La questione dell'aborto in Marocco: tra vuoto legislativo, diritti civili e retaggi coloniali

La questione dell'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Marocco rappresenta oggi uno dei nodi più complessi e controversi nel panorama dei diritti civili del Nord Africa. La normativa vigente, incardinata in un sistema giuridico che risente ancora profondamente delle strutture coloniali, si scontra quotidianamente con una realtà sociale caratterizzata da tabù radicati, disuguaglianze economiche e la drammatica piaga degli aborti clandestini. La necessità di una riforma è percepita non solo dalla società civile, ma è stata recentemente posta al centro dell'agenda politica dal Re Muhammad VI, che ha sollecitato l'elaborazione di una proposta di legge per regolarizzare la materia.

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Il quadro normativo attuale e il vuoto legislativo

Il Marocco si trova a operare entro i confini dell'articolo 453 del Codice penale, che autorizza l'interruzione di gravidanza esclusivamente quando sia riconosciuto un pericolo imminente per la vita o la salute della madre. Questa restrizione drastica crea, di fatto, un vuoto legislativo che spinge migliaia di donne verso percorsi illegali. Il codice penale punisce l'aborto clandestino con pene che vanno dai sei mesi ai due anni di reclusione per la donna, arrivando fino a cinque anni per chiunque provochi l'interruzione, inclusi i professionisti sanitari.

La legislazione sul tema è bloccata da anni, ma il problema torna al centro del dibattito pubblico ogni volta che una donna muore a causa di un aborto clandestino o quando i medici costretti a praticarlo di nascosto vengono arrestati. Le norme che limitano le libertà delle donne, inserite nel codice penale, sono state formulate in gran parte durante l'occupazione francese. Nonostante siano trascorsi oltre sessant'anni dall'indipendenza, il sistema normativo fatica a rinnovarsi, mantenendo una struttura che criminalizza non solo l'atto dell'aborto, ma anche la diffusione di informazioni a riguardo, impedendo alle donne di prendere decisioni consapevoli.

La realtà degli aborti clandestini: rischi e disuguaglianze

La diffusione degli aborti clandestini in Marocco è una conseguenza diretta della rigidità legislativa. Il fenomeno, da sempre considerato un tabù, è emerso con forza grazie al lavoro di figure come il dottor Chafik Chraibi, ginecologo e responsabile della clinica “Maternité des Orangers”, nonché presidente dell'Association de Lutte contre l'Avortement Clandestin (Amlac). Le drammatiche cifre sull'aborto clandestino derivano proprio dall'esperienza professionale del dottor Chraibi, che da sempre denuncia questa piaga.

Le protagoniste di queste vicende sono spesso giovani donne, talvolta minorenni, che ricorrono a metodi pericolosissimi: dall'ingestione di sostanze chimiche e infusi di erbe acquistati da erboristi tradizionali, alla violenza fisica autoinflitta o praticata da terzi. Esistono anche aborti definiti “medicalizzati”, praticati da medici in cliniche private che operano nell'illegalità, richiedendo compensi elevati, che variano dai 200 ai 1.000 euro. Questo scenario evidenzia una profonda disparità sociale: le donne più ricche possono permettersi di viaggiare all'estero o pagare cure mediche private in relativa sicurezza, mentre le fasce più povere della popolazione sono costrette a rischiare la vita.

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Il ruolo della religione e il dibattito culturale

Spesso si attribuisce alla religione islamica la responsabilità di una legge così restrittiva, ma l'analisi degli esperti suggerisce una realtà più sfumata. Secondo il Corano, non vi sono versetti che vietino esplicitamente l'aborto, né versetti che lo consentano; semplicemente, il testo sacro non affronta la questione in modo diretto. Alcune interpretazioni teologiche indicano che l'interruzione di gravidanza può essere ammissibile finché il feto non ha sviluppato un'anima, un momento che viene identificato tra i 40 e i 120 giorni dal concepimento.

Tuttavia, quando si è tentato di discutere una riforma, il Consiglio degli Ulema, massima autorità in tema di diritto religioso musulmano, ha spesso opposto resistenza, sostenendo che qualsiasi modifica al codice penale debba seguire rigorosamente la legge islamica. Questo ruolo consultivo dell'istituzione, presieduta dal Re, agisce spesso come un freno alle spinte riformatrici, condizionando la riscrittura degli articoli 449 e 458 del codice penale.

L'attivismo digitale come motore di cambiamento

In un contesto in cui gli spazi fisici, come le piazze o i caffè letterari, espongono le attiviste a rischi di aggressioni e controllo, Internet è diventato il principale campo di battaglia per i diritti civili. Attraverso petizioni online e campagne sui social media, attiviste come Yasmina Benslimane e organizzazioni come il Movimento alternativo per le libertà individuali (Mali) cercano di superare i confini di ceto e raggiungere le aree rurali, dove i livelli di scolarizzazione sono più bassi.

L'attenzione mediatica internazionale, come nel caso della giornalista Hajar Raissouni - condannata nel 2019 a un anno di carcere per aborto clandestino e relazione extramatrimoniale prima di ricevere la grazia reale - ha dimostrato quanto la pressione pubblica possa incidere sulle dinamiche politiche. Nonostante ciò, il riconoscimento ufficiale delle associazioni che lottano per questi diritti rimane un ostacolo insormontabile, con le richieste di registrazione che vengono puntualmente respinte dal governo senza spiegazioni.

Simbolo di protesta e attivismo per i diritti delle donne

Il progetto di legge di depenalizzazione: criticità e prospettive

Il progetto di legge di depenalizzazione, discusso fin dal 2016, propone di estendere il diritto all'aborto a casi specifici: stupro, incesto, handicap mentale o grave malformazione del feto. Sebbene rappresenti un passo avanti, molte attiviste, tra cui l'ex ministra Nouzha Skalli, evidenziano forti criticità. Una delle preoccupazioni principali riguarda l'onere della prova: per accedere all'aborto legale in caso di stupro, la vittima dovrebbe denunciare l'abuso e ottenere un attestato di credibilità.

Tale procedura si scontra con il fatto che le relazioni extraconiugali sono illegali in Marocco, esponendo la donna al rischio di essere essa stessa perseguita per il rapporto sessuale, anche se subito. La combinazione tra l'impunità per gli stupratori, la criminalizzazione delle relazioni fuori dal matrimonio e le restrizioni sull'aborto crea un circolo vizioso che stigmatizza le madri celibi e le vittime di violenza. La necessità di una riforma che vada oltre la mera estensione dei casi ammessi, puntando verso un'educazione sessuale capillare e una reale tutela della salute pubblica, rimane la sfida principale per il futuro del Marocco.

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