Aborto: Navigare le Acque Complicate della Perdita e della Scelta

L'aborto, sia esso spontaneo o indotto, rappresenta un crocevia di emozioni complesse, dilemmi etici e profonde ripercussioni psicologiche che toccano l'intimo dell'individuo e della coppia. L'esperienza della perdita, in particolare, è un lutto difficile da elaborare, un viaggio attraverso il dolore di fronte alla scomparsa di un'esistenza unica, talvolta mai pienamente conosciuta ma già intensamente presente nell'immaginario dei futuri genitori. Non si tratta solo di un evento medico, ma di un momento che può essere vissuto come una profonda rottura: rispetto a una determinata immagine di sé, a un progetto di vita, o in relazione a una parte della propria identità. Questa ferita emotiva può lasciare un segno indelebile, indipendentemente dall'età o dalle circostanze.

rappresentazione del lutto e della complessità emotiva

Il Lutto Silenzioso dell'Aborto Precoce

L'aborto precoce è un lutto difficile da elaborare in quanto si vive la perdita di una persona unica, scomparsa prima di essere conosciuta ma già presente nelle fantasie dei futuri genitori. La diagnosi precoce della gravidanza, che sempre più spesso è espressamente ricercata dalla coppia, fa sì che il bambino entri a far parte subito dell’immaginario della coppia. Di fronte a un aborto precoce, tuttavia, la tendenza più diffusa è quella di minimizzare, incoraggiando la coppia a “riprovare subito”. L’assenza o la scarsità di ricordi oggettivi e condivisi con il bambino non nato rende il lutto nell’aborto precoce un lutto poco condivisibile all’esterno e poco riconosciuto. Ma come elaborare il lutto di un bambino che non è mai venuto al mondo e quindi, per la legge, non esiste?

In questo tipo di lutto, si tende a soffrire in maniera proporzionale al desiderio di gravidanza, senza potersi aggrappare a ricordi oggettivi, in quanto la perdita è molto precoce e si hanno solo ricordi costruiti durante il breve periodo di gestazione. Per la madre, il bimbo è parte di sé, quindi la sua perdita è come se comportasse la perdita di una parte di se stessa ed è pertanto accompagnata da un forte senso di vuoto. Le ripercussioni psicologiche di questa perdita sono da mettere in rapporto con il livello di attaccamento e con il tipo di perdita. È un lutto profondo e pervasivo che può durare dai 6 mesi fino a due anni successivi all’evento, ma la sua elaborazione può avvenire anche dopo due anni di tempo. È importante tener presente che ogni gravidanza, indipendentemente dalla sua durata e dal suo esito, è parte integrante nella storia di vita della madre e della coppia genitoriale, ha un suo ruolo ed una sua intrinseca importanza.

schematico delle fasi del lutto perinatale

Le Fasi dell'Elaborazione del Lutto Perinatale

John Bowlby (1980), con la sua teoria etologica dell’attaccamento, ha descritto le varie reazioni che compaiono dopo la perdita di una figura significativa. L’assenza di tale figura attiva il sistema motivazionale dell’attaccamento, un sistema innato (Liotti, 2001), che spinge l’individuo alla ricerca della persona assente e a fare qualunque cosa sia possibile per riottenere la sua vicinanza e le sue cure. Queste fasi, sebbene adattate, si manifestano anche nel lutto perinatale.

La prima fase prevede shock e negazione. La fase di shock nell’aborto precoce è direttamente proporzionale all’imprevedibilità dell’evento e al desiderio di gravidanza. Non avendo ricordi oggettivi della perdita, è più difficile creare una costruzione mentale in quanto c’è incredulità. Nell’aborto precoce bisogna attenersi ai pensieri costruiti in quel periodo. Tutto ciò è seguito da un desiderio persistente e invadente di ciò che si è perso. Questo desiderio è molto forte perché, unito alla collera rivolta verso se stessa, determina un senso di colpevolizzazione che la madre rivolge verso di sé, in quanto sente di avere contribuito direttamente alla perdita del proprio bambino. Ciò che deve essere affrontato con più attenzione in questo periodo sono i pensieri e le aspettative che la coppia genitoriale ha avuto durante il periodo della gravidanza.

Nella fase di protesta, l’emozione principale è la rabbia, accompagnata da sentimenti di ingiustizia, rammarico, rancore (“Perché proprio a me?”), ricerca delle colpe e contrattazione (accordi, voti col soprannaturale: “Se il bimbo sopravvivrà io farò…”). La rabbia può intensificarsi per la sensazione di perdita di controllo, per il fatto di non aver avuto possibilità di scelta o per non aver capito cosa stesse accadendo e può indirizzarsi verso una persona o un operatore sanitario. Altri sintomi ricorrenti in questa fase sono insonnia, incubi e flash back dei momenti più traumatici.

La fase di disorganizzazione e disperazione è la più lunga e delicata del processo di elaborazione del lutto prenatale. La ricerca della persona cara pone in luce la sua definitiva assenza, vissuta con una generalizzata tristezza ed un persistente umore depresso. Lo stato di vigilanza della precedente fase lascia il posto ad un minore arousal e un apparente disattenzione e disinteresse verso tutto ciò che accade, rafforzata in questo tipo di lutto dall’evitamento del mondo esterno, il quale viene visto come fonte di doppio disagio. In primis perché la donna può sentirsi dire sempre le stesse cose e quindi non sentirsi accudita ma solo responsabile della sua perdita, pertanto ciò andrà a rafforzare la sua credenza di non capacità di generare. Poi, per l’invidia nel vedere gli altri bambini.

La riorganizzazione rappresenta la fase della ristrutturazione. In questa fase si realizza il distacco dalla persona scomparsa ed un progressivo riadattamento alla realtà, con il graduale recupero di interessi e relazioni sociali. Questa “ridefinizione” comporta un atto cognitivo, non solo emotivo, di costruzione di nuovi schemi rappresentativi interni di sé e della persona persa, con la definitiva consapevolezza dell’irreversibilità della morte. La solitudine e il rammarico lasciano il posto al disgelo emotivo, alla ricerca di supporto e alla sofferenza senza angoscia. Il tempo di elaborazione è molto più lungo in quanto un aborto precoce è un lutto non riconosciuto dal mondo esterno e pertanto ci vuole più tempo per elaborarlo.

L'ironia del lutto - Come affrontare un lutto perinatale con ironia

Le Differenze nell'Elaborazione del Lutto tra Madri e Padri

Quando un lutto di questo tipo colpisce una famiglia, inevitabilmente vengono coinvolte tutte le figure che gravitano attorno alla coppia genitoriale, come amici e parenti, che spesso non sanno come affrontare la situazione e come essere di supporto. Le reazioni sono ben diverse da madre a padre in quanto, da un punto di vista evoluzionistico, le femmine dei mammiferi dedicano molto più tempo al processo riproduttivo di quanto lo facciano i maschi.

Per la madre, il senso di vuoto e di inutilità può crescere in maniera esponenziale con il passare dei giorni, portandola a odiare il proprio corpo che non è stato in grado di tenere in vita un bambino. Il senso di colpa, pertanto, è molto presente e l’assunzione di responsabilità è tanto maggiore nella madre, soprattutto perché ha la credenza di aver causato direttamente o indirettamente un danno, di aver avuto la volontà di farlo e di aver avuto il potere di evitarlo. Ciò comporta un abbassamento dell’autostima morale, in cui la madre valuta negativamente non solo il proprio comportamento ma anche se stessa in quanto artefice dello stesso.

Le reazioni dei padri sono meno conosciute poiché nella nostra cultura il manifestarsi dei sentimenti nell’uomo viene criticato. Molti uomini non sono abituati a esprimere il dolore, a piangere liberamente; nella maggioranza dei casi, le loro reazioni si traducono quindi in nervosismo e in una fuga nel lavoro. Proprio per questo motivo, il loro dolore tende a essere poco riconosciuto e supportato, e spesso vengono visti solo come un mezzo attraverso cui chiedere notizie della madre, ignorando che anch’essi possono essere profondamente prostrati dalla perdita del figlio.

L'ideale sarebbe che i congiunti provassero a sincronizzare le loro reazioni al lutto il più possibile, cercando di indovinare i sentimenti dell’altro, anche se il percorso di elaborazione del lutto può essere ostacolato o favorito dalle relazioni affettive e dalla rete relazionale in cui è inserita la donna.

L'Impatto dell'Aborto Spontaneo Ricorrente

L’aborto spontaneo è una complicanza ostetrica che si verifica frequentemente; infatti, ne vanno incontro circa il 15% delle gravidanze. La perdita di un futuro bambino, anche se l’interruzione della gravidanza si è prodotta nelle prime settimane, provoca sempre una grande tristezza, aggravata soprattutto nelle donne dagli improvvisi cambiamenti ormonali che si verificano nel corpo. Le cause dell’aborto possono essere legate ad un problema di natura genetica, infettivologica, endocrinologica o immunologica e purtroppo in molti casi non è possibile trovare l’eziologia specifica, anche quando la situazione si ripete attraverso aborti ricorrenti ed è fonte di grossa sofferenza psicologica per la donna che la subisce.

Proprio la difficoltà di trovare una causa che possa spiegare la sindrome da aborto abituale può generare conseguenze psicologiche nella donna che, non riuscendo a spiegarsi le ragioni del suo problema, vive un grosso senso di impotenza. In questi casi, la reazione dei familiari è molto importante perché possono dare supporto e aiutare la donna ad accettare il senso di ingiustizia e l’impotenza della situazione; in altri casi, la mancanza di comprensione delle persone che circondano la paziente può rendere più complicata una ripresa. Talvolta, anche involontariamente, le persone più vicine alla donna possono amplificare il suo senso di colpa irrazionale. La donna può pensare infatti che gli aborti dipendano da lei perché è difficile accettare che non ci sia una motivazione plausibile, può sentirsi sbagliata, inadeguata. Spesso emerge come le donne che soffrono della sindrome da aborto abituale possano pensare che i ripetuti insuccessi siano legati al troppo lavoro, alla tensione psicologica, all’alimentazione sbagliata, a difficoltà relazionali con il partner, o a problemi psicologici personali. Al di là che qualcuno di questi aspetti possa o meno concorrere al disturbo, risulta evidente un’affannosa ricerca di causa e profondi sensi di colpa personali.

Attraverso la perdita della gravidanza, la donna sente in questi casi di perdere una parte importante di sé, non si tratta infatti solo di un evento fisiologico; con l’aborto la persona vede spegnersi anche tutti i sentimenti che aveva investito nella prospettiva di avere un figlio. La donna può sperimentare un senso di vuoto e, nei casi in cui l’aborto sia ricorrente, può perdere la speranza di riuscire a realizzare il proprio desiderio di maternità, con gravi ripercussioni a livello di identità. Per molte donne, riuscire a diventare madre è un aspetto fondamentale dell’identità femminile; la perdita causa una grave ferita narcisistica che compromette la propria autostima e il valore di sé come donna. La fecondità, data per scontata, quando viene messa in discussione crea un senso di incredulità nella persona.

illustrazione di una coppia che si sostiene a vicenda

L'Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG): Una Scelta Complessa e le Sue Ripercussioni Psicologiche

Parlare di interruzione volontaria di gravidanza (IVG) significa entrare in un territorio complesso, spesso segnato da posizioni nette e polarizzate a livello sociopolitico ed etico. Da un lato c'è chi la vede come un atto contro la vita, dall'altro chi la definisce un intervento medico su un insieme di cellule. Al di là del dibattito, la legge italiana (Legge 194 del 22 maggio 1978) riconosce l'IVG come un diritto della donna. Questa titolarità, però, pone la donna di fronte alla piena responsabilità della scelta. Una responsabilità che non si limita alla consapevolezza della decisione, ma che spesso si carica del peso di un'accusa, più o meno velata, da parte della società. Molte esperienze di interruzione volontaria di gravidanza sono accompagnate dalla sensazione di dover giustificare una scelta intima e personale. In questo contesto, emerge una domanda tanto profonda quanto silenziosa: come si fa a perdonarsi dopo un aborto?

In Italia, ogni anno vengono effettuate circa 75.000 IVG, soprattutto su donne nubili. Il dato generale è in calo negli ultimi anni, probabilmente anche per l’aumento dell’informazione sulla prevenzione delle gravidanze indesiderate. Questi dati vengono raccolti dal Sistema di Sorveglianza epidemiologica delle interruzioni volontarie di gravidanza per migliorare strategie di prevenzione e assistenza. Tuttavia, dietro la freddezza dei numeri si nasconde un mondo sommerso: l’esperienza dell'aborto volontario, vissuta spesso come un fatto intimo, segreto e carico di solitudine.

grafico con statistiche sulle IVG in Italia

A differenza di un aborto spontaneo, dove il dolore è socialmente riconosciuto e legittimato, chi sceglie un'interruzione volontaria di gravidanza spesso si sente privata del diritto di soffrire. Essendo protagonista della scelta, la donna può avvertire di non avere il 'permesso' di stare male, di chiedere conforto. Eppure, la domanda resta, potente e silenziosa: come ci si sente dopo l’aborto volontario?

Le esperienze di IVG, sia che si tratti di aborto chirurgico o farmacologico, mostrano che le conseguenze psicologiche dell'aborto volontario possono essere significative. Non si tratta solo di un evento medico, ma di un momento che può essere vissuto come una profonda rottura: rispetto a una determinata immagine di sé, a un progetto di vita, o in relazione a una parte della propria identità. Questa ferita emotiva può lasciare un segno, indipendentemente dall'età o dalle circostanze. Le conseguenze di un'interruzione di gravidanza non sono uguali per tutte, ma alcune delle difficoltà psicologiche che possono emergere includono: depressione reattiva (che può manifestarsi come depressione post aborto volontario), disturbi alimentari, disturbi d’ansia, sensi di colpa e vergogna (sentimenti pervasivi legati al giudizio, proprio e altrui, che rendono difficile perdonarsi dopo un aborto), e un profondo senso di solitudine.

Un aborto, dal punto di vista psicologico, può essere analizzato con vari livelli di interpretazione. La donna che abortisce volontariamente, in buona parte dei casi, si trova dapprima a subire un evento: la gravidanza non desiderata. Spesso, il nucleo del dolore risiede nel sentirsi messi alle strette, nel dover affrontare una decisione irrevocabile senza averla cercata. Questa sensazione di essere costrette a scegliere può amplificare il peso emotivo.

Al di là del dolore, è importante considerare anche un altro significato psicologico dell’aborto. Per alcune donne, l'IVG può rappresentare il primo “no” esplicito e consapevole della loro vita: un atto di affermazione di sé che, pur nascendo da una crisi, può innescare un processo di profonda rinascita personale. In questo senso, la donna che sceglie di abortire si trova di fronte a una sorta di prima nascita di se stessa. Questo momento può segnare una svolta, accelerando il percorso di definizione della propria identità. Sebbene possa sembrare un paradosso, esistono esperienze di aborto volontario positive, non perché l'evento sia felice, ma perché la consapevolezza che ne deriva può essere generativa e trasformativa.

La scelta di abortire raramente è un passaggio indolore. Può essere accompagnata da senso di colpa e da un sentimento di inadeguatezza, proprio perché rappresenta una forte affermazione di sé. In termini psicologici, affrontare un'IVG può significare confrontarsi con la propria 'madre onnipotente interiore': quella parte di noi che si prende cura degli altri fino ad annullarsi, che fatica a dire di no per paura di deludere o di non essere amata. Visto in questa luce, l'aborto può assumere le forme di un evento iniziatico, un rito di passaggio che segna una trasformazione. Considerarlo tale, come avviene in alcune culture, implica riconoscerne l'importanza trasformativa nella propria storia personale e andare oltre l’apparenza di un evento puramente negativo per coglierne il potenziale di crescita.

immagine simbolica di rinascita e cambiamento

Il Dilemma della Gravidanza Imprevista Dopo un Parto Recente: Un Caso Studio

Una situazione di estrema complessità si presenta quando una gravidanza imprevista si verifica a breve distanza da un parto precedente, come nel caso di una donna di 35 anni con due figli, il più piccolo di soli quattro mesi. La sua testimonianza rivela una "frattura morale" in cui due forme di amore collidono: da un lato l’amore per ciò che già esiste, due figli piccolissimi, un equilibrio appena ritrovato, un corpo e una psiche che chiedono tregua; dall’altro l’amore per ciò che potrebbe esistere, che, dopo un’ecografia e un battito, non è più un’idea, ma un’immagine viva, quindi psichicamente potente.

Questa donna ha espresso chiaramente di non cercare una terza gravidanza, sentendosi completa con il marito e i due figli. La sua decisione iniziale di evitare la gravidanza, presa il giorno stesso del rapporto non protetto con l'assunzione della pillola del giorno dopo, non è stata sufficiente a fermare il concepimento. Ora, l'idea di abortire, di "uccidere" il bambino dentro di sé che potrebbe essere "il dono più bello della nostra vita", la strugge e la distrugge. Tuttavia, afferma di non potercela fare: la situazione è troppo impegnativa e rischiosa. Tra le sue paure vi sono il malessere fisico dovuto alla vicinanza del parto precedente, il rischio di distruggere il rapporto con il marito (che non vuole tenere il bambino), la paura di non essere presente per i figli che già ci sono (uno dei quali ha sofferto l'arrivo del secondo, e il terzo arriverebbe quando il secondo avrebbe solo un anno), e il timore di rovinare il matrimonio. Terrebbe il bambino solo per il senso di colpa, non per un desiderio reale di maternità in quel momento. Il pensiero di vedere l'eco e sentire il battito del cuore rende l'aborto "una cosa disumana, da persona cattiva", eppure le incertezze sul futuro sono paralizzanti: complicazioni in gravidanza, problemi alla nascita, prematurità, incapacità di gestire tre figli, caduta in depressione, perdita della libertà tanto guadagnata.

Il desiderio che "i medici dicessero di non poter continuare" per alleggerire il peso e non sentirsi "una persona meno brutta", "una madre meno snaturata" o "un'assassina", è rivelatore. Non perché si cerchi una scusa, ma perché si cerca un’autorizzazione esterna a non sacrificarsi oltre il possibile. Si vorrebbe che qualcuno dicesse: “Basta così, hai già dato abbastanza”.

In queste soglie, la mente cerca spesso una scorciatoia crudele: ridurre la complessità a verdetto (“sono un’assassina”, “sono una madre snaturata”). Ma il verdetto è un modo per chiudere ciò che spaventa. Non si sta scegliendo tra bene e male; si sta scegliendo tra due dolori, e ogni scelta comporta una perdita, di una possibilità, oppure di una tenuta (fisica, psichica, relazionale). La domanda diventa quale ferita è più coerente con la cura: di sé, dei figli che già ci sono, della coppia, della propria possibilità di restare madre presente e non collassata. Restare umani dentro questa scelta significa non rifugiarsi né nel cinismo (“non è niente”) né nell’autoflagellazione (“sono cattiva”), ma sostenere la tragicità senza trasformarla in identità.

Il Ruolo Fondamentale del Supporto Psicologico e delle Terapie Specifiche

In situazioni così complesse e dolorose, un adeguato supporto psicologico diventa essenziale. L’esperienza del lutto, se non elaborata e metabolizzata nel modo corretto, può avere ripercussioni significative. Ad esempio, può esserci il rischio che la madre, in caso di una successiva gravidanza, sviluppi un legame inadeguato con il nuovo figlio, dove il bambino morto può venire idealizzato o “sostituito” a quello della gravidanza attuale. Questa idealizzazione porterebbe ad una proiezione di una perfezione che non esiste e il bambino nato non sarebbe mai all’altezza del precedente, crescendo così svalutato e svalorizzato agli occhi del genitore.

Il sostegno psicologico ed il supporto empatico ai genitori dovrebbero iniziare contestualmente all’evento di perdita e divenire parte integrante dell’assistenza ginecologica ed ostetrica, che occupandosi esclusivamente degli aspetti organici e medici minimizza o evita completamente la cura del dolore “psichico” intrinseco alla morte prenatale. È altrettanto cruciale evitare di incentivare subito una nuova gravidanza, come invece spessissimo accade.

Un lutto di questo tipo può colpire duramente, e il predittore più importante che espone le persone verso un lutto traumatico è, secondo i teorici dell’attaccamento, aver sviluppato uno stile di attaccamento problematico disorganizzato, avendo così una probabilità maggiore nell’incorrere in un Disturbo Post-Traumatico. I sintomi che possono comparire sono i flashback, e anche la reazione fisiologica riveste un ruolo importante, in cui si ha l’attivazione del sistema ortosimpatico. Normalmente, quando il pericolo passa il simpatico si disattiva grazie all’attivazione del parasimpatico, ma durante un tale trauma vi è uno squilibrio, si ha la tipica reazione di trasalimento in cui la persona traumatizzata si spaventa per qualsiasi cosa, anche e soprattutto per qualcosa che ricorda il trauma stesso. Inoltre, si ha una forte tendenza ad evitare tutto ciò che rimanda all’episodio traumatico, come ricordi spiacevoli, pensieri o sentimenti relativi al lutto, o anche persone, luoghi (come l'ospedale o lo studio medico dove si è ricevuta la notizia) o sensazioni corporee che ricordano l’evento traumatico (dolore addominale, vista del sangue, odori particolari).

psicoterapeuta che offre supporto

Il trattamento EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un metodo psicologico efficace nella risoluzione adattiva di un lutto perinatale sia fisiologico che complicato. In particolare, con il metodo EMDR i genitori e lo psicoterapeuta lavorano insieme sugli aspetti più traumatici della perdita del figlio o della figlia avvenuta durante la gravidanza, al parto o dopo la nascita (la comunicazione della diagnosi e della morte, immagini dell’ospedalizzazione, ricovero, intervento chirurgico, parto, degenza, rientro a casa).

La Terapia Sensomotoria è una terapia basata sul colloquio, orientata al corpo, sviluppata negli anni ‘80 da Pat Ogden, con il contributo di Ron Kurtz (1990) e del metodo Rolf di Integrazione Strutturale (Rolf 1987), arricchita da contributi dei campi dell’attaccamento, delle neuroscienze e della dissociazione. Unisce approcci cognitivi ed emotivi, dialogo e interventi fisici che affrontano direttamente i ricordi impliciti e gli effetti neurobiologici del trauma.

Chiedere aiuto e andare dallo psicologo dopo un'interruzione di gravidanza, sia spontanea che volontaria, è un passo importante. La terapia, infatti, offre uno spazio protetto dove è possibile dare voce e significato a tutto ciò che si agita dentro. In particolare, permette di avviare l'elaborazione del lutto, risignificare il dolore, elaborare eventuali ricordi traumatici e lavorare sulla narrazione della propria esperienza.

Come Affrontare il Lutto e il Senso di Colpa: Percorsi di Guarigione

Imparare come superare il dolore di un aborto volontario è un processo che richiede tempo e gentilezza verso se stessi. Le ripercussioni psicologiche non devono essere affrontate in solitudine. Un percorso psicoterapeutico offre uno spazio sicuro per dare un nome a queste emozioni e imparare a gestirle.

Il dolore che si prova, anche a distanza di anni, non è un segno di debolezza, ma la testimonianza di quanto quell’esperienza abbia inciso profondamente nel cuore. La maternità, a volte, riapre ferite che credevamo rimarginate, proprio perché ci mette davanti a ciò che avrebbe potuto essere. Questo non è un passo indietro, ma un momento nuovo, diverso, in cui si sta guardando quel dolore con occhi maturati.

I sensi di colpa sono subdoli. Nascono dal bisogno di dare un senso alle scelte fatte e dal desiderio di essere "buone", "giuste", "degne". Ma i sensi di colpa non sempre riflettono la realtà: riflettono spesso il giudizio che temiamo o che temiamo di dare a noi stesse. Perdonarsi, in questi casi, non è un atto immediato, è un processo lento. Significa riconoscere che quella scelta è stata fatta con la consapevolezza, il coraggio e i limiti di quel momento.

Per chi sta vivendo un lutto dopo un aborto, è fondamentale:

  • Riconoscere e validare le proprie emozioni: Permettere a se stessi di sentire il dolore, la tristezza, senza giudicarsi.
  • Praticare l'auto-compassione: Trattarsi con la stessa gentilezza e comprensione che si riserverebbe a un'amica che sta soffrendo. Non si è una cattiva persona, né una cattiva madre. Si è stata una donna in un momento difficile, che ha cercato di fare il meglio possibile con ciò che aveva a disposizione.
  • Cercare il sostegno di chi vi circonda: Anche se in genere in situazioni di tristezza si preferisce stare da soli, la guarigione è sempre più facile con il sostegno del partner, della famiglia e degli amici. Parlare apertamente con il proprio partner, non solo della decisione finale, ma delle paure, dei rischi, delle conseguenze concrete su di sé, sul rapporto, sui figli, è cruciale.
  • Cercare un sostegno psicologico professionale: Se non si riesce a superare la situazione, consultare uno psicologo esperto in queste tematiche può essere di grande aiuto per comprendere e affrontare la perdita, elaborare il senso di colpa e trasformarlo in una scelta consapevole e non in una condanna. La terapia non è un segno di debolezza, ma uno spazio protetto dove poter elaborare il dolore, il senso di colpa, la paura, il lutto (qualunque forma esso prenda) e ritrovare gradualmente un senso di pace con se stessi.
  • Accettare che il dolore possa restare, ma cambiare forma: Non sempre si “supera” il dolore, ma si può imparare a viverci accanto, a lasciargli il posto che merita, senza che invada tutto. Il dolore che torna non significa che si è tornati indietro, ma che si sta attraversando un altro strato di quel lutto.

La Gravidanza Successiva all'Aborto: Tra Speranza e Paura

La gravidanza successiva a un aborto precoce è spesso condizionata dall’esperienza precedente. Si gioisce ma si ha paura, si spera e si inizia a costruire il legame di attaccamento ma allo stesso tempo ci si sente distaccati; insomma, si vive quella che è una vera e propria alternanza di emozioni contrastanti. Soprattutto i primi mesi possono essere vissuti con forti sentimenti di incertezza, con ansia e stress.

Se è vero che ogni bambino perduto merita di essere ricordato, è anche vero che ogni bambino in arrivo merita di essere accolto al meglio per la sua unicità e dovrebbe poter godere di una madre e un padre liberi di lasciarsi andare all’amore, e non impietriti dal dolore e dalla paura. Le preoccupazioni riguardanti una gravidanza troppo presto, con i relativi cambiamenti ormonali, possono causare molta ansia. Inoltre, può anche accadere che, dopo un aborto spontaneo, alcune coppie pensino che quello che è successo sia colpa loro, che non potranno avere altri figli e si facciano prendere dal panico al pensiero di riprovarci.

È fondamentale che la madre e la coppia, qualora decidano per una nuova gravidanza, siano supportate nel gestire questa alternanza emotiva, lavorando sull'elaborazione del lutto precedente per permettere al nuovo bambino di essere accolto per ciò che è, senza il peso di fantasmi o aspettative non realistiche.

L'ironia del lutto - Come affrontare un lutto perinatale con ironia

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