L'Alba della Vita in Provetta: Lazzaro Spallanzani e la Storia della Fecondazione Artificiale

La storia della scienza è costellata di figure che, con intuizioni apparentemente eretiche per il loro tempo, hanno tracciato sentieri destinati a trasformare radicalmente la nostra comprensione della vita. Tra queste, la figura di Lazzaro Spallanzani (1729-1799) emerge come un pilastro fondamentale, non solo per la biologia del Settecento, ma per le implicazioni etiche, scientifiche e filosofiche che le sue ricerche hanno innescato fino all'epoca contemporanea. Spallanzani, sacerdote e scienziato, originario di Scandiano, si formò presso il seminario dei Gesuiti di Reggio Emilia, quindi nel 1749 si trasferì a Bologna per studiare giurisprudenza. Presso l’Università di Bologna, sotto l’influenza di Laura Bassi Veratti, sua cugina da parte paterna, che vi insegnava fisica e matematica, cominciò tuttavia ad interessarsi alle scienze naturali. Nel 1754 divenne dottore in filosofia e prese gli ordini minori.

Ritratto di Lazzaro Spallanzani, uno dei più grandi sperimentatori del XVIII secolo

Il superamento della generazione spontanea

Spallanzani fu uno dei più grandi sperimentatori del suo tempo. Si occupò prevalentemente di biologia e di indagini microscopiche sul mondo animale e vegetale, ma dimostrò grandi capacità anche in altri campi, quali la chimica, la fisica, la meteorologia, la mineralogia e la vulcanologia. La sua opera resta legata ad esperienze e scoperte di eccezionale importanza, che portarono a negare in primo luogo la generazione spontanea negli infusori. Egli preparò degli infusi e li sterilizzò facendoli bollire per più di un'ora. Alcuni di questi infusi erano contenuti in recipienti di vetro sigillati alla fiamma. Spallanzani notò che in questi contenitori non si verificava crescita batterica (l'infuso non si intorbidiva né era possibile osservare microrganismi al microscopio).

Con questo lavoro, Spallanzani interveniva in uno dei più accesi dibattiti scientifici del tempo: quello tra «epigenisti» e «preformisti». Da un lato vi erano coloro che ritenevano l’essere vivente il risultato di uno sviluppo graduale a partire da una sostanza indefinita e indifferenziata, e dall’altro chi lo riteneva già preformato nel ‘germe’ da cui avrebbe tratto origine nella sua forma matura. Dopo una prima adesione alla dottrina della generazione spontanea, Spallanzani aveva cambiato opinione, incalzato dai risultati sperimentali ottenuti applicando corrette procedure di sterilizzazione.

La nascita della fecondazione artificiale

Tra il 1777 e il 1780, Spallanzani approfondì il problema della riproduzione e fin dal 1777 ottenne la prima fecondazione artificiale, usando uova di rana e rospo. La questione di fondo nelle sue ricerche si riduceva al ruolo dello sperma nella fecondazione e nello sviluppo. Come risolse la questione l’ingegnoso scienziato? Ricamando delle specifiche mutandine (culottes) di taffettà cerato per rane e rospi, per impedire che lo sperma emesso durante l’accoppiamento venisse a contatto con le uova sgravate dalla femmina.

Attraverso le culottes, Spallanzani riuscì sia a raccogliere il seme maschile, sia a impedire allo stesso di entrare in contatto con le uova. Dimostrata la fecondazione artificiale negli anfibi, intraprese l’esperimento su un cane di sesso femminile (barboncino di «mediocre grandezza»), segregata fino al momento dell’estro, a seguito del quale, a mezzo di una siringa, iniettò nell’utero dell’animale il seme di un esemplare maschio della stessa razza. Dopo 62 giorni, la femmina partorì tre cagnolini: tale esperimento, unitamente alla lunga serie condotta su rane e rospi, dimostrò inconfutabilmente il potere generativo del liquido spermatico. Raccolse i risultati dei propri esperimenti in Dissertazioni di fisica animale e vegetale.

Dalla sperimentazione animale all'applicazione umana

La scoperta di Spallanzani ebbe un eco internazionale immediato. I maggiori rappresentanti europei della Repubblica delle Scienze non tardarono a riconoscere come esplosive le implicazioni delle sue ricerche. Da Ginevra, Charles Bonnet scrisse a Spallanzani nel 1781: «Non è detto che la vostra recente scoperta non abbia un giorno nella specie umana applicazioni che noi non osiamo pensare, le cui conseguenze non sarebbero certo lievi».

Già una decina d'anni dopo, il chirurgo inglese John Hunter riuscì a fecondare una donna che non poteva avere figli a causa di un'anomalia genitale del marito, iniettandole il seme di questi con una siringa riscaldata. Fu l'inizio di una pratica che, per tutto il XIX secolo, sollevò questioni non solo cliniche, ma profondamente morali e teologiche. Nell'età della regina Vittoria, rimediare alla sterilità attraverso l'inseminazione artificiale significava investire un pilastro della morale sessuale borghese: l'intimità della coppia nella camera da letto.

Le sfide giuridiche ed etiche nell'Ottocento

La Chiesa cattolica dovette fare i conti in quegli anni con un altro protagonista italiano: il fisiologo milanese Paolo Mantegazza. Un liberale e un darwinista, che nel suo studio Sullo sperma umano (1866) suggerì due idee pioneristiche: il congelamento del seme maschile e la creazione di una banca per la sua conservazione. «Potrà anche darsi che un marito morto sui campi di battaglia possa fecondare sua moglie anche fatto cadavere, e avere dei figli legittimi anche dopo la di lui morte».

Proprio la natura di atto fra tre persone rendeva in fondo la fecondazione artificiale problematica per la legge. Sembrava mettere in discussione i legami di parentela con tutto ciò che ne conseguiva a livello giuridico, sociale ed economico. Se vogliamo, tale intervento obbligava a riflettere su cosa definiva i legami parentali: la biologia, come nella concezione giuridica prevalente in Italia, o la volontà e la cura. La riproduzione artificiale, infatti, modificava alcune certezze consolidate della generazione: il fatto che la riproduzione di un essere umano fosse un atto privato, tra due persone, coniugi per gran parte della storia, e che passasse attraverso la sessualità.

L'intervento della Chiesa e il Sant'Uffizio

La morale cattolica intervenne sin dagli inizi sul tema. Fu nel 1896 che il Sant’Uffizio, la congregazione più importante della chiesa cattolica, intervenne su questa operazione in risposta a un quesito dell’arcivescovo di Parigi. Il Sant’Uffizio adottò una risposta negativa, considerò tale pratica non ammissibile perché contraria alla morale sessuale e perché mutava la natura dell’atto riproduttivo, facendone un evento pubblico, a cui partecipava un terzo, il medico, che si faceva vero garante della riproduzione. Nel 1897, papa Leone XIII ratificò la condanna: Non licere. L'inseminazione artificiale era contraria al diritto canonico, poiché senza rapporto sessuale non si dava consumazione del matrimonio. Era moralmente disonesta, poiché senza rimediare alla concupiscenza del marito schiudeva la porta all'adulterio della moglie con un donatore.

La modernità e il dibattito contemporaneo

Il dibattito si è protratto fino ai giorni nostri, intrecciandosi con i progressi delle biotecnologie. La fecondazione assistita è oggi una tecnica diffusa e rispetto alla quale si sta lentamente dipanando la fitta nebbia del tabù dell’infertilità. Tuttavia, la questione rimane complessa. L'approvazione della legge 40 nel 2004, segnata da una rigidità ideologica che non aveva pari a livello internazionale, ha determinato innanzitutto lo sviluppo di quello che è stato chiamato turismo procreativo: migliaia di coppie si sono viste obbligate a cercare all’estero, a pagamento, quello che in Italia era improvvisamente diventato reato.

Schema illustrativo della fecondazione artificiale e del processo di inseminazione

Il confronto tra le diverse posizioni, da chi vede nella tecnica una forma di speranza contro l'infertilità a chi ravvisa il rischio di una deriva prometeica - il tentativo dell'uomo di plasmare la vita come fecero gli alchimisti del Cinquecento cercando di creare l'homunculus - rimane uno dei nodi etici fondamentali della nostra epoca. La diagnosi preimpianto, la selezione degli embrioni, la crioconservazione e la donazione di gameti pongono interrogativi che vanno ben oltre la medicina, toccando la definizione stessa di identità, responsabilità e filiazione. La storia di Lazzaro Spallanzani, partito dalle rane e dai cani per comprendere i segreti della riproduzione, si è così trasformata in una vicenda che interroga le fondamenta della nostra cultura e della nostra concezione di essere umano.

tags: #alchimisti #del #600 #fecondazione #artificiale