L'Iconografia della Maternità nell'Arte Africana: Tradizioni Ancestrali e Significati Sociali

La statua africana rappresentante la maternità, scolpita in legno e risalente al XIX secolo, non è solo un manufatto estetico, ma un complesso intreccio di simbolismo, funzione rituale e struttura sociale. Una scultura su legno raffigurante la maternità, del XIX secolo, ci offre un punto di partenza privilegiato per esplorare un mondo fatto di capanne di foglie, spiriti della foresta, riti di passaggio e culto degli antenati. In Africa, dove l’anatomia serve per identificarsi, scarificazioni, tatuaggi e acconciature portano l’individuo da una condizione indifferenziata all’appartenenza ad una cultura. La statua africana rappresentante la maternità, scolpita in legno, riflette questa complessità in ogni dettaglio.

Antica statua africana in legno raffigurante una madre con bambino, XIX secolo

La Maternità Kongo e le Radici del Culto Mpemba

Per comprendere appieno il valore di queste opere, possiamo soffermarci su una bellissima maternità Kongo che proviene dal Congo Brazzaville ed è giunta in Italia negli anni Settanta come ricordo di viaggio. La statua rappresenta una mamma che tiene in grembo il suo bambino ed è uno splendido esempio di arte turistica che richiama le maternità Kongo (gruppo Yombè). Statua congolese in legno raffigurante la maternità, queste figure sono probabilmente collegate a mpemba, un culto femminile che si dice sia stato fondato da una famosa ostetrica che si occupava della fertilità e del trattamento dell’infertilità.

Sembra che il culto mpemba si sia sviluppato durante l’epoca del commercio di schiavi che si intensificò sulle coste dell’Africa occidentale tra il 1770 e 1850; possiamo immaginare che una conseguenza di questo periodo fu una preoccupazione crescente per i bambini e per il futuro della comunità. Il legame tra la precarietà della vita e la necessità di garantire la discendenza è evidente nella ieraticità di queste figure. Molto probabili sono anche i legami con il culto lemba, anch’esso nato durante il periodo della tratta degli schiavi e che coinvolgeva soprattutto la ricca élite mercantile. Questo culto aveva a che fare con le relazioni esistenti tra il commercio, il matrimonio e la guarigione e prevedeva anche la redistribuzione di ricchezze tra le famiglie e i luoghi di culto coinvolti. I suoi membri custodivano all’interno di scatole speciali alcuni oggetti di culto tra cui sacchetti di pigmento rosso chiamato pfemba lemba che simboleggiava l’elemento femminile e veniva sfregato sulle statuette rappresentanti la maternità.

La donna è rappresentata seduta su una base e a gambe incrociate su cui tiene teneramente il suo bambino. La base decorata su cui siede rappresenta il suo prestigio e il suo status politico e sociale. La maternità conservata al MAET presenta, al posto della tipica acconciatura, una fascia che ricorda il supporto indossato dalle donne per sorreggere i pesi sul capo. Benché non indossi monili, la statua presenta due conchiglie cipree a rappresentarne gli occhi che potrebbero riferirsi alla capacità di vedere l’invisibile mondo spirituale. Altri elementi sono da associare alla bellezza, alla perfezione e all’alto rango. La pelle diventa materia, supporto di espressioni, pronta ad accogliere qualsiasi trasformazione la allontani da una condizione primigenia, dove al linguaggio si sostituisce la comunicazione non verbale, che si esprime attraverso l’arte dei segni, delle forme e delle conchiglie applicate.

Il Culto della Bellezza: le deformazioni Craniche del Popolo Mangbetu

L'Arte Bamana e Ashanti: Simbolismo e Sacralità del Nutrimento

Spostandoci verso l'Africa occidentale, troviamo la maternità scultura in legno arte Bamana del Mali. Risalente all'ultimo quarto del '900, ma radicata in tradizioni secolari, la scultura in legno raffigurante maternità "Gwandusu" è utilizzata per il culto della fertilità. Questa opera, alta circa 105 cm, rappresenta la forza e la stabilità. Allo stesso modo, la scultura in legno Ashanti Motherhood proveniente dal Ghana mostra una madre che allatta. Gli Ashanti o Asante, come altri gruppi etnici africani, raffigurano spesso la maternità nell'arte sotto forma di donne che allattano con il seno largo, in legno intagliato, bronzo a cera persa, avorio, pietra o terracotta.

Gli Ashanti sono un'etnia melano-africana del gruppo etnico-linguistico Akan, insediata nella regione di Ashanti, con capitale a Kumasi. Coinvolti nel commercio dell'oro e degli schiavi fin dal XVI secolo, sono stati colonizzati dagli inglesi alla fine del XIX secolo e fanno parte del Ghana dall'indipendenza del 1957. Il tema della maternità è universale e ricorrente nell'arte di tutta l'Africa nera. Le statue di maternità africane di solito non esprimono i legami affettivi tra madre e figlio, poiché simboleggiano la fertilità della donna e della terra, appartengono al dominio del sacro e sono spesso esposte su un altare. Le madri sono in posizione ieratica, molto ben scolpite, mentre il bambino, spesso un piccolo adulto, è appena abbozzato, soprattutto nel corpo, e non ci sono quasi mai sguardi tra madre e figlio.

Un dettaglio tecnico e spirituale di grande rilevanza è la posizione del neonato. In molte etnie africane, il lato sinistro del corpo è associato al sacro: nella maggior parte dei reparti maternità dell'Africa nera, il bambino è posizionato a sinistra della madre o allatta dal seno sinistro. Questo riflette una visione del mondo dove la funzione biologica è indissolubile dalla dimensione metafisica.

Dettaglio di scultura Ashanti Ghana: madre con seno largo e bambino

Struttura Sociale e Potere Femminile nelle Società Patriarcali

Per comprendere il significato degli oggetti riferiti a questo tema così rappresentato nell’iconografia africana tradizionale, occorre conoscere quali siano i fondamenti della struttura sociale da cui essi scaturiscono. Queste società si basano su economie di sussistenza, così chiamate per lo scarso livello delle tecnologie di cui si avvalgono. Ciò significa che non debbono mai farsi mancare braccia giovani e forti in grado di lavorare e combattere. L’unica risorsa riproducibile è, dunque, la forza lavoro umana.

Ciò dovrebbe attribuire grandi poteri alle donne, in virtù della loro insostituibile funzione procreativa. In realtà non è così. Alle economie di sussistenza corrispondono, infatti, sistemi sociali di tipo patriarcale, autoritario e gerontocratico. In questo contesto il ruolo della donna è essenzialmente quello riproduttivo. Bamboline di fertilità, figure di fertilità o di madre con bambino servono per propiziare la nascita di molti figli. In Africa linguaggio estetico, pensiero religioso e struttura sociale sono strettamente legati e sono gli elementi fondanti della cultura tribale. Maschere, feticci, figure di maternità e di antenati popolano il complesso mondo religioso africano. Mai creati con una mera finalità estetica, ma sempre per essere utilizzati nei riti.

Se si guarda al di là della realtà delle spiagge e dei safari, resta un mondo fatto di spiriti della foresta e culto degli antenati. Proprio per questo ha attirato nei secoli esploratori ed avventurieri, coloni e viaggiatori. Il rapporto fra “bianchi” e Africani non è sempre facile. Il nostro retaggio storico non è certo lusinghiero. Per secoli abbiamo sfruttato le immense risorse di questo continente: prima schiavi, oro e avorio, adesso legname, minerali e petrolio. Nonostante ciò, chi visita i villaggi viene spesso accolto con curiosità e sollecitudine. Questi popoli possono trasmetterci valori che noi abbiamo perduto, possono darci lezioni di speranza, di ottimismo, di coraggio, di solidarietà e di amicizia.

Collezionismo e Conservazione: La Mostra "Mama Africa"

L'interesse per l'arte primitiva ha portato alla creazione di collezioni eclettiche e di grande valore etnografico. Anna Alberghina e Bruno Albertino, due medici torinesi e viaggiatori instancabili, hanno raccolto circa 400 oggetti appartenenti a gran parte delle culture dell’Africa sub sahariana. La loro passione è nata alla fine degli anni ’80 durante un viaggio in Mali, visitando la popolazione Dogon presso la falesia di Bandiagara. La loro collezione comprende maschere, statue, oggetti d’uso in legno, terracotta, bronzo e pietra, riferibili a gruppi etnici come Dogon, Baga, Baoulé, Dan, Yaouré, Senoufo, Yoruba, Fang, Pounou, Luba, Hemba, Boyo, Kongo, Kuba.

La maggior parte degli oggetti lignei è databile dalla fine dell’800 alla prima metà del ‘900, sebbene le sculture più antiche siano le terrecotte della cultura di Nok, in Nigeria, risalenti al periodo 500 a.C. Nel 2016 è uscita la pubblicazione “Mama Africa. La maternità nell'arte africana", che ha ispirato una splendida mostra allestita al Museo d’Arte e Scienza di Milano. Il libro e la mostra si dividono in un'analisi storica, etnografica e sociale, approfondendo i criteri di autenticità degli oggetti africani. Le 109 tavole a colori presenti nel volume illustrano bamboline di fertilità, figure di maternità, il culto dei gemelli, figure di antenato, coppie mitiche e maschere femminili.

Questo lavoro di ricerca mira a salvare dall'oblio la preziosa eredità di popoli intatti, custodi di usi e tradizioni ancestrali. Non c’è dubbio che appesi ai muri delle nostre case o esposti nelle vetrine di una galleria, questi oggetti abbiano perduto il loro significato originario, ma conservano intatto il loro potere evocativo. L’Africa risveglia l’inconscio e spinge a viaggiare alla ricerca di una traccia per salvare queste culture dall’anonimato.

Esposizione di maschere e statue di maternità in una galleria d'arte

L'Influenza dell'Estetica Africana sulle Avanguardie Europee

Le avanguardie artistiche parigine dei primi anni del Novecento trassero grande ispirazione dal valore plastico e formale delle sculture africane. Picasso, Modigliani, Derain, Brancusi e molti altri artisti furono ispirati dalla sintesi plastica delle opere africane. Nelle Demoiselles d’Avignon del 1907, ritenuto il primo dipinto cubista di Picasso, le donne hanno i volti di maschere Senoufo o Mahongwe. Questa folgorazione per l'arte "negra" non fu solo una questione estetica, ma il riconoscimento di una potenza espressiva che l'Occidente sentiva di aver perduto.

Mentre l'Europa viveva la gioia di vivere della Belle Epoque - espressa in oggetti come il servizio di 14 bicchieri in cristallo verde sfumato dell'Hotel Storione (1905), gli edifici in stile Liberty con angoli stondati o le piantane in vetro di Murano firmate Antonio Seguso - l'arte africana proponeva una visione del mondo radicalmente diversa. Se gli oggetti europei del primo '900 erano inni alla raffinatezza e alla bellezza decorativa, come i servizi di piatti Richard Ginori in porcellana bianca con profilo oro, le statue di maternità africane del XIX secolo parlavano di sopravvivenza, fertilità e connessione con l'invisibile mondo spirituale.

Per contro, secondo talune correnti di pensiero, la colonizzazione dell’Africa da parte degli Europei ebbe influenza sull’arte tradizionale africana, creando talvolta forme di "arte turistica" che, pur mantenendo i tratti stilistici originali, venivano prodotte per il mercato coloniale. Tuttavia, l'essenza della scultura africana risiede nella sua capacità di essere "materia vivente", dove la pelle dell'oggetto (spesso trattata con pigmenti come il pfemba lemba) e i segni incisi (le scarificazioni) non sono semplici decorazioni, ma linguaggi non verbali che comunicano l'identità dell'individuo e della tribù.

Il Culto della Bellezza: le deformazioni Craniche del Popolo Mangbetu

Tecniche di Lavorazione e Materiali Simbolici

La scelta del legno come materiale principale per la statua africana rappresentante la maternità non è casuale. Il legno è una materia organica, soggetta al deterioramento ma anche capace di trattenere l'energia vitale. La maggior parte degli oggetti lignei è databile dalla fine dell’800 alla prima metà del ‘900, poiché le condizioni climatiche africane raramente permettono la conservazione di manufatti più antichi in questo materiale. Tuttavia, l'arte africana comprende anche l'uso della terracotta - con le antichissime teste Nok - del bronzo a cera persa, della pietra e dell'avorio.

Nelle sculture Kongo, l'uso di inserti materici è fondamentale. La statua presenta due conchiglie cipree a rappresentarne gli occhi, un dettaglio che trascende la rappresentazione fisica. Le cipree erano usate come moneta e come simboli di ricchezza, ma nelle statue di maternità indicano la chiaroveggenza e il legame con il regno dei defunti. Altre pratiche comuni includono la modificazione corporea con ferite, mutilazioni e pigmentazioni, un'usanza antica quanto il genere umano, come testimoniano le pitture rupestri del Tassili nel Sahara algerino (8000 a.C.).

Le scarificazioni presenti sulle statue non sono semplici abbellimenti: esse portano l’individuo da una condizione indifferenziata all’appartenenza ad una cultura. Sono segni di rango, di appartenenza etnica e di bellezza. In un contesto dove l'individuo deve essere riconosciuto dalla comunità e dagli spiriti, il corpo (e la sua rappresentazione scultorea) diventa un supporto di espressioni. La pelle della statua, spesso lucidata o coperta di sostanze rituali, riflette la cura che le donne africane dedicano alle acconciature e alle decorazioni corporee nella vita reale.

La Maternità come Valore Universale e Sociale

Nonostante la distanza geografica e temporale, il tema della maternità resta un elemento universale che connette epoche diverse. Mentre nelle case nobiliari europee del secolo scorso si trovavano lenzuola matrimoniali in lino bianco ricamate a mano o oggetti da scrivania raffinati, nei villaggi africani le donne vivevano la maternità come una missione collettiva fondamentale per la sopravvivenza del gruppo. Il ruolo della donna, seppur confinato in sistemi patriarcali, era il perno attorno a cui ruotava il futuro della comunità.

Maternità Bamana del Mali in legno, alta 105 cm, detta Gwandusu

Ogni scultura, come la Gwandusu Bamana o la madre Ashanti che allatta, racconta una storia di speranza e solidarietà. Questi oggetti non erano creati per essere contemplati, ma per agire. Venivano invocati per curare l'infertilità, per proteggere il neonato dalle malattie o per onorare gli antenati che avevano permesso la prosecuzione della stirpe. La bellezza di queste opere risiede proprio nel loro essere strumenti di vita. La sintesi plastica che tanto affascinò gli artisti europei era, per gli scultori africani, il modo più diretto per rappresentare forze spirituali che non possono essere descritte a parole.

Il "mal d’Africa" che molti viaggiatori provano - quel sentirsi inspiegabilmente a casa come se i cromosomi ricordassero un tempo antico in cui si camminava nella pianura africana - è forse legato a questo incontro con un'arte che parla direttamente all'inconscio. Attraverso l'iconografia e l'aspetto etnografico di queste maternità, ci viene svelato un mondo di impareggiabile bellezza, dove ogni segno inciso sul legno è una lezione di coraggio e di legame indissolubile con le radici della vita.

Oggetti di culto africani e pigmento rosso pfemba lemba

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