Accordo di Ginevra e il Dibattito Globale sull'Aborto: Tra Sovranità Nazionale, Diritti Umani e Protezione della Vita

Il dibattito sull'aborto è un tema di profonda complessità che interseca questioni di diritti umani, sovranità nazionale, salute pubblica e valori etici e religiosi. In questo contesto, la Dichiarazione di Consenso di Ginevra (Geneva Consensus Declaration - GCD) si configura come un patto internazionale significativo, promosso da un gruppo di nazioni con l'intento di ridefinire il quadro internazionale sull'interruzione volontaria di gravidanza. Questo accordo, insieme alle posizioni di attori chiave come gli Stati Uniti, l'Italia, l'Unione Europea e la Santa Sede, disegna un panorama articolato di prospettive e sfide in continua evoluzione.

La Dichiarazione di Consenso di Ginevra: Origini e Principi Fondamentali

La Geneva Consensus Declaration è stata istituita nell’ottobre 2020 come un patto internazionale anti-aborto, lanciato durante il primo mandato dell’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Questo documento, frutto di una collaborazione tra Stati Uniti e altri paesi, si pone l'obiettivo primario di affermare che non esiste un diritto internazionale all’aborto e che i Paesi non sono obbligati a finanziare o supportare le procedure abortive. I suoi quattro obiettivi principali sono confutare gli sforzi volti a rendere l’aborto un “diritto umano internazionale” sostenendo che godesse del “consenso” del sostegno internazionale, proteggere la famiglia naturale, riaffermare la sovranità nazionale su queste due aree e promuovere la salute delle donne.

Inizialmente, l’accordo è stato sottoscritto da 32 nazioni, tra cui Stati Uniti, Brasile, Egitto, Ungheria, Indonesia e Uganda. Negli anni, il sostegno alla Dichiarazione è cresciuto, arrivando a contare 40 Stati membri. Tuttavia, alcuni Paesi fondatori, come il Brasile e la Polonia, hanno successivamente abbandonato il patto in seguito a cambiamenti di governo che hanno adottato posizioni più favorevoli all’aborto. Gli Stati Uniti, dopo aver lasciato la Dichiarazione nelle prime due settimane dell’amministrazione Biden, vi hanno aderito nuovamente il 24 gennaio 2025, sotto la presidenza Trump, nei primi cinque giorni del suo secondo mandato, come indicato dalla presidenza stessa, sottolineando una continuità e un rafforzamento della posizione pro-vita.

L'evento di Washington del 22 ottobre, promosso dall’Istituto per la Salute delle Donne e dall’Ambasciata ungherese, ha celebrato la rinnovata partecipazione americana e la continua lotta per difendere la vita e la famiglia sulla scena mondiale. Valerie Huber, presidente e amministratore delegato dell’Istituto per la Salute delle Donne e già rappresentante speciale degli Stati Uniti per la salute globale delle donne nella prima amministrazione Trump, ha avviato e presieduto i lavori. Durante questo evento, il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha accettato un premio a nome del primo ministro Viktor Orban, riconoscendo gli sforzi del governo ungherese per promuovere le famiglie nella politica sociale ed economica.

Il governo ungherese, infatti, ha illustrato gli sforzi per proteggere le famiglie e promuovere la vita familiare, insistendo sul fatto che “ogni bambino è una benedizione” e che la decisione di averne uno non dovrebbe essere guidata da motivi economici o inibita da sanzioni socio-economiche. L'Ungheria ha attuato una “rivoluzione fiscale basata sulla famiglia”, prevedendo, ad esempio, che le madri di due o più figli godranno di un’esenzione dall’imposta sul reddito a vita a partire dal gennaio 2026. Vengono garantiti, inoltre, fino a due anni una percentuale dello stipendio precedente della madre durante il congedo di maternità e sono stati lanciati vari programmi di prestito a sostegno delle giovani famiglie, alcuni dei quali vengono annullati in base al numero di figli. Questi programmi avrebbero contribuito a un aumento della fertilità del Paese del 26%, sebbene il tasso nel 2023 fosse ancora di 1,51, tra i più bassi d’Europa.

Tra gli oratori presenti all'evento vi sono stati anche membri del Congresso degli Stati Uniti, come Chris Smith, da tempo sostenitore del movimento pro-vita del New Jersey, che ha parlato della necessità di migliorare l’assistenza sanitaria delle donne nel Terzo Mondo. Egli ha messo in guardia dai pericoli legati alla promozione delle pillole abortive, che potrebbero portare a un aumento della mortalità femminile e fetale non registrato. Critici del GCD lamentano che la Dichiarazione allea gli Stati Uniti con paesi, in particolare la Russia e alcuni del Medio Oriente, con i quali Washington potrebbe altrimenti non associarsi per motivi legati ai diritti umani. Questa critica, tuttavia, non tiene conto dei paesi africani e latinoamericani, anch’essi parte del GCD, e solleva la questione dell’accuratezza delle critiche secondo cui la politica estera degli Stati Uniti avrebbe precedentemente promosso una particolare agenda sessuale/di genere.

Mappa dei paesi firmatari della Geneva Consensus Declaration

Il GCD è nato in parte come tentativo di contrastare gli sforzi volti a internazionalizzare i “diritti” all’aborto. Diverse agenzie e organismi delle Nazioni Unite hanno regolarmente cercato di affermare che l’aborto è un “diritto umano”, non sulla base di alcun voto, ma come risultato di un “consenso internazionale”, guidato in gran parte dai paesi dell’Unione Europea e dal Canada. Anche gli Stati Uniti hanno sostenuto queste iniziative sotto i presidenti democratici. La Dichiarazione si concentra sulla promozione della salute delle donne, cercando di rompere il nesso stabilito alla Conferenza delle donne di Pechino del 1995 secondo cui la “salute delle donne” deve includere la “salute sessuale e riproduttiva”, che vengono spesso considerati chiari eufemismi per indicare l’aborto. Gli Stati membri del GCD riconoscono che donne sane rappresentano famiglie sane e che la salute delle donne non dovrebbe essere ostaggio della promozione dell’aborto, concretizzando i loro impegni politici attraverso programmi socio-economici ampliati e di sostegno a un’assistenza internazionale non legata all’accettazione di un’agenda sessuale neocoloniale.

La Posizione degli Stati Uniti e le Sue Implicazioni Globali

Il rientro degli Stati Uniti nella Geneva Consensus Declaration avviene in un momento in cui il dibattito sull’aborto è particolarmente acceso nel Paese. Nel 2022, con il caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, la Corte Suprema ha annullato la storica sentenza Roe v. Wade, che garantiva il diritto costituzionale all’aborto, permettendo ai singoli Stati americani di imporre restrizioni significative o vietare completamente la procedura. Questo ha segnato un punto di svolta profondo nella legislazione e nella politica interna statunitense.

Il tema è stato al centro dello scontro tra Donald Trump e Kamala Harris in un confronto televisivo. Per il tycoon, la sentenza del 2022 è merito “del genio, del cuore e della forza di sei giudici della Corte Suprema” che sono riusciti a trasferire la decisione sul diritto di aborto ai singoli Stati, concludendo una battaglia durata cinquantadue anni, dato che la sentenza Roe v. Wade risaliva al 1973. Per l’allora vicepresidente Kamala Harris, invece, la dinamica è stata più controversa: “Donald Trump ha scelto personalmente tre membri della Corte Suprema degli Stati Uniti con l’intenzione che avrebbero annullato le protezioni di Roe v. Wade”. Per la candidata repubblicana, le conseguenze per le donne sono state devastanti: “Ora, in più di 20 Stati, ci sono divieti sull’aborto voluti da Trump, che rendono criminale per un medico o un’infermiera fornire assistenza sanitaria”. Nonostante il successo della candidata democratica in quel dibattito televisivo, Trump ha stravinto le elezioni americane, come narrato in questa specifica fonte.

La reazione delle donne americane a questo sviluppo è stata immediata: subito dopo il trionfo elettorale del tycoon, in America si è verificato un boom della vendita di pillole abortive. Il dato si consolida con le informazioni riportate da Just the Pill, un’organizzazione no-profit che prescrive la pillola tramite consulti di telemedicina, che ha visto aumentare le richieste a 125 ordini in pochi giorni, dimostrando come le restrizioni legali spingano verso metodi alternativi.

Oltre al rientro nella Geneva Consensus Declaration, l’amministrazione Trump ha adottato ulteriori misure per rafforzare la sua posizione anti-aborto. Durante il suo primo mandato, Trump ha implementato diverse politiche con l’obiettivo di ridurre il supporto federale per le procedure abortive. Tra le mosse più significative c’è stata la reintroduzione e l’espansione della “Mexico City Policy”, nota anche come “Global Gag Rule”, istituita dall’amministrazione Reagan nel 1984. Questa politica è stata revocata e reintrodotta da successive amministrazioni, a seconda dell’orientamento politico del presidente in carica, bloccando i finanziamenti federali a organizzazioni internazionali che offrono servizi di aborto o consulenza sull'aborto. Un’altra misura significativa è stata la modifica del Titolo X, il programma federale di pianificazione familiare. Nel 2019, l’amministrazione Trump ha introdotto una regola che proibiva ai fornitori di servizi sanitari finanziati dal Titolo X di riferire le pazienti a servizi abortivi.

I gruppi anti-abortisti hanno accolto con favore queste misure, vedendole come passi significativi nella protezione della vita nascente. Al contrario, i sostenitori dei diritti riproduttivi e numerose organizzazioni internazionali hanno espresso preoccupazione per le possibili conseguenze negative sulla salute delle donne, sia negli Stati Uniti che a livello globale. La reintroduzione della “Mexico City Policy”, ad esempio, potrebbe portare alla chiusura di cliniche che offrono servizi essenziali per la salute riproduttiva in Paesi in via di sviluppo, aumentando il rischio di aborti non sicuri e complicazioni correlate. Inoltre, la decisione di rientrare nella Geneva Consensus Declaration potrebbe isolare ulteriormente gli Stati Uniti dagli storici alleati, molti dei quali sostengono il diritto all’aborto come parte integrante dei diritti umani. Il deterioramento dei rapporti con l’Unione Europea, a questo proposito, non arriva a sorpresa.

Aborto. La questione dell'interruzione di gravidanza infiamma gli Stati Uniti

Il Dibattito sull'Aborto in Italia e le Osservazioni ONU

In Italia, la questione dell'interruzione volontaria di gravidanza è regolamentata dalla legge 194/1978. Nonostante la sua esistenza, l'applicazione di questa normativa è stata oggetto di forti critiche e dibattiti, sia a livello nazionale che internazionale. Il Comitato dei diritti umani dell’Onu ha bacchettato l’Italia sull’applicazione della 194/1978, evidenziando che i diritti delle donne sono a rischio e segnalando “gravi difficoltà di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza non clandestina”. Per l’Onu è “davvero incomprensibile come in Italia le donne non abbiano il libero e tempestivo accesso ai servizi di aborto legale sul territorio”.

Le osservazioni dell'Onu si basano in parte sui dati del ministero della Salute, secondo cui in Italia i ginecologi obiettori di coscienza sono circa il 70%. Questa alta percentuale solleva interrogativi sulla capacità delle strutture sanitarie di garantire l'accesso al servizio, in particolare in alcune regioni. La politica Livia Turco ha affermato che “va coniugato diritto all’obiezione con quello all’aborto”, sottolineando la necessità di bilanciare la libertà di coscienza dei medici con la tutela della salute della donna e il rispetto della legge. L’Italia deve far rispettare la legge 194/1978 e garantire il diritto all’aborto.

Nonostante le preoccupazioni sollevate, i dati ufficiali mostrano una significativa diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza nel corso degli anni: nel 1983 erano 233.976; nel 2013 sono dimezzate (102.760) e nel 2014 sono scese a 97.535. L'allora ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, proprio in occasione della presentazione della Relazione al Parlamento, aveva rassicurato sul rispetto della legge. Ricordava che in 30 anni c’è stato un “dimezzamento del numero di IVG settimanali, a livello nazionale, a carico dei ginecologi non obiettori, che nel 1983 effettuavano 3,3 IVG a testa a settimana, mentre ne effettuano 1,6 nel 2013”, e che “dalle Regioni non è giunta alcuna segnalazione di carenza di medici non obiettori”.

Fabrizio Petri, Presidente del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani presso il ministero degli Esteri, che era nella delegazione presente a Ginevra davanti al Comitato Diritti Umani delle Nazioni Unite quando è stata esaminata la questione, è intervenuto per abbassare i toni. Petri ha affermato che, se si guarda alla prassi delle Nazioni Unite, le Osservazioni del Comitato Diritti Umani, premesso che esse costituiscono uno strumento di dialogo costruttivo, nel caso specifico relativo all’aborto, sono di carattere del tutto ordinario, come ben emerso dall’andamento della discussione. Ha concluso che la questione dell’aborto in Italia è stata esaminata con attenzione nei suoi molteplici aspetti.

Tuttavia, il Movimento 5 Stelle ha richiesto un’informativa alla Camera della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull’applicazione della normativa sull’aborto, in Europa e in Italia. Gilda Sportiello ha espresso preoccupazione “non solo per quanto sta accadendo in Europa ma anche in Italia dove politiche restrittive non tutelano le donne e il loro diritto di scelta”. I senatori e le senatrici del M5S hanno portato in Aula “i diritti dei 20 milioni di donne che non hanno accesso a un’interruzione di gravidanza legale e sicura”. Hanno sottolineato che “ancora oggi si continua a morire a causa di assurde restrizioni. Nella nostra stessa Italia, sono sempre di più le regioni in cui è diventato praticamente impossibile interrompere una gravidanza per l’eccessivo numero di medici obiettori e altri ostacoli, quali stigma, assenza di aborto farmacologico, assurde molestie divenute sempre più frequenti per via della presenza degli antiabortisti nei consultori”. In occasione dell’anniversario della sentenza che ha reso sostanzialmente impossibile l’accesso all’aborto in Polonia, i rappresentanti del Movimento 5 Stelle hanno indossato alla Camera e al Senato i simboli della campagna ‘My voice my choice’.

Grafico andamento interruzioni volontarie di gravidanza in Italia

L'Aborto come Diritto in Europa e le Resistenze

Il continente europeo è teatro di un vivace dibattito sull'aborto, con spinte verso la sua piena inclusione come diritto fondamentale e significative resistenze in alcuni Stati membri. L'11 aprile 2024, gli eurodeputati hanno chiesto al Consiglio di inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. Questa decisione, sebbene non vincolante, ha ribadito la posizione progressista dell’Ue in materia di diritti civili. Con la risoluzione, gli eurodeputati (336 favorevoli, 163 contrari e 39 astenuti) hanno invitato i Paesi membri a depenalizzare completamente l’aborto in linea con le linee guida dell’Oms del 2022 e a combattere gli ostacoli all’aborto. In particolare, si invitano Polonia e Malta ad abrogare le leggi e le altre misure nazionali che ne limitano il diritto. Un interrogativo chiave che permea questo dibattito è: “Perché qualcuno diverso dalla donna stessa dovrebbe avere il potere di determinare cosa fare con il proprio corpo?”.

Il presidente francese Macron, nel 2024, ha inserito il “diritto all’aborto” nella Costituzione francese, segnando un passo storico per il Paese. Parallelamente, il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez sta cercando di fare lo stesso in Spagna, riflettendo una tendenza in alcuni Stati membri a rafforzare la tutela legale dell'interruzione di gravidanza.

Vari membri dell’UE hanno cercato di inserire le stesse garanzie nei trattati fondamentali dell’UE, in modo che l’aborto possa essere promosso come un “valore europeo” da utilizzare contro i paesi pro-vita. Tuttavia, questo sforzo potrebbe essere stato recentemente vanificato dal rifiuto del governo olandese di appoggiare l’idea, evidenziando le profonde divisioni che persistono all'interno dell'Unione. All’interno dell’Europa, mentre il matrimonio rimane una “competenza nazionale” tra gli Stati membri dell’Unione Europea, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, limitatamente vincolante ma altamente influente, ha già stabilito che gli Stati dovrebbero prevedere “alcuni” tipi di adeguamenti non specificati per le unioni non matrimoniali/i rapporti familiari. Nelle loro “valutazioni periodiche” dei diritti umani, vari gruppi delle Nazioni Unite hanno già criticato alcuni stati americani per aver adottato leggi a tutela della vita sulla scia della sentenza Dobbs.

La Santa Sede e la Difesa della Vita e della Famiglia nel Contesto Internazionale

La Santa Sede svolge un ruolo significativo nel panorama internazionale, intervenendo su questioni etiche e sociali con una prospettiva basata sui principi della dottrina sociale cattolica, che include una ferma difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e la promozione della famiglia naturale. L'Arcivescovo Caccia, in un intervento durante il Dibattito Generale del Terzo Comitato dell'Assemblea Generale dell'ONU l'1 ottobre, ha richiamato l'attenzione sugli "sforzi persistenti per affermare concetti nuovi come diritti che non godono di consenso e spesso mancano persino di definizioni comuni", qualcosa che, a suo dire, politicizza e diluisce i diritti umani piuttosto che promuoverli. In questo contesto, l’Arcivescovo Caccia ha elogiato gli sforzi per estendere una maggiore protezione legale per i bambini, ma ha espresso preoccupazione per le politiche che minano il benessere dei bambini, "in particolare l'aborto".

La visione della Santa Sede si estende anche a temi più ampi di giustizia sociale e salute globale. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ha tenuto lo scorso 5 ottobre un discorso alla XV conferenza ministeriale dell’UNCTAD, l’agenzia ONU su commercio e sviluppo. In quell’occasione, Gallagher ha sottolineato la necessità di “importanti cambiamenti economici e di policy in diverse aree”, a partire da una “redistribuzione fiscale”, con tassazioni progressive in base al reddito, nonché una tassazione più equa applicata alle imprese multinazionali. La Santa Sede mette in luce anche il tema del diritto alla salute e dell’equo accesso ai vaccini, notando che potrebbe essere utile che l’Organizzazione Mondiale del Commercio possa sospendere le regole di proprietà intellettuale, come richiesto da Sudafrica e India con il supporto della Santa Sede, in modo da poter dare accesso rapido e adeguato ai vaccini, la diagnosi e le cure in tutte le nazioni. Questi interventi, pur non specificamente sull'aborto, riflettono una visione olistica della dignità umana che include la protezione della vita e la garanzia della salute e del benessere per tutti, specialmente per i più vulnerabili.

L’arcivescovo Gallagher ha ricordato che 76 anni fa, un senso di “solidarietà internazionale, azione collettiva e sacrificio, così come gli sforzi locali hanno fornito l’ispirazione e la motivazione per quanti avevano il compito di costruire un migliore mondo dopo il conflitto”. Ha anche affermato che “senza l’UNCTAD il dialogo e la costruzione del consenso tra nazioni in via di sviluppo e nazioni sviluppate sarebbe stato meno ricco, efficace e significativo”. La Santa Sede “condanna fermamente tutti gli atti di violenza”, specialmente quelli che portano alla perdita di vite umane e includendo tutte le forme di violenza sessuale, e chiede alle autorità locali di impiegare “tutti gli sforzi” per assicurare la fine di questa violenza, richiamando diversi eventi recenti, come la dichiarazione dello stato di assedio nelle province di Ituri e Nord Kivu, e l’uso della forza contro dimostrazioni per i candidati alla prossima tornata elettorale in Congo. Viene altresì evidenziata la preoccupazione per “gli attacchi contro la Chiesa Cattolica e le istituzioni ecclesiastiche” e per la necessità di un processo elettorale libero e trasparente.

La presenza della Santa Sede nel contesto diplomatico internazionale è costante. L'8 ottobre, Nancy Pelosi, speaker della Camera degli Stati Uniti, cattolica ma a favore del diritto di scelta in caso di aborto, ha visitato il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. I temi della conversazione sono stati “la cura dell’ambiente alla luce dell’enciclica di Papa Francesco Laudato Si, le questioni migratorie, i diritti umani, la salute in tempo di pandemia e il lavoro della commissione vaticana COVID 19”. Il Cardinale Turkson, prefetto del dicastero, ha donato alla speaker Pelosi il libro “Perché avete paura?”. Questa interazione dimostra la volontà della Santa Sede di dialogare anche con figure che hanno posizioni divergenti su temi etici sensibili.

In merito alle relazioni diplomatiche, Joseph Donnelly, irlandese di origine, cattolico e già senatore dell’Indiana, è stato designato come ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Per quanto riguarda il Canada, Paul Giddard, già ambasciatore in Iraq e Venezuela, ha assunto il ruolo di rappresentante presso la Santa Sede, anche se non quello di ambasciatore, forse a causa di rapporti difficili dopo i fatti delle scuole residenziali. È importante notare che la Santa Sede non è attualmente elencata come partecipante alla Geneva Consensus Declaration, mantenendo una posizione di osservatore e critico esterno, pur condividendo molti dei principi pro-vita.

Emblema della Santa Sede

La Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia e la Protezione "Prima e Dopo la Nascita"

La Convenzione ONU sui Diritti dell'infanzia (Convention on the Rights of the Child - CRC) è uno strumento giuridico internazionale fondamentale che delinea i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali dei bambini. Fu approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e rappresenta uno degli accordi sui diritti umani più ratificati al mondo, con l'adesione di 194 Stati, tutti ad eccezione degli Stati Uniti. L'Italia ha ratificato questa Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n. 176.

L'idea di una specifica convenzione sui diritti del bambino ha radici profonde. Nel 1948, da un documento preliminare si sviluppò una Dichiarazione in sette punti adottata dall'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). I temi su cui si sono sviluppate tutte queste dichiarazioni sono la necessità e il diritto del bambino di ricevere protezione e cura. Nel 1978, il Governo polacco introdusse formalmente la proposta di adottare una specifica Convenzione sui diritti del bambino, spinto dal desiderio di promulgarla in occasione dell'Anno Internazionale del bambino del 1979. Un Working Group fu organizzato nel 1980 dalla 35ª sessione della Commissione per i Diritti Umani per la stesura della Convenzione, cui potevano partecipare i 43 Stati membri della Commissione e altri membri delle Nazioni Unite e organizzazioni intergovernative come "osservatori". Gli incontri, pubblici, si tennero annualmente fino al 1987, e la realizzazione della Convenzione fu terminata entro il 1989 con unanimità.

Un aspetto cruciale della CRC, che risale già a una dichiarazione stipulata nel 1959, è che "il bambino ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali compresa un'adeguata protezione giuridica sia prima che dopo la nascita". Questo punto è di particolare rilevanza nel dibattito sulla vita, in quanto estende la protezione giuridica anche alla fase prenatale. Altra discordanza riguardava la libertà di religione, con l'art. 14 che dichiara "libertà di avere o adottare una religione […] di propria scelta".

I diritti garantiti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia sono raccolti in un documento onnicomprensivo, senza distinzioni né suddivisioni, perché ogni articolo è da considerarsi di uguale importanza, indivisibile, correlato agli altri e interdipendente. Tra i principi fondamentali spiccano:

  • Principio di non discriminazione: sancito all'art. 2.
  • Superiore interesse del bambino: sancito dall'art. 3, che prevede che in tutte le decisioni riguardanti i minori, l'interesse superiore del bambino debba essere una considerazione primaria. Tuttavia, in certi casi, l'art. 3 può apparire in contraddizione con l'art. 12, in quanto spesso genitori ed educatori si oppongono all'autonomia del bambino.
  • Diritto alla vita, sopravvivenza e sviluppo: sancito all'art. 6.
  • Ascolto delle opinioni del bambino: sancito dall'art. 12, prevede il diritto dei bambini a essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, soprattutto in ambito legale. L'attuazione del principio comporta il dovere, per gli adulti, di ascoltare il bambino capace di discernimento e di tenerne in adeguata considerazione le opinioni. Tuttavia, ciò non significa che i bambini possano dire ai propri genitori che cosa devono fare. La Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia presta attenzione alla partecipazione del bambino e della conseguente possibilità di prendere parte a questioni che lo riguardano. I genitori hanno l'obbligo di porre attenzione anche al modo di porre le domande, perché anche questo potrebbe intimidire il bambino e influenzarlo nelle risposte, e l'art. 12 dichiara la necessità di nominare una figura addetta all'ascolto, stabilire i tempi e cercare di far esprimere al meglio il bambino.

La Convenzione ONU dei Diritti del Bambino protegge anche i diritti e i doveri dei genitori nel crescere e nell'educare i propri figli (art. 5, 7, 9). Il genitore deve comunque valutare lo sviluppo e le capacità del figlio. Tuttavia, il bambino ha diritto a esprimere la propria opinione senza pressione o influenza esterna, pena, in caso contrario, la possibilità di non prendere legalmente in considerazione l'opinione. L'infanzia è un periodo delicato e richiede la creazione di condizioni favorevoli che accompagnino il bambino fino allo sviluppo. La Convenzione deve essere vista nella sua totalità, per questo anche l'art. 12 è in stretta relazione con l'art. 2 (non discriminazione) e l'art. 3 (superiore interesse).

Le Convenzioni sono definite strumenti di hard law e sono legalmente vincolanti. Con la ratifica di una Convenzione uno Stato aderisce a un accordo internazionale e ha l'obbligo di rispettarne le disposizioni. Per garantire l'effettiva sostenibilità, la Convenzione è dotata di proprie specifiche regole di monitoraggio sulla sua implementazione negli Stati membri. La Convenzione è dotata di natura autoesecutiva (self-executive force) che permette ai singoli cittadini di far valere in un tribunale nazionale i diritti da essa garantiti, purché sia ratificata, abbia un testo chiaro ed esauriente e lo Stato coinvolto abbia riconosciuto nella propria legislazione nazionale il principio di diretta applicabilità delle convenzioni internazionali. Ogni Stato aderente deve presentare un primo rapporto entro due anni dall'entrata in vigore della Convenzione, e successivamente ogni cinque anni, fornendo dati riguardo alle misure adottate per confermare l'attuazione. L'UNICEF Italia sottolinea che sarebbe preferibile tradurre il termine inglese “child”, anziché con “fanciullo”, con “bambino, ragazzo e adolescente” per una maggiore inclusività linguistica.

Diagramma dei principi fondamentali della Convenzione sui Diritti dell'Infanzia

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