ragioni, minima nei primi mesi perché deve ancora svilupparsi, e negli ultimi perché l'organo inizia a invecchiare. La massima attività di questa barriera, in termini di efficienza e selettività, corrisponde con il massimo sviluppo della placenta, quindi in coincidenza con il quinto mese di gravidanza.
Architettura della Barriera Placentare e Circolazione Sangue-Fetale
La barriera placentare è strutturalmente complessa ed è costituita principalmente dai villi corionici. Queste formazioni sono localizzate a livello di lacune nelle quali circola il sangue materno. All'interno di questi villi, a loro volta, contengono capillari fetali, creando un'intricata rete di scambio. Affinché le sostanze possano passare dal sangue materno, che si trova in queste lacune, al sangue fetale, devono attraversare non solo l’epitelio dei villi, ma anche l’endotelio dei capillari fetali. Questo doppio strato cellulare costituisce la vera e propria barriera tra i due compartimenti circolatori.
La circolazione del feto è intrinsecamente diversa da quella della vita extrauterina, un aspetto fondamentale da considerare, perché non è ancora avvenuta la chiusura del forame ovale e del dotto arterioso. Questa chiusura avviene solo al momento della nascita, permettendo la transizione alla circolazione polmonare. A livello del cordone ombelicale, l'elemento di connessione diretta tra madre e feto, decorrono le arterie ombelicali, che sono due, e la vena ombelicale. Le arterie ombelicali, una volta raggiunta la placenta, vanno a formare attorno ad essa delle ramificazioni che, assieme al tessuto circostante, prendono il nome di villi coriali. I villi coriali, a loro volta, sono collegati a delle ampie cavità denominate seni sanguigni, dove scorre il sangue materno.
Il sangue materno proviene dalle arterie spiraliformi che arrivano dall'arteria uterina. Il sangue materno arriva alla placenta attraverso l'arteria uterina, dalla quale si dipartono le arterie spiraliformi che portano il sangue materno all'interno dei seni sanguigni. Infine, dai seni, il sangue arriva ai villi coriali, irrorando tutta la placenta. È cruciale comprendere che il sangue materno ed il sangue fetale non vengono mai a contatto diretto. Sono costantemente divisi dall'epitelio dei villi coriali, garantendo una separazione essenziale per la protezione del feto. Le sostanze che passano dal sangue materno a quello fetale, o viceversa, devono attraversare due membrane distinte: l'endotelio dei capillari dei villi coriali e l'epitelio dei villi coriali. Proprio per questo motivo la placenta viene comunemente chiamata barriera, ma in realtà non è una vera e propria barriera insormontabile. Al contrario, entrambe queste membrane seguono le stesse regole di passaggio dei farmaci viste con l'assorbimento, includendo meccanismi come la diffusione passiva, il passaggio attraverso i pori, il passaggio attivo mediato da carriers e i processi di pinocitosi.

Funzioni Vitali della Placenta: Scambi, Protezione e Omeostasi
Parliamo ora delle funzioni multifacetiche della placenta, che vanno ben oltre il semplice scambio di nutrienti. Durante la gestazione, la placenta regola attivamente lo scambio di ossigeno e anidride carbonica, oltre che dei nutrienti essenziali, degli anticorpi protettivi e delle sostanze di rifiuto tra madre e feto. La principale tra queste riguarda la gestione degli scambi gassosi e metabolici tra il sangue materno e quello del feto in crescita. La comunicazione tra quest’ultimo e la placenta avviene in modo efficiente grazie al cordone ombelicale, un'autostrada biologica che veicola tutte le interazioni necessarie.
È doveroso ricordare che pure l’organismo materno, a modo suo, “comunica” attivamente con questo meraviglioso organo. Lo fa attraverso sacche piene di sangue, le cosiddette lacune, le quali sono a loro volta in contatto diretto con i villi coriali. Questa interconnessione garantisce un flusso continuo di informazioni e sostanze.
Dopo questa doverosa premessa, possiamo elencare nel dettaglio le altre funzioni cruciali della placenta:
Ossigeno al cucciolo e smaltimento dei rifiuti: Tra le funzioni essenziali, è possibile citare la cessione di ossigeno al feto e l’allontanamento da esso dell’anidride carbonica. Per la diffusione di entrambi questi gas, è fondamentale il sottile strato di cellule che permette la separazione tra i villi coriali e il sangue della mamma, ottimizzando l'efficienza dello scambio gassoso.
Funzione depurativa per i liquidi corporei del feto: Durante la vita intrauterina, le funzioni depurative che normalmente spettano ai reni, ancora immaturi, vengono portate avanti dalla placenta. Questo organo agisce come un vero e proprio sistema renale temporaneo per il feto. Lo stesso vale per l’omeostasi, un termine tecnico che indica la capacità che gli organismi hanno di regolare l’ambiente interno anche a fronte di variazioni di quello esterno, mantenendo un equilibrio stabile e protetto per il feto.
Sostegno alle difese immunitarie del cucciolo: Attraverso l’endocitosi, un processo in cui le cellule, tramite la membrana plasmatica, inglobano molecole e altri corpi che si trovano nello spazio extracellulare, questo fantastico organo consente il passaggio degli anticorpi materni al cucciolo. Questo trasferimento di immunoglobuline (principalmente IgG) conferisce al feto un'immunità passiva cruciale, proteggendolo da infezioni verso cui la madre è già immune. Questo organo fantastico è anche in grado di impedire il passaggio ad alcuni organismi patogeni, fungendo da filtro selettivo. Tuttavia, è importante prestare attenzione: non a tutti i patogeni viene impedito il passaggio! Esistono diverse eccezioni, tra cui il protozoo che causa la toxoplasmosi, noto per la sua capacità di attraversare la barriera placentare e causare gravi danni al feto. Analogamente, come già accennato, nel caso della rosolia, si verificano processi di endocitosi da cui deriva la causa del facile passaggio di virus al feto.
Passaggio di sostanze nutritive: La placenta è permeabile da parte di tantissimi nutrienti presenti nel sangue materno. Dalle proteine ai trigliceridi, senza dimenticare il glucosio e alcune vitamine essenziali, la placenta è in grado di passarli attivamente al cucciolo, supportando la sua crescita e il suo sviluppo.
Funzioni endocrine: La placenta non è solo un organo di scambio, ma anche una ghiandola endocrina potente. Già dall’inizio del suo sviluppo, la placenta secerne l’ormone gonadotropina corionica umana (hCG), la cui frazione beta viene rilevata nel momento in cui si effettua il test di gravidanza, fornendo una conferma precoce della gestazione. L’hCG ha un compito molto importante: sostenere i processi di sintesi del progesterone, che nelle prime fasi della gravidanza partono dal corpo luteo. Attorno alla settima settimana di gravidanza, la placenta è in grado di gestire in maniera autonoma la sintesi di tutto il progesterone che serve all’embrione, assumendo il pieno controllo della produzione ormonale necessaria per mantenere la gravidanza. Di conseguenza, il corpo luteo inizia quindi a degenerare e i livelli di hCG a ridursi gradualmente.
Barriera protettiva contro sostanze dannose: La placenta, fungendo da barriera, protegge il feto da diverse sostanze dannose che potrebbero essere presenti nel circolo materno. Pure in questo caso, però, ci sono delle eccezioni significative che meritano attenzione. Tra queste spiccano la nicotina e altre sostanze cancerogene che si trovano nelle sigarette, le droghe illecite e l’alcol. Queste sostanze possono attraversare la barriera placentare e causare effetti teratogeni o tossici diretti sul feto, sottolineando l'importanza di evitarne l'esposizione durante la gravidanza. Il fumo, in particolare, contiene nicotina che è un vasocostrittore, quindi riduce in maniera significativa la perfusione placentare, compromettendo gli scambi e l'apporto di ossigeno e nutrienti al feto.

Permeabilità Placentare e Meccanismi di Trasferimento di Elementi e Farmaci
La possibilità per le sostanze di poter attraversare la barriera placentare dipende da molteplici fattori, inclusa la fase della gravidanza. Nel primo periodo della gestazione, la permeabilità è limitata, ma via via aumenta progressivamente perché il feto necessita di un nutrimento maggiore. Di conseguenza, gli scambi tra sangue materno e fetale diventano più accentuati, favorendo così anche il passaggio di altre sostanze, tra cui i farmaci.
Naturalmente, non è una barriera così selettiva ed impenetrabile come, ad esempio, quella ematoencefalica. In questa barriera placentare, come già menzionato, si verificano processi di endocitosi da cui deriva la causa del facile passaggio di virus al feto, come quello della rosolia. In questo senso, è considerata una barriera più permissiva. Tuttavia, è importante notare che a livello della placenta si verificano anche complessi processi metabolici che sono in grado di modificare o evitare il passaggio di alcuni farmaci dalla madre al feto, aggiungendo un livello di protezione aggiuntivo.
La concentrazione di un farmaco nel feto può essere significativamente diversa da quella osservata nella madre, a seconda delle caratteristiche specifiche del farmaco stesso e delle dinamiche di trasferimento. Si possono avere dei farmaci che raggiungono la stessa concentrazione nel feto e nella madre, indicando un passaggio quasi libero. Al contrario, ci sono farmaci che nel feto raggiungono una concentrazione inferiore rispetto a quella della madre, suggerendo una limitazione nel trasferimento o un metabolismo placentare.
Ci può essere la necessità clinica di somministrare un farmaco nella madre specificamente per poter avere effetti terapeutici sul feto. Ad esempio, si possono utilizzare gli antibiotici per combattere e prevenire infezioni intrauterine che potrebbero compromettere la salute fetale. Gli antagonisti ai narcotici, come il naloxone, possono essere somministrati quando la madre fa uso di sostanze narcotiche, per contrastarne gli effetti sul feto. Un induttore enzimatico, come il fenobarbitale, può essere impiegato se si prevede un’iperbilirubinemia neonatale, aiutando a prevenire ittero nucleare. I glucocorticoidi sono usati per accelerare la maturazione del sistema respiratorio fetale ed evitare la sindrome da distress respiratorio nei casi di parto prematuro. Molto importante, in generale, durante lo stato di gravidanza è la somministrazione di farmaci.
Di conseguenza, da un lato c’è la necessità di somministrare dei farmaci che devono giungere a livello del feto per finalità terapeutiche dirette. Altre volte, invece, è fondamentale somministrare farmaci nella madre senza che il feto venga influenzato in modo avverso; per questo motivo, è cruciale scegliere farmaci che abbiano caratteristiche tali da limitare o meno l'attraversamento della barriera placentare. Alcuni farmaci possono agire sul feto e non provocare nessun danno alla madre, come per esempio il fenobarbital (un induttore enzimatico nel metabolizzare la bilirubina, quindi riduce l'ittero nucleare da bilirubina nel feto), i glucocorticoidi (che stimolano la maturazione polmonare in caso di parto prematuro) ed infine gli antibiotici (che evitano le infezioni intrauterine). Altri farmaci hanno un effetto terapeutico sulla madre, ma si dimostrano avversi al feto. È il caso di tutti i farmaci ad uso occasionale, come gli analgesici (l'aspirina è ancora la più consigliata in alcune situazioni) e gli antiemetici (studi di laboratorio hanno determinato che per l'animale presentano effetti teratogeni, quindi non è da escludere un possibile, simile, effetto sull'uomo, richiedendo cautela). Oltre ai farmaci ad uso occasionale, particolare attenzione deve essere posta anche ai farmaci per le terapie croniche. Tra questi, gli antidiabetici (l'insulina è preferita rispetto agli ipoglicemizzanti orali perché alcuni sono teratogeni), gli anticoagulanti (la molecola utilizzata è l'eparina), gli antiepilettici (la scelta è molto difficile perché quasi tutti gli antiepilettici presentano effetti dannosi sul feto, rendendo necessaria una valutazione rischio-beneficio molto accurata) e i digitalici (attenzione perché una cura con digitalici riduce l'attività cardiaca e può quindi risultare dannosa per il feto). Studi hanno determinato che la maggior parte dei farmaci possono attraversare la placenta, rendendo quindi estrema cautela nell'uso di farmaci in stato di gravidanza.
La PLACENTA PREVIA, una barriera impenetrabile - Spiegazione
I fattori che determinano il passaggio di un farmaco nel feto sono molteplici e complessi:
Legame alle proteine plasmatiche: Il diverso legame del farmaco sulle proteine plasmatiche materne e fetali è un fattore chiave. Se è maggiore il legame con le proteine materne, sarà minore la quantità di farmaco libero e, di conseguenza, minore la quantità di farmaco che passa al feto (e viceversa). Questo perché solo la frazione non legata può attraversare le membrane.
Deposito in distretti specifici: Un maggior deposito del farmaco in alcuni distretti materni può influenzare la sua disponibilità per il passaggio placentare, portando a un maggior passaggio dei farmaci stessi se il deposito non è un "intrappolamento" ma una riserva che viene poi rilasciata.
Liposolubilità del farmaco: La velocità di trasferimento transplacentare dipende in modo significativo dalle caratteristiche del farmaco, in particolare dalla sua liposolubilità. I farmaci più liposolubili tendono ad attraversare più facilmente le membrane lipidiche della placenta tramite diffusione passiva.
Differenze di pH (Intrappolamento Ionico): Le differenze dell’equilibrio acido/base tra madre e feto giocano un ruolo cruciale. A livello del feto, infatti, c’è un pH leggermente più acido rispetto a quello della madre. Di conseguenza, un farmaco di tipo basico che si trova in un ambiente più acido si ionizza di più. Si verifica così il fenomeno di intrappolamento ionico, in quanto il farmaco ionizzato non può retrodiffondere attraverso le membrane lipidiche e risulta quindi più concentrato a livello del feto rispetto alla madre. Questo meccanismo può portare ad un accumulo fetale di alcuni farmaci. Il grado di ionizzazione (pH fetale nel plasma) è inferiore di poco a quello materno. Il pH del feto è un po' più acido di quello materno, reiterando questo importante concetto.
Metabolismo della placenta: Il metabolismo della placenta stessa è un fattore rilevante. Questo processo può essere utile se si desidera un effetto a livello della madre, ma non del feto, in quanto la placenta può inattivare alcuni farmaci prima che raggiungano la circolazione fetale.
Tipo di circolazione fetale: Le peculiarità della circolazione fetale, con i suoi shunt e la bassa resistenza polmonare, influenzano anche la distribuzione e l'esposizione fetale ai farmaci.
Volume di distribuzione: Il volume di distribuzione del farmaco nella madre e nel feto, che riflette la sua affinità per i tessuti e i liquidi corporei, influisce sulla sua disponibilità al passaggio placentare e sulla sua concentrazione finale nel feto.
I meccanismi di passaggio attraverso la barriera placentare includono diversi processi fisiologici:
- Diffusione passiva: Questo è il meccanismo principale per molte sostanze, specialmente quelle piccole, non ionizzate e liposolubili, che si muovono secondo il gradiente di concentrazione.
- Diffusione facilitata: Implica il trasporto di molecole attraverso proteine carrier specifiche, ma senza consumo di energia, seguendo sempre un gradiente di concentrazione.
- Trasporto attivo: Questo meccanismo richiede energia (ATP) e proteine trasportatrici per muovere le sostanze contro un gradiente di concentrazione, permettendo alla placenta di accumulare attivamente nutrienti essenziali per il feto.
- Processi di endocitosi: Questi processi permettono l'inglobamento di macromolecole, come nel caso del virus della rosolia, delle IgA e di altre proteine materne, fornendo un mezzo per il trasferimento di sostanze più grandi.
La Permeabilità Placentare agli Elementi Essenziali e Tossici
I meccanismi placentari responsabili della regolamentazione dell’assorbimento e dell’escrezione degli elementi durante la gravidanza non sono pienamente compresi, e costituiscono un'area di ricerca attiva. Un importante studio, pubblicato sul J Environ Monit. 2009 Jul;11(7):1322-30, ha avuto l’obiettivo di valutare la correlazione degli elementi tossici ed essenziali selezionati nei campioni comparati di sangue intero delle madri e il sangue del cordone. Questo studio mirava a valutare la permeabilità placentare agli stessi elementi selezionati, fornendo dati preziosi sulla capacità della placenta di modulare il trasferimento di queste sostanze.
Le analisi di regressione utilizzate per valutare questa correlazione in 62 campioni comparati di sangue materno e di sangue del cordone ombelicale, hanno mostrato risultati significativi. Le concentrazioni di mercurio, piombo, cobalto, arsenico e selenio nel sangue materno e nel cordone differiscono statisticamente. Questo indica che la placenta non è semplicemente una membrana passiva, ma un organo attivo nella modulazione dei livelli di questi elementi tra madre e feto.
In particolare, piombo, cobalto, arsenico e selenio sembrano attraversare la barriera placentare tramite un meccanismo di diffusione, suggerendo un trasferimento che, pur non essendo pienamente attivo, è efficace. Per quanto riguarda il mercurio, il mercurio elementare sembra agire come un filtro per i livelli di mercurio materno durante la gravidanza, indicando una potenziale capacità della placenta di limitarne l'esposizione fetale. I dati dello studio hanno rivelato che il trasferimento transplacentare di arsenico e cobalto è stato dell’80% e del 45%, rispettivamente. Questi dati sono cruciali perché suggeriscono che la placenta modula la quantità di trasferimento per questi elementi, non consentendo un passaggio completo e uniforme per tutti. Al contrario, i livelli di cadmio, manganese, rame e zinco non hanno mostrato correlazioni statisticamente significative tra i due comparti (sangue materno e sangue intero del cordone ombelicale), il che potrebbe indicare meccanismi di regolazione più rigorosi o un trasferimento più limitato per questi metalli specifici.
Confronto con la Barriera Emato-Encefalica: Diversità nella Selettività
È utile confrontare la barriera placentare con un'altra barriera biologica cruciale per la protezione, la barriera emato-encefalica (BEE). Il concetto di barriera cerebro-ematica, da allora denominata barriera emato-encefalica, fu proposto per la prima volta da Lina Stern nel 1921. Questa barriera si differenzia notevolmente dalla barriera placentare per la sua struttura e per il grado di selettività.
La barriera emato-encefalica è composta da cellule endoteliali che, in particolare, danno origine ad un endotelio continuo e non fenestrato, ossia senza fenestrature sulla membrana plasmatica delle cellule endoteliali. Nel resto del corpo al di fuori del cervello, le pareti dei capillari sono formate da cellule endoteliali fenestrate, cioè dotate di piccoli fori chiamati fenestrazioni, che consentono un passaggio più agevole di sostanze. Nel cervello, invece, le cellule endoteliali non presentano fenestrazioni e sono organizzate in maniera molto più fitta, unite tra di loro da giunzioni occludenti (tight junctions). Questo fa sì che la barriera emato-encefalica blocchi in modo estremamente efficace il passaggio della maggior parte delle molecole idrofile o di grosso peso molecolare, proteggendo il cervello da molte sostanze potenzialmente dannose.
La permeabilità della barriera emato-encefalica è un parametro clinico misurabile a partire dalle proteine S100, in relazione ad anticorpi quali IgG+IgA e IgM. I test per la sua valutazione utilizzano un campione di sangue che viene inserito nei fori di una matrice piatta; ad ogni "foro" è poi aggiunto un enzima-anticorpo specifico in grado di assorbire la proteina (ad esempio, tramite un sandwich enzyme-linked immunosorbent assay).
Non tutte le aree del cervello sono protette dalla BEE. Ne sono escluse, ad esempio, la ghiandola pineale e l'ipotalamo, quest'ultimo fondamentale per regolare l'appetito e l'attività delle ghiandole endocrine, richiedendo un contatto più diretto con la circolazione sistemica. La barriera ematoencefalica rende difficoltosa la distribuzione al tessuto cerebrale dei farmaci presenti nel sangue, rappresentando una sfida per lo sviluppo di terapie per patologie neurologiche. Ricerche recenti cercano di superare questa sfida. Un altro esperimento recente, che ha realizzato il rilascio mediato da nanoparticelle di doxorubicina ad un gliosarcoma di topo, ha mostrato una remissione significativa insieme ad una bassa tossicità, suggerendo nuove vie terapeutiche. Tuttavia, mentre si è a conoscenza del fatto che i metodi sopracitati permettano indubbiamente il passaggio di nanoparticelle attraverso la barriera emato-encefalica, si sa ancora poco sul come tale attraversamento abbia luogo, né si sa molto nemmeno sui possibili effetti collaterali dell'utilizzo di nanoparticelle.
Va notato che le cellule endoteliali vascolari e i periciti associati sono spesso anormali nei tumori cerebrali e che la barriera emato-encefalica potrebbe non sempre essere intatta in queste condizioni patologiche. Inoltre, in tali contesti, la membrana basale risulta spesso incompleta, contribuendo a una compromissione dell'integrità della barriera. Quando le meningi sono infiammate, la barriera emato-encefalica subisce delle modificazioni di permeabilità che possono far aumentare la penetrazione di varie sostanze, inclusi gli antibiotici, nel cervello.
Normalmente, il sistema nervoso di un individuo sarebbe inaccessibile ai globuli bianchi del sangue a causa dell'efficienza della barriera emato-encefalica. Tuttavia, utilizzando l'imaging a risonanza magnetica, è stato dimostrato che, quando una persona sta subendo un "attacco" della sclerosi multipla, la barriera emato-encefalica viene distrutta in una sezione del cervello o della colonna spinale. Questo permette a particolari globuli bianchi del sangue, i linfociti T, di espandersi e distruggere la mielina, contribuendo alla patogenesi della malattia. Sono attualmente in corso investigazioni sui trattamenti volti a riparare una barriera emato-encefalica compromessa, data la sua importanza cruciale nella protezione del sistema nervoso centrale.
Diverse patologie sono direttamente legate a una compromissione della BEE. La tripanosomiasi africana neurologica, nota anche come malattia del sonno, allo stadio avanzato, è una condizione in cui si trovano protozoi tripanosomi nel tessuto cerebrale, avendo superato la barriera. La leucoencefalopatia multifocale progressiva è una malattia demielinizzante del sistema nervoso centrale causata da una riattivazione di un'infezione da papovavirus latente (il poliomavirus JC), che ha la capacità di incrociare la BEE. La malattia di De Vivo, anche conosciuto come sindrome da deficienza di GLUT1, è una rara condizione genetica causata da un trasporto inadeguato di glucosio attraverso la barriera, che ha come risultati ritardo mentale e altri gravi problemi neurologici. Si ritiene inoltre che l'HIV possa attraversare la barriera emato-encefalica all'interno di monociti circolanti nel flusso sanguigno, in quella che è definita la "Teoria del Cavallo di Troia". Una volta all'interno del cervello, questi monociti vengono attivati e sono trasformati in macrofagi. I monociti attivati rilasciano virioni all'interno del tessuto cerebrale, spesso vicino a microvasi sanguigni cerebrali. Queste particelle virali verosimilmente attirano l'attenzione delle cellule della microglia del cervello ed iniziano una cascata infiammatoria, che può causare danni al tessuto della BEE stessa. Casi di quest'infiammazione, chiamata encefalite da HIV, si presentano probabilmente durante tutto il corso dell'AIDS ed essa è precursore dell'AIDS dementia complex (demenza da HIV), sottolineando l'importanza dell'integrità di questa barriera per la salute neurologica.
Localizzazioni Placentari e Complicazioni Gestazionali
Quando si parla della placenta, è necessario soffermarsi anche sulle sue diverse localizzazioni all'interno dell'utero, che dipendono strettamente da dove avviene l’impianto dell’embrione. Queste posizioni possono avere implicazioni cliniche significative per la gestione della gravidanza e del parto.
Ecco le principali localizzazioni che possono essere riscontrate:
- Posteriore: In questo frangente, la placenta è rivolta verso la schiena della mamma.
- Fundica: Questa situazione si verifica quando la placenta si trova a livello della parete superiore dell’utero, nella sua parte più alta.
- Anteriore: In questo caso, la placenta “guarda” verso la pancia della mamma, impiantandosi sulla parete anteriore dell'utero.
- Localizzazione laterale destra o sinistra: La placenta può impiantarsi anche su una delle pareti laterali dell'utero.
È importante ricordare l’esistenza di svariate posizioni intermedie e soprattutto il fatto che l’aspetto più importante è che la placenta si trovi al di sopra del feto, non ostruendo il canale del parto.
Tuttavia, può capitare, come ben si sa, che l’embrione si impianti nella parte inferiore dell’utero. In questi frangenti, si parla di condizioni specifiche come la placenta bassa e la placenta previa, che meritano particolare attenzione.
Placenta Bassa: La placenta bassa si trova vicina all’orifizio inferiore dell’utero, ma non lo ricopre. Si tratta di un quadro preoccupante? Non per forza. Può succedere, infatti, che con l'avanzare della gravidanza e la crescita dell'utero, o con il cucciolo che, assumendo la posizione cefalica, sposti la placenta in posizione laterale, la situazione si risolva spontaneamente.
Placenta Previa: La placenta previa, invece, è una condizione più seria in cui la placenta ricopre in maniera parziale o totale il suddetto orifizio cervicale interno. La placenta previa è una condizione che merita immediata attenzione medica, ed è favorita da diversi fattori di rischio. Questi includono la medesima diagnosi in gravidanze precedenti, il precedente parto cesareo, il tabagismo, l’età materna superiore ai 35 anni e, giusto per citarne un altro tra i numerosi, la gestazione insorta a seguito di una PMA (Procreazione Medicalmente Assistita). Il rischio principale di questa condizione è che, con il travaglio e la conseguente dilatazione del collo dell’utero, la placenta si stacchi prematuramente. In tal caso, il cucciolo, che non ha più la sua fonte di nutrimento e ossigeno, potrebbe non sopravvivere a causa di un grave emorragia materna e ipossia fetale. Questo è il motivo per cui, una volta accertata la diagnosi di placenta previa, cosa che si può fare in maniera definitiva dopo le 32 settimane di gravidanza, si opta quasi sempre per la nascita con taglio cesareo. Si procede generalmente prima delle 40 settimane, così da evitare che la placenta raggiunga il periodo in cui non è più in grado di gestire al meglio le sue funzioni a causa dell'invecchiamento fisiologico, o che parta naturalmente il travaglio, il quale potrebbe innescare il distacco.
Distacco di Placenta: Il distacco di placenta è un’emergenza ostetrica grave che si verifica quando, prima del tempo, la placenta si stacca dalle pareti dell’utero. Questa evenienza si concretizza fortunatamente solo raramente e spesso in gestazioni già problematiche. A favorirla, per esempio, sono l’età elevata della madre e l’ipertensione arteriosa cronica o gestazionale. In acuto, un distacco di placenta si manifesta con un dolore improvviso, costante e localizzato. Per descriverlo meglio, è importante ricordare che questo dolore è totalmente diverso da quello delle contrazioni uterine tipiche del travaglio, il quale aumenta e si arresta e che coinvolge tutto l’utero. Sempre nei quadri acuti di distacco di placenta, possono insorgere perdite di sangue, che possono essere più o meno abbondanti. In presenza di tali sintomi, la condotta da seguire è recarsi subito in pronto soccorso ostetrico, poiché la rapidità dell'intervento medico è cruciale per salvare la vita della madre e del feto.
Una volta terminato l’assolvimento delle sue funzioni, al termine della gravidanza, la placenta si separa dal corpo materno. Lo fa nel corso del processo che viene chiamato, in gergo ostetrico e ginecologico, secondamento. Dopo il parto, la placenta viene espulsa nella grande maggioranza dei casi in maniera spontanea a circa mezz’ora dalla nascita del cucciolo. Ciò avviene grazie a delle vere e proprie contrazioni uterine, che però sono meno intense in confronto a quelle del travaglio. Tramite queste ultime contrazioni, avviene il distacco dei cotiledoni, ossia i vasi ematici che mantengono la placenta ancorata all’utero, dalle pareti del suddetto organo, completando il ciclo vitale di questo organo straordinario.
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