Il panorama sanitario italiano, in particolare quello legato all'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), si configura come un terreno complesso, in cui diritti costituzionali e la loro applicazione pratica si scontrano con profonde convinzioni etiche e sociali. In questo contesto, i professionisti sanitari che operano nel campo dell'aborto si trovano ad affrontare un ambiente spesso ostile, che può manifestarsi in varie forme, dall'aggressione verbale e strutturale fino a veri e propri episodi di violenza fisica. La questione dell'obiezione di coscienza è centrale in questa discussione, determinando non solo la disponibilità del servizio ma anche il clima lavorativo per chi sceglie di non obiettare.
Il Diritto all'Obiezione di Coscienza e il Suo Bilanciamento Costituzionale
L'Italia ha depenalizzato l'aborto con la legge 194 del 1978, consentendo l'interruzione volontaria di gravidanza entro il primo trimestre e, in determinate condizioni, anche successivamente. Questa legge, frutto di un lungo dibattito parlamentare, ha introdotto la possibilità per il personale sanitario di avvalersi dell'obiezione di coscienza. Il diritto del medico, dell’anestesista o del personale sanitario a non operare l’interruzione di gravidanza attraverso l’obiezione è garantito dall’articolo 9 della legge 194. Come spiegato da Caterina Botti, docente di filosofia morale ed esperta di bioetica all’università La Sapienza di Roma, «all’epoca si cambiava radicalmente una pratica dei medici ospedalieri pubblici, depenalizzando l’aborto che fino a quel momento era vietato». Per tale motivo, «si inserì questo articolo per permettere di obiettare a quelli che avevano scelto di fare quelle professioni prima dell’introduzione della legge e che avevano delle questioni di tipo morale». Pertanto, «si permetteva quindi ai medici di continuare a esercitare la loro professione pur essendo cambiati i loro doveri».
Il principio dell’obiezione di coscienza è fortemente legato all’impianto della legge 194, che è stata concepita come frutto di grandi compromessi politici. La legge italiana, infatti, concepisce l’aborto non come «pratica di libertà della donna», al pari di altre tradizioni giuridiche, ma come «pratica sanitaria a tutela della salute delle donne». Secondo la legge, ancora oggi, possono interrompere la gravidanza le donne che certificano «circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione o allo stato di salute, o alle condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito». La professoressa Botti sottolinea che l’aborto, secondo la formulazione della legge italiana, non è una scelta della donna, ma «un dovere del medico per tutelare la salute della donna, per questo si permette al personale sanitario di obiettare, di non adempiere cioè a quel dovere per ragioni etiche».
Questa configurazione ha portato a dibattiti continui, specialmente quando si tenta di bilanciare il diritto all'obiezione con l'accesso effettivo al servizio. Un esempio recente di questo scontro è stato l'impugnativa del Governo italiano contro una legge regionale siciliana. Il Consiglio dei Ministri ha impugnato la legge 23 del 5/06/2025 della Regione siciliana che «voleva modificare i criteri di assunzione negli ospedali pubblici, impedendo ai medici obiettori di coscienza di essere assunti». Questa azione è stata salutata favorevolmente da esponenti di Fratelli d’Italia come il senatore e capogruppo in commissione insularità, Raoul Russo, e la capogruppo alla Camera in commissione giustizia, Carolina Varchi. Essi hanno dichiarato che la legge siciliana «violava la Costituzione, non si può negare agli obiettori di partecipare ai concorsi». Hanno inoltre spiegato che «l’obiezione di coscienza rappresenta l’espressione più autentica della libertà personale, religiosa, morale e intellettuale». Per questo motivo, hanno appreso «favorevolmente l’impugnativa da parte del Consiglio dei Ministri della legge che prevedeva l’assunzione negli ospedali pubblici di medici e altro personale non obiettore di coscienza». A loro avviso, «la legge violava l’articolo 117 della Costituzione, che garantisce i principi di uguaglianza, di diritto di obiezione di coscienza, di parità di accesso agli uffici pubblici e in tema di pubblico concorso». Secondo Russo e Varchi, «la legge 194 del ’78 garantisce appieno tutti i diritti in campo ed in Sicilia non vi è alcun problema legato alla sua concreta applicazione», e pertanto, «la legge impugnata da Roma aveva un carattere strumentale». Essi hanno concluso affermando che «noi non siamo contro l’obiezione di coscienza che non è solo una questione di principio ma anche uno strumento concreto di tutela della dignità umana, della pluralità delle coscienze e della convivenza democratica, ma va garantita a tutti la possibilità di partecipare ad un concorso pubblico». Questo episodio evidenzia la tensione costante tra la salvaguardia del diritto individuale all'obiezione e l'assicurazione di un servizio pubblico fondamentale.
L'Obiezione di Coscienza in Italia: Numeri e Impatto sull'Accesso all'IVG
Nonostante l'obbligo per gli ospedali pubblici di garantire l’accesso all’aborto, la realtà sul territorio italiano presenta un quadro complesso e spesso critico a causa dell'elevato numero di medici obiettori. In Italia, infatti, «il diritto [all'aborto] può risultare difficile da esercitare, soprattutto nelle strutture dove è alta la presenza di medici obiettori». Non esistono vincoli specifici che impongano l’assunzione di personale non obiettore, il che contribuisce a perpetuare le difficoltà. L’ultima relazione ministeriale indica che «nel 2022, la quota di ginecologi obiettori di coscienza risulta pari al 60,5%, inferiore rispetto al 63,6% dell’anno precedente, ma ancora elevata e con notevoli differenze tra le Regioni».

La situazione descritta non è isolata. Il rapporto "Mai dati" dell’associazione Luca Coscioni, curato da Chiara Lalli e Sonia Montegiove, chiarisce che la situazione in alcune zone del paese è ancora peggiore di quanto indicano i dati ministeriali, spesso non aggiornati. Secondo questo report, in Italia «sarebbero 72 gli ospedali che hanno tra l’80 e il 100 per cento di obiettori di coscienza tra il personale sanitario; ventidue gli ospedali e quattro i consultori con il 100 per cento di obiettori tra tutto il personale sanitario, 18 gli ospedali con il 100 per cento di ginecologi obiettori e infine 46 le strutture che hanno una percentuale di obiettori superiore all’80 per cento».
Un caso emblematico è l’ospedale civile dell’Annunziata di Cosenza, in Calabria, dove «i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza». Qui, «l’interruzione di gravidanza è possibile solo due volte alla settimana quando è presente il medico “a gettone” che pratica l’ivg». Le attiviste del collettivo cosentino Fem.In hanno evidenziato che, a più di sei mesi dalle dimissioni dell’unico ginecologo non obiettore dell’Annunziata, «il servizio è ancora carente e procede a singhiozzo». Similmente, il Molise emerge come la regione con la più alta percentuale di obiettori, dove «su due strutture ospedaliere in totale, una ha tutti i medici ginecologi obiettori, mentre nell’altra sono obiettori otto medici su dieci». In questa regione, «l’ivg si pratica solo nell’ospedale di Campobasso e l’unico medico non obiettore della regione, Michele Mariano, è stato diverse volte costretto a rimandare la pensione, perché ai concorsi indetti per la sua sostituzione non si presentava nessuno». Seguono la Puglia, dove «su 35 ospedali otto sono con obiezione al 100 per cento», e le Marche, dove «in due strutture ospedaliere (Fermo e Jesi) tutti i medici sono obiettori».
Questa diffusione dell'obiezione di coscienza ha conseguenze dirette e gravi per le donne. «A 45 anni dall’approvazione della legge che ha depenalizzato l’aborto in Italia entro il terzo mese di gravidanza, il tasso di obiezione tra i medici e il personale sanitario è talmente alto da rendere problematica o impraticabile l’interruzione di gravidanza in molte zone del paese». Di conseguenza, «le donne che vogliono ricorrere all’ivg faticano a trovare informazioni, devono aspettare molto tempo per abortire oppure sono costrette a spostarsi in un’altra regione per fare l’operazione». L'associazione Laiga sottolinea che «nonostante la legge 194 del 1978 sia stata adottata ormai 45 anni fa, non è mai stata fornita un’informazione chiara, pubblica e trasparente sulle modalità di accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza e soprattutto sugli ospedali a cui ci si può rivolgere per ricorrere a questo servizio». Questo è particolarmente problematico «dato che l’elevatissimo tasso di obiezione di coscienza lascia le donne in balìa della sorte in un momento in cui bisogna agire in fretta per restare nei limiti gestazionali previsti dalla legge». Purtroppo, «le donne spesso si muovono per sentito dire, si rivolgono a personale obiettore, perdendo tempo prezioso».
Le Cause dell'Obiezione: Dalla Convinzione Morale all'Opportunismo Professionale
Le ragioni che spingono un medico a dichiararsi obiettore di coscienza sono molteplici e complesse, spaziando da profonde convinzioni etiche e religiose a considerazioni di carattere professionale e sociale. Manuela Ferraro, ad esempio, argomenta che «il medico diventa obiettore quando capisce che la procedura che deve eseguire sul paziente non è di cura ma è lesiva in quanto si sopprime una vita umana». Secondo questa visione, «certo non è il capriccio di medici “cattivi” magari ancora fans del patriarcato che vogliono fare un dispetto alla donna, perché vogliono sottrarre un diritto bensì non vogliono aiutare la donna a sopprimere la vita del feto, il loro bambino».
Tuttavia, accanto a queste motivazioni di coscienza, emerge spesso la questione dell'opportunismo professionale. Michele Mariano, l'unico medico non obiettore in Molise, ha osservato che «chi fa aborti non fa carriera: trovatemi un primario che ne faccia». Egli ritiene che «in Italia c’è la chiesa, e finché ci sarà il Vaticano che detta legge il problema ci sarà sempre». Inoltre, aggiunge, «la maggioranza dell’opinione pubblica - e dei colleghi - considera chi pratica l’ivg come qualcuno da mettere da parte, ginecologi di serie b, che fanno qualcosa di brutto». Questa percezione è condivisa da Marina Toschi, ginecologa dell’Aied, per la quale «il problema è soprattutto il giudizio legato all’aborto». Afferma che «la difficoltà di accedere all’aborto in zone come le Marche è legato a diversi fattori, ma in primo luogo allo stigma che ancora circonda i medici che praticano l’ivg». Spesso, «i ginecologi non obiettori si trovano a fare solo aborti, con un carico di lavoro molto alto, senza una remunerazione adeguata e subendo il discredito ancora legato a queste operazioni». Di conseguenza, «molti pensano: chi me lo fa fare?».
Interruzione di gravidanza e obiezione di coscienza (Parte 1) - Rebus - 31/10/2021
Vi è anche una dimensione generazionale. Mario Meroni, primario del reparto di ginecologia dell’ospedale Niguarda di Milano e obiettore di coscienza, sottolinea che «i ginecologi più giovani sono quasi tutti non obiettori, perché culturalmente percepiscono l’interruzione di gravidanza in maniera diversa». Al contrario, «la vecchia guardia ha ragioni di ordine personale, spesso legate a motivazioni etico-religiose». Tuttavia, Meroni stesso, essendo l'unico primario obiettore a Milano, ribatte l'idea che l'obiezione favorisca la carriera, affermando che «al limite è vero il contrario».
La problematica dell'obiezione non si limita ai medici, ma coinvolge anche altre figure professionali sanitarie. Secondo la relazione del ministero della salute presentata nel 2022, «il 64,6 per cento dei ginecologi italiani era obiettore di coscienza nel 2020, un tasso in leggera diminuzione rispetto al 2019, mentre erano obiettori il 44,6 per cento degli anestesisti e il 36,2 per cento del personale non medico». Questo quadro evidenzia come l'obiezione sia un fenomeno diffuso, con Rossana Cirillo, ginecologa, che suggerisce l'esistenza di «forme di obiezione strumentali» oltre a quelle legate alle convinzioni personali. Se si ammette «l’obiezione opportunistica accanto a quella legata alle convinzioni personali, il discorso va allargato e le responsabilità da tecniche diventano politiche».
Un Clima di Ostilità: Le Aggressioni e le Discriminazioni nel Contesto Sanitario
Il contesto in cui operano i medici, e in particolare coloro che svolgono interventi di IVG, è spesso caratterizzato da un clima di ostilità e discriminazione che può sfociare in aggressioni di varia natura. La violenza contro i medici in generale è un fenomeno preoccupante, come evidenziato dall'episodio accaduto all’Azienda Ospedaliera San Giuseppe Moscati, dove «un chirurgo in servizio… è stato aggredito durante una visita ambulatoriale, riportando un trauma cranico, poi refertato in pronto soccorso, rendendo necessario l’intervento delle forze dell’ordine». Carmine Sanseverino, segretario aziendale Anaao Assomed Campania, ha dichiarato che «quello che è accaduto è ingiustificabile: la violenza contro i medici non è un’emergenza episodica, è un indicatore di crisi del sistema». Ha aggiunto che «ogni volta che un professionista viene aggredito non si colpisce solo una persona, si indebolisce un presidio di cura, si incrina il rapporto di fiducia, si allontana un pezzo di sanità pubblica dai cittadini».

Per i medici non obiettori, la situazione è ancora più gravosa. «In Italia essere medici non obiettori significa anche far fronte a situazioni del genere: non poter lavorare o farlo in condizioni di emergenza, anche se di un’emergenza non si tratta». Chi vuole semplicemente fare il proprio dovere, «accettando di aiutare una donna a interrompere una gravidanza, rischia di finire in un girone di minacce e ostacoli sul posto di lavoro che possono andare dal semplice insulto alla vera e propria impossibilità di svolgere la professione». Le vittime di questa realtà non sono solo le donne, «a cui viene negato il diritto all’autodeterminazione», ma anche «i medici e il personale sanitario che prestano loro assistenza, che vengono discriminati, mobbizzati, addirittura denunciati di omicidio».
Loredana Taddei, responsabile Cgil delle politiche di genere, denuncia che «i non obiettori subiscono vessazioni e minacce continue». Ha evidenziato che «nel giro di due anni l’Italia è già stata condannata due volte dall’Europa in tema di aborto, ma le cose non sono ancora cambiate». Il mondo sanitario si confronta con «colleghi che inveiscono contro di loro se magari un’interruzione di gravidanza fissata dopo il 90esimo giorno per una malformazione del feto termina con l’espulsione nel proprio turno, oppure altri che interrompono la terapia piuttosto di prendere in carico un paziente». Agatone, il cui ruolo non è specificato nel testo ma si esprime sulla questione, afferma che «sicuramente gli obiettori hanno vita più facile in Italia - Chi invece sceglie di applicare la legge, magari poi deve spendere tempo e soldi in tribunale per difendersi dalle accuse».
In questo scenario, gli ospedali «non si fanno carico della questione e così ogni aborto può trasformarsi in una guerra intestina in reparto in cui i non obiettori si ritrovano soli». Questo può portare a situazioni estreme, come quella verificatasi in Campania, dove «durante un intervento di aborto l’infermiera si è rifiutata di sterilizzare i ferri invocando l’obiezione di coscienza, anche se di fatto non sarebbe stata lei a praticare materialmente l’interruzione di gravidanza». Per non bloccare tutto, «così il medico per non bloccare tutto, ha dovuto arrangiarsi da solo, lavando lui stesso la strumentazione per potere poi procedere all’operazione».

Tutte queste dinamiche contribuiscono a un processo di regressione culturale più ampio che attraversa il Paese e investe anche il mondo sanitario, come afferma Onotri: «Il clima di ostilità verso i medici, e in particolare verso le donne medico, è preoccupante e non accenna a diminuire».
Le Responsabilità Istituzionali e le Proposte per Garantire il Diritto
Di fronte a un quadro così critico, numerose voci si levano per chiedere un intervento deciso da parte delle istituzioni e una maggiore responsabilità nella gestione dei servizi legati all'IVG. La ginecologa Marina Toschi critica apertamente, affermando che «i veri obiettori sono i direttori sanitari e quelli generali che non applicano la legge e, per esempio, lasciano un ospedale come quello di Fermo senza servizio di ivg». Toschi sottolinea anche una carenza generale di personale sanitario, precisando che «i ginecologi in generale sono pochi e servirebbero più assunzioni di medici non obiettori».
Paolo Rollo, medico obiettore e primario di ginecologia dell’ospedale Cannizzaro di Catania, pur sostenendo il diritto all'obiezione, ritiene che «non ci deve essere nessuno stigma, né sugli obiettori né sui non obiettori». L’importante è che «il servizio sia garantito, questo ci chiede lo stato». Egli afferma che «a prescindere dall’organico, l’applicazione della legge 194 deve essere garantita». Nel suo ospedale, ad esempio, «abbiamo un medico non obiettore a contratto per tre anni, per assicurare il servizio dell’interruzione di gravidanza nel nostro reparto», e «non c’è nessuna lista di attesa, le donne possono venire in ambulatorio il giovedì, anche senza prenotazione». Per Rollo, «non dovrebbero esserci ospedali che non garantiscono questo servizio, anche nel caso in cui tutti i medici del reparto siano obiettori, perché dovrebbero intervenire i dirigenti sanitari e attivare dei contratti ad hoc per svolgere questo tipo di operazioni o delle convenzioni con strutture in cui il servizio è garantito».
Sulla stessa linea d'onda, Mario Meroni, primario del Niguarda, anch'esso obiettore, ribadisce che «il diritto della donna di poter effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza non deve scontrarsi con il diritto dei medici di avere le proprie idee: nell’ospedale pubblico dobbiamo tutelare i diritti di tutti». Secondo Meroni, «al centro ci deve essere la donna», e questo «può essere risolto lavorando insieme ai consultori e organizzando il lavoro in maniera adeguata». Egli afferma che «non è vero che se il dirigente è obiettore considererà il servizio d’interruzione di gravidanza come di serie b». Meroni, così come Rollo, suggerisce che «primari e dirigenti sanitari dovrebbero in questi casi collaborare con i consultori e stipulare convenzioni con altri ospedali per attuare pienamente la legge 194».
Le associazioni che si occupano della piena applicazione della legge 194, come la Libera associazione italiana ginecologi non obiettori per l’applicazione della 194 (Laiga), l’associazione Luca Coscioni e le attiviste di Obiezione respinta e di Non una di meno, ricevono ogni anno decine di testimonianze e di denunce. Filomena Gallo dell'Associazione Luca Coscioni, sostiene che «la prima cosa da fare sarebbe aprire i dati, aggiornarli, renderli noti e disponibili, in modo da avere una fotografia attuale della situazione al livello regionale e di ogni singola struttura». Dato che «questo al momento non c’è», propone che «in ogni struttura dove sono troppi i medici obiettori bisognerebbe indire dei concorsi per medici prevedendo un 50 per cento di non obiettori e 50 per cento di obiettori, come è avvenuto all’ospedale San Camillo di Roma». Non garantire il servizio o interromperlo, secondo Gallo, «è un reato» e «corrisponde a non attuare la legge». Tuttavia, lamenta che «molti concorsi di questo tipo… sono bloccati dalla politica», come nel caso della Liguria, dove «la proposta di “valutare la possibilità di procedere all’indizione di uno o più concorsi, nelle strutture ove venga ritenuto più necessario, per l’assunzione di ginecologi non obiettori al fine di garantire la completa attuazione della legge 194/78” è stata bocciata dalla maggioranza di centrodestra nel consiglio regionale il 31 gennaio».

Rossana Cirillo, ginecologa, propone diverse azioni concrete, evidenziando che se «in coscienza non posso» è una scelta individuale, «la legge è chiara» nel prevedere che i responsabili gestionali, direttivi o politici «devono assicurare l’ivg». Nel caso in cui sussistano «forme di obiezione strumentali, si commette un reato». E se tali obiezioni sono «talmente numerose da impedire il rispetto dei diritti, il reato diventa di massa perché per motivi di opportunismo, si danneggiano in modo grave centinaia di migliaia di persone». Ancora più grave, «se i motivi strumentali sono causati da coloro che non organizzano i servizi necessari, violando così i loro doveri istituzionali, in questo caso gli obiettori di fatto non sono i ginecologi ma gli assessori regionali e i direttori generali delle asl, senza che nessuna norma li autorizzi ad esserlo». La sua conclusione è perentoria: «in sanità negare i diritti e non gli sprechi è immorale e illegale, quindi reato». Propone che «le Regioni che disattendono l’applicazione della legge 194 vadano denunciate e commissariate perché i reati vanno perseguiti», suggerendo nel caso della 194 di «nominare un commissario straordinario ad hoc».
Le sue proposte includono anche la necessità che «le Regioni abbiano il dovere di garantire con i servizi i diritti sanciti dalle leggi», e che questi servizi «devono essere i più adeguati alle necessità degli utenti e concepiti in modo da non depauperare le professionalità». A tal fine, per quanto riguarda la legge 194, propone «di istituire in ogni azienda sanitaria il “dipartimento per la salute della donna” superando così vecchie concezioni Onmi (opera nazionale materno infantili)». Questi dipartimenti dovrebbero essere «costituiti dai servizi territoriali e da servizi ospedalieri», essere «una unica entità operativa, con un unico organigramma e gli operatori che ne fanno parte operano in regime di mobilità interna, ognuno di loro accede in modo programmato per quota oraria settimanale ai vari sottosistemi del dipartimento».Inoltre, è fondamentale una «verifica di tutti coloro che si sono dichiarati obiettori», ricordando che l’art. 9 della 194 prescrive: «L’obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto, immediato, se chi l’ha sollevata prende parte a procedure o a interventi per l’interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge». Se è innegabile «che si ragionasse nella logica dei carichi di lavoro tra obiettori e non obiettori vi è oggettivamente una disparità prestazionale», la soluzione non dovrebbe essere discriminatoria. Tuttavia, si dovrebbe garantire che le loro prestazioni siano per lo meno equilibrate, applicando alla lettera l’art. 9 della legge 194: «L’obiezione di coscienza esonera il personale(…) a determinare l’interruzione della gravidanza, ma non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento». In altre parole, «l’obiettore è tenuto a garantire comunque l’assistenza necessaria».
Un altro aspetto cruciale è la formazione professionale. Irene Cetin ha aggiunto che «c’è un problema di formazione professionale: manca la formazione sul tema dell’ivg, ma anche sulla contraccezione». Questi argomenti, secondo lei, «sono ancora un grande tabù nelle università italiane, in particolare in quelle cattoliche». Di conseguenza, «all’università s’insegna poco o niente come si usano i farmaci come il misoprostolo (un farmaco abortivo) o come s’inseriscono le spirali per la contraccezione, nonostante siano indicate dall’Organizzazione mondiale della salute (Oms) come i migliori contraccettivi». A riprova di ciò, «le linee di indirizzo del ministero della salute che prevedono che le pillole abortive (Ru486) siano somministrate nei consultori non sono state adottate da molte regioni anche per mancanza di formazione degli operatori». Per questo, «molte donne sono ancora costrette a spostarsi in altre regioni come l’Emilia Romagna per abortire». La ex ministro Livia Turco nel suo libro "Per non tornare al buio. Dialoghi sull’aborto", scritto insieme a Chiara Micali, ha esplorato il calo degli aborti e delle nascite in Italia, ma anche il dibattito sull'obiezione di coscienza, raccogliendo la «viva voce di 8 medici obiettori di coscienza e 11 non obiettori». Livia Turco ha sottolineato che «non è facile parlare di aborto perché su questo tema c’è uno stigma che ancora perdura e perché in questo momento le priorità politiche sono altre». Ha inoltre evidenziato come «la legge 194 ha infatti funzionato determinando un drastico calo degli aborti». E ha smentito l'idea che «l’aborto sarebbe stato banalizzato dalle donne deresponsabilizzandole», concludendo che «è avvenuto l’esatto opposto: il senso di responsabilità delle donne è cresciuto».
Infine, un punto fondamentale, ribadito da Rossana Cirillo, è che «le prime persone che vorrebbero “obiettare” contro la necessità di abortire sono le donne». Non si obietta liberamente e responsabilmente contro questa necessità, a volte subita, non voluta, o accidentale, «al di fuori di politiche di informazione contraccettiva, di educazione sessuale, di counseling, di crescita culturale, di educazione sessuale nelle scuole, di lotta alla violenza e alle discriminazioni». La grande priorità che deve unire obiettori e non obiettori, «resta la prevenzione dell’aborto intesa non come la intendono molti obiezionisti, che tentano di convincere la donna in cinta a non abortire, ma come formazione alla scelta sessuale responsabile, libera e consapevole». Livia Turco auspica una «cultura delle maternità» e la costruzione di «una società materna e accogliente nei confronti dei figli», incentivando i consultori familiari. Elsa Viora, Presidente nazionale dell’Aogoi, ricorda come «la possibilità di acquistare senza prescrizione medica la contraccezione d’emergenza è stato sicuramente un grande successo per le donne evitando pellegrinaggi inutili nei consultori e negli ospedali per averla», ma rimane il problema che «vi sono realtà in cui le donne hanno difficoltà ad trovare risposta alla richiesta di IVG». Un problema che «si acutizza ancora di più per le Ivg dopo il 90° giorno e che porta talora le donne ad emigrare fuori dalle regioni di appartenenza». Chiara Micali, coautrice del libro con Turco, ha ricordato un passato che «molti hanno forse cancellato», l'epoca ante legge 194, «il periodo dell’aborto clandestino, delle mammane e anche dei ‘cucchiai d’oro’, i medici che praticavano clandestinamente gli aborti facendoseli pagare profumatamente salvo poi diventare nel tempo obiettori di coscienza». Queste pagine «non devono essere dimenticate, anzi che dovrebbero essere portate all’attenzione dei giovani».
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