Dopo la buona notizia di una gravidanza, i genitori si preoccupano anche della salute del bambino. Questa è una preoccupazione naturale e fondamentale, considerando che circa il 3-5% delle gravidanze sono complicate da difetti congeniti o malattie genetiche. Il rischio di mutazioni aumenta con l'età materna, ma anche altri fattori influenzano questo rischio, come la presenza di una storia familiare. La scienza medica ha compiuto passi da gigante nell'offrire diverse opzioni per analizzare la salute del bambino in via di sviluppo e accertarsi che la gravidanza proceda al meglio.
Fino a tempi relativamente recenti, era possibile rilevare queste anomalie solo attraverso indagini diagnostiche invasive come l'amniocentesi o il prelievo dei villi coriali. Tuttavia, il campo della medicina prenatale ha visto un'evoluzione significativa. Lo screening per i difetti congeniti è stato sviluppato negli anni '50 con l'ecografia ed è diventato sempre più importante nell'assistenza ostetrica. Anche l'amniocentesi, la prima opzione di test diagnostico cromosomico prenatale disponibile, è stata descritta per la prima volta negli anni ’50. Più recentemente, sono stati sviluppati test non invasivi, compreso lo screening degli analiti sierici e lo screening del DNA libero fetale, allo scopo di individuare anomalie genetiche durante la gravidanza. Ad oggi, quindi, i test di screening prenatale includono sia test invasivi che non invasivi.

Questo è un tema che da sempre genera dubbi e preoccupazioni per le future mamme: quale test occorre fare? Quando si fa? Essere adeguatamente informati riguardo a tutte le opzioni di test disponibili può permettere di prendere decisioni adeguate per la scelta del test migliore.
Comprendere i Test Prenatali: Screening vs. Diagnosi
Quando si parla di test prenatali in gravidanza, spesso si mettono nello stesso calderone esami molto diversi tra loro: alcuni servono a stimare un rischio (screening), altri servono a confermare o escludere una condizione con maggiore accuratezza (diagnostici). I test di screening prenatale sono studiati per fornire informazioni utili riguardo la salute del futuro bambino. Molte donne scelgono di sottoporsi ai test di screening in gravidanza per essere rassicurate ed escludere che il loro figlio possa essere affetto da determinate anomalie genetiche.
I test non invasivi, come l'ecografia e/o i prelievi di sangue materno, sono test di screening. Pur essendo sicuri al 100% per il feto oltre che per la donna, forniscono solo una stima del rischio della presenza di alcune anomalie cromosomiche. Per questo sono considerati test di screening, cioè in grado di identificare un possibile rischio di malattia. Un risultato “anomalo” non dice “c’è sicuramente un problema”, ma aumenta il sospetto di una possibile anomalia. Tutti gli esami di screening non invasivi si valutano in relazione alla loro capacità di scoprire una certa patologia (che non sarà mai del 100%) e sono gravati da percentuali di falsi positivi e falsi negativi, proprio in relazione alla loro natura statistica. La percentuale di falsi negativi è ancora più bassa, ma la negatività del test non può comunque dare la certezza che tale risultato corrisponda alla realtà. Un punto pratico, spesso sottovalutato, è che un falso positivo (test anomalo ma feto senza anomalia) può spingere verso esami invasivi che hanno un loro rischio.
I test invasivi, invece, sono diagnostici, cioè permettono di identificare effettivamente la presenza di anomalie del DNA. Sono gli unici in grado di fare una diagnosi delle anomalie cromosomiche, cioè delle patologie che interessano il numero e la forma dei cromosomi nel feto. I test diagnostici sono in grado di fornire informazioni estremamente accurate riguardo la presenza o l’assenza di patologie cromosomiche in gravidanza, ma sono anche associati ad un rischio di aborto. Quando serve esaminare direttamente materiale fetale per anomalie genetiche/cromosomiche si ricorre a procedure invasive.
In generale, il percorso più comune prevede prima test non invasivi (ecografia e/o esami del sangue materno). Se i risultati sono anomali, la gestante può decidere se sottoporsi o meno a esami invasivi. Alcune donne scelgono di sottoporsi a test diagnostici piuttosto che a test di screening, mentre altre usano le informazioni risultanti dallo screening per decidere se effettuare o meno le successive procedure diagnostiche.
Screening Prenatale Non Invasivo (NIPS): L'Approccio Moderno
Gli esami prenatali non invasivi sono stati sviluppati per cercare di identificare certe anomalie in un feto senza comportare alcun rischio per il feto o la gravidanza. Comprendono uno o più dei seguenti: esami del sangue (usando il sangue della madre) per il DNA fetale, esami del sangue (usando il sangue della madre) per alcune sostanze (chiamate marcatori sierici) e l'ecografia per misurare una specifica parte del feto.
Il Test del DNA Fetale (NIPT): Meccanismo, Vantaggi e Limiti
Oggi, un semplice esame del sangue materno può rilevare anomalie cromosomiche nel feto, la più nota delle quali è la sindrome di Down. Il Test del DNA fetale, noto anche come test di screening prenatale non invasivo (NIPT), è una tecnica di diagnosi prenatale più recente e avanzata. Si tratta di un test di screening che viene eseguito a partire dalla 10a settimana di gravidanza mediante un esame del sangue materno. Consiste nell’analisi del DNA libero (cfDNA) nel sangue della madre. Questo test si basa sulla raccolta di campioni di sangue materno per analizzare il DNA del feto, che si trova in forma libera nel flusso sanguigno della madre, presente in minuscole quantità. Il test viene eseguito mediante un semplice prelievo di sangue materno senza comportare alcun rischio per la salute del feto. I risultati del Test sono disponibili entro pochi giorni dalla data del prelievo.
Prenatal Next | Il test del DNA fetale spiegato dal genetista
La sua affidabilità è superiore al 97%. In termini di precisione, il Test del DNA fetale è generalmente considerato molto affidabile, con una sensibilità superiore al 99% per la rilevazione delle trisomie 21, 18 e 13. L’altissimo grado di affidabilità del Test Prenatale riduce sensibilmente la possibilità di essere inutilmente sottoposte a rischio di indagini diagnostiche invasive (amniocentesi e villocentesi). Il Test del DNA fetale è particolarmente raccomandato per le donne a rischio di avere un bambino con trisomia, soprattutto se hanno superato la soglia dei 35 anni o se hanno una storia familiare di anomalie cromosomiche. Inoltre, il test del DNA fetale è in grado di individuare anche anomalie ex-novo, che compaiono anche senza una familiarità.
Tuttavia, è importante notare che il Test del DNA fetale non fornisce una diagnosi definitiva, ma piuttosto una valutazione del rischio. In caso di risultati positivi, è spesso necessario confermare il test con un’ulteriore procedura, come l’amniocentesi, per ottenere una diagnosi definitiva. Il rischio di falsi positivi, cioè che il test indichi la presenza di un'anomalia cromosomica quando in realtà non è così, è dello 0,1%. Attualmente, il NIPT è considerato un test di elezione nelle gravidanze a basso rischio, ad esempio in donne sotto i 35 anni senza fattori di rischio noti. L’indagine viene eseguita utilizzando la NGS, Next Generation Sequencing, tecnologia di biologia molecolare di ultima generazione. L’Emilia Romagna è stata la prima regione italiana a offrire alle donne incinte il «Nipt» (test per l’analisi del Dna fetale).
Prodotti NIPT Specifici e Funzionalità Avanzate
I pannelli NIPT sul mercato possono essere molto diversi: esistono test con approccio genome wide (assetto cromosomico completo) e test targettizzati (focalizzati su trisomie comuni come 13/18/21 e cromosomi sessuali). L'analisi del DNA libero fetale consente di identificare un numero limitato di condizioni causate da anomalie cromosomiche di grandi dimensioni, come ad esempio la presenza di un cromosoma soprannumerario (come avviene nel caso della trisomia 21, o Sindrome di Down), l'acquisizione o la perdita di copie intere di cromosomi, la presenza e il numero dei cromosomi sessuali X e Y (che indicano il sesso del feto).
Alcuni test NIPT offrono livelli di approfondimento superiori. Ad esempio, il Vera +Plus consente l’analisi delle alterazioni a carico di tutti i cromosomi del feto, rappresentando un ulteriore livello di approfondimento. Il pannello delle microdelezioni, inoltre, rappresenta un ulteriore approfondimento diagnostico che può essere aggiunto al Vera Prenatal Test e al +Vera Plus, e permette di rilevare 10 sindromi causate da microdelezioni con una risoluzione fino a 3,5 Mb.
Un esempio di tali test avanzati è il TRIO Prenatal Diagnosis, descritto come un'innovativa procedura di diagnosi in grado di rilevare fino a 8.000 malattie genetiche conosciute. Il TRIO è progettato per fornire una diagnosi precoce e precisa delle condizioni genetiche del bambino, utilizzando tecniche all’avanguardia, tra cui la mappa cromosomica completa e la Next Generation Sequencing (NGS), sia sui villi coriali che sul liquido amniotico, oltre a test sui genitori. Questo approccio permette di identificare mutazioni patogenetiche associate a sindromi complesse. Per un’analisi più dettagliata, sono impiegate anche tecniche come la Multiple Ligand Polymorphism Assay (MLPA) e la PCR Sequencing.
Altri Metodi Non Invasivi: Ecografia e Marcatori Sierici Materni
L’ecografia viene eseguita comunemente come esame di routine durante la gravidanza. Non comporta rischi noti né per la donna né per il feto e consente di: verificare se il feto è vivo, stabilire se è presente più di un feto, confermare l’età del feto (età gestazionale) e localizzare la placenta. Nel secondo trimestre, permette di identificare alcuni difetti congeniti strutturali evidenti, compresi quelli del cervello, del midollo spinale, del cuore, dei reni, dello stomaco, della parete addominale e delle ossa, alcuni dei quali possono indicare un rischio aumentato di anomalie cromosomiche nel feto.
Se la gestante ottiene risultati anomali in un esame del sangue prenatale o ha un’anamnesi familiare di difetti congeniti (come difetti congeniti cardiaci o labbro leporino e palatoschisi), si può utilizzare l’ecografia per valutare il feto. Tuttavia, l’ottenimento di risultati normali non garantisce che il feto non presenti anomalie, perché non tutte le anomalie possono essere identificate. Sono comunque possibili alcune patologie, come i difetti del tubo neurale. I risultati dell’ecografia possono suggerire anomalie cromosomiche nel feto, mentre l’ecografia non è in grado di identificare il problema specifico; in tal caso si raccomanda l’amniocentesi.

L’ecografia mirata mediante strumenti ad alta risoluzione può essere disponibile presso alcuni centri specializzati. Offre maggiori informazioni e può essere più accurata rispetto a un’ecografia normale, in particolare per piccoli difetti congeniti. Questo tipo di ecografia, durante il secondo trimestre, è inteso a identificare certi difetti congeniti strutturali che indicano un maggior rischio di anomalie cromosomiche e consente di individuare certe alterazioni in organi che non influiscono sulla funzione ma possono essere indice di maggior rischio di anomalie cromosomiche. Tuttavia, risultati normali non garantiscono l’assenza di un rischio di tali malattie.
L’ecografia rientra nei test non invasivi, insieme alle analisi biochimiche del sangue materno (test combinato, tri test, test integrato). Gli esami del sangue materno per i marcatori sierici possono ricercare anomalie cromosomiche, difetti del tubo neurale o entrambi. I marcatori più importanti sono: Alfafetoproteina (una proteina prodotta dal feto); Proteina plasmatica A associata alla gravidanza (PAPP-A), prodotta dalla placenta; Estriolo (un ormone composto da sostanze prodotte dal feto); Gonadotropina corionica umana (un ormone prodotto dalla placenta); e Inibina A (un ormone prodotto dalla placenta).
Lo screening dei marcatori sierici può prevedere diverse combinazioni di esami. Di solito i marcatori vengono misurati fra la 10ma e la 13ma settimana di gestazione (screening nel primo trimestre). Altri marcatori vengono misurati fra la 16ma e la 18ma settimana di gestazione (screening nel secondo trimestre). Talvolta, l’esame del siero viene eseguito insieme a un esame che misura la translucenza nucale fetale. In questo esame si utilizza l’ecografia per osservare uno spazio pieno di liquido vicino alla parte posteriore del collo del feto.
Il livello di alfa-fetoproteina nel sangue viene generalmente misurato a tutte le donne in gravidanza, se altri esami non includono questo marcatore. Un livello elevato può indicare un rischio aumentato di: neonato con difetto del tubo neurale del cervello (come anencefalia) o del midollo spinale (come spina bifida). Il livello di alfa-fetoproteina può essere elevato anche per altri motivi, tra cui: neonato con difetto congenito della parete addominale; complicanze nelle fasi avanzate della gravidanza, come aborto spontaneo, o un neonato piccolo per l’età gestazionale o morte del feto. Se gli esami del sangue indicano un livello anomalo di alfa-fetoproteina nella donna in gravidanza, si procede con l’ecografia.
Procedure Diagnostiche Invasive: Quando e Perché
Per esaminare direttamente il materiale genetico fetale alla ricerca di anomalie genetiche e cromosomiche è possibile utilizzare varie procedure. Questi test sono invasivi (vale a dire che richiedono l’inserimento di uno strumento nell’organismo) e comportano un leggero rischio per il feto. Le indagini invasive (e diagnostiche) hanno però una percentuale di rischio di circa 0.5-1% di provocare un aborto.
Amniocentesi: Il "Gold Standard" per la Diagnosi Definitiva
L'amniocentesi è uno degli esami che creano più preoccupazioni durante la gravidanza. È una delle metodiche più diffuse per rilevare le anomalie in fase prenatale. Spesso viene proposta alle donne che hanno superato i 35 anni, in quanto maggiormente a rischio di generare un feto con anomalie cromosomiche rispetto alle donne più giovani. Tuttavia, molti medici propongono questo tipo di esame a tutte le donne in gravidanza, e tutte le donne possono richiederlo anche se non presentano fattori di rischio.
Procedura e Tempistiche
L’amniocentesi è una procedura medica che coinvolge il prelievo di una piccola quantità di liquido amniotico intorno al feto, solitamente eseguita tra la 15a e la 20a settimana di gravidanza. Di solito si esegue a partire da 15 settimane di gravidanza. Consiste nell'introdurre un ago sottile nel sacco amniotico attraverso la parete addominale della madre. È un esame ambulatoriale di breve durata che non richiede alcun farmaco.

Prima della procedura si esegue un’ecografia per valutare il battito cardiaco del feto, confermare l’età gestazionale, localizzare la placenta e il liquido amniotico e determinare il numero di feti presenti. L'esame consiste in un'ecografia per localizzare il liquido amniotico e in una puntura dell'addome della paziente attraverso un ago sottile. Grazie all'ecografia, l'ago viene fatto avanzare verso la sacca di liquido amniotico, monitorando sempre il movimento del feto. Si preleva una piccola quantità di liquido a seconda delle analisi da eseguire, di solito 5-10 millilitri, e si rimuove l'ago. Talvolta si esegue un’anestesia locale per addormentare la zona dell’intervento. Durante l’esame, l’ecografia consente di monitorare il feto e posizionare correttamente l’ago. L’amniocentesi può essere eseguita normalmente anche in caso di gravidanza con due o più feti.
Cosa Rileva l'Amniocentesi
L'obiettivo principale è ottenere le cellule fetali che galleggiano nel liquido amniotico per effettuare studi genetici. Questo liquido contiene cellule fetali che possono essere analizzate in laboratorio per rilevare eventuali anomalie cromosomiche o genetiche. Le cellule rilasciate dal feto e contenute nel liquido vengono messe in coltura in laboratorio in modo da poter analizzare i cromosomi. La diagnosi citogenetica dello studio del cariotipo fetale si ottiene dopo circa due-tre settimane dall’amniocentesi.
L’amniocentesi consente inoltre di misurare alfa-fetoproteina nel liquido amniotico e di valutare anche l’eventuale presenza di acetilcolinesterasi. Tale misurazione indica in modo più affidabile la presenza di difetti cerebrali o midollari rispetto a quella del prelievo di sangue materno. Un livello elevato di alfa-fetoproteina o la presenza di acetilcolinesterasi nel liquido amniotico indica un difetto del tubo neurale o un’anomalia in un’altra struttura, come esofago, reni o parete addominale. Nello specifico, un livello elevato di alfafetoproteina unita alla presenza di acetilcolinesterasi nel liquido amniotico indica un alto rischio di un difetto del tubo neurale, come l’anencefalia o la spina bifida.
Rischi e Considerazioni
L'amniocentesi, essendo un metodo invasivo, comporta un piccolo rischio di aborto spontaneo, stimato intorno all’1%. La probabilità di abortire in seguito all’amniocentesi è circa una su 500-1.000 procedure. Raramente l’amniocentesi comporta problemi di qualunque tipo alla madre o al feto. Possono verificarsi le seguenti situazioni: lieve dolore una o due ore dopo l’esame; perdite ematiche o di liquido amniotico dalla vagina nell’1-2% circa delle donne, che tuttavia non durano a lungo e scompaiono senza trattamento; lesioni al feto dovute all’ago, che sono molto rare.
Talvolta il campione di liquido amniotico contiene del sangue fetale, che può aumentare il livello di alfafetoproteina, rendendo difficoltosa l’interpretazione dei risultati. Se la donna è Rh-negativa, al termine della procedura riceve un’immunoglobulina Rho(D) per prevenire la produzione di anticorpi anti fattore Rh. Una donna Rh-negativa può produrre tali anticorpi se il feto è Rh-positivo e il suo sangue viene a contatto con quello della madre (la cosiddetta incompatibilità Rh), come può avvenire durante l’amniocentesi. Questi anticorpi possono causare problemi in un feto con sangue Rh-positivo. La profilassi non è necessaria se anche il padre è Rh-negativo, in quanto anche il sangue del feto sarà Rh-negativo.
Conservazione delle Cellule Staminali dal Liquido Amniotico
Alla luce dei nuovi sviluppi scientifici, è possibile stipulare una sorta di “assicurazione biologica” attraverso la conservazione delle cellule staminali contenute nel liquido amniotico. Una parte del liquido amniotico estratto per consentire la diagnosi prenatale viene criocongelato e conservato ad uso autologo.
Prelievo dei Villi Coriali (Villocentesi)
Il prelievo dei villi coriali, o villocentesi, si esegue nel primo trimestre di gravidanza, tramite l’introduzione di un ago nell’addome materno per prelevare delle cellule dei villi coriali ed esaminarle per la ricerca di eventuali anomalie del DNA. Nel prelievo dei villi coriali, il medico asporta un piccolo frammento di villi, le fini estroflessioni che fanno parte della placenta. Tale procedura può aiutare a diagnosticare alcune patologie fetali, solitamente tra le 10 e le 12 settimane di gravidanza.

Esistono due metodi per questa procedura: nel metodo transcervicale, il medico introduce una sonda sottile e flessibile (catetere) attraverso la vagina e la cervice, fino alla placenta; nel metodo transaddominale, il medico inserisce un ago attraverso la parete addominale fino alla placenta. In entrambi i metodi, un campione di tessuto placentare viene estratto con una siringa ed esaminato. Al contrario dell’amniocentesi, il prelievo dei villi coriali non consente di raccogliere un campione di liquido amniotico, di conseguenza non è possibile effettuare il dosaggio dell’alfafetoproteina in esso contenuta.
Cordocentesi
Un'altra procedura invasiva è la cordocentesi, che si esegue dopo la 16a settimana. Consiste nel prelievo del sangue del feto attraverso i vasi sanguigni del cordone ombelicale.
Il Ruolo della Consulenza Genetica e della Scelta Informata
La decisione di sottoporsi ai test diagnostici dovrebbe, di solito, essere presa in accordo col ginecologo e in seguito alla consulenza con un genetista. Il genetista potrà spiegare non solo i rischi e i risultati, ma anche tutte le conseguenze di una possibile malattia genetica. I futuri genitori devono discutere l’accuratezza del test e gli eventuali rischi con il proprio medico.
È cruciale che i genitori valutino i rischi rispetto ai benefici del sottoporsi a un esame e del sapere se il bambino presenta un’anomalia. Ad esempio, possono considerare se il fatto di non conoscere i risultati dei test possa essere motivo di ansia. Dovrebbero pensare a come utilizzerebbero le informazioni se scoprissero che il loro bambino presenta un’anomalia. Dovrebbero valutare se richiederebbero un aborto. Escludendo tale soluzione, potrebbero considerare se sia ancora il caso di conoscere in anticipo l’eventuale presenza di un’anomalia (ad esempio per prepararsi psicologicamente) o se conoscerla provocherebbe solo angoscia. Per alcune coppie il rischio è superiore al vantaggio derivato dal fatto di venire a conoscenza di un’anomalia cromosomica, per cui i genitori scelgono di non sottoporsi al test.
Quando si considera un test prenatale non invasivo (NIPT) come parte del percorso dei test prenatali in gravidanza, è utile guardare oltre il semplice nome del test e riflettere su alcuni aspetti pratici che possono fare la differenza nella qualità complessiva dell’esperienza e delle informazioni ottenute. Utile, inoltre, fare un accenno alla possibilità di eseguire la ricerca del DNA fetale su sangue materno per identificare malattie metaboliche rare e le più frequenti microdelezioni (anomalie cromosomiche dovute alla perdita di piccoli frammenti cromosomici).
I futuri genitori devono ricordare che i test di screening non sono sempre accurati. Possono non rilevare anomalie oppure indicare la presenza di anomalie inesistenti. Talvolta i futuri genitori decidono di ignorare i test non invasivi e procedere direttamente agli esami genetici prenatali invasivi (come il prelievo dei villi coriali o l’amniocentesi), soprattutto se la coppia presenta un rischio aumentato di avere un figlio con un’anomalia genetica. Se la gravidanza viene ottenuta mediante la fecondazione in vitro, talvolta le patologie genetiche possono essere diagnosticate prima che l’ovulo fecondato venga trasferito dalla coltura all’utero (la cosiddetta diagnosi genetica preimpianto).
Direzioni Future nella Diagnosi Prenatale: L'Analisi dell'Esoma
La maggior parte delle altre patologie genetiche richiedono indagini invasive (che sono anche potenzialmente rischiose per il feto) come l’amniocentesi. Infatti, per molte diagnosi genetiche prenatali è necessario determinare i cambiamenti dei singoli nucleotidi nella sequenza di DNA che codifica per le proteine, nota come "esoma". La ricerca sta esplorando nuove frontiere per superare questa limitazione.
Due studi indipendenti hanno sviluppato tecniche che prevedono l’analisi dell’esoma fetale, sempre attraverso un prelievo di sangue materno. Questa nuova metodologia è in grado di identificare un grande numero di varianti genetiche patogeniche, anche molto piccole, tramite una tecnica di biologia molecolare molto avanzata, detta sequenziamento ad alto rendimento.
In un primo studio, condotto presso il Massachusetts General Hospital, sono state reclutate 51 donne incinte, in cui la nuova tecnica è stata applicata e confrontata con le tecniche di diagnosi prenatale tradizionali. Nel secondo studio, condotto presso la University of Southern Denmark, sono state coinvolte altre 36 donne in gravidanza. In questo caso, i dati sono stati integrati anche con quelli del genoma materno e paterno, in modo da controllare se i genitori fossero portatori di una variante patogenetica potenzialmente trasmissibile alla prole.
Le implicazioni cliniche di questa ricerca sono potenzialmente profonde, in particolare per le gravidanze in cui si sospetta un'anomalia fetale dall'ecografia ed è presente l’indicazione ad un test invasivo, oppure per le anomalie che non è possibile identificare solo attraverso l’ecografia. Questa avanzata capacità diagnostica apre anche nuove prospettive terapeutiche, come nel caso della malattia di Pompe infantile, dove la terapia enzimatica sostitutiva può essere somministrata anche in utero, evitando in questo modo i danni al cuore tipici della malattia.
Considerazioni Chiave per i Futuri Genitori
La salute del bambino è una delle principali preoccupazioni delle future mamme, e le tecniche di diagnosi prenatale, come l’amniocentesi e il Test del DNA fetale, giocano un ruolo cruciale nella gestione di questa preoccupazione. Entrambi i metodi offrono vantaggi e svantaggi, ma il Test del DNA fetale si distingue per la sua precisione elevata e l’assenza di rischi invasivi, fungendo da eccellente strumento di screening. Tuttavia, per una diagnosi definitiva, soprattutto in caso di risultati anomali dello screening o di sospetti elevati, le procedure invasive rimangono essenziali.
La scelta tra amniocentesi o DNA fetale non è semplice e dipenderà dalle specifiche esigenze e preferenze della futura mamma, in collaborazione con il proprio medico e con il supporto di una consulenza genetica approfondita.
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