La questione del consumo di latte oltre il periodo dello svezzamento rappresenta un punto di giunzione affascinante tra l'evoluzione biologica della specie umana e le pratiche di gestione zootecnica moderna. Sebbene il processo di transizione da una dieta esclusivamente lattea a una solida sia un momento critico sia per i cuccioli di mammifero sia per gli infanti umani, le motivazioni, le modalità e le implicazioni differiscono profondamente, offrendo spunti di riflessione unici.
La prospettiva storica: l'adattamento umano
Pare proprio che i primi bambini a succhiare latte di animali non umani - di ruminanti, nella fattispecie - siano stati europei vissuti 6.000 anni fa o giù di lì. Il bello è che avevano a disposizione delle tazze con beccuccio realizzati a bella posta. L’alimentazione a base di latte di animali non umano è iniziata dopo la grande transizione dall’economia fondata sulla caccia e la raccolta a quella fondata sull’agricoltura e sull’allevamento.

Questa abitudine alimentare sembra essere nata in Europa, ma il nostro cammino evolutivo non è un percorso lineare di progresso: è il risultato, genetico e culturale, di una serie di casi particolari. Alcune variazioni genetiche hanno reso noi europei capaci di assorbire il latte di altri animali. Un fatto è certo, però: un accidente si è congelato.
Restano però alcune domande, sottolineate su Nature da Siân Halcrow dell’università di Otago: perché i nostri antenati neolitici hanno iniziato a somministrare latte di ruminanti ai loro bambini? Il latte di altri animali contiene meno sostanze nutritive per gli umani di quello materno. È possibile ipotizzare che le mamme dei bambini europei del neolitico non avessero abbastanza latte per soddisfare la fame dei loro bimbi, così hanno pensato a un surrogato.
La gestione del vitello: tra benessere e produttività
Se per l'uomo il latte animale ha rappresentato una strategia di sopravvivenza, negli allevamenti di bovini la gestione della prima fase di vita è fondamentale per il benessere, le performance e la produttività del vitello. La ricerca ha messo alla prova le pratiche tradizionali dell’alimentazione lattea razionata fornita tramite il secchio, poiché permettere ai vitelli di raggiungere il loro potenziale di crescita non significa solo fornire un’alimentazione adeguata, ma anche avere una gestione proattiva che minimizza l’incidenza delle patologie e promuove comportamenti alimentari naturali.

Altre ricerche hanno evidenziato l’influenza degli incrementi ponderali pre-svezzamento sull’avvio della pubertà, l’età al primo parto e le performance nella prima lattazione. Tuttavia, resta aperto il dibattito in merito a quali pratiche di gestione migliorino le performance e il benessere dei vitelli prima dello svezzamento. L’alimentazione con alte quantità di latte desta preoccupazioni nella fase intorno allo svezzamento, in quanto elevate quantità di latte riducono l’assunzione di cibo solido e rallentano lo sviluppo del rumine, con conseguente riduzione della crescita e aumento della comparsa di sintomi della fame in questa fase.
Metodologie di alimentazione e impatto comportamentale
Esiste una grande variabilità a livello mondiale nelle pratiche di somministrazione del latte negli allevamenti. Sono stati considerati 94 articoli pubblicati, sottoposti a peer-review, scritti in inglese, che hanno confrontato direttamente gli effetti dei livelli di inclusione di latte, dei metodi di allattamento o della frequenza di allattamento sui vitelli da latte.
L’alimentazione con livelli di latte più alti ha avuto un effetto positivo sulla crescita, ha ridotto i segnali di fame (ad esempio, visite non ricompensate alle allattatrici automatiche) e aumentato il gioco locomotore nel periodo di pre-svezzamento, ma l’assunzione di alimento solido (starter) è stata ridotta. Utilizzare metodi di svezzamento graduale può facilitare l’assunzione di starter in questa fase e consentire quindi ai vitelli alimentati con un’alta quantità di latte di mantenere i vantaggi della crescita dopo lo svezzamento.
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Gli studi sui metodi di alimentazione con latte hanno osservato come l’alimentazione del latte tramite tettarella riduca la suzione incrociata e altri comportamenti orali anomali, fornendo uno sbocco per la motivazione dei vitelli a succhiare. Pochi studi hanno indagato gli effetti della frequenza dell’alimentazione con latte, rendendo difficile trarre conclusioni, sebbene emerga come la frequenza di allattamento abbia scarso effetto sull’assunzione di mangime e sulla crescita.
Considerazioni nutrizionali nel processo di divezzamento
Svezzamento o divezzamento, due parole simili che indicano la stessa cosa: il passaggio da una alimentazione esclusivamente a base di latte a una dieta semi-solida e poi solida. Il passaggio deve avvenire nel momento in cui l’alimentazione a base di latte, che sia materno o artificiale, non basta più a soddisfare i bisogni nutrizionali, in particolare per quanto riguarda l’apporto energetico, proteico e di ferro, zinco e vitamine liposolubili come A e D.

Non esiste il “momento assoluto” che va bene per tutti: l’introduzione dei primi alimenti diversi dal latte dipende da variabili assolutamente individuali, tra cui i bisogni nutrizionali, lo sviluppo neurofisiologico, il rapporto mamma-bambino e l’ambito socio-culturale. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e le maggiori società scientifiche internazionali raccomandano l’allattamento fino al sesto mese, mentre prima del quarto mese è sconsigliato iniziare lo svezzamento, in quanto l’apparato digerente non è ancora in grado di poter assumere alimenti che non siano latte. Laddove non sia possibile attendere i 6 mesi, il divezzamento non dovrebbe avvenire prima della 17a settimana e comunque non oltre la 26a.
Approcci moderni all'alimentazione complementare
Oggi il passaggio da una dieta esclusivamente composta da latte a una solida è facilitato dalla disponibilità di prodotti specifici, studiati per fornire un’alimentazione equilibrata e corretta. Esistono metodi come l'autosvezzamento, che si basa sull’idea che i bambini possano tranquillamente iniziare l’alimentazione complementare mangiando gli stessi cibi di mamma e papà, seduti a tavola con loro. È una forma di alimentazione a richiesta, che rispetta la capacità del bambino di autoregolarsi.
Tuttavia, alcuni pediatri sconsigliano, almeno fino all’anno di età, l’aggiunta di sale e zucchero negli alimenti; in più, gli alimenti appositamente formulati per i bambini, i cosiddetti baby food, sono preparati appositamente per lo svezzamento e studiati per fornire un’alimentazione equilibrata e corretta al bambino. Il baby food, inoltre, è regolamentato da severe normative europee per garantirne la qualità. È necessario introdurre gli alimenti con gradualità, uno per volta. La regola più comune consiste nel sostituire la poppata delle 12.00 con una pappa con brodo vegetale. All’inizio è importante non fissare schemi e tempi troppo rigidi, per numero, quantità e orario dei pasti nell’arco della giornata; è necessario solo che siano soddisfatti i bisogni energetici e nutritivi. La merenda svolge un ruolo importante perché evita che il bimbo arrivi con troppa fame al momento del pasto e dunque lo aiuta ad alimentarsi in maniera corretta.