Oltre i confini della tradizione: attivismo e diritti riproduttivi nel mondo

L'attivismo per i diritti umani assume forme diverse, radicandosi tanto nelle comunità remote colpite dai conflitti quanto nei dibattiti bioetici delle democrazie occidentali. Sebbene le geografie e le istanze sembrino distanti, il filo conduttore resta la lotta per l'autodeterminazione, la libertà di scelta e la protezione della dignità individuale contro strutture sociali che tentano di imporre modelli rigidi e limitanti.

L'attivismo dal basso: la voce di Fyha Al Tayeb Nasser

In contesti di estrema fragilità, come quello del Sudan segnato dal conflitto, l'attivismo si fa protezione quotidiana. La tredicenne Fyha Al Tayeb Nasser rappresenta un simbolo di resilienza. Prima della chiusura delle scuole, era la presidente del Saleema (“non mutilato”, “integro”, sano nel corpo e nella mente), un’associazione femminile nella scuola di Hamira ad Al-Gabaleen, nello Stato del Nilo Bianco. Fyha non è solo una studentessa: è una ragazza sveglia, intelligente che sa parlare in maniera chiara del tema dei diritti, essendo stata per anni promotrice dei diritti dei bambini nella sua scuola e nella sua comunità.

Ritratto di una giovane attivista in una comunità rurale

Nella sua casa, situata a pochi chilometri dal capoluogo, Fyha trasforma la quotidianità in un atto di cura: cuce vestiti per i fratelli, trasformando vecchi tessuti in abiti fatti a mano. Quando non è impegnata a ricordare alla comunità l'importanza dei diritti dei bambini, passa il tempo a giocare con i fratelli sotto le meravigliose montagne Aljabalin. Tuttavia, la sua vita è stata scossa da una prova drammatica. Sette mesi fa, i suoi parenti hanno segretamente pianificato un matrimonio forzato per lei e per sua sorella maggiore. “È stato un giorno triste per me”, ricorda. A 13 anni, Fiyha era una giovane leader, una figlia, una sorella, un’artista, ma non una sposa.

Proteggere l'infanzia: contro i matrimoni precoci e le MGF

L’associazione di Fiyha fa parte dei numerosi gruppi creati dall’UNICEF all’interno della rete di Al-Gabaleen, nell'ambito del programma “Sudan libero dalle Mutilazioni Genitali Femminili” finanziato dai governi di Regno Unito e Canada. Le bambine devono essere protette dai matrimoni precoci, perché non possono portare il peso di questa responsabilità sulle proprie spalle fin dalla giovane età. Può essere difficile sia dal punto di vista fisico che mentale.

Grazie al supporto di sua madre Zahra, la sua più grande sostenitrice, Fiyha ha deciso di difendersi. “Se non fossi stata preparata, grazie all’associazione, oggi sarei sposata. La mia istruzione sarebbe stata interrotta e vivrei in un mondo completamente diverso”, spiega. Consapevole dei metodi per denunciare l'episodio, Fiyha ha contattato Salwa, la coordinatrice locale dell’associazione, riuscendo a scongiurare il matrimonio forzato.

Sudan, il nostro reportage dalla guerra invisibile (anticipazione)

Oggi, il lavoro di Fyha prosegue anche negli ospedali. All'ospedale di Aljabalin conduce sessioni con le madri: “Il regalo più bello che tu possa mai fare a tua figlia è questo”, dice, ricordando loro di non far sposare le figlie prima che siano pronte. Nonostante i 19 milioni di bambini fuori scuola in Sudan, Fyha ribadisce: “Molte persone credono che, poiché le scuole sono chiuse, dovremmo sposarci. Noi rispondiamo che con o senza scuola, dobbiamo continuare le attività di sensibilizzazione ovunque”.

La procreazione medicalmente assistita: una storia di diritti in Italia

Se in Sudan la battaglia si gioca sulla sopravvivenza all'infanzia e alla dignità del corpo, in Italia il dibattito sui diritti riproduttivi si è storicamente concentrato sulla libertà di costruire una famiglia attraverso la medicina. Figure come Carlo Flamigni hanno segnato la storia della procreazione medicalmente assistita (PMA). Flamigni, ginecologo, scienziato e politico, è stato un laico rigorosissimo che ha difeso i diritti delle donne contro le ingerenze di Chiesa e Stato, battendosi dalla contraccezione fino alla Legge 194.

Flamigni aveva una visione moderna della genitorialità: per lui, il criterio non è la base genetica, ma il prendersi cura. “I figli sono di chi li alleva, gli vuole bene, li aiuta, li fa studiare”, sosteneva. Tuttavia, la Legge 40 del 2004 ha imposto per anni vincoli restrittivi che hanno ostacolato il desiderio di genitorialità, spesso interpretando la procreazione in un’ottica conservatrice che esclude ancora oggi donne single e coppie omogenitoriali.

Infografica: evoluzione dei diritti riproduttivi in Italia

Le criticità del sistema: liste d'attesa e disparità regionali

Oggi, nonostante la PMA sia entrata nei Lea (Livelli Essenziali di Assistenza), il sistema pubblico mostra crepe evidenti. L'età media al primo figlio ha raggiunto i 32 anni e, nel 2023, solo il 42% delle coppie che necessitano di PMA ha avuto accesso ai trattamenti. Il 43% delle donne ha dovuto attendere più di tre mesi per una prima visita, mentre il 17% non è riuscita nemmeno a prenotarla.

Un problema strutturale riguarda la donazione di gameti. A differenza della Spagna, in Italia le donatrici non hanno diritto ad alcun rimborso spese e, di conseguenza, la donazione diventa un percorso a ostacoli. La quasi totalità dei trattamenti viene effettuata con gameti importati dall’estero, costosi e spesso non coperti dai Lea. Questo crea una disparità territoriale: dove non esistono banche regionali dei gameti, il costo ricade interamente sulle coppie, trasformando il diritto alla salute in un privilegio economico.

Il peso emotivo e il fallimento sociale

Il percorso della PMA è spesso caratterizzato da un alto tasso di abbandono (drop-out), compreso tra il 20% e il 50% dopo il primo esito negativo. Spesso, alle coppie non viene spiegato che il successo è legato al numero di tentativi e alla resilienza psicologica. Il supporto emotivo rimane un elemento fondamentale, purtroppo ancora trascurato, per garantire la tenuta del paziente in un processo che tocca la sfera più profonda dell'identità personale.

Il dibattito pubblico riflette una spaccatura insanabile tra una visione cattolica, che tende a inserire le nuove tecniche nel modello della "procreazione naturale", e una visione laica, rappresentata da intellettuali come Maurizio Mori, che sostiene come l'ingresso in laboratorio sia di per sé un riconoscimento della scissione tra sessualità e riproduzione. Accettare la tecnica significa accettare l'ampliamento delle possibilità umane, che non può poi essere limitato da vincoli morali arbitrari.

L'attivismo, sia quello di una tredicenne sudanese che lotta per non essere una sposa bambina, sia quello dei medici e degli attivisti che in Italia chiedono una legge sulla PMA più inclusiva e accessibile, converge verso un unico obiettivo: la possibilità di disporre della propria vita e del proprio futuro, liberandosi da catene (che siano esse tradizioni dannose o leggi restrittive) che negano la libertà fondamentale di autodeterminazione.

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