Angel Rodriguez Luño, la Bioetica e il Profondo Dibattito sull'Aborto nel Contesto Ecclesiale

La riflessione sui fatti e sulle idee che caratterizzano la nostra epoca dal punto di vista etico, sembra doveroso tener presente che l'itinerario di pensiero e di vita dell'Europa moderna e contemporanea non è unitario né a senso unico. Questa complessità si riflette in modo particolarmente acuto nel campo della bioetica, una disciplina che, sebbene di origine recente, affonda le sue radici in questioni millenarie riguardanti la vita e la dignità umana. La bioetica nasce come disciplina, o quantomeno come sensibilità e coscienza verso la necessità di un nuovo sapere, tra la fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '70. Il termine, che rimanda alla duplice componente della vita (bios) e dell'etica (ethos), è stato coniato nel 1971 dal cancerologo americano van R. Potter, con la sua opera "Bioethics: Bridge to the Future", per indicare un nuovo ambito intellettuale per l'approccio alle questioni scientifiche, una sorta di "ponte" tra la cultura scientifica e quella umanistica. Non esiste, al momento attuale, ricerca scientifica che riguardi un qualche campo della medicina, che non sia accompagnato da valutazioni che investono la bioetica. L'idea del neologismo risale al 1970 ad opera di Van Rensselaer Potter, ma le premesse risalgono molto più indietro nel tempo, come sottolineato da Elio Sgreccia, che fa risalire l'idea di un'etica medica fin dal processo di Norimberga. In quel contesto furono analizzate e vennero sottoposte a giudizio le esperienze del nazismo e soprattutto le sperimentazioni che i medici-ricercatori nazisti condussero sull'umanità sofferente e indifesa dei lager. Quelle tragiche pagine della nostra storia hanno ispirato i codici di Helsinki ed i Codici deontologici moderni, testimoniando un'esigenza di normare l'agire umano in campo medico e scientifico.

Origine della bioetica e ponte tra scienza e umanesimo

Nel cuore di questi dibattiti, figure come Mons. Angel Rodriguez Luño emergono come punti di riferimento per la loro profonda conoscenza della teologia morale e il loro impegno nel Magistero della Chiesa. La sua prospettiva si inserisce in un contesto più ampio di discussione e, talvolta, di tensione, all'interno di istituzioni ecclesiastiche chiave come la Pontificia Accademia per la Vita.

Monsignor Angel Rodriguez Luño e il Rinnovato Scopo della Pontificia Accademia per la Vita

La Pontificia Accademia per la Vita (PAL), istituita da Giovanni Paolo II l'11 febbraio 1994, ha finalità di «promozione e difesa della vita, soprattutto nel diretto rapporto che essi hanno con la morale cristiana e le direttive del Magistero della Chiesa». Questo organismo ha sempre rappresentato un baluardo per la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, basandosi su principi solidi e radicati nella tradizione cattolica.

Recentemente, tuttavia, si è assistito a una serie di cambiamenti significativi all'interno dell'Accademia. Pubblicata ieri la lista dei 45 nuovi membri ordinari della Pontificia Accademia della Vita, oltre a 5 membri ad honorem. Sembra delinearsi un cambio di passo pastorale che molti vorrebbero intravedere come cambio di paradigma della teologia morale. Tra i nuovi membri anche figure più aperturiste su aborto, contraccezione, fecondazione e eutanasia. Questo riassetto ha suscitato ampie discussioni e ha posto in evidenza l'evoluzione del dibattito bioetico all'interno della Chiesa stessa.

Monsignor Paglia, contestualmente alla nomina dei nuovi membri, è divenuto anche Gran Cancelliere dell'Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, l'altra creatura del santo papa polacco, voluta per la difesa e la promozione della famiglia secondo il disegno di Dio. Nel chirografo che nominava Paglia al nuovo doppio ruolo, il Papa dava le linee per lo sviluppo di questi importanti enti: «dal Concilio Ecumenico Vaticano II ad oggi il Magistero della Chiesa su tali temi si è sviluppato in maniera ampia ed approfondita. E il recente Sinodo sulla Famiglia, con l’Esortazione Apostolica Amoris laetitia, ne ha ulteriormente allargato e approfondito i contenuti».

Questo passaggio all'esortazione Amoris laetitia come punto di riferimento principale ha generato interpretazioni diverse. Se in passato una delle stelle polari per l'orientamento della Pontificia Accademia per la Vita era stata senz'altro l'istruzione della Dottrina della fede Donum vitae, pubblicata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger nel 1987, insieme alla celebre enciclica Humanae vitae del beato Paolo VI, che ponevano basi molto solide sulla difesa della vita e per l'amore autenticamente umano, oggi il punto di riferimento principale è Amoris laetitia, con il suo cambio di passo pastorale che molti vorrebbero intravedere come cambio di paradigma della teologia morale, capace così di “riformare” molti approcci che derivano dal magistero precedente.

In questo scenario di rinnovamento, alcuni nomi di spicco, noti per le loro posizioni più tradizionali, sono scomparsi dalla lista dei membri. Luke Gormally (Inghilterra), Josef Maria Seifert (Austria) e John Finnis (USA), sono tre nomi scomparsi dalla lista dei membri della Pontificia Accademia e tutti e tre risultano essere stati apertamente critici nei confronti di alcuni passi dell'esortazione Amoris laetitia. Colpisce l'esclusione di Thomas William Hilgers (Usa), ginecologo molto noto sopratutto per gli studi sui metodi naturali di regolazione delle nascite. Altri esclusi sono Philippe Schepens (Belgio), figura ben nota tra i medici cattolici del suo paese ed europei per la sua difesa appassionata dell’etica medica ippocratica; Jaroslav Sturma (Repubblica Ceca), psicologo e psicoterapeuta, l’unico sinora, insieme al tedesco Manfred Lütz (lui sì, riconfermato a membro ordinario), rappresentante di queste discipline tra gli ordinari dell’Accademia, forse escluso perché vicino a psicologi e psicoterapeuti che considerano l’omosessualità un disordine psichico-affettivo e sono contrari alle teorie gender e LGBT.

Contemporaneamente, sono stati nominati nuovi membri che portano prospettive diverse. Tra questi, Angelo Vescovi, in ottimi rapporti con monsignor Paglia, biologo e farmacologo italiano, è direttore scientifico della Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Egli si occupa in particolare di ricerca sulle cellule staminali adulte, ma secondo gli addetti ai lavori sulle riviste di settore non si è mai espresso contro la ricerca sulle staminali embrionali fatta dai suoi colleghi. Anni fa, purtroppo, fu coinvolto in un macabro episodio accaduto all'Università Bicocca di Milano: nel laboratorio di cui era responsabile venne ritrovato un feto umano morto dell'età apparente di 4-5 mesi. Un'altra nuova nomina è quella del filosofo Nigel Biggar, statunitense. Secondo quanto riporta il Catholic Herald, in un dialogo con Peter Singer del 2011 a proposito dell'aborto, avrebbe detto che «non è chiaro se il feto umano è lo stesso tipo di cosa di un adulto». Generalmente, dicono dalle sacre stanze, i filosofi e i teologi moralisti di nuova nomina, in linea generale, sono più possibilisti su materie quali la contraccezione, fecondazione in vitro, orientamenti sessuali, eutanasia passiva e altri temi delicatissimi.

In questo scenario complesso, figure come Mons. Angel Rodriguez Luño mantengono una posizione di riferimento per la dottrina tradizionale. Egli è Professore di teologia morale alla Pontificia Università della Santa Croce e consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, presso la quale è molto ascoltato dal Cardinale Mueller. La sua presenza e il suo pensiero, insieme a quello di Francesco D’Agostino (Presidente Onorario del Comitato di Bioetica), Adriano Pessina (Direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica), John Haas (presidente del Centro Nazionale Cattolico di Bioetica degli Usa), Carl Albert Anderson (Presidente dei Cavalieri di Colombo), Jean-Marie Lé Mené (Presidente della Fondazione Jérôme Lejeune) e Mons. Daniel Nlandu Mayi (Congo), rappresentano un continuum di quella che viene definita "sicura dottrina". Due conferme di alto profilo e di sicura dottrina sono certamente il cardinale olandese Willem Jacobus EijK e l’arcivescovo australiano di Sidney monsignor Anthony Colin Fisher, che contribuiscono a mantenere un equilibrio nel dibattito. La presenza di Mons. Angel Rodriguez Luño in questo elenco di figure influenti sottolinea l'importanza delle sue analisi e della sua guida teologico-morale in un periodo di profondi cambiamenti e discussioni all'interno delle istituzioni che si occupano della difesa della vita.

L'Inizio della Vita Umana: La Prospettiva Biologica ed Etica

Al centro del dibattito sull'aborto vi è la questione fondamentale dell'inizio della vita umana. Dal punto di vista biologico la descrizione del processo di fertilizzazione - concepimento - indica, come scrivono Angelo Serra S.J., professore emerito di Genetica Umana presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma nonché membro della Pontificia Accademia per la Vita, e don Roberto Colombo, professore di Biologia Generale e di Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia nonché membro della Pontificia Accademia per la Vita, che «alla fusione dei gameti incomincia a operare come una unità una nuova cellula umana, dotata di una nuova ed esclusiva struttura informazionale che costituisce la base del suo ulteriore sviluppo».

Infatti, attraverso il processo di fertilizzazione due sistemi a sé stanti ma ordinati l’uno all’altro - i gameti - iniziano a interagire non più come due enti separati, bensì come le parti di un tutto, dando così origine a un nuovo sistema, una nuova cellula, detta zigote, che ha due caratteristiche fondamentali: è dotata di una precisa identità e di un proprio orientamento. Essa, infatti, esiste e opera fin da subito come un essere unitario e ben identificato, ed è intrinsecamente orientata e determinata a un definito sviluppo. Questa nuova identità organistica, attraverso uno sviluppo coordinato continuo e graduale, mantiene la propria identità biologica e genetica nel tempo, senza soluzioni di continuità, fino al momento della sua morte. È un nuovo essere che si autocostituisce imponendo a sé stesso la direzione, le strutture differenziate e la qualità dell’accrescimento, secondo il disegno iscritto nel genoma fin dal momento della fertilizzazione; questo indica che è un individuo dotato di vita propria, con una propria identità conferitagli da un unico principio sostanziale unificante. Il salto qualitativo essenziale avviene alla fecondazione, nel passaggio da due sostanze - i gameti - a un’unica sostanza: lo zigote. Questo rivela nel suo sviluppo biologico una continuità sostanziale, perché il principio del mutamento è interno alla sostanza stessa. In ogni fase successiva di questo sviluppo il nuovo organismo mantiene unità ontologica con la fase precedente, senza soluzioni di continuità.

Nonostante questa chiara evidenza biologica, esiste un dibattito sulla definizione dell'inizio della gravidanza che ha profonde implicazioni etiche. Gli antinidatori, agendo prima dell’impianto in utero, non vengono considerati abortivi da chi ritiene che la gravidanza inizi solo con questo evento, cioè circa 14 giorni dopo la fecondazione. Anche l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 1985 ha dato una definizione ufficiale di gravidanza, ne ha fissato l’inizio all’impianto. Questa definizione però nulla toglie a quanto realmente si persegue attraverso l’utilizzo degli antinidatori: la morte del nascituro che già esiste anche se non si è ancora impiantato in utero. Evidentemente non è l’annidamento che fa dell’embrione il suo essere embrione, anche se, senza questo evento, la sua sorte è segnata: infatti, non può essere una relazione a determinare l’esistenza di un soggetto, semmai la sua esistenza a porsi come condizione della relazione. In aggiunta non è l’impianto a stabilire la relazione biologica fra la madre e il figlio; infatti quest’ultimo, oltre a essere di per sé geneticamente legato alla madre, stabilisce fin dal concepimento un intenso dialogo biologico con lei.

Le Pratiche dell'Aborto Volontario: Metodi, Definizioni e Controversie

L'aborto, inteso come interruzione volontaria della gravidanza, si realizza attraverso diverse metodologie, ciascuna con le sue specifiche implicazioni mediche ed etiche. Attualmente, nei paesi in cui non è perseguibile penalmente, l’aborto procurato viene eseguito attraverso le tecniche dell’isterosuzione - frammentazione e aspirazione del prodotto del concepimento attraverso il canale cervicale della madre mediante cannule aspiranti - e del raschiamento - svuotamento della cavità uterina con pinza ad anelli - in un intervento medico ambulatoriale. L’aborto viene eseguito da personale medico su richiesta della donna incinta nei tempi e nei modi previsti dalle leggi vigenti in ogni Stato.

Oltre a queste procedure chirurgiche, l'aborto può anche essere indotto da farmaci contragestativi in grado di provocare il distacco, la morte e l’eliminazione dell’embrione già annidatosi. L’aborto chimico o farmacologico può, in determinate situazioni, non prevedere un intervento medico: è il caso di contragestativi quali la RU486 o mifepristone, detta anche “pillola del mese dopo”, che, assunta in caso di ritardo mestruale, si lega ai recettori del progesterone, ormone essenziale per la gravidanza, interrompendone l’azione e provocando lo sfaldamento dell’endometrio uterino e il distacco e la morte dell’embrione.

Sono abortivi anche i farmaci o i dispositivi che hanno un effetto intercettivo o antinidatorio, che cioè alterano la fisiologia del trasporto dell’embrione già formato nella tuba di Falloppio, e ne provocano la morte impedendone l’impianto in utero. Questi farmaci o dispositivi sono molto diffusi. Appartengono a questa categoria i cosiddetti “contraccettivi d’emergenza” e gran parte della contraccezione ormonale, il cui effetto è solo in parte contraccettivo, cioè teso a evitare l’incontro dell’ovocita maturo con uno spermatozoo. La distinzione tra contraccezione e aborto diventa in questi casi particolarmente sottile e dibattuta, soprattutto alla luce della discussione sull'inizio della vita umana al momento della fecondazione.

L'Aborto Terapeutico: Distinzioni Etiche e Realità Cliniche Profonde

Una categoria particolare di interruzione volontaria della gravidanza è rappresentata dal cosiddetto "aborto terapeutico". Si parla di “aborto terapeutico” quando l’interruzione volontaria della gravidanza viene realizzata intenzionalmente per salvaguardare la vita o la salute materna. Il pericolo di vita o di salute per la madre può però comprendere uno spettro di situazioni molto diverse fra loro per gravità: si apre la possibilità che, in assenza di più precise regolamentazioni, l’aborto terapeutico venga esteso anche a situazioni che poco hanno a che fare con la salute materna. Questo aspetto genera un forte dibattito etico.

L’aborto terapeutico viene praticato quasi sempre a seguito d’indagini diagnostiche sulla salute del nascituro. Secondo il neonatologo Carlo Valerio Bellieni, docente di Terapia Neonatale alla Scuola di Specializzazione in Pediatria dell’università di Siena, è in crescita l’accanimento diagnostico prenatale, motivato dalla ricerca di “un altro” a misura delle proprie paure. Sempre più si mette a rischio la vita del nascituro pur di “sapere”, e la minima anomalia o sospetto sulle qualità del bambino induce nei genitori una reazione di rigetto.

In alcuni Stati vi è la possibilità di praticare tali aborti fino agli ultimi mesi di gravidanza realizzando così l’uccisione di neonati che potrebbero già vivere autonomamente. Le tecniche utilizzate in questi casi tardivi sono particolarmente cruente e rivelano la gravità dell'atto. È nota la pratica del Partial-Birth Abortion: il forcipe entra in utero, afferra la gamba del bambino e ne trascina fuori attraverso il canale cervicale tutto il corpo, eccetto la testa che viene deliberatamente lasciata all’interno del corpo della madre. Il medico quindi conficca un paio di forbici nella nuca del bambino e poi le apre per allargare la ferita. Dopo aver tolto le forbici viene inserito un catetere nella nuca e il cervello viene aspirato. Un’altra tecnica - che viene praticata a partire dalla sedicesima settimana - è quella dell’avvelenamento con soluzione salina: un lungo ago viene introdotto nel sacco amniotico passando per la parete addominale della madre. L’ago inietta nel liquido amniotico una soluzione salina concentrata che il feto respira e inghiotte, avvelenandosi. Il feto si dibatte a lungo ed ha delle convulsioni. L’effetto corrosivo dei sali spesso brucia e asporta lo strato esterno della pelle del bambino, mettendo a nudo lo strato sottocutaneo. Aborti tardivi vengono praticati anche attraverso l’isterotomia: l’addome e l’utero della madre vengono aperti chirurgicamente in maniera simile a quanto avviene durante un parto cesareo.

Da un punto di vista etico, è fondamentale distinguere tra aborto diretto e indiretto. L’aborto terapeutico è definibile come aborto diretto in quanto, in filosofia morale, è propriamente oggetto diretto della volontà: ciò in vista del quale la volontà passa all’atto di volere, a un’azione. Diverso è l’aborto indiretto, cioè, sempre secondo la filosofia morale, indirettamente voluto, che si presenta come una conseguenza di un’azione: esso non è attuato in modo alcuno né come fine né come mezzo, ma è previsto e permesso in quanto si trova inevitabilmente legato a quanto si vuole e si attua direttamente. Non è un’azione abortiva diretta sul feto, ma è un’azione necessaria alla salvaguardia della vita della madre ed è rivolta a qualche parte del suo corpo. È un atto che provoca l’aborto come effetto collaterale, che quindi non è oggetto diretto né della volontà né dell’azione concreta. Diversamente non si può parlare di reale terapia nel caso di un aborto diretto, anche se chiamato terapeutico, poiché non si tratta di agire su una malattia in atto, ma, piuttosto, si attua la soppressione del feto per evitare l’aggravamento della salute o il pericolo della vita della madre. Il passaggio non è dall’azione terapeutica sulla malattia - della madre - per raggiungere la salute, ma si configura, piuttosto, un’azione su quanto è sano - sul feto che può essere anche sano -, per prevenire una malattia o il rischio di morte.

Tecniche di aborto tardivo e distinzione etica

Il Diritto alla Vita come Fondamento Inalienabile dell'Umanità

L'uomo porta in sé un inappagabile desiderio di verità e di bene. Per quanto riguarda la verità, sono emblematiche le parole con cui Aristotele dà inizio alla sua Metafisica: l'uomo desidera per natura sapere. A differenza di quanto succede negli altri viventi, il nostro agire non si adatta istintivamente e automaticamente alla situazione in cui ci troviamo, alla realtà che ci circonda. Siamo noi stessi che dobbiamo adattarlo. Questa consapevolezza si estende anche alla sfera etica, dove la questione del diritto alla vita assume un'importanza capitale.

Esiste un diritto alla vita? Ci si chiede: con quale diritto il nascituro esigerà che un altro lo risparmi? E si risponde che questo diritto gli deriva dal suo stesso atto di esistere: è un diritto dipendente dal piano ontologico e non un diritto assoluto, cioè il diritto di chi si pone come fonte di verità di fronte alle cose negando un loro significato intrinseco. Ci si chiede poi: esistono interessi superiori o situazioni particolari - come l’oggettiva difficoltà e sofferenza di una madre - che giustifichino la soppressione deliberata di una vita umana? Si risponde che nulla sembra eguagliare o superare quella che è la condizione, il sostrato di possibilità di ogni azione umana e di ogni atto razionale e libero. Quindi, il rispetto per la vita biologica di ogni essere umano - indipendentemente dal suo livello di sviluppo e dalle sue qualità - è la condizione di possibilità di ogni altro rispetto che gli si deve accordare.

Il giudizio etico dato sulla pratica dell’aborto procurato è fondato esclusivamente su dati riconosciuti ed elaborati dalla ragione umana, e in quanto tale va sostenuto. L’aborto, alla luce di quanto evidenziato, è una pratica omicida, e la sua legittimazione diventa anche un atto profondamente discriminatorio nei confronti di una categoria di persone umane. Mario Palmaro, docente di Bioetica nell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, a tal proposito ripropone l’analogia - istituita negli anni 1970 dai coniugi statunitensi Barbara e John C. “Jack” Willke, lei laureata in Scienze Infermieristiche e lui medico - fra due sentenze pronunciate dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America rispettivamente nel 1857 e nel 1973. La sentenza della Dred Scott cause vs. Sandford, una causa intentata da uno schiavo nero per la sua liberazione, stabilì infatti che i neri non avevano alcun diritto o privilegio che l’uomo bianco fosse tenuto a rispettare, tranne quelli che i detentori del potere e del governo avessero voluto concedere loro. Gli schiavi, perciò, come proprietà del padrone potevano essere acquistati o venduti, usati e persino uccisi. Non è difficile riconoscere nella sentenza del caso statunitense Roe vs. Wade un’implicazione simile che nega diritti fondamentali a una categoria di esseri umani.

La Voce della Coscienza: L'Appello Profetico di Joseph Ratzinger

Il dramma dell'aborto, la sua legalizzazione e le sue ripercussioni sulla società e sull'identità umana, sono stati oggetto di una profonda riflessione da parte del Card. Joseph Ratzinger. Nel suo decisivo capitolo intitolato "Perché non bisogna rassegnarsi" della sua opera L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture - l’ultima edita prima dell’elezione a Pontefice con il nome di Benedetto XVI - egli invita a dar voce pubblica al dramma dell’aborto che si consuma ogni giorno nel silenzio delle sale operatorie.

Inoltre, Ratzinger invita a non restare alla superficie delle cose, dalla cui osservazione potrebbe sembrare che, in fondo, l’approvazione legale dell’aborto abbia cambiato poco nella nostra vita privata e nella vita delle nostre società. Invece, afferma con forza che la piaga dell’aborto sta minando in radice la possibilità di una vita sociale e mette in pericolo la stessa identità dell’uomo, la cui vita è peculiare possesso del suo Creatore e che rimane sotto la sua diretta e immediata protezione. A sostegno di questa affermazione, egli cita un passo biblico significativo: «Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello» (Gn. 9,5).

Proseguendo la sua analisi, Ratzinger scrive con forza e sinteticamente: «Il sangue dell’uomo che viene versato grida a Lui (cfr. Gn 4, 10), perché l’uomo è fatto a Sua immagine e somiglianza. L’autorità della società e nella società è da lui istituita precisamente allo scopo di garantire il rispetto di questo diritto fondamentale, messo in pericolo dal cuore cattivo dell’uomo». Queste parole del futuro Papa Benedetto XVI ribadiscono la responsabilità intrinseca della società e delle sue istituzioni nel proteggere la vita umana in ogni sua fase, sottolineando come la questione dell'aborto non sia meramente un affare privato, ma un problema che investe la struttura etica e la sostenibilità stessa della comunità umana. La necessità di un impegno costante e di una riflessione profonda, che tenga conto sia della scienza che della morale, è un richiamo costante per figure come Angel Rodriguez Luño, il cui lavoro nel campo della teologia morale continua a fornire strumenti per affrontare queste sfide complesse.

Benedetto XVI e l'etica della vita

L'Università Cattolica S. Scienza e morale sono due manifestazioni essenziali dell'umanità. L'uomo porta in sé un inappagabile desiderio di verità e di bene. Questa profonda interconnessione tra sapere scientifico e discernimento etico è la base su cui si costruiscono le argomentazioni a favore della protezione della vita. Il giudizio etico, lungi dall'essere un'imposizione dogmatica, si presenta come il frutto di una ragione che indaga la realtà con la consapevolezza della dignità intrinseca dell'essere umano, fin dal suo primo istante di esistenza.

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