Pochi altri personaggi usciti dal grande schermo hanno avuto la rilevanza culturale di Audrey Hepburn. Più che un’attrice, una vera e propria icona l’ammirazione per la quale si è negli anni trasformata in una mania collettiva che tuttora non accenna a sbiadire. Tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, la Hepburn è riuscita a creare un modello aspirazionale in grado di fondere glamour e stile di vita indipendente, leggerezza e intellettualismo, classicità senza tempo e novità fuori dagli schemi. Siamo davanti a uno di quei casi in cui l’immagine mediatica diventa a tratti più grande del personaggio stesso, snaturandone l’eredità per farne un puro fenomeno di massa: da attrice da premio Oscar, trendsetter e umanitaria in missione per UNICEF, il mito di Audrey rimane vivo ancora oggi sotto forma di ritratti stampati su poster, tazze, borse shopping di plastica lucida, sticker da muro, cuscini, bicchierini da shot, tanto che molti si ritrovano ad avere un gadget di dubbio gusto in casa senza conoscere, o almeno senza conoscere del tutto, Audrey Hepburn e la sua storia. Tuttavia, al di là del merchandising e della facile riproposizione della sua immagine, c'è una vita ricca e complessa, segnata da esperienze drammatiche e da una determinazione inossidabile, che ha plasmato la donna e l'artista che il mondo intero ha imparato ad amare e ad ammirare.
Infanzia e Gli Anni Difficili della Guerra: La Nascita di una Resilienza
Audrey Hepburn nacque in Belgio, a Bruxelles, il 4 maggio 1929, come Audrey Kathleen Ruston. Era la figlia di Joseph Anthony Ruston, banchiere anglo-irlandese, e della baronessa Ella van Heemstra, un'aristocratica olandese. Anni dopo, il padre aggiunse al cognome della figlia anche "Hepburn", che era quello della nonna materna, trasformandolo così in Hepburn-Ruston. Il lavoro del padre presso una compagnia di assicurazioni britannica obbligò la famiglia a frequenti spostamenti fra il Belgio, il Regno Unito e i Paesi Bassi. Fin da giovanissima, però, Audrey si trovò a vivere situazioni che la segnarono profondamente. Nel 1935, i genitori di Hepburn divorziarono e suo padre, simpatizzante del nazismo, abbandonò la famiglia. Da adulta, l'attrice dichiarerà che quello fu il momento più traumatico della sua vita. Nonostante l'abbandono, grazie all'aiuto della Croce Rossa, anni dopo Hepburn riuscì a ritrovare il padre che si era nel frattempo trasferito a Dublino, e rimase in contatto con lui, aiutandolo anche finanziariamente, fino alla sua morte.
Nel 1939 la madre si trasferì con i figli nella città olandese di Arnhem, pensando di trovare un luogo sicuro dagli attacchi nazisti. Qui l'adolescente Audrey cominciò a studiare danza, frequentando il Conservatorio dal 1939 al 1945. La sua grande passione era proprio la danza, sognando di diventare come la grande danzatrice Margot Fonteyn. Nel 1940 i tedeschi invasero Arnhem, e durante la guerra Hepburn cambiò il suo nome in Edda van Heemstra, a causa del suono "inglese" del suo vero nome, considerato pericoloso. Verso il 1944 Hepburn era divenuta una ballerina a tutti gli effetti e partecipava a spettacoli organizzati in segreto per la raccolta fondi a favore del movimento di opposizione al nazismo. La madre, infatti, aiutava la Resistenza. Ricordando quelle esibizioni, anni dopo Hepburn disse: «Il miglior pubblico che io abbia mai avuto non faceva il minimo rumore alla fine dello spettacolo».

Dopo lo sbarco in Normandia delle forze alleate, la situazione sotto gli occupanti nazisti peggiorò drasticamente. Durante la carestia dell'inverno 1944, la brutalità crebbe e i nazisti confiscarono le limitate riserve di cibo e carburante della popolazione olandese, e senza riscaldamento nelle case o cibo da mangiare, la popolazione moriva di fame o di freddo nelle strade. Audrey stessa fu vittima nel ’44 di un rastrellamento tedesco volto a trovare donne da far lavorare nelle cucine degli ospedali e dei campi militari. Durante la sosta di un corteo approfittò per scappare e rifugiarsi in uno scantinato portando con sé un tozzo di pane e una bottiglia di succo di mele. Rimase in quel loculo tre settimane alla fine tornò a casa malata di itterizia che l’aveva ridotta in gravi condizioni. Sofferente per la malnutrizione e costretta a mangiare bulbi di tulipani, Hepburn sviluppò diversi problemi di salute. L'impatto di quei tempi difficili avrebbe condizionato i suoi valori per il resto della vita; alcuni particolari sulla vita di Hepburn durante l'occupazione nazista sono stati rivelati dal figlio Luca Dotti, testimonianze che sono state raccolte dal giornalista statunitense Robert Matzen nella biografia pubblicata nel 2019, Dutch Girl: Audrey Hepburn and World War II. I Paesi Bassi furono liberati il 4 maggio 1945, giorno del suo sedicesimo compleanno. Anni dopo, parlando della liberazione di Arnhem, Hepburn disse: «L'incredibile sensazione di conforto nel ritrovarsi liberi, è una cosa difficile da esprimere a parole. La libertà è qualcosa che si sente nell'aria». Anemica e malnutrita ma felice di essere viva, Audrey aveva finalmente la possibilità di dedicarsi alla sua passione: la danza.
Dai Palcoscenici di Londra a Hollywood: L'Ascesa di una Stella
Dopo la liberazione, Audrey Hepburn si trasferì ad Amsterdam per un soggiorno di tre anni, dove continuò i suoi studi di danza, prima di spostarsi a Londra nel 1948. Nella capitale inglese prese lezioni da Marie Rambert, insegnante di danza che contava tra i suoi allievi il famoso ballerino Vaclav Nižinskij. La madre decise di assecondarla: nel 1948 si trasferirono a Londra, dove la giovane seguiva corsi di danza prestigiosi. Tuttavia, Rambert spiegò alla futura attrice che, a causa della sua altezza di circa 1,67 m e della malnutrizione sofferta durante il periodo bellico, le sue chance di diventare una prima ballerina erano minime, dichiarando: «Era un'allieva meravigliosa. Poteva essere una grande ballerina, ma era troppo alta. Era molto determinata, e la sua eleganza e la sua personalità le avrebbero assicurato successo in qualsiasi cosa avesse fatto». Per questo motivo Audrey decise di dedicarsi al cinema.
La sua carriera di attrice iniziò con il documentario educativo Nederlands in zeven lessen (L'olandese in 7 lezioni) del 1948. Iniziò poi a recitare in teatro in una serie di musical. Il suo primo ruolo sul grande schermo arrivò nel 1951, nel film di produzione britannica One Wild Oat, cui seguì una serie di ruoli minori in diverse produzioni cinematografiche. L'anno d'esordio fu significativo per Audrey Hepburn perché prolifico con piccoli ruoli e con una parte teatrale importante che la lanciò definitivamente a Broadway: Gigi. Durante le riprese di Vacanze a Montecarlo (1951) di Jean Boyer e Lester Fuller, la scrittrice Colette, il cui romanzo Gigi era stato adattato in una commedia per Broadway, la scelse per interpretare proprio la parte della protagonista. Colette, allora ottantenne e un "mostro sacro della cultura del Novecento", era rimasta colpita dalla spontaneità e dallo stile della Hepburn. La commedia aprì i battenti il 24 novembre 1951, riscuotendo un discreto successo di critica e molte lodi per la sua interpretazione, e la Hepburn vinse il premio Theatre World Award per il suo debutto. Oltre a un enorme successo di platee, con sei mesi di repliche a New York, l'interpretazione valse all'attrice il premio Theatre World Award. Il suo primo ruolo significativo nel cinema fu nel film The Secret People (1952) di Thorold Dickinson, nel quale interpretava una talentuosa ballerina, ruolo che le permise di mettere a frutto l'esperienza accumulata con lo studio della danza.
Nel 1952 Hepburn partecipò a un provino per Vacanze romane, il nuovo film del regista statunitense William Wyler. La Paramount Pictures, casa produttrice del film, voleva l'attrice inglese Elizabeth Taylor per il ruolo della protagonista ma, dopo aver visionato il provino della Hepburn, Wyler si convinse ad assegnarle il ruolo principale, quello della principessa Anna, regnante di una nazione che nel film non viene mai nominata. Racconta Wyler: «All'inizio, recitò la scena del copione, poi si sentì qualcuno gridare "Taglia!", ma le riprese in realtà continuarono. Lei si alzò dal letto e chiese, "Com'era? Sono andata bene?". Si accorse che tutti erano silenziosi e che le luci erano ancora accese. Improvvisamente, si rese conto che la cinepresa stava ancora girando […] Aveva tutto quello che stavo cercando, fascino, innocenza e talento». La scommessa si rivelò vincente. Le riprese iniziarono nell'estate del 1952. Dopo due settimane dall'inizio della lavorazione Gregory Peck, che interpretava il ruolo maschile principale, chiamò il suo agente chiedendo che, nei titoli, il nome della Hepburn fosse messo in risalto quanto il suo perché, come raccontò ai giornalisti della rivista Entertainment Weekly: «Sono abbastanza intelligente da capire che questa ragazza vincerà l'Oscar nel suo primo film e sembrerò uno sciocco se il suo nome non è in cima, insieme al mio». Come da lui predetto, Hepburn vinse l'Oscar come migliore attrice protagonista nel 1954, e in occasione della premiazione l'attrice indossò un abito bianco a fiori, che fu giudicato in seguito come uno dei migliori mai sfoggiati agli Academy Awards. In seguito all'immediata celebrità raggiunta grazie al film, un'illustrazione del volto di Audrey Hepburn fu pubblicato sulla copertina di TIME del 7 settembre 1953. «Sebbene non sia nuova al lavoro cinematografico, Audrey Hepburn, l'attrice britannica che è stata la protagonista per la prima volta come la Principessa Anna, è una sottile, elfica, malinconica bellezza, al tempo stesso regale e infantile nel suo profondo apprezzare i semplici piaceri e l'amore». Dopo la fine delle riprese, tornò a New York dove fu impegnata nelle repliche di Gigi per altri otto mesi. La Paramount Pictures le offrì subito un contratto per sette film, con pause di dodici mesi tra un lavoro e l'altro, per permetterle di recitare a teatro.

Un Modello di Bellezza e Stile: La Rivoluzione di Audrey
Nel 1947 Christian Dior stravolse i dettami della moda con il suo “New Look”, che prevedeva silhouette a clessidra con spalle voluminose e vite sottili, perfette per fisici sensuali come quello di Marilyn Monroe o Elizabeth Taylor ma non per la donna media. Mentre la figura di donna che sullo schermo giocava con la sensualità e il doppiosenso iniziava ad affermarsi nell’immaginario comune, nasceva immediatamente il bisogno di trovare una controparte per cui le donne che non potevano rispecchiarsi in Marilyn volessero fare il tifo. È con quest’idea in mente che la produzione dietro Vacanze Romane (1953) scelse Audrey Hepburn nel ruolo di protagonista e la investì di una missione: dar vita a una nuova idea di donna, emancipata, divertente, libera e al tempo stesso estremamente chic. Audrey portò sullo schermo quell’innato magnetismo che le apparteneva e conquistò il mondo con la sua naturalezza ed eleganza. Per molte giovani donne degli anni Cinquanta rappresentava una vera e propria antitesi di Marilyn, tanto amata da alcuni quanto detestata da altri per la sua sensualità spiccata: Audrey era più di un corpo dentro uno schermo, era la rappresentazione che anche una ragazza longilinea dalle forme appena pronunciate poteva risultare attraente facendo leva sullo stile e la personalità. Audrey ha posto le basi per i look androgini e la ricerca del particolare sopra il canonico nella concezione di bellezza poi portata avanti da figure come Twiggy negli anni Sessanta.
Sicuramente, il fattore moda ha giocato la sua parte. Dietro ogni grande icona si cela un grande stilista, che in questo caso risponde al nome di Hubert de Givenchy. Dopo l'esperienza di Vacanze romane, Hepburn fu chiamata a interpretare il ruolo della protagonista femminile nel film di Billy Wilder Sabrina, accanto a Humphrey Bogart e William Holden. Durante le riprese di Sabrina (1954), Audrey fu infatti mandata a Parigi per incontrare il designer che si sarebbe occupato della sua trasformazione da brutto anatroccolo a cigno nel corso della pellicola. La costumista del film era Edith Head, ma per gli abiti da sera Hepburn stessa scelse lo stilista francese Givenchy. Al tempo Givenchy aveva solo 26 anni e si stava ancora facendo strada nel mondo della moda dopo aver imparato il mestiere lavorando al fianco di Cristóbal Balenciaga. Impegnato per una collezione in uscita, lo stilista disse a Audrey che non aveva tempo per confezionare vestiti ad hoc invitandola a servirsi di quelli che aveva già disponibili nel suo atelier. Quando gli fu detto che la signorina Hepburn voleva incontrarlo, Givenchy pensò di veder arrivare Katharine Hepburn, e invece si trovò davanti lei, ma non ne fu deluso. «Le dissi, "Mademoiselle, mi piacerebbe aiutarla, ma ho poche cucitrici e sto lavorando a una collezione, non posso farle dei vestiti." Allora lei disse, "Mi mostri quel che ha creato per la collezione." Si provò i vestiti. "È esattamente ciò di cui ho bisogno!", esclamò, e le stavano davvero bene». Così nacque la celebre collaborazione tra l’attrice e il designer, un sodalizio destinato a durare per sempre al punto che lui considerava la Hepburn la sua musa e che lei raccontava di indossare solo e soltanto Givenchy in quanto unico brand in grado di farla sentire davvero se stessa. I due strinsero infatti da allora un'amicizia e un sodalizio professionale che sarebbero durati tutta la vita. Per molti anni appannaggio di quest’ultimo, il guardaroba della Hepburn si aprì tuttavia in seguito anche ad altri designer quali Valentino e Ralph Lauren, la cui raffinata semplicità si sposava alla perfezione con lo stile di Audrey. Il suo nome è ancora oggi uno dei più blasonati tanto presso il pubblico femminile che da sempre si è ispirato alla sua immagine quanto quello maschile che ha apprezzato la diva. Non stupisce che Audrey Hepburn sia, a distanza di oltre un ventennio dalla sua tragica morte, tra le attrici intorno alle quali proliferano più biografie e volumi monografici.

Se Marilyn Monroe è l'emblema della sensualità, Audrey Hepburn è il simbolo dell'eleganza. Entrambe hanno impresso un segno indelebile nella storia del cinema. La Hepburn è diventata icona inarrivabile di stile e raffinatezza dai tempi del suo primo successo sul grande schermo. Con i suoi grandi occhi scuri, il fisico esile e flessuoso e il dolce e fotogenico sorriso, l'attrice ha rovesciato i canoni della bellezza femminile, imponendo una moda sofisticata e sbarazzina, tutta foulard e ballerine. Un metro e settanta di altezza e 48 Kili di peso, taglia 38. Audrey stabilì un nuovo standard di bellezza: alta magra, gambe lunghe, la testa piccola valorizzata dai capelli corti, il collo lungo da cigno, abiti piuttosto accollati. Il suo era uno stile personale che includeva pantaloni a sigarette e le ballerine. Poi il suo stile divenne più ricercato, più glamour. Colazione da Tiffany (1961) è l’apoteosi degli occhiali da sole e del look superaccessoriato: perle, borse, cappelli. Ad Audrey Hepburn dobbiamo la consacrazione del tubino nero tra i famosi dieci must immancabili in qualsiasi armadio. I suoi personaggi sono donne bambine, mai lolite. Era portatrice di sentimenti inespressi come in My Fair Lady elegante e insieme sbarazzina, solo apparentemente fragile. Il pubblico restava attratto da questa figuretta ammaliatrice, minuta, mescolanza di innocenza e voluttà. Una stella intramontabile, esempio di eleganza. Una nuova bellezza che incarna la ragazza della porta accanto, inconsapevole del suo fascino, amichevole e dolce con quel taglio di capelli sbarazzino e sopracciglia a virgola.
Audrey Hepburn: Ecco i Segreti della sua Bellezza | Dr. Claudio Maestrini
Una Carriera Costellata di Successi e Ruoli Memorabili
Dopo il trionfo di Vacanze Romane, Audrey Hepburn fu chiamata a interpretare il ruolo della protagonista femminile nel film di Billy Wilder Sabrina. Anche questo film, che adattava la favola di Cenerentola al costume degli anni '50 e all'arguzia della commedia sofisticata, riscosse un successo enorme e l'attrice protagonista ricevette una nuova nomination all'Oscar, ma stavolta il premio toccò a Grace Kelly. In ogni caso, a Hollywood era ormai nata una stella, molto diversa dalle bombe sexy dell'epoca, da Marilyn Monroe a Elizabeth Taylor, ma non meno affascinante. Per Sabrina la Hepburn ottenne nuovamente una candidatura all'Oscar alla miglior attrice. Nel 1954 tornò sui palcoscenici interpretando il ruolo principale in Ondine, insieme all'attore e regista statunitense Mel Ferrer, con il quale si sarebbe sposata proprio quell'anno. Durante le rappresentazioni dello spettacolo teatrale la Hepburn ricevette un Golden Globe come migliore attrice in un film drammatico. Verso la seconda metà degli anni cinquanta Audrey Hepburn era diventata una delle più grandi attrici di Hollywood e un'icona dello stile: nel 1955 la giuria dei Golden Globe le assegnò il prestigioso Henrietta Award alla migliore attrice del cinema mondiale.
Dopo aver interpretato Natasha Rostova in Guerra e pace (1956) di King Vidor, brilla accanto a Fred Astaire in Cenerentola a Parigi (1957) di Stanley Donen. Qui incarna una giovane e sognatrice commessa di libreria, lanciata come modella da un fotografo che ne è innamorato. Questo è uno dei film che la Hepburn preferiva, anche perché le ha offerto l'occasione, dopo tanti anni passati a studiare danza, di ballare insieme con Fred Astaire. La madre della Hepburn, Ella van Heemstra, apparve qui nel ruolo della padrona di un caffè sulla strada. Arianna (1957) è il frutto di una nuova collaborazione con il regista Billy Wilder. Qui l'attrice fece capitolare niente meno che Gary Cooper. Di quegli anni sono anche Verdi dimore (1959) di Mel Ferrer, all'epoca suo marito, e Gli inesorabili (1960) di John Huston, entrambi film di moderato successo al botteghino e che lasciarono perplessa la critica, e nei quali l'attrice ebbe come partner rispettivamente Anthony Perkins e Burt Lancaster. Dopo Verdi dimore, la Hepburn incarnò suor Lucia ne La storia di una monaca (1959) di Fred Zinnemann, una delle sue interpretazioni più difficili ma anche fra le più gratificanti. Qui vestì i panni di una suora che lavorava in Congo come infermiera, ma dopo diciassette anni veniva secolarizzata per continuare nel mondo laico la sua opera di carità. Films in Review scrisse: «La sua interpretazione chiuderà la bocca per sempre a quelli che pensavano a lei più come a un simbolo di una donna sofisticata che come a un'attrice. La sua interpretazione della Sorella Luke è una delle migliori mai viste sul grande schermo». Per questo ruolo le valse la sua terza nomination all'Oscar e il Golden Globe come migliore attrice in un film drammatico. Intorno al 1959 il maestro inglese Alfred Hitchcock pensò proprio a Hepburn per farne la protagonista di una pellicola tratta dal soggetto No Bail for the Judge di Samuel A.
Il personaggio di Holly Golightly nel film Colazione da Tiffany, tratto dal romanzo di Truman Capote e diretto da Blake Edwards nel 1961, venne immediatamente riconosciuto come una delle figure più incisive e rappresentative del cinema statunitense del XX secolo. Il film, in cui recitarono anche George Peppard e Patricia Neal, ebbe un notevole successo e per la sua interpretazione la Hepburn ottenne un'altra candidatura all'Oscar, poi vinto da Sophia Loren, e il secondo David di Donatello per la migliore attrice straniera. Intervistata a proposito di un personaggio così insolito per lei, Hepburn disse: «Sono un'introversa. Un'altra prova difficile fu quella di Colazione da Tiffany (1961), in cui lei, così riservata e introversa, era alle prese con un personaggio esuberante ed estroverso. Lo scoglio fu brillantemente superato, tanto che Holly Golightly, giovane disinibita con la passione per i diamanti, è considerata una delle figure più incisive e rappresentative del cinema statunitense del XX secolo. Sempre nel 1961 uscì nelle sale anche Quelle due, in cui la Hepburn fu nuovamente diretta da William Wyler, e al fianco di Shirley MacLaine, Miriam Hopkins e Fay Bainter.
Nel 1963 la Hepburn fu nel cast di Sciarada di Stanley Donen, film a cavallo tra la commedia romantica e la farsa macabra. Recitò al fianco di Cary Grant, che aveva precedentemente rifiutato di recitare in Vacanze romane e Sabrina; fecero parte del cast anche Walter Matthau e James Coburn. Per questo film vinse il terzo BAFTA. Fu la prima e ultima volta che i due divi lavorarono insieme in un film. Nel 1964 fu impegnata in uno dei suoi ruoli più controversi, e che al tempo determinò un sorta di "guerra fredda" con Julie Andrews: quello del personaggio della povera fioraia Eliza Doolittle nello sfarzoso film musicale My Fair Lady di George Cukor, al fianco di Rex Harrison. Venne scelta al posto dell'allora sconosciuta (sul grande schermo) Julie Andrews, che però aveva interpretato quel personaggio a Broadway proprio accanto a Harrison e ottenendo un grande successo personale. Inizialmente Hepburn rifiutò il ruolo e chiese che fosse opportunamente assegnato alla Andrews, ma quando le dissero che la parte, in alternativa, sarebbe andata a Elizabeth Taylor decise di accettare. Dopo mesi di lezioni di canto, durante la lavorazione del film Hepburn scoprì di essere stata doppiata nei brani musicali e in segno di protesta se ne andò dal set, per tornare il mattino seguente scusandosi per il suo comportamento. Solo poche frasi da due canzoni nel film sono effettivamente cantate da Hepburn. Doppiaggio a parte, alcuni critici ritennero eccellente la sua interpretazione: per il musical l'attrice ottenne una nuova candidatura al Golden Globe e vinse il terzo David di Donatello. Con sorpresa di molti, non ottenne però la candidatura all'Oscar come migliore attrice protagonista che venne attribuito proprio a Andrews per l'interpretazione nel disneyano Mary Poppins (1964) di Robert Stevenson.
Come rubare un milione di dollari e vivere felici (1966), che ebbe un buon successo, fu uno degli ultimi film di Wyler e il terzo e ultimo in cui l'attrice lavorò con il regista che l'aveva diretta nel 1953 nel suo primo ruolo da protagonista in Vacanze romane. Dopo il 1966 l'attrice, prossima ai quarant'anni e forse non più idonea per la sola commedia e i ruoli leggeri che pure l'avevano resa molto famosa, modificò sensibilmente la propria immagine pubblica e si orientò verso produzioni di altro genere, maggiormente in linea con la sua età e con modelli cinematografici che stavano rapidamente mutando. Nel 1967, in un momento di profonda crisi personale con il marito Mel Ferrer, recitò accanto ad Albert Finney in Due per la strada di Stanley Donen, film strutturato in maniera piuttosto innovativa per l'epoca e che affrontava il tema del divorzio. Per una parte della critica, in questa pellicola l'attrice fornì probabilmente la sua più sorprendente interpretazione in età matura. Il film successivo, Gli occhi della notte (1967), per la regia di Terence Young, fu per lei una prova molto difficile sia per il ruolo particolarmente impegnativo (quello di una coraggiosa donna cieca, già presentato con successo in teatro nel 1966 da Lee Remick) sia a causa dell'imminente divorzio da Ferrer, che pure era il produttore del film. Per questa interpretazione Hepburn ottenne un'altra candidatura all'Oscar come migliore attrice, che fu però assegnato ex aequo a Barbra Streisand e Katharine Hepburn. Ottenne inoltre, nel 1968, la doppia candidatura al Golden Globe: come migliore attrice drammatica per Gli occhi della notte e come miglior interprete di commedia per il film di Donen. Da questo momento in poi, dal 1967, l'attrice apparve sempre più raramente sul grande schermo.
Audrey Hepburn è una dei soli diciannove individui EGOT, acronimo di Emmy, Grammy, Oscar e Tony, ovvero i premi che onorano risultati eccezionali rispettivamente in televisione, musica, cinema e teatro. È stata inoltre vincitrice di due Academy Award, tre Golden Globe, quattro BAFTA Award, due Tony Award, un Emmy Award e di un Grammy Award. Raggiunse la fama in un periodo storico in cui il ruolo della donna sia nel ruolo pubblico che in quello privato era continuamente ridefinito.
La Vita Privata: Tra Amore, Famiglia e Sacrifici
Poi ci furono i due matrimoni, i figli, la pausa dalla recitazione per poter finalmente prendersi cura della propria famiglia, che da sempre rappresentava il suo vero sogno. Oltre alla sua natura spiritosa, all’eleganza dei suoi look e alla generosità trasmessa dal suo sorriso, la Hepburn si fece strada nei cuori del pubblico anche perché la trasformazione à la Cenerentola che aveva portato sullo schermo con film come Sabrina, My Fair Lady e Funny Face, in fondo non era poi così lontana dalla vita reale. Intelligente, aggraziata e spiritosa, fragile come un grissino ma dall'anima d'acciaio, la Hepburn è stata l'interprete ideale di personaggi frizzanti e sognatori, giovani donne eterne adolescenti, dotate di un fascino discreto. Spigliate ragazze moderne, un po' svagate, alla costante ricerca del buon partito e dell'amore. L’attrice di origine belga è infatti nota per aver vissuto un’infanzia drammatica, segnata dalla povertà e dalla fame derivate dalla guerra, che la influenzò moltissimo nell’approccio alla vita, alla maternità e alle missioni umanitarie.
Dopo il divorzio da Ferrer, nel 1969 sposò a Roma lo psichiatra italiano Andrea Dotti, dal quale nel 1970 ebbe il suo secondo figlio, Luca. Dal primo matrimonio invece, con la star di Hollywood Mel Ferrer, nel 1960 era nato Sean Ferrer. La gravidanza di Luca fu molto difficile, costringendola ad assentarsi dalle scene. La decisione di ritirarsi dalle scene la prese nel 1967, riapparendo solo saltuariamente sugli schermi, preferendo dedicarsi alla famiglia. Realizzò, così, il suo grande sogno di maternità e decise di ridurre gli impegni di lavoro, per poter trascorrere gran parte del suo tempo con la famiglia in Italia.
Il primo figlio Sean avuto da Mel Ferrer che dedicò alla madre una importante biografia intitolata A. H. Un’anima elegante mostra come l’attrice sia stata una donna divisa in tre parti: la carriera d’attrice, il ruolo di madre, la devozione per la causa UNICEF. Il figlio non parla mai dell’attrice famosa, ma della persona, della madre affettuosa, accanto a lui ogni giorno. Scrive: “Lei non si rendeva conto di quanto fosse attraente o elegante. Era sé stessa”. Nato nel 1960 dal matrimonio con Mel Ferrer, il figlio Sean Ferrer ha fatto del mantenere viva la memoria della madre una vera e propria missione tanto che nel 2020 ha scritto insieme alla moglie Karin Hofer il libro per bambini Little Audrey’s Daydream sperando di tramandare l’eredità della Hepburn alle nuove generazioni. Nel 2015, l’altro figlio, Luca Dotti nato dal secondo matrimonio - con lo psichiatra Andrea Dotti - ha pubblicato il libro Audrey mia madre da cui verrà tratta una serie tv prodotta da Wildside e sceneggiata da Jacqueline Hoyt, annunciata nel 2021. Il volume racconta i momenti più intimi di Audrey Hepburn, che per godersi la famiglia abbandonò per dieci anni una carriera in costante ascesa, e include perfino le sue ricette casalinghe con tanto di note a margine. Italiano era il suo secondo marito, lo psichiatra Andrea Dotti, da cui ebbe nel 1970 Luca, il suo secondogenito.
L'Eredità Umanitaria: Ambasciatrice dell'UNICEF
L'esperienza della guerra e della malnutrizione subita in prima persona ha forgiato in Audrey Hepburn una profonda sensibilità verso le sofferenze umane, in particolare quelle dei bambini. Questa sensibilità si tradusse in un impegno umanitario che divenne il fulcro della sua vita negli ultimi anni. Già da giovanissima, era danzatrice nel West End londinese per poi diventare star internazionale dedicandosi all’infanzia in favore dell’Unicef. Oltre alla bellezza e alla bravura, va ricordato il suo impegno nel sociale sin dai suoi primissimi anni di attività: a partire dagli spettacoli contro il nazismo, passando per le battaglie del femminismo, fino ad arrivare alla voglia di debellare la fame del mondo in qualità di ambasciatrice dell'Unicef.
Nominata ambasciatrice dell’UNICEF nel 1988, la Hepburn dedicò gli ultimi anni della sua vita all’assistenza dei bambini orfani. Mise ardore e sensibilità straordinarie verso quei popoli, viaggiando intensamente per portare aiuti umanitari. Dal 9 marzo 1988, in veste di ambasciatrice speciale dell’UNICEF, ha girato i campi profughi di mezzo mondo per portare aiuti umanitari ai bambini poveri e malati. L'impegno per l'UNICEF le valse numerosi riconoscimenti, tra cui la Medaglia Presidenziale della Libertà e il Premio Umanitario Jean Hersholt. La Hepburn era convinta della necessità di agire: "Certo, ho paura di morire ma mi spaventa di più quello che accadrà a quei poveri bambini. Prego Dio perché cessino presto le sofferenze, ma temo che resti ancora tanto da fare…".

Al suo ritorno dall’ultima missione in Somalia come ambasciatrice dell’UNICEF, aveva scoperto di essere gravemente malata. Tornando da un viaggio in Somalia accuserà i sintomi di un cancro al colon. Si spense serenamente a Tolochenaz, il 20 gennaio 1993, all'età di 63 anni. Se ne andò così, senza clamori, con la dignità e l'eleganza che l'avevano sempre contraddistinta, dentro e fuori i set cinematografici, un'attrice e una donna che ha fatto la storia del cinema americano. La sua morte, il 20 gennaio 1993, pose fine a una vita straordinaria, ma non al suo impatto.
Un Mito Senza Tempo: L'Influenza di Audrey Oggi
Audrey lascia un segno profondo come persona e come attrice. Il regista Billy Wilder ne parla come una donna di vera classe, unica per eleganza. Audrey Hepburn è stata l’interprete ideale di personaggi frizzanti e sognatori, giovani donne eterne adolescenti, dotate di un fascino discreto. Raggiunse la fama mondiale nei primi anni cinquanta. È stata la donna più fotografata, ammirata e imitata di tutti i tempi. La sua raffinatezza dei gesti e del portamento, la sua classe ed eleganza ne hanno fatto una graziosa e storica icona di stile e recitazione. Ancora oggi, la sua figura continua a incantare l'immaginazione.
Il mito di Audrey continua a vivere e influenzare la cultura popolare in molteplici forme. Nel jet-set di oggi, le Kardashian-Jenner sembrano essere ossessionate da Audrey: nel 2014 Kim Kardashian aveva scioccato la cronaca con delle foto in bicicletta in cui indossava un dolcevita nero, pantaloni Capri e ballerine; al Met Gala 2021, In America: A Lexicon of Fashion, Kendall Jenner ha reso omaggio all’attrice sfoggiando un abito ricoperto di cristalli con choker coordinato che riecheggiava quello indossato dall’attrice in My Fair Lady. All’inizio del 2022 è stato anche annunciato un biopic su Audrey Hepburn con Rooney Mara nei panni dell’attrice e Luca Guadagnino alla regia, ma nel frattempo ci pensano celebrities e personaggi fittizi - ma non per questo meno influenti - del piccolo schermo a continuare a citarla, in modo più o meno velato: pensiamo a Lily Collins che si ispira a lei nel trucco, nelle acconciature e nel taglio dei vestiti, o a Blair Waldorf - interpretata da Leighton Meester - che in Gossip Girl è la fan numero uno di Audrey tanto da sognarsi più volte nei suoi panni calata in scene iconiche della sua filmografia e avere come unica vera tradizione quella di riguardare i suoi film ogni domenica mattina. Dal 2007 al 2012 il teen drama ha segnato profondamente l’estetica adolescenziale, formando schiere di ragazzine che indossavano collane e orecchini di perle, abiti bon ton che, sì, di primo acchito richiamavano lo stile di Blair, ma inevitabilmente rimandavano anche a quello di Audrey.
Tra gli effetti collaterali dell’uragano-Hepburn ci sono collane e bracciali a catena firmati Tiffany & Co. In generale, negli anni Duemila tutto ciò che proviene dal mondo di Audrey, anche alla larga, gioca un ruolo essenziale nella costruzione identitaria dell’adolescente un po’ snob - paradossale perché Audrey era tutto fuorché snob -: e così l’amore per Holly Golightly in Colazione da Tiffany si traduce in una passione immediata per la storica gioielleria, per i suoi cofanetti turchesi, per le sue vetrine, e, naturalmente, per i suoi modelli entry-price.
Pochi altri personaggi usciti dal grande schermo hanno avuto la rilevanza culturale di Audrey Hepburn. La sua eredità va oltre lo schermo e la moda, permeando la sfera umanitaria e il concetto stesso di femminilità autentica e impegnata. Un’icona senza tempo.