L'amore per gli animali è un sentimento complesso e multifacile che attraversa specie e culture, manifestandosi in forme diverse, dall'istinto primordiale di cura nel regno animale fino alle più intricate dinamiche psicologiche dell'essere umano. La relazione tra una "ragazza" - intesa sia come giovane femmina nel mondo animale che come persona - e l'atto di "allattare" o comunque nutrire e proteggere, simboleggia un legame profondo di cura e dedizione, il cui significato si estende ben oltre la semplice sopravvivenza. Questo sentimento, universale eppure così spesso oggetto di dibattito, rivela molto sulla nostra stessa natura e sul nostro posto nella "casa comune".
Il Legame Materno nel Regno Animale: Un Sentimento Universale di Cura e Sopravvivenza
L’istinto materno è un sentimento forte che accomuna tutti gli animali, non soltanto l’uomo. Questo legame unico unisce per alcuni mesi, e anche più, madre e cucciolo, attraverso momenti fondamentali per dare la vita, allattare, crescere, educare, insegnare, e apprendere. La Lav, Lega anti vivisezione, ha riconosciuto la profonda importanza di questo legame dedicando il "Calendario 2018" proprio al sentimento d'amore che lega madre e figlio in tutte le specie animali. Il titolo del calendario è un richiamo esplicito a questa connessione, presentando dodici splendide immagini del fotografo naturalista Simone Sbaraglia che documentano così, mese per mese, il profondo attaccamento tra madre e figlio nel mondo animale.
L'obiettivo del calendario è sensibilizzare, ancora una volta, sull’importanza di salvaguardare e proteggere animali e natura. La LAV spiega che «troppo spesso le vite degli animali vengono interrotte prematuramente e, purtroppo, legalmente, dall’uomo, che sfrutta, maltratta e uccide senza fare distinzione tra grandi e piccoli, mamme e figli». Questa affermazione sottolinea come la comprensione e il rispetto di questi legami naturali siano cruciali per una convivenza etica. Il loro impegno si concretizza in luoghi come il CRASE di Semproniano (Grosseto), dove LAV ha costruito una seconda casa per la colonia di macachi provenienti dall’Università di Modena e per i 27 macachi provenienti da un laboratorio di Padova, oltre ad aver accolto 25 animali sequestrati ad alcuni circhi. Questo dimostra un impegno concreto nella protezione di creature che hanno subito la brutalità umana.

Nel vasto regno animale, esempi di madri dedicate ai loro piccoli abbondano, ognuna con strategie e tempi di cura specifici. La prima femmina ad avere un legame speciale e molto forte con i suoi cuccioli è quella dell'Orango. Nei primi due anni di vita, i piccoli di orango si affidano totalmente alle loro madri, sia per il cibo che per muoversi. Le mamme, infatti, non abbandonano i loro cuccioli fino ai sei o sette anni, età in cui i cuccioli avranno imparato a trovare il loro cibo, le tecniche per mangiarlo e i trucchi per costruire il loro rifugio per dormire. A volte, anche negli anni successivi i giovani oranghi non si allontanano dalla madre, restando non distanti dal nucleo familiare che li ha cresciuti, evidenziando la duratura influenza di questo legame.
Fra le mamme da festeggiare c’è sicuramente anche la femmina dell'Orso polare: una mamma attenta, che in genere dà alla luce due cuccioli gemelli. I piccoli non la lasciano fino all’età di due anni, quando avranno imparato come sopravvivere a rigidissime temperature. Le mamme di orso polare di solito partoriscono fra novembre e gennaio in una tana scavata fra i cumuli di neve. Usano il loro calore corporeo per tenere i cuccioli al caldo, nutrendoli col loro latte, un esempio lampante di come l'allattamento sia un pilastro fondamentale per la sopravvivenza in ambienti ostili.
Le 4 mamme umane che stanno allevando una coppia di cuccioli di orso polare abbandonati alla nascita
La femmina dell'Elefante di Foresta è un’altra mamma speciale, che mantiene sempre un affettuoso contatto con i figli. Tuttavia, non è da sola a crescere i suoi cuccioli, poiché gli elefanti vivono in una società matriarcale. Altre femmine del gruppo aiutano il piccolo a stare in piedi dopo la nascita e gli insegnano ad allattare, mostrando un sistema di cura collettiva che rafforza il concetto di comunità nella genitorialità. Sono gli elefanti più anziani che stabiliscono l’andatura della mandria, in modo che l’elefantino possa tenere il passo e non rimanere indietro, garantendo la sicurezza e l'integrazione del nuovo arrivato nel gruppo.
Diversamente dagli elefanti di foresta, le mamme Ghepardo allevano i loro piccoli in isolamento, spostando spesso i loro cuccioli per evitare che i predatori possano individuarli. Questa strategia evidenzia un tipo di cura solitaria ma altrettanto intensa e protettiva, dove l'allattamento e la protezione costante sono le chiavi per la sopravvivenza. Non possiamo dimenticarci della femmina di Pinguino Imperatore: una mamma che, dopo aver deposto l’uovo lo lascia al maschio, che lo protegge con dedizione. Nel frattempo, è lei a viaggiare fino a 50 miglia per raggiungere l’oceano e pescare, compiendo uno sforzo straordinario per provvedere al sostentamento. Più tardi, ritorna al luogo della schiusa per rigurgitare il cibo ai pulcini appena nati, dimostrando un impegno e un sacrificio che trascendono la fatica fisica, pur di nutrire e dare vita ai suoi piccoli. Questi esempi illustrano l'universalità dell'istinto materno e l'importanza vitale dell'allattamento e della cura nei primi stadi di vita di ogni specie.
L'Empatia Umana verso gli Animali: Una Sensibilità Complessa e le Sue Radici
Il rapporto tra l'uomo e l'animale è spesso intriso di una profonda empatia, che a volte può apparire controintuitiva. Molte persone si sono trovate a dire: «Amo tanto gli animali, mi commuovo più se vedo soffrire un animale che una persona! Mi vergogno a dirlo ma è così, mi fa quest’effetto». Questa reazione, che può apparire anormale e persino mostruosa a un primo sguardo, porta a pensare che immedesimarsi in un altro essere umano sofferente sia più semplice e più logico. Tuttavia, la realtà è ben più complessa, e le persone che si trovano a sperimentare su di sé questa reazione apparentemente assurda sono molte di più di quanto si possa pensare. A giudicare dall’indignazione sollevata da casi di cronaca di crudeltà su animali, sembra evidente che molte persone siano più commosse dai resoconti di violenze su un animale che da quelli che riguardano migliaia di esseri umani. Questo fenomeno non è isolato, ma riflette una componente intrinseca della psicologia umana.
Una ricerca condotta dai sociologi A. Arluke e J. Levin nel 2017 ha rilevato che le persone possono provare maggiore compassione per gli animali che per i membri della propria specie. In questo studio, a 240 partecipanti, tutti studenti universitari, veniva sottoposta la notizia (falsa) in cui, ad essere aggrediti e picchiati con una mazza da baseball, erano, di volta in volta, un uomo adulto di 30 anni, un bambino di un anno, un cane adulto, un cucciolo di cane. Veniva quindi valutato il grado di compassione e angoscia provati in ogni singola evenienza. Ne è risultata una graduatoria dei livelli di empatia suscitati, che vede l’uomo adulto all’ultimo posto. Questo dato suggerisce che ciò che suscita i nostri sentimenti non dipende dall’appartenenza a una specie o all’altra, ma ha a che fare profondamente con la vulnerabilità e l’impotenza percepite.

Gli animali, come i bambini, non sono in grado di aiutare sé stessi facilmente; non possono difendersi dal pericolo e far valere i propri diritti come pensiamo possa fare un essere umano adulto. Bambini e animali sono completamente in balia degli altri per ottenere cibo, protezione, riparo, elementi essenziali per la loro esistenza. Li vediamo innocenti e indifesi, e siamo istintivamente spinti ad aiutarli e proteggerli, mentre non attribuiamo la stessa innocenza agli umani adulti, che percepiamo come più capaci di autonomia e difesa. Occorre osservare, tuttavia, che è più probabile che l’indignazione per le violenze subite da un animale sia maggiore se si tratta di un singolo caso di crudeltà, di cui si conosce la storia particolare. La stessa violenza subita da migliaia di animali anonimi, purtroppo, non sempre suscita la stessa reazione. Si tratta di un fenomeno ben noto in psicologia sociale: all’aumentare del numero di soggetti (umani o animali) in difficoltà, la nostra compassione per loro diminuisce perché non riusciamo più ad elaborarla, un meccanismo psicologico che limita la nostra capacità di reazione emotiva di fronte a sofferenze di massa.
Gli Animali Domestici nella Società Moderna: Nuovi Membri della Famiglia e le Loro Implicazioni
Il nostro atteggiamento verso gli animali, sia domestici che non, è cambiato significativamente nel corso del tempo. Il numero di animali domestici e la spesa dedicata alla loro cura sono aumentati progressivamente, tanto che oggi sono considerati dalla maggior parte dei proprietari come membri della famiglia a tutti gli effetti. Questa evoluzione riflette una crescente consapevolezza che gli animali sono esseri senzienti che meritano rispetto e una vita dignitosa.
Le ragioni di questo legame sempre più stretto e profondo con gli animali da compagnia sono molteplici e affondano le radici in aspetti psicologici e sociali:
- I nostri animali da compagnia, come esito dell’allevamento selettivo, mantengono anche in età adulta caratteristiche infantili che favoriscono negli esseri umani risposte di accudimento. Questa "neotenia" stimola la nostra innata propensione alla cura.
- Dagli animali non ci sentiamo giudicati; non dobbiamo preoccuparci di cosa pensano di noi, della loro opinione, come ci accade con le altre persone. Ci sentiamo accettati come siamo, senza filtri o pretese. Non c’è ipocrisia, non c’è finzione, non c’è manipolazione. Con loro ci sentiamo più liberi di esprimere le emozioni senza vergognarci, trovando un rifugio emotivo autentico.
- Il rapporto con gli animali è, come lo definiva Freud, privo di ambivalenza, a differenza delle relazioni umane che sono almeno in qualche misura conflittuali. Questo aspetto rende il legame con gli animali una fonte di conforto e stabilità emotiva.
- Chi ha difficoltà sociali e relazionali può trovare nel rapporto con gli animali l’unica occasione di ricevere compagnia e affetto, colmando un vuoto affettivo che altre relazioni faticano a riempire.
- Il rapporto con gli animali è anche notoriamente benefico per molte persone in varie condizioni di sofferenza fisica e psicologica, come dimostrato dalla pet therapy e da studi sul benessere psicofisico.

Tuttavia, esistono anche dei rischi in questa relazione. Il rischio è che questo dipenda dal fatto che sottovalutiamo le necessità dell’animale per cogliere solo gli aspetti gratificanti e non dover giungere a compromessi. Mentre gli esseri umani protestano e reclamano se qualcosa li disturba, con gli animali è più facile ignorare eventuali segnali di disagio, con il rischio di avere poco rispetto per le loro necessità e di dare la precedenza al nostro egoismo. A volte proiettiamo sugli animali aspetti di noi, li usiamo come una compensazione da delusioni in altri campi, li trattiamo come figli obbedienti e vezzeggiamo con coccole a misura umana. Umanizzandoli, però, non rispettiamo appieno le loro necessità più elementari di muoversi, arrampicarsi, correre, ed esprimere i loro comportamenti specie-specifici, trasformando un rapporto di cura in una forma di proiezione personale.
Critiche all'Amore Eccessivo per gli Animali: Un Dibattito Aperto e le Sue Preoccupazioni
Nonostante la crescente affinità e il profondo legame che molti provano per gli animali, non mancano voci critiche che mettono in guardia contro ciò che viene percepito come un amore eccessivo o malriposto. Queste critiche sollevano interrogativi importanti sul bilanciamento tra l'affetto per gli animali e l'impegno verso i propri simili, e sulle implicazioni sociali e culturali di tale fenomeno.
Già Jean-Paul Sartre aveva sentenziato: «Quando amiamo molto gli animali, li amiamo a spese degli uomini». Questa affermazione, rievocata da chi si interroga sulla questione, pone un dilemma morale che ancora oggi risuona nel dibattito pubblico. Un "caro direttore" ha evidenziato come sia legittimo stigmatizzare coloro che provano tanto attaccamento verso gli animali e scarsa considerazione per le sofferenze dei fratelli, dei vicini e di chi ha bisogno, sostenendo che benissimo ha fatto il Papa, tempo fa, a esprimere tale preoccupazione. La diffusione così dilagante e quasi ossessiva degli animali domestici, a volte, nasconde in sé il contagio di una moda. Di una comoda moda, perché, come si osserva, un cane non pretende nulla, non ti fa domande, non ti contraddice, non ti critica, non ti impegna culturalmente, non ti manda a quel paese. Basta una ciotola, una carezza, una cacca… e via!
Questo punto di vista tende a diffidare di chi ama morbosamente un cane o un gatto, fino a ritenerli come persone di famiglia, facendone oggetto di coccole e attenzioni che si riserverebbero solo a un figlio. Il donarsi agli animali, secondo questa prospettiva, nasconde troppe volte non tanto la diffidenza e la delusione verso gli umani, quanto l’incapacità ad amare qualcuno della stessa specie, e un’incapacità all’impegno. Capire, amare e gestire un rapporto umano è infinitamente più difficile e faticoso che capire, amare e gestire un bassotto o un siamese. Un cane - viene ribadito - chiede poco, ma agli uomini bisogna darsi totalmente, con un impegno che richiede risorse intellettive, caratteriali, culturali, in un confronto sempre aperto perché ogni volta imprevedibile, sempre sofferto perché segnato da rinunce e ripieghi, puntellato da compromessi e umiltà, trapassato dai pungoli della propria coscienza e dai tremiti della propria anima.
Le 4 mamme umane che stanno allevando una coppia di cuccioli di orso polare abbandonati alla nascita
Questo progressivo distacco dell’uomo dall’uomo a favore degli animali viene percepito come un sintomo di disagio sociale. La società moderna si è attrezzata per accogliere questa tendenza, con animali sulle spiagge, nei bar, negli alberghi, ovunque, a volte senza rispetto alcuno per il decoro, per la salute del prossimo e i sussulti di chi ne ha paura e non ne ha dimestichezza. C'è chi lamenta che ci impongono di trattarli come esseri umani, pur potendo essere d'accordo che sia molto più indignante vedere esseri umani spesso trattati come bestie. A questo punto, l'espressione “vita da umani” sarebbe molto più calzante del compassionevole “vita da cani”.
Giuseppe L. Mantegazza aggiunge un'ulteriore preoccupazione, osservando che l’Italia, vista da fuori, pare avvolta in una cappa di depressione, rabbia, svilimento, e gli italiani paiono risucchiati in un vortice di sfiducia e di rancore. In questo contesto, dove la terra non trema è la demografia che crolla, e al posto dei bambini si comprano cani, a cui vengono assegnati nomi umani, e gli amici dei padroni vanno a complimentarsi, portano doni di benvenuto. Manca solo il fiocco azzurro o rosa fuori dalla porta. Questa visione dipinge un inesorabile declino italiano ed europeo, dove la crescita, non solo quella economica, è pari a zero, o meglio dove la decrescita (infelice) pare inarrestabile. Non solo decrescita economica, ma anche demografica, valoriale, spirituale, culturale. Si tratta, secondo questa interpretazione, di una crisi antropologica quella delle società europee, dove l’Europa, o la salvano i migranti (con tutto il rischio che ciò comporta), oppure muore.
Flora Bresciani si inserisce nel dibattito con una riflessione che mescola dolcezza e amarezza, ricordando come per allenare la memoria si diletti ogni tanto a esercitarla con “La Settimana Enigmistica” e in una specifica occasione, risolvendo un anagramma, ha letto il sotteso pensiero di Dante Alighieri: «Tre cose sono rimaste del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini». La sua osservazione è che, se il Sommo Poeta fosse tra noi, probabilmente non menzionerebbe i bimbi perché le nostre culle sono semivuote. Ella nota che in internet tante persone postano fotografie del loro cane al quale hanno fatto vivere gli ultimi giorni della loro vita nel modo più sereno possibile, prima di salutarli per sempre. E vi assicura che ci si commuove nel vedere l’affetto, la sollecitudine, gli sguardi dolcissimi di queste creature con i loro padroni; manca soltanto la parola, ma i gesti e le espressioni dicono tutta la profondità di un rapporto di vita insieme. Racconta la sua esperienza personale con un gatto siamese molto affettuoso, con il medesimo comportamento di un cane, che le veniva vicino quando non stava bene e si avvicinava alla porta quando qualcuno saliva sull’ascensore, riconoscendo la loro presenza in un modo misterioso. Ha pianto molto quando è morto e tuttora sente la sua mancanza, nonostante sia passato molto tempo.
Quella che la stupisce è che la maggioranza di noi si riconosce negli stessi sentimenti, attaccamenti, sensibilità tra l’uomo e l’animale e non li prova o non li considera nei confronti del cucciolo dell’uomo. Si interroga: come è possibile che si rimanga indifferenti ai tanti aborti che ogni giorno si praticano nelle stanze asettiche degli ospedali sorti appositamente per salvare vite il più possibile e per aiutare a far nascere la vita! Constata che sono cresciute le Associazioni dei volontari attenti a controllare i canili, a denunciare coloro che uccidono gli animali, a riunirsi a loro difesa. E si chiede ancora: come è possibile che la lodevole e umana pietà verso gli animali ci abbia trovato d’accordo, ma se qualcuno insorge per difendere il cucciolo dell’uomo non riesce a trovare sostenitori così numerosi e visibili per sorgere in loro difesa? Che cos’è che ci fa chiudere gli occhi su questa tremenda verità? Queste voci esprimono un disagio profondo, un senso di squilibrio nel modo in cui la società moderna distribuisce la propria empatia e le proprie risorse emotive.
L'Amore Inclusivo: Una Prospettiva di Armonia e Rispetto per Tutta la Vita
È vero: ci sono verità con le quali non si può fare a meno di fare i conti. E sono tremende e dolci. E per quanti sforzi si facciano per attutirne la forza, tali restano: dolci e tremende. Una di queste, la più evidente, a volte dolente, ma - davvero entusiasmante e, dunque, “mobilitante” è che la vita merita di essere amata integralmente. E vale, vale sempre, vale più di tutto. Si parla di tutta la vita, la vita di chiunque, di ogni donna e di ogni uomo, di ogni bambino nato o non nato, ma anche di ogni essere che popola la «casa comune» che noi credenti sappiamo esserci stata affidata da Dio e della quale ogni altra persona capace di usare testa e cuore si sente, ugualmente e interamente, responsabile. Niente di ciò che è vivo può essere sprecato, disprezzato, cosificato e annientato con leggerezza o pesante sussiego.
Le diverse riflessioni fin qui presentate, pur diverse tra loro negli accenti e nelle argomentazioni, hanno alla base questa stessa consapevolezza: l'amore per la vita. Le polemiche con l’eccesso di amore per gli animali (Grillo), la sofferenza per la letterale perdita di umanità del nostro Paese in sboom demografico (Mantegazza), e la compassione ferita per l’incapacità di “vedere” sino in fondo la tragedia dell’aborto così spesso travestita da “diritto” (Bresciani), sono tutte espressioni di una preoccupazione profonda per il valore della vita. Queste parole, insieme, in sequenza, appoggiandosi l’una all’altra, si illuminano a vicenda e trovano più utile e stimolante armonia, buona nelle intenzioni e nelle conseguenze.
Aggiungendo una personale considerazione, si può affermare che nessun vero amore, nessuna vera dedizione, nessuna vera tenerezza e vera fedeltà alle quali facciamo spazio nei nostri giorni è eccessiva. Niente di tutto ciò toglie nulla all’amore che più conta, cioè all’amore che dà origine e senso alla vita. Ma lo interpreta, e lo semina. Perché l’amore è uno, e non esclude nessuno. E si continua a sperimentare ciò che è stato insegnato, e cioè che amare gli animali è sempre una cosa molto buona e, in sé, è perfettamente coerente con l’amore cristiano. Essere cresciuto ad Assisi, per così dire da “vicino di casa” di san Francesco e santa Chiara, ha aiutato a maturare questa serena comprensione. E si rende conto che la Laudato si’, enciclica di un Papa che si è dato il nome di Francesco, è ora una spinta formidabile a tradurre questa chiarezza in azione, cioè in uno stile di vita che faccia buona compagnia al mondo e lo “usi”, amando e rispettando ogni forma di vita, a cominciare naturalmente dai nostri fratelli e sorelle in umanità (concittadini e stranieri, figli e migranti, simpatici e scomodi, poveri e ricchi, cristiani e no…).

Credere che sia questa la maniera che ci è data, qui e ora, per accordarci con Dio, cioè letteralmente per far battere il nostro cuore assieme al Suo, significa abbracciare una visione olistica dell'amore. Per questo, si pensa anche che se un amore - qualunque amore: per una persona, un cucciolo, una patria, persino per Dio - sottrae, esclude, mistifica e mortifica, lo si può chiamare nei modi più teneri o vibranti e consacrarlo nelle maniere più solenni e coinvolgenti, ma non è - e non sarà mai - vero amore. Mentre non è, e non può diventare, sbagliato o “di troppo” un amore che genera e accoglie, che si rivela capace di fare più buono e bello lo stare al mondo di tutti: il nostro, del «prossimo» che Cristo ci insegna ad aver caro come noi stessi e di tutti i viventi che, assieme a noi, abitano la «casa comune». In sintesi: il nostro problema non è l’eccesso di amore per creato e semplici creature, ma la mancanza di generosità, di coerenza e di coraggio che ci porta magari a definire, coltivare e condividere una rigorosa e correttissima idea di «umanità», ma a fare fatica ad accogliere e amare le concrete persone che l’umanità costituiscono. Questo accade con chi non ha nulla e bussa alle nostre porte, e accade persino coi figli, sottolineando la sfida di trasformare l'ideale di amore universale in pratica quotidiana.