Un vagito si spande in una stanza, mentre le stelle in cielo fanno da trapunta all’ora della nanna. Questo scenario, apparentemente idilliaco, nasconde una complessità emotiva e storica che affonda le radici in tempi remoti. Il canto che genitori e nonni hanno reiterato ai piccoli di casa, con tanto di annacata fra le braccia, che in preda a emozioni forti o momenti di liscìa non volevano saperne di far incedere i sogni, non è un semplice vezzo consolatorio. È un preambolo dall’accento forte, cui segue il placido viaggio tra i versi di una madre rivolti alla figlia, che non deve temere la notte per l’arrivo imminente del padre. Dietro questa melodia si cela una storia fatta di doni che soddisfano due dei cinque sensi: gusto e olfatto. Il primo è la simenza, immancabile con la calia nelle celebrazioni rionali o processioni religiose siciliane; si tratta di semi di zucca, tostati e salati. Casualità? Forse, ma il tema di questa canzone pare avvalorare un uso intenzionale. Un santo, dal nome sconosciuto “passau - è passato” (in processione o direttamente in visita a casa, non è dato saperlo) chiede alla madre di poter vedere la bimba, che già dormiente non può rispondere.

La genesi del lamento materno
Questi canti tramandati di generazione in generazione, che associamo ad un momento sereno e roseo, come la comparsa di un bambino nella vita di una coppia, in realtà nascondono il lato più oscuro della maternità. Simili a lamenti e molto semplici da imparare, erano per le madri un modo per cantare il dolore vissuto a causa del distacco del proprio bimbo dal corpo e del parto. "Sole con il proprio bimbo tra le braccia le donne si concedevano finalmente di gemere per un evento descritto sempre come roseo e meraviglioso e che invece provoca un dolore fortissimo. Questo bimbo a chi lo do? All'uomo nero forse, ecco che emerge la paura di mettere al mondo il proprio bambino in un mondo crudele, in pasto alla morte", ci spiega la professoressa ordinaria di psicologia e direttrice del master in "Death studies and the end of life" presso l'Università di Padova, Ines Testoni.
Il primo elemento caratteristico delle ninna nanne fa riferimento alla sfera psico-sociale. Cosa ci dice il fatto che le ninna nanne siano così simili a lamenti funebri? Con le lamentazioni funebri le ninna nanne condividono la semplicità che le ha rese facilmente riproducibili e popolari. Questa somiglianza nasconde degli impliciti, ossia che la gravidanza e il parto possano essere intese come un lutto o una perdita, anziché come eventi lieti e occasioni di estrema gioia. Bisogna intendere il parto dal punto di vista della dimensione intrapsichica materna, la quale fa i conti con la gravidanza, che è moltiplicazione all'interno e il parto, che è la divisione fuori. La moltiplicazione interna è definibile come un attaccamento intimo e radicale tra la mamma e il feto, che li porta ad avere ritmi circadiani e biologici simili e induce la donna a comprendere lo stato del bambino in base alle sue propriocezioni. Si tratta di un attaccamento che mai si proverà allo stesso modo nella vita, perché la madre da quel momento in poi non sarà mai più attaccata al suo bambino come quando era nel grembo materno.

La separazione come trauma primordiale
Capiamo dunque che il parto implica una divisione, una perdita di unità. Si tratta di un evento traumatico, ed è una violenza di tipo ostetrico trattare la madre come un'eroina che deve subire in silenzio, quando sta vivendo una sofferenza fisica devastante e questo distacco con il figlio. Anche per il bambino è così traumatico il parto? Certo, Otto Rank parlava della nascita come di un trauma mortale e Melania Klein sottolinea come il pianto apparentemente inspiegabile e costante del bimbo non sia altro che la sua percezione della separazione dalla madre, come un trauma mortale. Dopo essere stato al sicuro nel grembo materno, nulla riesce a compensare i suoi bisogni come accadeva in quel luogo e il bimbo tra i forti stimoli del mondo si sente costantemente minacciato e dunque è terrorizzato. Ecco che intervengono le ninna nanne per porre freno a quel terrore.
La madre che ha vissuto il trauma del parto e della divisione dal suo bambino, che lo sente costantemente piangere per il terrore, viene anche lasciata sola. Si pensa che le madri debbano subito essere pronte a reagire, il bimbo viene immediatamente posto loro sul petto perché lo allattino e loro si trovano con un esserino fragilissimo tra le braccia che grida per il terrore. In questo contesto fatto di dolore e solitudine si innesta quel lamento che è la ninna nanna. La donna si sente finalmente autorizzata a gemere, proprio per questo le ninna nanne non hanno il ritmo allegro tipico delle canzonette, perché non riuscirebbero a tirare fuori il vissuto materno.
Archetipi culturali e memoria storica
Le ninna nanne raccontano solo questo dolore delle mamme? No, qui subentra l'aspetto archetipico culturale e quello psico-sociale che caratterizza le donne. Noi abbiamo la fortuna di aver vissuto in Occidente dagli anni Cinquanta in una società che ha saputo costruire relazioni di pace, ma abbiamo ereditato queste ninna nanne, simili a lamentazioni funebri, da donne che mettevano al mondo i figli mentre il compagno era in guerra e non sapevano se sarebbe sopravvissuto o no. Si tratta di madri che consolano il proprio bambino e pensano all'amato al fronte, di cui possiamo solo immaginare il sentimento di solitudine e paura nel lasciare il proprio bimbo a un mondo crudele fatto di morte e violenza.
Non a caso una delle ninna nanne più famose canta "questo bimbo a chi lo do?". Esatto, "ninna nanna, ninna oh questo bimbo a chi lo do?" è da intendere come un interrogativo sulla persona a cui questo bimbo verrà affidato se il padre muore in guerra e la madre anche per esempio si ammala. La prima risposta è "lo darò all'uomo nero" che altro non è se non la morte. Il bimbo verrà lasciato tra le grinfie di un mondo malsano e violento. Con che spirito le mamme di oggi cantano le ninna nanne? Da un lato diversamente, infatti anche il ritmo è molto diverso e meno funebre, almeno per le mamme che vivono in un contesto pacifico, tuttavia in quelle parole ancora oggi vive il dolore della separazione del parto e della solitudine in cui riversano moltissime puerpere. Una mamma, soprattutto se primipara, non può essere lasciata sola con il suo bambino, è una violenza inaudita. Per ovviare a questa solitudine, infatti, oggi esistono le doule della nascita, figura che si prende interamente carico della triade, mamma, partner e bambino, per aiutare la donna a riprendersi dal parto e tutta la famiglia a trovare un nuovo equilibrio.
Le Più Belle Ninne Nanne - 30 Minuti di Musica Rilassante per Neonati e Bambini - Coccole Sonore
Il canto estremo: la testimonianza di Ilse Weber
La profondità del significato della ninna nanna raggiunge vette di straziante umanità in contesti di privazione assoluta. “Ninna nanna ti culla il vento e soffia lieve sul liuto lento sfiora dolce il verde campo e l’usignolo intona il suo canto…”. Così cantava Ilse Weber, il 6 ottobre 1944, mentre insieme al suo figlio più piccolo Tomas e ad altri quindici bambini entrava nelle docce del campo di concentramento di Auschwitz. I bambini erano i piccoli malati dell’infermeria del campo di Theresienstadt (o ghetto di Terezin), che Ilse aveva preso in affidamento e che non volle abbandonare quando furono deportati. “È vero che possiamo fare la doccia dopo il viaggio?” chiese Ilse a un altro deportato. L’uomo, che l’aveva riconosciuta, non se la sentì di mentire e, senza farsi vedere dalle guardie, le disse: “Queste non sono docce, sono camere a gas. Ti consiglio di entrare con i bambini cantando. Canta con loro come hai fatto tante volte, così inalerete più velocemente il gas; altrimenti morirete schiacciati dagli altri quando scoppierà il panico.”

Ilse Weber, poetessa e musicista cecoslovacca, è stata un’affermata autrice di letteratura per bambini. Nel 1930 si trasferì a Praga dove ebbe modo di conoscere e sposare Willi Weber, da cui avrà due figli, Hanus e Tomas. Prima di essere internata riuscì a mettere in salvo il figlio maggiore, mandandolo in Svezia da una sua cara amica. Nel 1940 venne rinchiusa con il marito e il piccolo Tomas nel ghetto di Praga e nel 1942 deportata a Theresien (antica città-fortezza a nord di Praga), trasformata in campo di smistamento per deportati, da dove partivano i treni per Auschwitz. Si offrì come assistente nell’infermeria pediatrica, dove con le sue poesie e canzoni alleviò la sofferenza dei piccoli ai quali era proibita la somministrazione di farmaci poiché ebrei.
Nel 1944 il marito di Ilse fu deportato ad Auschwitz. Poco prima di partire riuscì a seppellire sotto terra, nella capanna degli attrezzi, le poesie e le canzoni che la moglie aveva composto in quei due anni a Terezin, con la speranza che un giorno qualcuno avesse potuto trovarle. Fortunatamente riuscì a sopravvivere e a recuperare egli stesso le opere della moglie. La vita di Ilse ebbe fine quel 6 ottobre del 1944. Insieme a suo figlio e ai suoi bambini entrò cantando una wiegala, una ninna nanna, in quelle docce. Questa testimonianza estrema rivela come la ninna nanna, nella sua essenza più pura, serva non solo a lenire il trauma della nascita, ma anche a mitigare il terrore dell'ultimo distacco, quello finale dalla vita stessa, riaffermando il legame materno anche nel buio più assoluto dell'esistenza umana.