La Madonna che allatta nell'arte: tra iconografia sacra e innovazione scultorea di Andrea Pisano

Il tema della Madonna è indubbiamente quello iconografico più ricco di tutta l’arte cristiana. Con l’espressione “iconografia mariana” si intende tutta quella serie di tipologie con cui l’immagine della Madonna è stata rappresentata nei secoli dalla storia dell’arte. Tra i vari tipi di icona che i crociati portarono dall’Oriente, particolare fortuna ebbe in Occidente il tipo della Galaktotrophousa, cioè della Madonna che nutre col suo latte il Bambino, un tema diffuso dal XII a tutto il XVIII secolo. La "Madonna del Latte", in latino Maria o Virgo Lactans, è un'iconografia ricorrente che talora viene accompagnata dall'espressione monstra te esse matrem. Questa iconografia è presente anche in ambito ortodosso con la definizione greca Παναγία Γαλακτοτροφοῦσα (Panaghia Galaktotrophousa).

iconografia mariana, Madonna del Latte bizantina

Origini e significati della "Virgo Lactans"

Le radici di questo tema affondano ben oltre il cristianesimo, risalendo all'Antico Egitto. Era infatti epoca in cui erano diffusissime le immagini della dea Iside intenta ad allattare il figlio Horus, il cui culto durerà ancora a lungo intrecciandosi con il Cristianesimo. Le prime rappresentazioni iconografiche ufficiali della "Madonna del Latte" si ritrovano nell'Egitto ormai cristianizzato del VI o VII secolo dopo Cristo, dove essa è ritratta mentre allatta Gesù Bambino o in procinto di farlo. Sono immagini molto stilizzate che soprattutto alludono più che mostrare; la composizione, in questi casi, è una variante dell'iconografia della Madonna col Bambino.

Dall'Egitto copto ebbero poi ampia diffusione presso le chiese orientali nell'arte bizantina. Da qui si diffuse poi, nei secoli seguenti, anche in Occidente. L’immagine della Madonna con Bambino iniziò a diffondersi dal 431, dopo il concilio di Efeso, che ribadì la figura di Maria come Theotokos, Madre di Dio, oltre che di Gesù. Il riferimento evangelico alla Vergine, madre degli uomini oltre che del Cristo, acquista, nella delicatezza della Madonna del latte, una connotazione realistica e affettiva. L’esposizione del seno della Vergine sottolinea i tratti umani dell’Incarnazione divina del Bambino, che viene così rappresentato nel suo terreno bisogno di nutrirsi e di incontrare il calore materno.

La composizione presenta anche richiami teologici, nell’associare al latte l’elargizione della Grazia. Come scrisse Leo Steinberg, l'esposizione del seno e la rappresentazione realistica del bambino "forniva ai credenti l'assicurazione che il Dio attaccato alla mammella di Maria si era fatto uomo, e che colui che sosteneva il Dio-uomo, nella sua pochezza, si era garantito infinito credito in Cielo."

Evoluzione stilistica: dal ieratico al naturale

Nei primi secoli dell’arte sacra si enfatizzava una regalità divina di Maria distante e ieratica, mentre col passare del tempo le immagini instaurarono via via con lo spettatore un rapporto più intimo e familiare. È nel primo Trecento che la rappresentazione iconografica della "Madonna del latte" perde le proprie caratteristiche stilizzate a favore di una rappresentazione più realistica. In questo periodo, gli artisti abbandonano la frontalità tipica delle icone bizantine, cercando una maggiore naturalezza delle figure e delle pose.

Un esempio magistrale di questo passaggio è l'opera di Ambrogio Lorenzetti, databile al 1324-1325. In questo dipinto, la Madonna perde la rigidità delle icone orientali ed è rappresentata rivolta verso Gesù Bambino, mentre il piccolo volge lo sguardo verso l'osservatore. L'umanizzazione della Madonna e del Bambino incontrò il favore dei fedeli, convincendo le donne a identificarsi emotivamente con la figura materna.

Ambrogio Lorenzetti, Madonna del Latte, 1325 circa

Il capolavoro di Andrea Pisano e la scuola pisana

Tra le opere straordinarie del Trecento, un posto di rilievo è occupato dalla scultura in marmo bianco con decori in oro, attualmente conservata nel Museo di San Matteo di Pisa e originariamente collocata nella Chiesa di Santa Maria della Spina sul Lungarno. La paternità di quest'opera è oggetto di dibattito storico, essendo attribuita ad Andrea Pisano, al figlio Nino, o a una collaborazione tra i due. L'opera è un busto capace di suggerire lo sforzo del corpo della Vergine nel sostenere il Bambino, già un po' cresciuto.

Dal collo rigido e dal viso serio della Vergine sembra trasparire anche la parte dolorosa che talvolta accompagna l'allattamento. Andrea Pisano, con quest'opera, si allontana dalla chiarezza classica delle opere fiorentine per giungere a un modello in cui rinuncia al risalto plastico per abbracciare l'espressionismo tipico di Giovanni Pisano. Lorenzo Ghiberti descrive Andrea come un "bonissimo scultore". Nonostante l'errore di attribuzione iniziale di Giorgio Vasari, che la

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