La gestione sicura dell'emicrania durante l'allattamento: orientamenti per la salute materna e del lattante

L'emicrania è una patologia complessa che colpisce circa il 20% delle donne, prevalentemente in età fertile, e può condizionare le attività quotidiane anche per più giorni. Si caratterizza per attacchi ricorrenti di cefalea che durano da 4 a 72 ore, generalmente unilaterali e pulsanti, spesso accompagnati da nausea, vomito, foto- o fonofobia. Talvolta sono preceduti da sintomi neurologici transitori, in genere di tipo sensoriale, che durano di solito meno di un'ora.

È fondamentale comprendere come questa patologia possa costituire un problema ed influenzare la buona riuscita dell’allattamento, motivo per cui è essenziale conoscere quali principi attivi siano utilizzabili, quando sia necessario sospendere l'allattamento per un breve periodo e quali sostanze debbano essere categoricamente evitate.

rappresentazione schematica dei sintomi dell'emicrania in una giovane madre

Il contesto clinico: emicrania e post-partum

La frequenza delle crisi emicraniche spesso si riduce in gravidanza per poi aumentare dopo il parto. La cefalea post-partum è presente in quasi il 40% delle donne. I fattori di rischio includono una precedente anamnesi di emicrania, un aumento della stanchezza e dello stress materno. L'intensità dell'emicrania ha in genere un picco nella prima settimana post-partum, per poi tornare alla frequenza e al modello di emicrania precedente alla gravidanza.

Tuttavia, allattare al seno può esercitare un effetto positivo sulla gravità dell’emicrania. Alcuni studi hanno osservato una riduzione della frequenza delle crisi nelle donne che allattano. Nonostante i benefici, la durata dell’allattamento nelle donne con emicrania risulta talvolta inferiore rispetto alla popolazione generale. Le possibili spiegazioni includono lo stato di malessere legato alle crisi, la necessità di usare farmaci giudicati (a torto o a ragione) come controindicati e la percezione che l’allattamento possa ridurre la sicurezza della gestione del bambino.

Approcci non farmacologici come prima linea di intervento

Prima di ricorrere a qualsiasi terapia farmacologica, è opportuno considerare interventi non farmacologici. Questi comprendono l'applicazione di calore o freddo, massaggi, riposo e, soprattutto, l'evitare i fattori scatenanti (trigger) come saltare i pasti, la disidratazione, il consumo di alcool, il fumo, l’insonnia, il riposo disturbato, lo stimolo luminoso eccessivo o le emozioni intense. Tecniche come yoga, meditazione, esercizi di rilassamento, biofeedback e terapia cognitiva comportamentale si sono rivelate utili nel ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi.

È imperativo che la donna con emicrania stimoli il medico curante a definire un piano di prevenzione e di cura, che risulti sicuro per il lattante. La cura dell’emicrania e l’allattamento non devono essere intese come scelte opposte ed incompatibili.

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Analgesici e antinfiammatori: i pilastri della terapia sicura

Se la terapia non farmacologica non è sufficiente ed è indispensabile una terapia farmacologica, è importante informare la mamma che la maggior parte dei farmaci passa nel latte materno. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, il rapporto tra rischi da farmaco e benefici da latte materno è a favore del secondo.

Paracetamolo o ibuprofene sono gli analgesici di scelta per le donne che allattano. Non sono disponibili molti dati su lattanti esposti a paracetamolo o ibuprofene attraverso l’allattamento; esiste tuttavia una lunga esperienza di utilizzo in bambini sani anche molto piccoli senza evidenze di rischi particolari. Grazie alla breve emivita di eliminazione di questi principi attivi nella madre (1-3 ore), una singola dose assunta subito dopo la poppata limita l’esposizione del bambino durante la poppata successiva.

È fondamentale utilizzare sempre la dose minima efficace per la durata più breve possibile. Durante l’assunzione di questi farmaci non c'è motivo di sospendere l’allattamento di un bambino sano. Al contrario, i FANS diversi dall’ibuprofene, come l’aspirina a dosaggio analgesico, sono sconsigliati poiché noti per segnalazioni di acidosi metabolica nei lattanti e per il potenziale rischio di sindrome di Reye. Anche il naprossene, a causa della sua lunga emivita, potrebbe causare complicazioni come prolungamento del tempo di sanguinamento e trombocitopenia.

L'uso dei triptani durante l'allattamento

Per quanto riguarda il sumatriptan, esistono diverse strategie per ridurre al minimo l'esposizione del lattante. Alcuni autori hanno suggerito che l'interruzione dell'allattamento al seno per 8 ore dopo una singola iniezione sottocutanea eliminerebbe virtualmente l'esposizione. La scheda tecnica italiana informa che l’esposizione può essere ridotta al minimo evitando l’allattamento al seno durante le 12 ore successive al trattamento, periodo durante il quale il latte prodotto deve essere eliminato.

Sebbene la biodisponibilità del sumatriptan per via orale o nasale sia molto più bassa, è prudente, quando possibile, assumere il farmaco subito dopo la poppata e attendere il periodo di eliminazione prima di riprendere l'allattamento diretto. I lattanti esposti a dosi elevate potrebbero teoricamente manifestare effetti collaterali serotoninergici, come disturbi digestivi, problemi del sonno o manifestazioni cardiovascolari associate a vasocostrizione.

infografica sulle tempistiche di assunzione dei farmaci in relazione alle poppate

Sostanze da evitare o utilizzare con estrema cautela

Esistono principi attivi che i consulenti sconsigliano vivamente durante l'allattamento. La metoclopramide, ad esempio, è un neurolettico che può causare sedazione ed effetti extrapiramidali; inoltre, il lattante ne riceverebbe circa il 10% della dose assunta dalla madre.

Gli oppioidi, come codeina e tramadolo, devono essere evitati perché il loro metabolismo si basa sul citocromo CYP2D6, che presenta grande variabilità genetica tra le pazienti, esponendo il lattante a rischi di depressione respiratoria. Se fosse indispensabile un oppioide, si preferisce la morfina, sospendendo però l'allattamento per tutta la durata del trattamento e fino alla completa eliminazione del farmaco.

L'ergotamina e la diidroergotamina sono da evitare poiché possono ridurre la prolattina sierica, causando una diminuzione della produzione di latte, oltre a esporre il bambino a effetti vasocostrittivi. Anche il domperidone, un neurolettico che allunga l'intervallo QT ed espone ad aritmie, è oggetto di estrema cautela da parte dei prescrittori.

Verso una gestione personalizzata e consapevole

La sicurezza dell'uso dei farmaci per le emicranie durante l'allattamento è un tema che richiede una valutazione individualizzata. Ogni madre e ogni bambino sono unici. La decisione di assumere un farmaco deve considerare fattori come la gravità delle crisi, la salute generale della madre e quella del lattante.

È fondamentale che le donne in fase di allattamento non intraprendano percorsi di cura "fai-da-te". Il confronto con professionisti sanitari permette di definire piani di trattamento che integrino in modo sicuro la gestione della patologia con il proseguimento dell'allattamento. Monitorare segni di effetti collaterali nel bambino, come sonnolenza eccessiva o irritabilità, è una pratica di buon senso che ogni madre può adottare per aumentare la propria tranquillità. In definitiva, l'obiettivo è garantire alla madre una qualità di vita dignitosa, senza dover rinunciare ai benefici biologici e psicologici che il latte materno offre al neonato.

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