Il dibattito sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) negli Stati Uniti è sempre stato un terreno fertile per scontri legali e ideologici, con l'Alabama che si è spesso trovata al centro di questa contesa. Negli anni, lo Stato del Sud ha promulgato alcune delle leggi più restrittive in materia di aborto, spesso in palese contraddizione con i precedenti giudiziari federali. Questa incessante battaglia legislativa e giudiziaria culmina in ricorsi alla Corte Suprema, che hanno avuto e continuano ad avere profonde ramificazioni non solo per le donne dell'Alabama, ma per l'intera nazione. La complessità del panorama giuridico riflette una società profondamente divisa sulla questione, con implicazioni che vanno ben oltre i confini statali, toccando la politica federale, la sanità pubblica e i diritti individuali.
L'Alabama: Avanguardia delle Restrizioni sull'Aborto
Una legge approvata in Alabama ha catapultato l’aborto al centro della campagna elettorale per la Casa Bianca. Il 15 maggio 2019, infatti, è stato approvato in Alabama il disegno di legge HB 314 - Human Life Protection Act che vieta l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in quasi tutti i casi. Secondo il nuovo testo della legge, l’aborto è consentito unicamente in caso di pericolo di vita per la madre. Questa misura di fatto rende illegale nello Stato l’interruzione di gravidanza in ogni stadio, anche nei casi di stupro o incesto. L’unica eccezione possibile è se la madre è in serio pericolo di vita. Il testo, passato dalle due camere dell’Assemblea legislativa statale, prevede anche fino a 99 anni di carcere per i medici che praticano l’aborto.
Il provvedimento, per il quale all'epoca mancava solo la firma della governatrice, la repubblicana Kay Ivey, che era attesa, si poneva in palese contraddizione con il precedente creato dalla sentenza “Roe contro Wade” con la quale la Corte Suprema Usa nel 1973 ha legalizzato l’interruzione di gravidanza a livello federale. I gruppi di attivisti “pro-choice”, cioè sostenitori dei diritti riproduttivi delle donne, avevano detto che avrebbero contestato la legge in tribunale ritenendola incostituzionale. È prevedibile che il destino della misura venisse deciso dai nove magistrati costituzionali degli Stati Uniti, davanti ai quali potevano comparire questa come molte altre delle leggi per la protezione della vita passate di recente a livello statale.I candidati democratici alla presidenza hanno subito alzato le barricate. Kamala Harris ha dichiarato la legge dell’Alabama «scandalosa». «Orripilante» è stata l’opinione di Alexandra Ocasio-Cortez, la deputata leader dell’ala liberal del partito democratico.

La Cronologia Legislativa e Giudiziaria in Alabama
La storia delle restrizioni sull'aborto in Alabama è lunga e costellata di interventi legislativi e giudiziari che ne hanno plasmato il panorama attuale.
Nel febbraio 2013, il Senato e la House of Representatives dell'Alabama hanno approvato l'House Bill 57 - Women's Health and Safety Act, che stabiliva regole restrittive per le cliniche dove è possibile abortire. L’atto imponeva inoltre che ad ogni intervento di aborto fosse presente un medico accreditato dallo Stato. L'atto è stato firmato dal Governatore in data 9 aprile 2013. Tuttavia, il 25 marzo 2016, la US District Court for the Middle District of Alabama ha dichiarato incostituzionale la legge HB 57 perché essa poneva un requisito impossibile da soddisfare per i medici.
Nel maggio 2016, sono stati approvati due progetti di legge (SB 205 e SB 363) che imponevano significativi limiti all’IVG. Il primo vietava il rilascio o il rinnovo delle licenze alle cliniche abortive in prossimità delle scuole; il secondo vietava gli aborti cosiddetti "dilation & evacuation". Tuttavia, nell'agosto 2018, una Corte di Appello Federale ha dichiarato incostituzionale la legge statale che vietava gli aborti "dilation & evacuation". Secondo la corte, vietare le pratiche di "dilation & evacuation" come pratiche di late-term abortion avrebbe potuto determinare un rischio per la salute della madre.
Sempre nel novembre 2018, è stato approvato tramite referendum un emendamento alla Costituzione statale che riconosceva il diritto alla vita ai futuri nascituri, che ribadiva che lo stato dell’Alabama non protegge un “right of abortion” e che lo Stato non è tenuto al finanziamento dell’aborto, stabilendo che "it is the public policy of this state to recognize and support the sanctity of unborn life and the rights of unborn children, most importantly the right to life in all manners and measures appropriate and lawful; and to provide that the constitution of this state does not protect the right to abortion or require the funding of abortion”.
Il 15 maggio 2019, come menzionato, è stato approvato l'HB 314 - Human Life Protection Act. Il 29 ottobre 2019 il giudice distrettuale Myron Herbert Thompson aveva disposto una preliminary injunction che sospendeva l'entrata in vigore della legge in attesa della pronuncia della US District Court. Tuttavia, dopo l’overturn di Roe v. Wade il 24 giugno 2022, il giudice Thompson ha dovuto revocare l’ingiunzione, e la legge è divenuta pienamente efficace.
Un ulteriore sviluppo significativo si è avuto il 16 febbraio 2024, quando la Corte Suprema dell’Alabama, con la sentenza LaPage et al v. The Center for Reproductive Medicine, ha stabilito che gli embrioni crioconservati nello Stato sono da considerarsi “minor children” ai fini dell’applicazione del Wrongful Death of Minor Act (§ 6-5-391) del 2022. L’atto consente ai genitori di un bambino minorenne deceduto di intentare una causa per ottenere danni punitivi quando la morte è causata da un atto illecito, da un'omissione o da una negligenza di qualsiasi persona. Questa decisione ha aperto nuove frontiere nel dibattito sulla personalità giuridica dell'embrione e le sue implicazioni legali.Il 3 aprile 2025, con la sentenza Yellowhammer Fund v. ALASKA (il testo fornito si interrompe qui), si è avuto un altro sviluppo giudiziario, suggerendo la continua evoluzione del quadro legale in materia.

Il Rovesciamento di Roe v. Wade e le Sue Conseguenze Nazionali
Dal 1973 una delle faglie che divide più profondamente la società statunitense è il dibattito relativo al riconoscimento del diritto delle donne ad abortire. Con la decisione di quell’anno nel caso Roe v. Wade la Corte Suprema riconosceva, con alcuni limiti, il diritto all’aborto sulla base del quattordicesimo emendamento alla Costituzione federale. La storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America “Roe v. Wade” aveva stabilito un principio generale valido su tutto il territorio della nazione. Nella sentenza del 1973 si discuteva la causa di Jane Roe (nome di fantasia ai fini di tutela privacy) contro lo Stato del Texas nelle vesti del suo Procuratore Distrettuale, Henry Wade. La donna, protagonista del caso, aveva vissuto un’infanzia difficile, era sposata sin dalla giovane età con un uomo violento, dal quale aveva avuto due figli e nel mentre era in corso una terza gravidanza; oltre a ciò, abusava regolarmente di sostanze stupefacenti e versava in gravi condizioni economiche. In data 22 gennaio 1973 la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, con sette voti a favore e due contrari, si espresse a vantaggio della donna, accogliendo la sua domanda di riconoscimento ad interrompere la gravidanza. Tale decisione giudiziaria ha rappresentato uno spartiacque fondamentale nella culture war statunitense e negli anni ha portato a numerose mobilitazioni e iniziative volte a ribaltare tale pronuncia da parte dei movimenti pro life. Tuttavia, nonostante alcune decisioni successive abbiano contribuito a delimitare ulteriormente i confini giuridici del diritto all’aborto, Roe v. Wade ha retto.
All’incirca quattro anni prima del suo rovesciamento, più precisamente nel marzo del 2018, lo Stato del Mississippi, su proposta del Governatore Phil Bryant, aveva deciso di approvare una nuova legge sul diritto all’aborto molto più limitativa di quanto indicato nella sentenza del 1973 della Corte Suprema. Nella legge in discussione, la pratica dell’aborto era espressamente vietata dopo le 15 settimane di gravidanza ad eccezione di emergenze mediche per la paziente o per malformazioni fetali incompatibili con la vita al di fuori del grembo materno. Questa legge è stata al centro del caso “Dobbs v. Jackson Women's Health Organization”.
Il 24 giugno 2022, la Corte Suprema americana ha messo fine alle garanzie costituzionali per l’aborto che erano in vigore da quasi 50 anni, una controversa decisione presa dalla maggioranza conservatrice dell’Alta corte. «La Costituzione non conferisce il diritto all’aborto», recita la sentenza shock. La decisione è stata presa con una maggioranza di 6 contro 3 nel caso “Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization”, in cui i giudici hanno confermato la legge del Mississippi che proibisce l’interruzione di gravidanza dopo 15 settimane. A fare ricorso era stata l’unica clinica rimasta nello Stato ad offrire l’aborto. «L’aborto presenta una profonda questione morale. La costituzione non proibisce ai cittadini di ciascuno stato di regolare o proibire l’aborto», scrivono i giudici. Con sei voti favorevoli e tre contrari, quest’ultima concluse ritenendo non compreso nella Carta Costituzionale il diritto alle donne ad abortire non riconoscendo come sussistente il diritto a quella libertà individuale denominata come “privacy” come motivato dalle precedenti pronunce.
Di fatto la situazione giuridica è ritornata oggi a quella antecedente alla sentenza Roe v. Wade del 1973. Il diritto delle donne ad interrompere la gravidanza non è presente nella Carta Costituzionale statunitense. L’interpretazione della Suprema Corte che discusse il caso di Roe v. Wade nel 2022 ha anche analizzato il sentire popolare e la tradizione americana e ha fatto presente che fino agli anni 70 erano i cittadini attraverso i loro rappresentanti democraticamente eletti per ciascun stato a decidere su come legiferare sull’interruzione di gravidanza, non essendo quest’ultimo strettamente “radicato nella storia e nella tradizione americana” (“The Court finds that the right to abortion is not deeply rooted in the Nation’s history and tradition”).
ROE V WADE - Sull'ABORTO, la Corte Suprema U.S.A. RIPORTA l'orologio dei diritti INDIETRO di 50 anni
In 26 Stati sarebbero scattate leggi restrittive. Una bozza trapelata nelle scorse settimane (redatta dal giudice Samuel Alito, risalente a febbraio e confermata poi come autentica dalla corte) aveva indicato che la maggioranza dei ‘saggi’ erano favorevoli a ribaltare la Roe v. Wade, suscitando vaste polemiche e proteste negli Usa. Su 50 Stati, 26 (tra cui Texas e Oklahoma) hanno leggi più restrittive in materia. Nove hanno dei limiti sull’aborto che precedono la sentenza “Roe v. Wade”, e che non sono ancora stati applicati ma che ora potrebbero diventare effettivi, mentre 13 hanno dei cosiddetti “divieti dormienti” che dovrebbero entrare in vigore entro 30 giorni (le cosiddette trigger laws) eccetto nei casi in cui la vita della madre è in pericolo. I 13 Stati sono: Arkansas, Idaho, Kentcky, Louisiana, Mississippi, Missouri, North Dakota, Oklahoma, South Dakota, Tennessee, Texas, Utah, Wyoming.
In Missouri e Texas il divieto è scattato subito. Il Missouri ha subito rivendicato di essere il primo Stato ad aver vietato l’aborto dopo la sentenza, seguito a ruota dal Texas. Il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha sottolineato che le strutture che offrono le interruzioni di gravidanza possono essere considerate «responsabili penalmente a partire da oggi».
Il Dibattito Federale e le Leggi al Congresso
Parallelamente alle vicende statali, il Congresso degli Stati Uniti è stato teatro di numerosi tentativi di legiferare sull'aborto, riflettendo le profonde divisioni politiche.
Il 18 giugno 2013, la US House of Representatives ha approvato un disegno di legge (HR 1797 - Pain-Capable Unborn Child Protection Act) che avrebbe proibito l’aborto dopo la ventesima settimana, fatta eccezione per i casi in cui l’interruzione di gravidanza fosse necessaria per salvare la vita della gestante (“not including psychological or emotional conditions”). In una nota la Casa Bianca ha manifestato un parere negativo nei confronti della proposta di modifica al codice penale: “if the President were presented with this legislation, his senior advisors would recommend that he veto this bill”. Il 13 maggio 2015, una proposta di legge molto simile, che avrebbe limitato la gran parte delle interruzioni di gravidanze dopo la ventesima settimana, è stata approvata dalla US House of Representatives. Il disegno di legge HR36 - Pain-Capable Unborn Child Protection Act si basava sul presupposto che il feto fosse in grado di percepire dolore durante la procedura abortiva dopo tale momento della gravidanza. Il testo era stato ricevuto dal Senato e ha atteso invano revisione da parte della US Senate Committee on the Judiciary.
Il 5 febbraio 2019, è stato sottoposto alla valutazione della House Committee on the Judiciary la proposta di legge HR962 - Born-Alive Abortion Survivors Protection Act. Con questo disegno di legge si intendeva emendare il federal criminal code imponendo ad ogni operatore sanitario “when a child is born alive following an abortion or attempted abortion” di esercitare “the same degree of care as reasonably provided to any other child born alive at the same gestational age, and ensure that such child is immediately admitted to a hospital”. La legge federale definisce born alive: “the complete expulsion or extraction from his or her mother, at any stage of development, who after such expulsion or extraction breathes or has a beating heart, pulsation of the umbilical cord, or definite movement of voluntary muscles, regardless of whether the umbilical cord has been cut.”
In contrasto con queste misure restrittive, il 3 marzo 2023, il 118esimo Congresso ha approvato il Women’s Health Protection Act, che garantisce a livello federale l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. La legge proibisce agli Stati di imporre restrizioni che possano mettere a rischio l’accesso alla procedura dell’aborto sia negli stati iniziali della gravidanza che nelle fasi finali (nei casi in cui sia a rischio la vita o la salute della madre), oltre a proteggere la libertà di movimento e circolazione tra Stati per poter ottenere l’interruzione volontaria di gravidanza. Essa prevale su ogni legge federale confliggente che ponga limitazioni ingiustificate al diritto di abortire.

La Contesa sui Farmaci Abortivi e le Politiche Federali
Una parte significativa della battaglia per i diritti riproduttivi si è concentrata sui farmaci abortivi, in particolare il Mifepristone, e sulle politiche delle amministrazioni federali.
Il 13 dicembre 2023, la Corte Suprema ha accettato la richiesta del Department of Justice di revisionare la decisione presa il 16 agosto 2023 dalla Court of Appeals of the Fifth Circuit. Questa decisione aveva ripristinato alcune significative restrizioni riguardanti l’accesso al Mifepristone, uno dei due principi attivi necessari per l’aborto farmacologico. La Food & Drug Administration (FDA) aveva originariamente approvato la vendita del Mifepristone, assieme al Misoprostol, nel 2000. La decisione del Fifth Circuit di limitare l’accesso al farmaco ne avrebbe vietato l’ottenimento tramite posta o la sua prescrizione mediante servizi di telemedicine. Le argomentazioni orali davanti alla Corte Suprema si sono tenute il 26 marzo 2024.
Il 13 giugno 2024, la Corte Suprema si è espressa nel caso Food and Drugs Administration v. Alliance for Hippocratic Medicine, negando la richiesta dei querelanti di rimuovere dal mercato il Mifepristone. La Corte non si è espressa nel merito della questione ma ha rilevato come il gruppo di medici e associazioni anti-abortiste che avevano intentato il giudizio mancassero di legittimità ad agire.
Le azioni dell'amministrazione Trump hanno avuto un impatto significativo sul panorama della salute riproduttiva. Il 4 luglio 2025, il presidente Trump ha firmato la legge One Big Beautiful Bill Act (OBBBA), che ha eliminato la copertura sanitaria per almeno 10 milioni di persone. La legge ha tagliato i fondi a fornitori di servizi essenziali come Maine Family Planning (MFP) e Planned Parenthood (PP), aggiungendo 52 milioni di dollari al deficit del bilancio federale. La legge ha aggiunto anche requisiti lavorativi obbligatori e ha tagliato i bilanci statali per l'assistenza sanitaria riproduttiva, prendendo di mira gli stati che avevano ampliato la copertura Medicaid.
Il 5 settembre 2025, il Center for Reproductive Rights ha citato in giudizio l'amministrazione Trump per aver nascosto informazioni relative alla sua decisione di rivalutare la regolamentazione del mifepristone. La FDA avrebbe preso in considerazione una nuova valutazione del farmaco sulla base di un report del gruppo anti-aborto Ethics and Public Policy Center (EPPC) che non forniva alcuna fonte per i propri dati, non era stato sottoposto a revisione paritaria ed era stato redatto da persone prive di competenze mediche o scientifiche. Infine, il 18 dicembre 2025, l'amministrazione Trump ha confermato che non avrebbe più fornito assistenza sanitaria per l'aborto ai veterani che usufruivano dell'assistenza sanitaria del Dipartimento degli Affari dei Veterani (VA), nemmeno in caso di stupro, incesto o per salvare la salute della persona incinta.

Il Panorama Giuridico e Sociale in Altri Stati Chiave
La situazione in Alabama, sebbene emblematica, non è isolata. Molti altri stati hanno intrapreso percorsi legislativi simili o hanno visto le loro leggi sull'aborto essere sfidate in tribunale, creando un mosaico complesso di diritti riproduttivi negli Stati Uniti.
Arizona
In Arizona, il 12 aprile 2012, il Governatore dello Stato ha firmato un atto legislativo approvato dalla House of Representatives (HB 2036 - Mother’s Health and Safety Act) che proibiva l'aborto dopo la ventesima settimana, salvo in caso di urgenza medica. Erano inoltre previste ulteriori restrizioni, ad esempio l'obbligo per la donna di sottoporsi a un'ecografia 24 ore prima dell'interruzione di gravidanza e il divieto per i medici di prescrivere farmaci abortivi dopo la settima settimana. Tuttavia, il 21 maggio 2013, la Court of Appeals for the Ninth Circuit ha dichiarato incostituzionale HB 2036 per la violazione dei diritti della donna. La sentenza Isaacson v. Horne ha basato la decisione di incostituzionalità sul bilanciamento tra la viability del feto e il diritto della donna all'autodeterminazione nelle scelte sulla propria salute: “Arizona’s twenty-week law deprives women of the right to choose abortion at all after twenty weeks gestation”. Inoltre, “the state may not … impose an undue burden on her [the mother's] choice through regulation. Allowing a physician to decide if abortion is medically necessary is not the same as allowing a woman to decide whether to carry her own pregnancy to term”. Il 13 gennaio 2014, la US Supreme Court ha rifiutato di pronunciarsi sul caso Isaacson v Horne, in cui la Ninth Circuit Court aveva dichiarato l’incostituzionalità di HB 2036 nel maggio 2013. La decisione della Ninth Circuit Court è diventata irrevocabile e HB 2036 è rimasto unenforceable.
Un altro fronte legale si è aperto il 30 maggio 2013, quando l’American Civil Liberties Union dell’Arizona ha presentato un ricorso richiedendo la dichiarazione di incostituzionalità della legge HB 2443, introdotta nel 2011 e che puniva i medici che praticavano interventi abortivi nei casi in cui la decisione dei pazienti fosse basata unicamente sulla razza o sul genere del nascituro (“performs an abortion knowing that the abortion is sought based on the sex or race of the child or the race of a parent of that child”). Il 3 ottobre 2013, la US Arizona District Court ha rigettato il ricorso presentato dalla ACLU in merito alla legge HB 2443, sostenendo che i ricorrenti “fail(ed) to identify any personal injury suffered by them as a consequence of the alleged constitutional error”.
Il 22 agosto 2013, la US Court of Appeals for the Ninth Circuit si è pronunciata contro HB 2800. Secondo i giudici, la legge limitava il diritto di scelta dei pazienti, in violazione del Medicaid Statute: “the Arizona law violates this requirement by precluding Medicaid patients from using medical providers concededly qualified to perform family planning services to patients in Arizona generally, solely on the basis that those providers separately perform privately funded, legal abortions”.
Il 30 marzo 2015, il Governatore dello Stato ha firmato una legge (SB 1318) che imponeva alle cliniche abortive di informare le donne della possibilità di interrompere gli effetti dell’aborto farmacologico e che vietava alle donne di sottoscrivere piani sanitari assicurativi a livello federale che includessero la copertura per le interruzioni di gravidanza. Tuttavia, il 17 maggio 2016, dopo che il Center for Reproductive Rights aveva impugnato SB1318, il Governatore dell’Arizona ha firmato una nuova legge che ha abrogato di fatto lo statuto contestato.
Nell'agosto 2017, è stata emanata una nuova legge che imponeva ai medici, nel caso in cui un feto sopravvivesse durante una pratica di IVG, di adoperarsi per promuovere e preservare la vita del feto. Per raggiungere questo scopo la legge richiedeva alle strutture mediche, quando riferivano degli aborti, di comunicare se un feto o un embrione erano stati partoriti vivi durante o immediatamente dopo un tentato aborto e gli sforzi fatti per mantenerli in vita. Il 12 aprile 2018, il Governatore dello Stato ha firmato la legge SB 1394. Questa legge emendava la SB1367 del 2017 disponendo che le richieste di aborto dovessero specificare uno o più motivi tra quelli elencati nella legge che inducevano la paziente ad abortire, le complicazioni mediche derivanti dall'aborto, la specializzazione del medico e il tipo di ricovero della paziente.
Il 30 marzo 2022, è stato approvato il Senate Bill 1164 per vietare l’aborto dopo le prime 15 settimane di gravidanza tranne in alcuni casi di emergenza medica. La normativa precisava di non annullare la legislazione del 1864, che imponeva sostanzialmente un divieto assoluto all’IVG. Al momento della sua approvazione, SB 1164 non poteva essere esecutivo perché contrario ai principi stabiliti in Roe v. Wade. Dopo la deliberazione della sentenza Dobbs, il 19 agosto 2022, l’Attorney General Mark Brnovich ha sostenuto che il near-total abortion ban del 1864 dovesse diventare esecutivo. Davanti alla Pima County Superior Court si è discusso sulla scelta di rendere esecutiva la più restrittiva legge del 1864 o il più recente SB 1164. Quando la Arizona Superior Court ha deciso a favore della prima, il numero di aborti in Arizona è diminuito drasticamente per due settimane, sino a quando l’Arizona Court of Appeals ha bloccato temporaneamente l’esecutività del divieto del 1864. Nel dicembre 2022, l’Arizona Court of Appeals ha rovesciato la sentenza precedente, dichiarando che le due normative non erano in contrasto: il divieto previsto nel 1864 poteva continuare ad essere applicato per i non-physicians mentre i medici dovevano operare rispondendo delle regole disposte nel 2022, secondo la 15-weeks law. Il 23 agosto 2023, l’Arizona Supreme Court ha annunciato che si sarebbe occupata del caso delle leggi confliggenti in materia di aborto.
Alaska
Anche l'Alaska ha visto la sua quota di contenziosi e cambiamenti legislativi. Il 14 aprile 2014, la Camera ha approvato un disegno di legge (SB49) che restringeva i rimborsi di Medicaid per l’interruzione volontaria di gravidanza. Il testo prevedeva alcune situazioni mediche specifiche in presenza delle quali il medico poteva dichiarare che l’aborto era “medically necessary”, nel caso in cui la gravidanza ponesse un serio rischio per la vita o la salute fisica della donna. Gli interventi al di fuori di tale condizione erano esclusi dalla copertura di Medicaid. La proposta è diventata legge il 17 aprile 2014.
Il 23 luglio 2016, la Corte Suprema dell’Alaska ha dichiarato incostituzionale la legge statale (Parental Notification Law del 2010) che imponeva di informare i genitori in caso di aborto di una minore, per violazione della equal protection guarantee. Nel 2022, in Alaska, si è posta agli elettori la questione se fosse necessaria una constitutional convention, un rinvio al voto che avviene automaticamente ogni dieci anni per decidere se emendare la Costituzione. Il governatore Mike Dunleavy, influenzato dalla sentenza Dobbs, aveva manifestato interesse nella possibilità di emendare la Costituzione statale per introdurre una prospettiva pro-life sulla questione dell’aborto.

Riflessioni su Credibilità Giudiziaria e Futuro del Diritto
Sono a tutti note le polemiche che la sentenza della Corte Suprema che ha rovesciato Roe v. Wade ha suscitato. I liberal hanno gridato allo scandalo mentre i movimenti “Pro Life” hanno cantato vittoria. La speaker della Camera negli Usa, la democratica Nancy Pelosi, ha parlato di decisione “crudele e scandalosa” che mette in gioco i diritti delle donne. Mike Pence, vicepresidente sotto la presidenza di Donald Trump, ha affermato: “La vita ha vinto”. Il presidente Joe Biden, intervenuto in serata in conferenza stampa, ha commentato: "La Corte ha portato via un diritto costituzionale". Il capo di Stato ha definito "un tragico errore" ribaltare la sentenza del '73, che è frutto di una "ideologia estrema" dominante nella Corte suprema. La Casa Bianca, ha assicurato, si muove per garantire ampio accesso alla pillola e altri farmaci abortivi.
Da parte sua, la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) - che lo scorso anno si era divisa sul dibattito dell’accesso ai sacramenti per i politici cattolici che promuovessero politiche pro-choice - ha parlato di “un giorno storico nella vita del nostro Paese”. In una lunga e articolata dichiarazione firmata dal presidente, l’arcivescovo José H. Gomez di Los Angeles, e l’arcivescovo William E. Lori di Baltimora, presidente della Commissione per le attività a favore della vita dell’Usccb, si legge: “Per quasi cinquant’anni, l’America ha applicato una legge ingiusta che ha permesso ad alcuni di decidere se altri possono vivere o morire; questa politica ha portato alla morte di decine di milioni di nascituri, generazioni a cui è stato negato il diritto di nascere”. “L’America è stata fondata sulla verità che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali, con il diritto, dato da Dio, alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”, sottolinea la nota dei vescovi. “Preghiamo che i nostri funzionari eletti promulghino leggi e politiche che promuovano e proteggano i più vulnerabili tra noi”. Il “primo pensiero”, scrivono ancora Gomez e Lori, è per “i piccoli a cui è stata tolta la vita dal 1973”, ma anche per “tutte le donne e gli uomini che hanno sofferto a causa dell'aborto”: “Come Chiesa, dobbiamo servire coloro che affrontano gravidanze difficili e circondarli di amore”. “Il loro lavoro per la causa della vita riflette tutto ciò che di buono c’è nella nostra democrazia, e il movimento pro-vita merita di essere annoverato tra i grandi movimenti per il cambiamento sociale e i diritti civili della storia della nostra nazione”, scrivono nella nota. E aggiungono: “Ora è il tempo di iniziare il lavoro di costruzione di un’America post-Roe. È il tempo di sanare le ferite e di riparare le divisioni sociali; è il tempo di una riflessione ragionata e di un dialogo civile, e di unirsi per costruire una società e un’economia che sostengano i matrimoni e le famiglie, e in cui ogni donna abbia il sostegno e le risorse di cui ha bisogno per mettere al mondo il proprio figlio con amore”.
Queste stesse parole sono state riportate nel comunicato diffuso in serata dalla Pontificia Accademia per la Vita, in cui si legge: "Il fatto che un grande Paese con una lunga tradizione democratica abbia cambiato la sua posizione su questo tema sfida anche il mondo intero. Non è giusto che il problema venga accantonato senza un'adeguata considerazione complessiva. La protezione e la difesa della vita umana non è una questione che può rimanere confinata all'esercizio dei diritti individuali, ma è invece una questione di ampio significato sociale". Dopo cinquant'anni, secondo l'Accademia vaticana "è importante riaprire un dibattito non ideologico sul posto che la tutela della vita ha in una società civile per chiedersi che tipo di convivenza e di società vogliamo costruire". Nel concreto si tratta di sviluppare "scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche aprioristiche", quindi "assicurare un'adeguata educazione sessuale, garantire un'assistenza sanitaria accessibile a tutti e predisporre misure legislative a tutela della famiglia e della maternità, superando le disuguaglianze esistenti". Al contempo occorre "una solida assistenza alle madri, alle coppie e al nascituro che coinvolga tutta la comunità, favorendo la possibilità per le madri in difficoltà di portare avanti la gravidanza e di affidare il bambino a chi può garantirne la crescita". Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, "di fronte a una società occidentale che sta perdendo la passione per la vita, questo atto è un forte invito a riflettere insieme sul tema serio e urgente della generatività umana e delle condizioni che la rendono possibile; scegliendo la vita, si gioca la nostra responsabilità per il futuro dell'umanità".
In serata sono giunte anche le dichiarazioni dei cardinali Sean O'Malley, arcivescovo di Boston, e Blase Cupich, arcivescovo di Chicago. O'Malley ha parlato di una decisione "profondamente significativa e incoraggiante". "Il nostro continuo impegno nel sostenere la nostra posizione sulla protezione dei bambini non nati è coerente con la nostra difesa di questioni che riguardano la dignità di tutte le persone in tutte le fasi e in tutte le circostanze della vita", ha chiarito il cardinale. "La Chiesa impiega questo principio di coerenza nell'affrontare le questioni razziali, la povertà e i diritti umani in generale. È una posizione che presenta un argomento morale come fondamento per la legge e la politica di protezione della vita umana". Cupich, da parte sua, accogliendo "con favore" la sentenza della Corte Suprema, ha ribadito in uno statement la convinzione della Chiesa cattolica "che ogni vita umana sia sacra, che ogni persona sia fatta a immagine e somiglianza di Dio e che quindi meriti riverenza e protezione". "Questa convinzione è il motivo per cui la Chiesa cattolica è il più grande fornitore di servizi sociali del Paese, molti dei quali mirano a eliminare la povertà sistemica e l'insicurezza sanitaria che intrappolano le famiglie in un ciclo di disperazione e limitano le scelte autentiche". "Questa sentenza - ha aggiunto il porporato - non è la fine di un percorso, ma piuttosto un nuovo inizio. Sottolinea la necessità di comprendere coloro che non sono d'accordo con noi e di inculcare un'etica del dialogo e della cooperazione. Cominciamo con l'esaminare la nostra coscienza nazionale, facendo il punto su quei luoghi oscuri nella nostra società e nei nostri cuori che si rivolgono alla violenza e negano l'umanità dei nostri fratelli e sorelle, e mettiamoci al lavoro per costruire il bene comune scegliendo la vita".
La legge dell’Alabama e degli altri Stati rientra in una strategia del movimento per la vita che vuole riportare il dibattito sull’aborto da dove è partito, vale a dire la storica decisione del 1973 che rese legale l’aborto. Tale scelta ora potrebbe essere rivista dalla maggioranza di giudici tendenzialmente pro-life (con varie sfumature), cinque su nove, che compongono la Corte, e grazie a un presidente come Donald Trump il quale si è detto più volte favorevole a limitare il diritto all’aborto. I sostenitori del divieto di aborto sono convinti - con buone ragioni - che i tribunali di livello più basso avrebbero bocciato la legge dell’Alabama, ma appello dopo appello il piano dei Repubblicani era di far arrivare la questione alla Corte Suprema. Alla base di tale strategia vi era la convinzione che la rinnovata Corte Suprema, oggi a maggioranza fortemente conservatrice, potesse finalmente garantire la vittoria finale alla destra religiosa statunitense.
Da una parte c’è la tradizionale fiducia della destra evangelica nella capacità di trasformazione sociale del potere giudiziario. Si ritiene infatti che, tramite la creazione di controversie giuridiche e la funzione, anche simbolica, della legge, si possa arrivare a recuperare rilevanza sociale per le posizioni pro life. Posizione non scontata, visto che allo stesso tempo alcuni stati a maggioranza progressista come il Vermont si apprestano a far entrare in vigore leggi che riconoscono il diritto fondamentale alla libertà di scelta riproduttiva. A questa dimensione si aggiungeva la fiducia specifica nei due nuovi giudici nominati da Donald Trump: Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh. Eppure proprio Neil Gorsuch durante la sua audizione al Senato, interrogato dal senatore Dick Durbin, aveva affermato di guardare a Roe v. Wade come a un “precedente vincolante”. Brett Kavanaugh nella sua audizione definì la decisione come un “importante precedente”, anche se nel 2003 aveva scritto un documento, poi reso pubblico, in cui definiva la sentenza “ribaltabile”.
La storia ci insegna che raramente il potere giudiziario ha un effetto trasformativo della realtà, ma spesso si limita a seguire quanto la cultura e l’opinione pubblica hanno già elaborato. Un sondaggio del Pew Forum del 2016 aveva rivelato come per un 58 per cento degli americani ci fossero situazioni in cui l’aborto dovrebbe essere garantito e altre in cui dovrebbe essere vietato. Ci attendono quindi mesi di nuove battaglie che potrebbero portare a ulteriori restrizioni (sulla base della pronuncia Casey v. Planned Parenthood of Southeastern Pennsylvania), ma che difficilmente porteranno a un ripensamento totale della Corte sul caso del 1973. Come il presidente della Corte John Roberts sa bene, la fede nel diritto non dipende da una legge di gravità, ma dalla credibilità che questo assume nei confronti dei cittadini.
