Il mondo dei giocattoli è da sempre uno specchio deformante o idealizzante della società. Mentre le festività si avvicinano e l'orizzonte si tinge di rosso natalizio, la corsa ai regali sposta l'attenzione su oggetti che, pur celandosi dietro un'apparente innocenza ludica, sollevano questioni profonde su come educhiamo le nuove generazioni alla biologia, al corpo femminile e alle aspettative sociali. Volenti o nolenti, il Natale inizia ormai a intravedersi all'orizzonte. E così, mentre c'è già chi prepara la lista delle cose da comprare in occasione del prossimo Black Friday, Mattel bussa alla nostra porta per suggerirci un'idea regalo perfetta per figlie, nipoti, cuginette, vicine di casa under 12 o amici con singolari collezioni: la nuova cagnolina di Barbie che partorisce cuccioli a ripetizione.

La meccanica dell'evento biologico nel gioco infantile
Suona un tantino inquietante, e forse lo è davvero. Ma questa novità, presentata a inizio anno con la collezione della bambola e al momento disponibile negli Stati Uniti con il nome di Barbie Newborn Pups Doll & Pets, farà probabilmente impazzire di gioia le aspiranti veterinarie. Il funzionamento è semplicissimo: con una leggera pressione sulla schiena o sulla testa, la cagnolina di plastica allarga le zampe e riesce a dare alla luce fino a tre cuccioli.
Accarezzandoli con una salvietta ghiacciata (o, verosimilmente, trovando un qualsiasi altro modo per abbassarne la temperatura) il loro colore inizierà infatti a tendere verso il rosa o l'azzurro. Insomma, un gioco decisamente curioso, che segue le orme - o meglio, le impronte - di un altro cane di Barbie ampiamente discusso/discutibile: quello che, sempre con una pressione sulla schiena, lasciava andare i propri bisognini. Questa interazione, che unisce la curiosità biologica alla manipolazione fisica, trasforma l'evento del parto in una dinamica meccanica, priva di contesto emotivo, focalizzata unicamente sull'esito estetico e funzionale del giocattolo.
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Il paradosso di Barbie: dall'inclusività alla narrazione contraddittoria
E pensare che di recente Barbie aveva azzeccato una mossa dietro l'altra, dalla versione black, a quella, davvero impattante, disabile, alla versione quarantena che, sinceramente, mi sono persa, ma che, purtroppo, potrei tra non molto recuperare. Ma foschi presagi a parte, la più iconica delle bambole, intramontabile al pari di Mary Poppins (the original one), s'era dimostrata piuttosto progressista, lasciando sperare che anche le sue sorelle meno posh potessero fare breccia nel cuore delle bambine o dei bambini che tutt'ora la amano follemente.
Insomma, un esempio virtuoso, fresco, attuale, ma che non tutte le aziende che producono giocattoli hanno abbracciato, anzi. Il contrasto tra l'apertura verso la disabilità o la diversità etnica e la spinta verso un'iper-normalizzazione biologica rappresenta un terreno scivoloso. Se da un lato si cerca di rendere Barbie rappresentativa del mondo reale, dall'altro l'industria sembra inciampare quando tocca il tema della maternità, oscillando tra il gioco scientifico-veterinario e il marketing orientato alla perfezione fisica.
L'orrore vestito bene: la bambola MamyMia
In questi giorni, infatti, è comparsa sugli scaffali MamyMia, una bambola gravida che sulla sua confezione ha la scritta "partorisce e torna subito in forma". A pubblicarne l'immagine sui social è stato Labodif, istituto di ricerca e formazione specializzato nello studio delle differenze di genere: "L’orrore vestito bene - si legge nel post -. Ecco la Bambola MamyMia che partorisce e torna subito in forma. La cancellazione comincia da piccole (e costa anche tanto)".
Che fesseria, no, davvero: che fesseria. Neanche quella semi divinità di Behati Prinsloo è tornata subito in forma, se per subito si intende, come nel caso di questa bambola malvagia (che è il caso di dire: she's the devil) non appena il neonato viene al mondo. Si può tornare in forma, a patto che una abbia le condizioni privilegiate per farlo, in qualche mese, vedi il caso Kate Middleton, ma vi pare che la Duchessa di Cambridge viva anche solo una parvenza delle nostre esistenze?
La costruzione sociale del corpo post-partum
Quello, come giustamente fa notare Labodif, è un messaggio totalmente deviato, e potenzialmente messo in mano a infanti che possono pure pensare che sì, et voilà, il neonato viene espulso e la donna è subito fresca come una rosa, trucco perfetto, messa in piega e pancia piatta. L'implicazione di questo giocattolo è un'esortazione sottile a una performance estetica che ignora le dure verità del post-parto.
C'è, però, una cosa fondamentale da dire e cioè che i genitori possono benissimo non comprare, e si spera che optino per questa opzione, la MamyMia, lasciandola sugli scaffali a promuovere la sua bugia. Il sabotaggio della bambola bugiarda è più che possibile, leggendo la pioggia di critiche che sta accompagnando il post sia di Labodif che del Corriere che lo ha ripostato, ma non tutti sono concordi nel dire che quella cosa è un mezzo abominio.
Ci sono donne, infatti, che hanno trovato la frase positiva, quasi incoraggiante, come a dire che con la buona volontà si può rimodellare il proprio corpo così come lo si desidera, magari com'era prima della gravidanza. Ma questa interpretazione positiva ignora deliberatamente il peso biologico del processo. Il fatto è che in moltissimi casi il desiderio di ritornare come si era non è una libera scelta per la quale ci si deve solo fare il mazzo in palestra: che mi dite, infatti, delle smagliature, cosa comunissima dopo una gravidanza? O della nostra, povera vagina, nel caso in cui il neonato o i neonati siano belli grossi? O, ancora, del seno che cade, della pancia che rimane più floscia o segnata da quella riga che non va più via (ve lo garantisco) o delle macchie e via dicendo?
Suvvia, non diffondiamo str.. ehm, falsità, che fare figli è già duro abbastanza senza che una biondina di plastica ci faccia arrabbiare. Il corpo umano è un organismo complesso che risponde alla procreazione attraverso mutamenti spesso permanenti, e l'idea che un giocattolo possa veicolare l'idea che la maternità sia un processo reversibile in un battito di ciglia non è solo un errore di marketing: è un'imposizione culturale che rischia di forgiare aspettative irrealistiche nelle generazioni future, trasformando la gioia della nascita in una gara estetica contro il tempo e contro la biologia stessa.

Le ramificazioni pedagogiche dell'intrattenimento
Considerare i giocattoli come semplici oggetti è un errore di valutazione che spesso porta a sottostimare il potere formativo del gioco. Quando una bambina interagisce con una bambola che simula il ritorno alla forma perfetta subito dopo il parto, il messaggio introiettato non riguarda solo la bambola in sé, ma il valore che la società assegna al corpo materno. Questa tendenza alla normalizzazione del "corpo subito pronto" post-parto rischia di creare un disallineamento cognitivo in cui la bambina, crescendo, potrebbe percepire il proprio corpo - o quello delle madri che la circondano - come "fallimentare" se non aderisce agli standard proposti dai prodotti commerciali.
Il rischio non è soltanto estetico, ma riguarda la percezione della salute e del benessere femminile. Se la narrazione del "partorire e tornare subito in forma" diventa il nuovo standard, si perde di vista la necessità di un recupero fisico consapevole, che richiede tempo, dedizione e, soprattutto, l'accettazione dei cambiamenti fisici che sono parte integrante dell'esperienza della maternità.
Il settore dei giocattoli si trova a un bivio: continuare a sfruttare l'estetica dell'idealizzazione, che garantisce vendite immediate ma perpetua miti dannosi, oppure tentare di raccontare il corpo in modo veritiero, includendo, perché no, anche le trasformazioni naturali. La reazione del pubblico - dalla critica feroce su internet alle difese timide ma presenti - dimostra che il tema non è affatto neutro, ma è il cuore di una battaglia culturale più ampia sull'immagine della donna nella società contemporanea. Le aziende, nel cercare di intercettare i gusti dei più piccoli, si trovano involontariamente (o deliberatamente) a definire cosa sia "accettabile" o "desiderabile", influenzando la percezione che le future generazioni avranno di sé stesse e dei propri futuri percorsi biologici.

In ultima analisi, il sabotaggio consapevole - ovvero il rifiuto dei genitori di acquistare prodotti che promuovono falsi miti - rimane l'unico strumento di controllo efficace in una filiera produttiva che guarda più ai margini di profitto che alla responsabilità sociale. Quando il giocattolo diventa manifesto, la responsabilità di educare il proprio bambino alla realtà diventa un atto di resistenza contro la semplificazione eccessiva di un'esperienza, quella della maternità, che è tra le più complesse, sfaccettate e profondamente umane che si possano immaginare. La sfida, dunque, è quella di distinguere tra la curiosità biologica, che è fondamentale nutrire, e l'imposizione di standard che trasformano la vita in una recita estetica priva di sostanza.
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