Paura a due anni: comprendere e accompagnare il bambino nel suo mondo emotivo

Bambino spaventato aggrappato alla mamma

Due occhi sgranati cercano la mamma, si attaccano a lei e con voce tremolante dicono “Aiuto!”. L’emozione può essere definita come una reazione soggettiva a un evento saliente, caratterizzata da cambiamenti fisiologici, esperienziali e comportamentali. La paura è fondamentale per la nostra sopravvivenza: ci mette in allarme davanti a situazioni minacciose o che potrebbero arrecarci danno e ci consente di attivare risposte di attacco o fuga con correlati fisiologici ben definiti. Insomma, senza una giusta dose di paura saremmo già estinti. La paura, insieme a tristezza, gioia, disgusto e rabbia, è una delle emozioni primarie degli esseri viventi. Il cervello entra in uno stato di allerta, la concentrazione è sul pericolo che si sta vivendo e tutto il corpo si prepara ad affrontarlo: le pupille si dilatano, il respiro accelera, aumenta la frequenza cardiaca e di conseguenza la pressione. Allo stesso tempo, altre aree del cervello, in particolare l’ippocampo e la corteccia prefrontale, valutano la minaccia: la parte «pensante» del cervello chiede alla parte «emotiva» se si tratti di un pericolo reale oppure di un falso allarme. Tornando ai tempi dei nostri antenati, si intuisce il valore adattivo di questa emozione: la paura ha protetto i nostri avi in situazioni di pericolo, come la presenza di predatori feroci o individui ostili. In questo articolo, consideriamo la paura sentita dai bambini e dalle bambine, fino agli 11 anni circa. Parlando di bambini e bambine fino agli 11 anni, un aspetto centrale da capire è che non esiste una vera e propria paura da considerare irrazionale, come avviene nelle persone adulte. Poiché bambini e bambine devono fare esperienza della vita e del mondo, gradualmente devono anche imparare a distinguere cosa è pericoloso e cosa no, con l’aiuto delle persone adulte. Un’altra questione importante da considerare è che le paure hanno un carattere evolutivo. Sin dalla nascita, la paura assume caratteristiche diverse in base all’età e al livello di sviluppo delle persone. Da un punto di vista cognitivo, nella prima infanzia le paure sono correlate a stimoli immediati, concreti e forti, in gran parte non cognitivi. Man mano che procede lo sviluppo, nella tarda infanzia, l’esperienza della paura si mescola maggiormente con quella dell’ansia, legandosi a stimoli ed eventi che vengono anticipati e sono più astratti (Gullone, 2000). Poi, non va dimenticato che possono entrare in gioco aspetti percettivi legati alla fisicità.

La paura nei primi anni di vita: un percorso di crescita

Gli esseri umani nascono con due paure innate: la paura di cadere e la paura dei rumori forti. La forma primaria di paura nei bambini è la perdita del contatto fisico con la figura materna. Intorno ai 9 mesi subentra la paura dell’estraneo. Al contempo, superato il primo anno d’età, i bambini affinano la loro competenza nella lettura delle espressioni del volto. Queste paure iniziano a manifestarsi nel momento in cui il bambino interagisce con l’ambiente ampliando i propri interessi, esplorando e percependo la propria autonomia e indipendenza. In generale, la paura è un’emozione protettiva e sana che si attiva dinnanzi a pericoli reali e concreti. Nei primi anni di vita, il bambino sperimenta le prime forme di paura influenzate dalla crescita e che lo accompagneranno nel corso del suo sviluppo. Tali paure, anche se superate, potranno, infatti, ripresentarsi nel corso della crescita e in occasione di eventi o esperienze come nascite, lutti, cambiamenti di casa o di scuola.

Le tappe evolutive della paura

Da 0 a 2 anni compaiono le paure degli estranei, degli ambienti non familiari, dei rumori forti e della separazione rispetto a persone importanti. In una fase successiva (intorno ai 6/8 mesi) si manifesta la paura dell'estraneo. Tale emozione è collegata ad una nuova capacità, quella di riconoscere una persona estranea rispetto a una conosciuta. La paura è un'emozione che si manifesta anche fisicamente con viso pallido e tremori.

Dai 2 ai 4 anni, emergono paure legate al buio, ai tuoni, alle ombre e ai cambiamenti nella routine. Fra i due e i tre anni il bambino è un avventuriero pronto a lanciarsi nelle imprese più spericolate; sembra non conoscere il rischio e non temere nulla. Eppure, in alcuni momenti, improvvisamente lo stesso bambino che si arrampica sullo scivolo più alto o che va al nido senza battere ciglio si blocca davanti a situazioni che per un adulto sono del tutto prive di pericolo: piange davanti a un ragno, si nasconde dietro il papà quando vede una persona sconosciuta, non vuole entrare in una stanza buia o dormire da solo. Cosa sta avvenendo? Il fatto è che il bambino sta sviluppando la sua immaginazione e la sua capacità di anticipare gli eventi. Tuttavia la sua percezione della realtà è molto differente da quella di un adulto: si basa su un’esperienza limitata e crea fra gli eventi connessioni di tipo “magico”, collegando i suoi pensieri e i suoi stati interiori a ciò che succede intorno a lui. Inoltre, di pari passo con la consapevolezza che i suoi genitori sono persone distinte da lui, aumenta il timore di perderli o di trovarsi indifeso di fronte a ciò che è estraneo e sconosciuto. Anche la televisione, che a questa età andrebbe dosata con attenzione, può fornirgli stimoli troppo forti o immagini che lo spaventano e gli lasciano una sensazione di paura perché non sa comprenderne l’irrealtà. Inoltre, proprio lo slancio fortissimo che il bambino sperimenta verso l’ignoto, e che lo trasforma in un piccolo esploratore o in uno scienziato in erba, lo sottopone anche a uno stress che poi ha bisogno di smaltire fra braccia sicure. L’ignoto può incarnarsi nell’animale che non conosce, nel luogo nuovo o nascere anche da sensazioni fisiche interne che il bambino non sa ancora definire o spiegare a parole. Il bambino può infine anche essere turbato da incubi, che a questa età sono particolarmente vividi, ma che egli non sa ancora distinguere dalla realtà.In età prescolare ritorna la paura del distacco dal genitore e dell’abbandono legata all’inizio della vita scolastica e delle attività sportive.

Bambino con un pupazzo che si copre gli occhi

Dai 5-7 anni entra in gioco un’immaginazione più attiva. Possono quindi emergere paure legate ai brutti sogni, alla scuola, al deludere genitori/insegnanti e di ammalarsi o farsi male. Intorno ai 5/6 anni inizia la curiosità sull'origine della vita, la nascita, la morte. Tali domande sono indice di un nuovo passaggio della crescita in cui il bambino prende coscienza della ciclicità della vita: le cose iniziano e finiscono. A volte questo genere di domande mette in difficoltà gli adulti, ma non vanno limitate, così come non vanno stimolate: occorre attendere i tempi del bambino ed essere pronti a rispondere con chiarezza e semplicità.Accanto alle paure legate alla realtà o a situazioni oggettive, ce ne sono altre associate alla fervida fantasia dei bambini: un esempio su tutti la paura dei mostri. Solitamente si manifesta intorno ai 3 anni di età e finisce normalmente a 6-8 anni, periodo in cui il bambino comprende l’inesistenza dei mostri assimilando e imparando a gestire le angosce e le paure in essi rappresentate. Questi spaventi derivano dal mondo interno del bambino fatto di preoccupazioni, e insicurezze di fronte all’ignoto, che viene proiettato all’esterno e rappresentato nelle figure fantastiche che animano la realtà del bambino. La loro produzione deriva dal normale pensiero animistico del bambino che vede tutto, appunto, come animato.

Dai 7-11 anni le paure vanno oltre l’esperienza presente. In questo senso, bambini e bambine possono venire a conoscenza di un disastro naturale o di una sparatoria o di un film dai contenuti forti e iniziare a temere che accadrà nelle loro vicinanze, coinvolgendo loro o coloro che amano. Molto importanti sono le paure che ruotano attorno alla perdita, in particolare alla morte di un genitore o un’altra persona amata e importante. Si tratta ovviamente di fatti dolorosi e spaventosi.

La fase dei "Terribili due"

Improvvisamente urla, pianti inconsolabili e reazioni inaspettate. Il primo pensiero dei genitori è: «Ma cosa sta succedendo? Fino a ieri la pace e ora, di colpo, abbiamo in casa un piccolo rivoluzionario». Niente paura, siamo ufficialmente entrati nella fase che gli inglesi chiamano Terrible two, e possiamo anche già rassicurarci: come per ogni fase evolutiva, anch’essa ha un inizio, uno svolgimento e una fine. Ma rimane comunque un periodo che va compreso e affrontato attentamente, proprio per alleggerire le fatiche. Dobbiamo considerare che i bambini, come noi adulti, hanno il diritto di dire “no”, anche se questa diventa una specie di parola magica da ripetere ostinatamente per affermare la loro volontà e l’indipendenza dagli adulti (o anche solo per vedere che effetto fa). Ma i due anni non sono solo l’età del “no”, dell’opposizione e della collera. Contemporaneamente, infatti, il bambino inizia a pronunciare spesso il pronome “io”, si riconosce allo specchio, percepisce la propria unità corporea e comincia a sentirsi una “persona” dotata di pensiero e volontà, separata dalla madre, dal padre e dalle altre figure di riferimento. Il “bersaglio” preferito in questa fase di affermazione e opposizione è la mamma, ovvero la persona con cui ha più confidenza e con cui si sente maggiormente libero di esprimersi: è proprio da lei che sente di dipendere maggiormente ed è con lei che ha ancora paura di confondersi. Ricordiamoci dunque che è attraverso “no” e “io” (e anche “mio”) che il bambino sperimenta la sua libertà e cerca di affermare la propria personalità; si fanno cioè strada in lui le prime forme di “pensiero individuale”. I “no”, le opposizioni e le apparenti sfide racchiudono anche le paure e le insicurezze del piccolo. Questo perché da un lato c’è il suo desiderio di avventurarsi in un mondo sconosciuto ma dall’altro la paura di non sapere quello che troverà: «Sto crescendo, voglio fare da solo» ma «ho ancora bisogno della tua guida e della tua vicinanza». Questa è una fase evolutiva importante, una “palestra” in cui il bambino si allena per imparare a gestire la frustrazione e a controllare la rabbia. Evitiamo innanzitutto di considerare gli atteggiamenti oppositivi del bambino come una sfida e consideriamoli piuttosto come un tentativo iniziale e confuso di comprendere come funziona il mondo. Dovremmo poi essere sufficientemente forti per sostenerli e supportarli durante le “cadute” e gli immancabili sbalzi d’umore, nonché bravi a prevedere e anticipare situazioni che sappiamo potrebbero “scatenare” crisi di pianto e arrabbiature. Proviamo ad esempio a limitare la frequentazione di ambienti chiusi, affollati e troppo stimolanti (supermercati, centri commerciali etc.): stancare il bambino lo renderà più facilmente irascibile e nervoso. I bambini hanno spesso bisogno di saltare, correre, arrampicarsi, ed è dunque importante offrirgli occasioni motorie anche a casa oltre che all’esterno. Altro compito importante è aiutare il bambino a canalizzare le energie. A tal proposito, è preferibile offrirgli, nel corso della giornata, una vita ordinata in cui le regole (del pasto, dell’igiene, del riposo etc.) rappresentino una normale e buona abitudine per il proprio benessere. Durante la “fase oppositiva” i piccoli vogliono fare tutto da soli, ma questo aspetto può essere “sfruttato” positivamente dai genitori. Di fronte a eventuali crisi la cosa migliore da fare è tranquillizzare il piccolo: solo una volta calmato sarà in grado di riprendere l’emozione e il vissuto che ha sentito. Per fare ciò, manteniamo noi in primis la calma, dal momento che urlare e agitarsi sarà solo controproducente (il bambino si agiterà a sua volta). Ogni genitore ha un suo modo per ritrovare tranquillità interiore, come ad esempio fare un bel respiro, contare fino a venti, uscire dalla stanza e “delegare” qualcuno per il poco tempo necessario a diminuire la tensione, ecc. In ogni caso, il consiglio è quello di rassicurare i nostri bambini abbracciandoli. In questo modo, il messaggio che passerà sarà: «Sono qui per te, capisco che sei arrabbiato e lo accetto». Quando arrivano i Terrible two, ricordiamoci sempre che il nostro compito è quello di porre limiti per la sicurezza dei nostri figli.

Le paure notturne: il distacco e la fantasia

Momento maggiormente critico, ovviamente, la notte, in cui il bambino vive il distacco dalle figure genitoriali e, a causa del sonno, percepisce la perdita di controllo, sentendosi in pericolo. Il timore della separazione è qualcosa che viene sperimentato normalmente e superato in modo differente in base alla relazione con il genitore. Un buon modo per favorire il distacco dai genitori prima del sonno e quindi affrontare le tenebre notturne è quello del racconto di una favola che presenti il buio e l’oscurità in modo fantasioso e divertente. In esse le cose pericolose possono essere minimizzate e rese simpatiche.

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Il ruolo dell'adulto: accogliere, supportare e insegnare

Per Maria Montessori, le paure non sono altro che reazioni naturali, da parte dei bambini, dovute alla mancanza di comprensione o di controllo di una situazione. Le manifestazioni possono essere varie, dalle più comuni ed esplicite quali piangere, urlare, immobilizzarsi, nascondersi o scappare, a cambiamenti di atteggiamento insoliti e improvvisi. Per esempio, non voler restare da soli, non voler dormire nel proprio lettino o soffrire di insonnia.

Non minimizzare, ma accogliere

Poiché legittime e naturali, le paure dei bambini non vanno criticate ma accolte e ascoltate con cura e reale attenzione. L’adulto deve aiutare il bambino ad esprimere il proprio vissuto e a comunicarlo così da ridurre la tensione e trasmettergli un senso di accettazione e supporto. Sentire di non essere solo nella lotta contro quanto temuto è per i piccoli molto importante perché sperimentano la possibilità di affrontare l’ignoto con maggiore sicurezza e senza sentirsi soli. Cerchiamo di non sminuire mai i loro timori, nemmeno i più bizzarri. Dobbiamo piuttosto aiutarli a superarli ed interiorizzare delle strategie funzionali. Non diciamo “non avere paura” o “non fare il fifone “ perché queste frasi alimenteranno in lui l’idea di essere sbagliato e che non è possibile esprimere liberamente le proprie emozioni andando erroneamente a inibirle e nasconderle. Un genitore può spesso involontariamente sminuire e screditare le paure del proprio figlio, pensando invece così di rassicurarlo; per esempio rispondendo con frasi come: “ma di cosa hai paura? Non dire sciocchezze, non c’è nulla!”. È importante che l’adulto non minimizzi la paura del bambino o non lo forzi a vincerla quando non si sente pronto. Di fronte al bambino titubante davanti all’onda del mare o alla scala troppo alta, la cosa migliore da fare è prima di tutto dare forma di parole a ciò che egli sta sentendo, commentando ad alta voce: «Non ti senti sicura dentro l’acqua?» «Ti sei svegliato piangendo, ti vedo spaventato, hai fatto un brutto sogno». La prima cosa è rassicurare il bambino, stare con lui e trasmettergli calma e sicurezza.

Entrare nel mondo del bambino

È fondamentale riuscire a entrare nel loro mondo e nei loro racconti per comprenderne il vissuto e il significato dei singoli comportamenti. Agire all’interno della sua realtà, in un contesto conosciuto e controllato, consente di comprenderne la natura e ridurre l’ansia sperimentata nella lotta alla paura. Solo in questo modo possiamo aiutarli a sperimentare una sensazione di sicurezza e, nel tempo, a trovare strategie per sconfiggere i mostri e interiorizzare la paura imparando a gestirla. Bellissimi gli esempi riportati dalla Pixar nel cartone Monster & Co, cito la giornalista Karin Ebnet che del cartone animato scrive: “Un film che guarda in faccia le paure infantili, le esorcizza con una risata e riappacifica i bambini”.

Strategie per affrontare le paure

Un primo passo potrebbe essere spronare i propri figli a comunicare ed esprimere ciò che provano, chiedendo loro di raccontare cosa li preoccupa o spaventa. È importante dunque “sintonizzarsi” con i propri figli ed accogliere e validare le loro paure e preoccupazioni, senza giudizio e senza minimizzarne il contenuto.

Utile utilizzare le favole, le fiabe o i racconti dove è possibile identificare e riconoscere le paure ma soprattutto dove sono evidenziate modalità funzionali per superarle. Esistono diversi strumenti che possono aiutare il bambino ad affrontare e ad elaborare le sue paure: uno di questi è il raccontargli delle favole prima di andare a letto.

Il gioco e il disegno sono inoltre un buon palcoscenico in cui il vissuto emotivo prende vita e può trovare la sua espressione. Presentare eroi positivi che affrontano le sfide con coraggio e ridimensionando le avversità, trasmette al bambino fiducia e presenta in modo ludico strumenti e modelli di comportamento per gestire quanto non conosce. Aiutarlo a “metabolizzare” la cosa che lo spaventa tramite il gioco, il racconto, le fiabe, un disegno; trasformarla in una storia epica di cui il bambino è il protagonista; farla diventare un gioco di cui si può ridere.

A volte, come ci spiega il dottor Alessandro Minutiello, psicologo e psicoterapeuta del CRC, è possibile esporre il bambino gradualmente all’oggetto della sua paura: per esempio, se ha paura di un animale domestico, conoscere il cagnolino o il gattino di un amico o conoscente e passarci del tempo insieme, potrebbe aiutarlo a comprendere che non c’è motivo di sentirsi in pericolo. Dal punto di vista neurobiologico, l’esposizione a stimoli che inducono paura può diminuire gradualmente l’attivazione emotiva rispetto a questi ultimi. L’amigdala, infatti, impara solo quando è completamente attivata, quindi quando individua qualcosa che considera pericoloso e prova paura. Questo processo permette all’amigdala di apprendere che la paura non è giustificata, che può imparare che lo stimolo minaccioso non rappresenta realmente un pericolo.

Per quanto riguarda la comunicazione, spesso bambini e bambine non hanno le capacità per descrivere appieno le loro paure. Quindi parlare, leggere insieme libri appositi per l’infanzia (tipo storie o racconti) o, meglio ancora, disegnare una paura può essere d’aiuto nel rafforzare la comunicazione. In base alla maturità del bambino o della bambina, in alcuni casi possono essere d’aiuto le soluzioni magiche. Ad esempio, per la paura dei mostri si possono usare spray “antimostri” profumati e gradevoli, appositamente colorati e preparati.

Tutto deve avvenire nel rispetto dei modi e dei tempi dei bambini, ricordando che ognuno è unico e diverso. È bene essere modelli positivi per il bambino: mostrare angosce, preoccupazioni e paure eccessive trasmette al bambino l’immagine di una realtà incontrollabile e pericolosa. Gioca infatti un ruolo fondamentale lo stile educativo in cui il bambino cresce, che può incrementare la numerosità delle paure, impedire lo sviluppo di adeguati sistemi di controllo dell’angoscia o far nascere nuove paure legate al sé.

Gestire la paura della morte

Se si ricevono domande o affermazioni sulla morte è importante restare in ascolto. Non giudicare, non zittire, non dare spiegazioni e non sminuire o banalizzare. Prima di tutto è importante ascoltare. Per farlo si può rispondere con una domanda “che idea hai tu a riguardo?”. Come persone adulte non si deve avere tutte le risposte, ma rispettare i sentimenti di bambini e bambine. È importate usare le parole corrette. Le parole corrette sono: morte, morto, morta e, per chi sta morendo, morente. Eufemismi come “ci ha lasciato”, “è andato/a in paradiso” o “si è addormentato/a” possono confondere bambini e bambine, creando false speranze sulla morte o attivando ulteriori domande e possibili colpe (ad esempio se ne è andato perché sono stato cattivo/a?). Non nascondere la morte. Presto o tardi ci dovremo confrontare con la morte di una persona cara o con la possibilità della nostra morte. A volte la morte può riguardare un animale domestico amato. Quando capitano situazioni legate alla morte, è utile non scappare dinnanzi ad esse e non nasconderle. Ad esempio se un animale domestico muore di vecchiaia quando un bambino o una bambina non è presente, è poco utile dire che è scappato. Funziona meglio affrontare l’evento e fare qualcosa insieme per sostenere emotivamente la situazione. Lo stesso vale per la morte delle persone, poiché spesso si tende a non dire a bambini e bambine della loro morte, portandoli ad evitare momenti che possono essere occasioni di condivisione emotiva (ad esempio non facendoli assistere ai funerali).

Quando la paura diventa un problema: i campanelli d'allarme

Nella maggior parte dei casi le paure sono di breve durata e si dissipano in un breve lasso di tempo. Questo, tuttavia, non dovrebbe far concludere che si possano ignorare o banalizzare. Oltre all’aumento di maturità del bambino o della bambina, infatti, un ruolo importante è affidato all’aiuto che le persone adulte possono offrire. Le “paure sane” hanno la caratteristica di essere tipiche dell’età del soggetto, passeggere, mutevoli e facilmente gestibili, diversamente quelle “non sane” che terrorizzano il soggetto, hanno la caratteristica di essere permanenti e possono creare in lui dei veri e propri blocchi emotivi.

Bambino triste e pensieroso

Tra i campanelli di allarme sicuramente la presenza di una paura specifica in età non consona, bambini che hanno paura ad affrontare tutto e tutti o più semplicemente quando l’intensità dell’angoscia raggiunge livelli tali da rappresentare un limite nel normale svolgimento delle attività quotidiane o nella costruzione delle relazioni. Come abbiamo già detto il non superamento delle paure può avere delle ripercussioni sul normale funzionamento del bambino e sul suo sviluppo futuro.

Un primo segnale è l’intensità della paura (Laporte et al., 2017). Questo elemento sembra essere discriminante anche per bambini e bambine molto piccoli, tra i 6 e i 24 mesi, in particolare se c’è un evitamento di ciò che fa paura o la ricerca eccessiva di rassicurazione (Wu & Gazelle, 2021). Si può riconoscere perché le reazioni alla paura diventano eccessive con risposte di evitamento o ricerca di protezione. Talvolta le risposte possono essere anche pericolose. Ad esempio, possono comparire le somatizzazioni, vale a dire dolori fisici come mal di pancia nel momento in cui c’è da fare qualcosa che preoccupa o spaventa. Un altro segnale importante è l’interferenza della paura. Se il disagio è significativo e compromette aree personali, familiari, sociali, educative o altre aree importanti del funzionamento non andrebbe trascurato (WHO, 2022). Un paio di mesi con manifestazioni ripetute dovrebbero mettere in allarme. Se si arriva a più di 6 mesi si tratta di qualcosa che è diventato molto serio e va oltre il disturbo di adattamento per una situazione nuova. Lo stesso discorso vale se le paure si sono trasformate, anziché essersi estinte. Ad esempio, la paura infantile dei mostri dovrebbe scomparire. Ma per alcune persone si potrebbe trasformare in una paura dei ladri. La paura degli estranei dovrebbe scomparire. Come per tutto ciò che riguarda bambini e bambine, anche in questi casi è importante intervenire tempestivamente in modo specialistico, per evitare che una cattiva gestione della paura comprometta lo sviluppo successivo. È utile ricordare che figli e figlie non sono persone adulte in miniatura.

I bambini con disturbi del neurosviluppo come ASD e ADHD faticano a regolare le emozioni a causa di deficit nell’area delle abilità cognitive. In questo contesto è stato ideato al CRC un laboratorio con un focus specifico sulla paura, pensato per supportare i bambini nell’acquisire una maggiore consapevolezza e conoscenza del proprio mondo interiore. L’obiettivo era aiutarli a riconoscere e comprendere le proprie emozioni, in particolare la paura, attraverso attività pratiche che li coinvolgessero direttamente. Come? Durante il laboratorio, ai partecipanti veniva chiesto di riflettere collettivamente sull’utilità di questa emozione e sulle sue possibili conseguenze. Dopo aver scritto su un foglietto di carta le proprie paure, ogni bambino poteva leggerle ad alta voce, condividendole con gli altri. Una volta riflettuto se si trattava di una paura “che serve” (quelle che ci proteggono da pericoli reali) o di una paura “che non serve” (quelle che non hanno una base oggettiva), il foglietto veniva incollato su un tabellone diviso a metà (paure che servono vs. paure che non servono). Al termine dell’attività, ogni partecipante aveva l’opportunità di raccontare al gruppo le proprie esperienze, creando uno spazio sicuro per l’espressione e la riflessione. L’obiettivo di questa condivisione era duplice: da un lato, permettere ai bambini di analizzare le proprie emozioni con il supporto dei coetanei e degli educatori; dall’altro, allenare la parte «pensante» della mente a discriminare tra un falso allarme e un pericolo reale, rafforzando così la capacità di autoregolazione emotiva e il senso di controllo.

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