Il quadro normativo italiano in materia di conciliazione tra vita professionale e cura della prole ha recentemente attraversato una fase di acceso confronto politico. L’obiettivo di garantire una piena condivisione della cura dei figli, equiparando finalmente i diritti di entrambi i genitori sin dalla nascita, si è scontrata con il no del Governo. Il dibattito ha coinvolto istituzioni, parti sociali e opinione pubblica, evidenziando le profonde divergenze su come lo Stato debba sostenere la genitorialità nel contesto contemporaneo.

Il tentativo di riforma e lo stop della Commissione Bilancio
La proposta di legge per un congedo parentale paritario tra uomo e donna, che mirava a superare l’attuale disparità tra il congedo di maternità e quello di paternità, è stata bocciata dalla Commissione Bilancio della Camera. Il piano, noto come "piano Schlein", prevedeva un intervento strutturale volto a rendere la paternità un diritto equivalente alla maternità in termini di tempo e tutele.
Il fulcro dello scontro si è concentrato sulle coperture finanziarie. Il testo suggeriva di recuperare i fondi attraverso la rimodulazione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD). Tuttavia, la Ragioneria Generale dello Stato ha espresso un parere negativo, portando a quello che le opposizioni hanno definito uno "stop tecnico". La maggioranza di Governo ha fatto propria la relazione tecnica per affossare il provvedimento, evitando il dibattito nel merito in Aula. Le opposizioni denunciano l’uso di un “trucco” burocratico per evitare il confronto politico, lamentando la mancata disponibilità della destra a cercare insieme coperture alternative.
L’impalcatura normativa attuale: cosa resta per i genitori
Nonostante la bocciatura della riforma, il sistema dei congedi in Italia rimane regolato da un complesso apparato normativo. La base è costituita dal Decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, il "Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità". Questo testo, integrato da numerosi interventi successivi, definisce il congedo di maternità obbligatorio, che consente alle lavoratrici dipendenti di astenersi dal lavoro per tutelare la propria salute e quella del neonato.
Durante il congedo obbligatorio, la lavoratrice riceve un’indennità pari all’80% della retribuzione, spesso integrata al 100% dalla contrattazione collettiva. Tale periodo è considerato a tutti gli effetti come lavoro: maturano ferie, tredicesima e eventuali miglioramenti contrattuali. Esiste inoltre una flessibilità legata a situazioni specifiche: in casi di lavori particolarmente nocivi, il congedo può estendersi fino a sette mesi dopo il parto. Per parto prematuro con ricovero del neonato, il congedo può essere prolungato utilizzando i giorni non fruiti prima della nascita.
Il sistema prevede inoltre il congedo parentale facoltativo, utilizzabile entro i 12 anni di vita del bambino, con una durata massima complessiva di 11 mesi. Recenti interventi, tra cui la Legge di Bilancio 2025, hanno introdotto modifiche significative. A partire dal 2025, è stata prevista l’elevazione all’80% della retribuzione dell’indennità di congedo per il secondo mese, entro il sesto anno di vita del bambino, superando le precedenti aliquote ridotte.
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La paternità e la sfida della parità di genere
La bocciatura del congedo paritario non è solo una questione di cifre o di coperture finanziarie; è lo specchio di un’Italia che fatica a scardinare un modello sociale ormai anacronistico. Mantenere il congedo di paternità a soli 10 giorni contro i 5 mesi della madre cristallizza l’idea che la cura della prole sia un “dovere naturale” femminile e un “accessorio” maschile. Questa asimmetria normativa è la radice del gender pay gap: finché solo le donne si assentano a lungo dal lavoro, resteranno meno “appetibili” nelle assunzioni e nelle promozioni rispetto ai colleghi uomini.
Un congedo di 5 mesi al 100% della retribuzione avrebbe trasformato la paternità da un supporto saltuario a una responsabilità condivisa. Permettere a un padre di vivere quotidianamente i primi mesi di vita del figlio non è solo un atto di civiltà verso il bambino, ma un investimento sulla salute mentale dei genitori e sulla stabilità della coppia, riducendo il carico di stress che spesso grava esclusivamente sulla madre.
La politica attuale spesso punta su bonus una tantum, ma la realtà dei fatti suggerisce che, in un Paese con un tasso di natalità ai minimi storici, la vera spinta alla natalità deriva dalla sicurezza strutturale. Esiste una correlazione dimostrata: nei Paesi dove i padri aiutano di più e lo Stato paga i congedi, le donne tendono a fare più figli perché non devono scegliere tra famiglia e lavoro.

Modelli internazionali: le alternative europee
L’Europa offre diversi modelli di gestione della genitorialità che dimostrano come la parità sia un obiettivo raggiungibile attraverso politiche mirate.
- Spagna (Il modello della “Parità Totale”): È lo Stato che più si è avvicinato alla proposta italiana. Entrambi i genitori hanno diritto a 19 settimane ciascuno, pagate al 100% dallo Stato.
- Svezia (La “Quota Papà”): Offre il congedo più lungo (480 giorni totali per coppia), ovvero 16 mesi condivisi tra i genitori o utilizzati da uno dei due.
- Islanda (La regola del “6+6”): Utilizza un sistema simmetrico: 6 mesi alla madre e 6 mesi al padre. Di questi, una piccola quota è trasferibile, ma il resto è “usalo o perdilo”.
- Norvegia (Flessibilità e Scelta): I genitori possono scegliere tra 49 settimane al 100% dello stipendio o 59 settimane all’80%.
Il confronto con questi Paesi evidenzia come il sistema italiano, pur essendosi evoluto con il recepimento della direttiva europea 2019/1158 per l’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, rimanga ancorato a una visione segmentata dei ruoli. Il congedo obbligatorio per il padre, fissato a 10 giorni, appare come una misura di sostegno minimo, distante dalla visione di "cura condivisa" che caratterizza le democrazie sociali europee più avanzate.
Considerazioni tecniche sull'accesso al congedo
Per comprendere appieno la complessità burocratica che i genitori devono affrontare, occorre considerare le diverse tipologie di tutela. Per il genitore solo, ad esempio, sono riconosciuti 11 mesi continuativi o frazionati di congedo parentale, di cui 9 mesi indennizzabili al 30% della retribuzione. La definizione di "genitore solo" è stata estesa per includere anche il genitore nei confronti del quale sia stato disposto l’affidamento esclusivo del figlio.
Inoltre, il diritto all’indennità di maternità si estende anche alle lavoratrici il cui congedo inizi entro 60 giorni dall’ultimo giorno lavorativo, inclusi i casi di disoccupazione o cassa integrazione. Le lavoratrici possono accreditare figurativamente il periodo di maternità anche se non in servizio, a patto di possedere almeno cinque anni di contribuzione. Queste norme, sebbene tese a tutelare le fasce più deboli, non eliminano il problema di fondo: l'assenza di una norma strutturale che riequilibri i tempi di vita e di lavoro tra i generi in modo paritario ed egualitario sin dall'inizio del percorso di genitorialità. La strada verso una parità effettiva rimane dunque costellata di ostacoli, sia di natura economica che culturale.