La vita, nella sua imprevedibilità, mette talvolta di fronte a sfide che sembrano insormontabili. Non c’è mai un modo giusto per parlare di un marito e di un padre che se ne è andato troppo presto. Lo sa bene Arianna Rapaccioni, la vedova di Sinisa Mihajlovic, mancato a soli 53 anni. Il loro legame è stato un pilastro lungo 27 anni, un percorso condiviso che ha attraversato i successi della carriera sportiva di lui, dalla Sampdoria ai trionfi scudetto, fino alla strenua lotta quotidiana contro una patologia che ha segnato profondamente la loro esistenza.

Il vissuto del lutto: tra memoria e realtà percepita
Affrontare la scomparsa di una figura così centrale è un processo che va oltre la semplice accettazione. «Solo in quest’ultimo mese sto prendendo coscienza del fatto che mio marito non c’è più», ha spiegato Arianna Rapaccioni al Corriere della Sera. Le prime fasi dopo la perdita sono state caratterizzate da un profondo stato di shock. «È stato tutto così strano - ha raccontato - sentivo la sua presenza fisica in casa e quasi non sentivo la sua mancanza. Pensi che, nel momento in cui è mancato, ero talmente sotto shock che sorridevo a tutti».
Questa condizione ha generato vissuti complessi: «Dopo, per mesi, ho avuto sensazioni da chiedermi se ero pazza. Ho sentito delle mani sulle mie mani, proprio delle mani che avvolgevano le mie. E, una notte, l’ho sentito stendersi accanto a me nel letto, ho avvertito il materasso che sprofondava da una parte». Tali esperienze, spesso interpretate come segni di un legame che trascende il piano fisico, si sono manifestate anche attraverso percezioni sensoriali quotidiane, come il rumore delle ciabatte che lui portava in casa. «Poi, ho cominciato a parlare con altre persone che hanno subito un lutto e ho scoperto che non ero io pazza, ma che queste esperienze appartengono a molti. Ma forse erano suggestioni dettate dal pensiero costante che ho di lui».
La sfida della malattia: una lotta condivisa
La malattia, una leucemia mieloide acuta, ha rappresentato il terreno di scontro su cui la coppia ha misurato la propria forza. Sinisa Mihajlovic ha affrontato il percorso con una determinazione feroce, pur cercando di preservare una normalità di fronte alla famiglia. «Mio marito aveva la leucemia ma non pensavo potesse morire - ha continuato Arianna - ma anche lui negava l’evidenza. Siniša non leggeva i referti, non guardava su Internet, voleva solo sapere quali cure fare. Ha sperato fino all’ultimo di guarire. Ha lottato come un leone, ha fatto cure allucinanti, due trapianti, una cura sperimentale tostissima».
La vita in ospedale, protrattasi per quattro anni, ha forgiato in Arianna uno stato di allerta costante. «Ricordo ancora i suoi occhi terrorizzati quando ci hanno detto che aveva una recidiva. Ricordo il rito, tutte le mattine - per un periodo - di fare le analisi e aspettare i referti e, ogni volta, i globuli bianchi che risultavano anomali». Questo tempo è stato scandito non solo dalla terapia, ma da un silenzio protettivo che ha unito la coppia fino all'ultimo respiro.
La filosofia di vita di Sinisa Mihajlovic
L'ultimo atto: il congedo e l'eredità umana
Il 16 dicembre rimane una data indelebile, segnata dal momento in cui la condizione fisica di Sinisa è peggiorata bruscamente. «Qualche giorno prima, si è svegliato con un principio di emorragia. Gli ho prestato le prime cure come mi era stato insegnato, ho chiamato l’ambulanza, ma lui non voleva salirci, voleva andare in ospedale con le sue gambe».
L'ultima notte ha rappresentato la chiusura di un cerchio familiare. «I figli erano nella stanza accanto, c’ero io, sua madre, suo fratello con la moglie, il suo miglior amico, mia madre. Quando mi sono resa conto che il suo respiro è cambiato e che mancava poco, ho chiamato i ragazzi. Eravamo tutti in silenzio attorno a lui. Gli ho tenuto la mano, l’ho visto lottare col respiro sempre più pesante. Mi è venuto da dirgli: vai, non ti preoccupare, ai ragazzi ci penso io. Solo a quel punto è spirato». In un momento così intimo, Sinisa ha espresso la sua ultima volontà, chiedendo ad Arianna di essere la guida per i loro sei figli, una responsabilità che lei ha accolto con coraggio nonostante l'immensità del vuoto lasciato.
Il percorso di elaborazione: tra analisi e vita quotidiana
Oggi, Arianna Rapaccioni affronta il percorso di guarigione emotiva con pragmatismo e consapevolezza. «Oggi mi sto facendo aiutare. L’analista mi ha detto: hai due possibilità, vivere o morire, cosa scegli? Ho risposto: vivere. Anche perché, come non ho voluto mostrare la mia sofferenza a mio marito, allo stesso modo non mi piace farla vedere ai miei figli».
Il ritorno alla vita pubblica, talvolta interpretato erroneamente da chi osserva dall'esterno, è mediato dal desiderio di riappropriarsi di una normalità. «A partire da quest’estate, ho ripreso a uscire e non m’importa se qualcuno, vedendomi sui social, mi giudica. Ognuno ha il suo modo di elaborare il lutto e se mi vedono sorridere in una foto non significa che non soffro».
La gestione della casa, in particolare quella in Sardegna, è stato uno scoglio significativo: «Aprire la casa senza di lui non è stato facile. Quando ho aperto la porta ho trovato i suoi scarpini, le sue tute, i suoi vestiti. Mi sono fermata, come se avessi ricevuto uno schiaffo». Nonostante queste ferite, il legame familiare, arricchito anche dalla presenza dei nipoti, funge da ancora di salvezza.

Il rapporto con il Bologna e il contesto mediatico
La vicenda legata all'esonero di Sinisa Mihajlovic dal Bologna ha lasciato strascichi di dolore, ma anche attestazioni di stima. Sebbene Sinisa abbia vissuto l'esonero con amarezza, desiderando proseguire il suo impegno sportivo, il club ha mantenuto l'impegno economico fino alla scadenza naturale del contratto. «Un gesto straordinario, che in un momento di sbandamento mi ha dato delle sicurezze», sottolinea la vedova, rimarcando il legame speciale costruito con il presidente Saputo e con la dirigenza.
Tuttavia, il clima attorno alla memoria del marito è stato talvolta disturbato da narrazioni esterne. Arianna Rapaccioni ha esplicitamente richiesto silenzio e rispetto, intervenendo di fronte a dichiarazioni pubbliche che riteneva distanti dalla realtà dei fatti. «Pensano tutti di conoscere le cose private della mia famiglia… parlano, rilasciano dichiarazioni (false), interviste sui giornali, senza sapere come sono andate esattamente le cose! Esigo silenzio e rispetto».
Questo bisogno di tutela si estende alla volontà di non lasciare che il privato diventi oggetto di speculazione. «La gente parla, ma noi non siamo matrioske. Come dice il mio analista: la gente di ferma al primo strato, ma non va mai dentro, non conosce il resto». La scelta di mantenere un contegno dignitoso, difendendo la verità della propria storia familiare, rimane una priorità assoluta per Arianna, che continua a onorare il ricordo di Sinisa attraverso la cura dei figli e il proprio percorso di vita, consapevole che il dolore appartiene esclusivamente a chi lo vive in prima persona, lontano da riflettori e giudizi superficiali.
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