Aborto: Pensiero Personale e Analisi Multidimensionale di un Dilemma Universale

L'aborto è un argomento di straordinaria complessità, un crocevia di moralità, legislazione, scelta personale e profonde implicazioni esistenziali. La discussione su questo tema è costantemente alimentata da prospettive diverse, che spaziano dalla difesa intransigente della vita fin dal concepimento alla ferma rivendicazione dell'autonomia individuale e della salute della donna. Comprendere appieno le sfumature di questo dibattito richiede un'analisi approfondita che non si sottragga alla complessità delle sue dimensioni etiche, sociali, psicologiche e mediche. Che si adotti una posizione pro-scelta, pro-vita, o ci si trovi in una zona intermedia di riflessione, l'esplorazione di questo argomento controverso rivela un tessuto intricato di valori e diritti.

La Cornice Legale Italiana: La Legge 194 sull'Interruzione Volontaria di Gravidanza

In Italia, il dibattito sull'aborto è incorniciato dalla legge 194 del 1978, una normativa che ha segnato un punto di svolta riconoscendo l'«interruzione volontaria della gravidanza» (IVG) come un diritto della donna. Questa legge, tuttora in vigore, stabilisce che la donna, e solo la donna, ha il diritto di abortire entro il terzo mese di gravidanza, ovvero entro il novantesimo giorno. È fondamentale notare che in questa decisione il padre non ha alcun ruolo, una specificità che sottolinea l'autonomia decisionale femminile in materia.

Le condizioni che legittimano l'IVG, come delineate dall'articolo 4 della legge 194, sono molteplici e tengono conto di una serie di fattori che possono rendere la prosecuzione della gravidanza un "serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna". Tali fattori includono il suo stato di salute preesistente, le sue condizioni economiche, sociali o familiari, le circostanze in cui è avvenuto il concepimento, e persino le previsioni di anomalie o malformazioni del concepito. La legge, quindi, non si limita a considerare la sola salute fisica immediata, ma abbraccia una visione più ampia del benessere della donna, riconoscendo l'interconnessione tra fattori medici, personali e sociali. Questo approccio riflette la consapevolezza che una gravidanza indesiderata o in condizioni di particolare vulnerabilità può avere ripercussioni profonde e durature sulla vita di un individuo, andando ben oltre la dimensione meramente biologica. La sua introduzione ha rappresentato un tentativo di bilanciare il diritto alla salute e all'autodeterminazione della donna con la tutela della vita nascente, in un contesto in cui la clandestinità degli aborti rappresentava un grave rischio per la salute pubblica.

Mappa dell'Italia con indicazione dell'anno di approvazione della Legge 194

L'Inizio della Vita e la "Chiaroveggenza" del Mistero: Riflessioni sul Concetto di Persona

Il dibattito sull'inizio della vita e sulla sua origine è da sempre "feroce", alimentando posizioni spesso inconciliabili. Alcuni, con una semplificazione talvolta brutale, descrivono l'embrione come un "grumo di sangue e nulla più", riducendo la vita nascente a una mera agglomerazione cellulare priva di significato intrinseco. Questa prospettiva si scontra con una visione più profonda e complessa, che riconosce nella cellula appena fecondata, sin dal primo istante del concepimento, la presenza di un patrimonio genetico completo. Quest'affermazione scaturisce dalla presa d'atto dei dati scientifici circa la presenza nella cellula appena fecondata, sin dal primo istante del concepimento, del patrimonio genetico contenente tutte le caratteristiche della persona che si manifesteranno progressivamente. I tessuti, gli organi, gli apparati e anche alcune caratteristiche psichiche della persona non saranno aggiunti dall'esterno alla cellula appena fecondata, ma sono già presenti in esso. Questa "promessa di eternità" è scritta nel DNA, un codice che racchiude il progetto completo dell'individuo.

In questo contesto di riflessione, risuona potente la figura di René Magritte e la sua "chiaroveggenza". Nonostante Magritte non fosse credente, anzi, dopo la tragica perdita della madre, probabilmente suicida, affermerà più volte di essere ateo. Tuttavia, proprio René Magritte scriverà che solo l'arte riesce a dire qualcosa del Mistero, a dire Dio. Il dipinto intitolato "Chiaroveggenza" lo presenta intento a dipingere una tela, un quadro nel quadro, secondo una tipologia iconografica che ha avuto discreta fortuna nella storia dell’arte. Quello sguardo profondo sulla realtà che la comprende a partire dal suo senso ultimo e dal suo divenire, spinge a domandarsi: perché Magritte, non credente, ha guardato un uovo e ha visto la vita vibrarsi in volo? Perché non ha dipinto un tegame con l’uovo pronto da cucinare? Forse perché René Magritte aveva un forte senso della vita, era compreso della sua dignità di uomo e di artista. Che l'uomo non voglia morire, che l'uomo nato dal miracoloso incontro di cellule, di sangue e di carne fuse in un abbraccio vitale, sia già una promessa di eternità, è scritto nel DNA. Questa è chiaroveggenza. È una capacità di vedere oltre la superficie, di percepire la potenzialità, la dignità intrinseca della vita fin dalle sue origini più umili.

Questa prospettiva apre la porta a un'indagine più profonda sul concetto di "persona", una nozione che riveste un ruolo chiave nei dibattiti bioetici e biopolitici sull'aborto. Autori internazionali come Peter Singer e Judith J. Thomson hanno elaborato teorie innovative che cercano di giustificare la liceità dell'interruzione volontaria della gravidanza. Essi si basano su una rielaborata nozione di "persona", considerata da una prospettiva ontologica, e indagano il carattere assiologico e valoriale del concetto di "libertà", declinato nella fattispecie di una "libertà di scelta" esercitabile dalla donna. La comprensione della portata di questo binomio concettuale, "persona" e "libertà", e l'analisi delle sue conseguenze corollarie, sono essenziali per evidenziare alcune criticità e arricchire la discussione, anche se la questione non cambia di molto per chi, come Magritte, ha un "forte senso della vita" e ne riconosce la dignità intrinseca.

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Il Dilemma Morale: Motivazioni Contrari all'Aborto e la Bilancia dei Valori

Le motivazioni contrari all'aborto spesso si concentrano su un profondo dilemma etico che richiede di mettere sui piatti della bilancia due valori fondamentali, che appaiono in conflitto. Da un lato, c'è la sofferenza enorme della donna nel proseguire una gravidanza, magari nata da uno stupro, e nel partorire un figlio frutto di tale violenza. Dall'altro, c'è il valore della vita del concepito, un essere innocente, che diventerebbe ingiustamente l'unico a pagare per un atto non suo. Anche in questi casi l'aborto, in risposta ad una maternità non desiderata, fa pagare l’«errore» dei genitori all’unico innocente e indifeso. Questa argomentazione sottolinea la convinzione che la vita del nascituro abbia un valore intrinseco che trascende le circostanze del suo concepimento o le difficoltà che potrebbe affrontare la madre.

Un'ulteriore obiezione si basa su una critica ai concetti di "felicità" e "normalità" spesso impliciti nelle giustificazioni dell'aborto in caso di malformazioni o disabilità del feto. Chi può stabilire a priori che la vita di un malformato è infelice, o più infelice di quella di una persona sana? D'altra parte, che cos'è la felicità? E chi è veramente felice? In genere, la felicità è notevolmente legata alla dimensione relazionale e sociale della persona, che soffre particolarmente quando non è accolta, quando non è amata, quando è lasciata sola. Anche le persone malate, generalmente soffrono soprattutto per il non sentirsi accolte. La presunta giustificazione dell'aborto in questo caso, dunque, nasce dalla constatazione che la società non è in grado di accogliere dignitosamente le persone malate. Ora - sembra la conclusione di questo ragionamento - piuttosto che sforzarci di creare una società più aperta verso il “diverso”, è preferibile eliminarlo! Questa prospettiva ribalta la questione, spostando l'attenzione dalla "qualità della vita" del nascituro alla capacità della società di essere inclusiva e supportiva.

Il concetto di “normale” e di subnormale o anormale è, in realtà, un concetto relativo, e ci si domanda: chi stabilisce chi è normale? Questa relatività è rivelata anche dalla trasformazione del linguaggio negli ultimi decenni a proposito delle persone svantaggiate, per le quali si tende a preferire al termine “disabile” (vocabolo che sottolinea, in negativo, l’assenza di capacità più o meno importanti) l’espressione “diversamente abile” (che, invece, esprime la constatazione che ogni persona ha abilità diverse da quelle di un’altra e alla mancanza di alcune di esse - ad esempio l’assenza della parola o dell’autonomia dei movimenti o della vista, ecc.). Questa evoluzione linguistica e concettuale suggerisce una maggiore consapevolezza della dignità intrinseca di ogni individuo, indipendentemente dalle sue capacità o condizioni. Le leggi dello Stato, in questo senso, dovrebbero tutelare i diritti di tutti e, in particolare, i diritti dei più deboli. E chi è più debole dell’embrione, unico soggetto innocente e indifeso? Questa domanda retorica mira a evidenziare la vulnerabilità del concepito come elemento centrale della riflessione etica e giuridica.

L'Aborto come Omicidio: La Prospettiva dell'Enciclica Evangelium Vitae

La gravità morale dell'aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che si tratta di un omicidio e, in particolare, se si considerano le circostanze specifiche che lo qualificano, come sottolineato nell'enciclica Evangelium vitae di Papa Giovanni Paolo II, al paragrafo 58. Chi viene soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa immaginare: mai potrebbe essere considerato un aggressore, meno che mai un ingiusto aggressore! È debole, inerme, al punto di essere privo anche di quella minima forma di difesa che è costituita dalla forza implorante dei gemiti e del pianto del neonato. È totalmente affidato alla protezione e alle cure di colei che lo porta in grembo. Questa prospettiva enfatizza la totale innocenza e dipendenza del concepito, presentandolo come il più vulnerabile degli esseri umani.

Nel paragrafo 99 della stessa enciclica, Papa Giovanni Paolo II riserva un pensiero speciale alle donne che hanno fatto ricorso all'aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s'è trattato d'una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s'è ancora rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l'avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Allo stesso Padre e alla sua misericordia potete affidare con speranza il vostro bambino. Aiutate dal consiglio e dalla vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita. Questo passaggio, pur ribadendo la condanna dell'aborto, offre un messaggio di compassione e di speranza, riconoscendo la complessità emotiva e spirituale dell'esperienza femminile.

Tuttavia, esistono diverse controargomentazioni a questa posizione. L'idea che un feto abbia gli stessi diritti intrinseci di un essere umano completamente formato è problematica per alcuni. Mentre un feto può essere un essere vivente, non è lo stesso di un essere umano completamente formato con pensieri, sentimenti ed esperienze. Il concetto di personalità, che definisce gli attributi necessari affinché qualcuno sia considerato una persona, non è chiaramente definito e, come tale, la questione di quando un feto diventi una persona è una questione controversa. Inoltre, l'argomento che un feto ha il diritto alla vita ignora i diritti e l'autonomia della madre. È essenziale riconoscere che la gravidanza e il parto sono esperienze complesse e impegnative che possono avere effetti significativi sul corpo e sul benessere di una donna, sia fisicamente che emotivamente. Pertanto, le donne dovrebbero avere il diritto di scegliere se continuare o meno una gravidanza senza timore di ripercussioni legali.

È anche importante considerare le implicazioni sociali ed economiche più ampie dell'aborto. Criminalizzare l'aborto non impedirebbe alle donne di abortire. Invece, spingerebbe la pratica sottoterra e metterebbe a rischio la salute e la sicurezza delle donne. Inoltre, colpirebbe in modo sproporzionato le comunità emarginate che potrebbero non avere accesso a servizi di aborto sicuri e legali, portando a ulteriori disuguaglianze sociali ed economiche. Infine, vale la pena notare che la posizione secondo cui l'aborto è omicidio è spesso basata su credenze religiose o morali che non sono condivise da tutti. Mentre è essenziale rispettare le credenze e i valori individuali, non è opportuno imporli agli altri attraverso la legge. La sfida è dunque trovare un equilibrio tra la tutela della vita e il rispetto dell'autonomia individuale, in un contesto di pluralismo etico e culturale.

Illustrazione schematica delle diverse fasi dello sviluppo fetale

Le Diverse Tipologie di Aborto e la Questione dei Contracettivi d'Emergenza

Quando si parla di aborto, è fondamentale distinguere tra le diverse modalità attraverso cui può avvenire l'interruzione di gravidanza. In termini generali, si possono identificare principalmente due categorie: l'aborto spontaneo e l'aborto provocato o indotto, quest'ultimo denominato in Italia IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza). L'aborto spontaneo si verifica per cause naturali e non è controllabile dalla donna; è un evento improvviso e non voluto. Al contrario, l'aborto provocato è un'azione intenzionale che porta alla terminazione della gravidanza, implicando una responsabilità consapevole da parte della donna e, quando legale, del personale medico.

Nell'ambito dell'aborto provocato, esistono diversi metodi, la cui scelta dipende dalla fase della gravidanza e da altri fattori clinici:

  • Aborto Medico (o Chimico): Questo tipo di aborto comporta l'assunzione di farmaci specifici per indurre la terminazione della gravidanza. Generalmente prevede l'uso di due farmaci, mifepristone e misoprostolo, assunti nell'arco di alcuni giorni. Il mifepristone blocca l'ormone progesterone, essenziale per il mantenimento della gravidanza, mentre il misoprostolo provoca contrazioni uterine per espellere il contenuto dell'utero. Questo metodo è solitamente disponibile nelle prime settimane di gravidanza.
  • Aborto Chirurgico: Questo metodo prevede una procedura per rimuovere il contenuto dell'utero. Ci sono diversi approcci chirurgici:
    • Aspirazione a vuoto: Utilizzata nelle prime fasi della gravidanza, prevede l'inserimento di un sottile tubo nell'utero per aspirare il contenuto.
    • Dilatazione e Curettaggio (D&C): Prevede la dilatazione del collo dell'utero e l'utilizzo di uno strumento chirurgico chiamato curette per raschiare delicatamente le pareti uterine e rimuovere il tessuto.
    • Dilatazione ed Evacuazione (D&E): Generalmente utilizzata nelle gravidanze più avanzate del primo trimestre, o nel secondo trimestre, è una procedura più complessa che combina dilatazione cervicale e rimozione strumentale del tessuto.
  • Aborto Tardivo: Si riferisce a un aborto che avviene dopo il primo trimestre di gravidanza, generalmente dopo 24 settimane. Gli aborti tardivi vengono eseguiti solitamente solo in casi eccezionali, quando la vita o la salute della madre sono a rischio grave oppure in presenza di gravi anomalie o malformazioni fetali che renderebbero la vita del nascituro insostenibile o di estrema sofferenza. Queste procedure sono più complesse e comportano maggiori rischi per la salute della donna.

Un'altra questione strettamente legata all'interruzione di gravidanza, anche se distinta, è quella della Pillola del giorno dopo e dei cinque giorni dopo. Queste sono classificate come contraccettivi d'emergenza. La loro natura e il loro meccanismo d'azione generano un dibattito sulla possibilità che abbiano anche effetti abortivi, ovvero che possano impedire l'annidamento di un ovulo già fecondato. La discussione su questi farmaci si concentra sull'interpretazione del momento esatto in cui inizia una gravidanza dal punto di vista medico e biologico, e se l'azione di impedimento dell'annidamento debba essere considerata un atto abortivo o una prevenzione della gravidanza stessa. Questa distinzione è cruciale e spesso oggetto di interpretazioni diverse a seconda delle convinzioni etiche e scientifiche.

Le Profonde Ripercussioni Psicologiche dell'Aborto: La Sindrome Post-Abortiva

L'interruzione di gravidanza, sia essa spontanea o indotta, può avere conseguenze psicologiche molteplici e complesse. Mentre l'aborto spontaneo è un evento non controllabile, improvviso e senza nessuna volontà da parte della madre, l'aborto indotto prevede una responsabilità consapevole. Generalmente si è convinti che una tale consapevolezza della propria decisione non provochi sentimenti di lutto e perdita; tuttavia, ciò non preclude una ferita profonda, un dolore viscerale che può tornare vivido anche dopo tempo. Al riguardo, Galimberti (1994) afferma che "è frequente che il ricordo di aborti provocati in epoca lontana e superati apparentemente senza difficoltà, ricompaia carico di sensi di colpa in occasione di episodi depressivi". Questo suggerisce che il processo di elaborazione può essere lungo e tortuoso, e che le cicatrici emotive possono riemergere anche a distanza di anni.

Un quadro nosologico particolarmente discusso è la cosiddetta Sindrome Post-Abortiva (SPA). Questa sindrome si riferisce a una serie di disagi che possono insorgere subito dopo l'interruzione oppure dopo anni, e può quindi rimanere latente per molto tempo. Essa viene fatta rientrare in linea teorica all'interno dei disturbi post-traumatici da stress (PTSD), essendo l'IVG un evento traumatico in grado di creare un marcato stress e disagio.

I sintomi della SPA possono interessare varie aree del funzionamento psicologico e comprendono:

  • Disturbi emozionali: ansia, depressione, irritabilità, sbalzi d'umore, senso di vuoto o apatia.
  • Disturbi della comunicazione e del pensiero: difficoltà di concentrazione, pensieri intrusivi, rimuginio sull'evento.
  • Disturbi dell'alimentazione: alterazioni dell'appetito o del comportamento alimentare.
  • Disturbi della relazione affettiva e della sfera sessuale: difficoltà a instaurare o mantenere relazioni intime, calo del desiderio sessuale o problemi nella sfera dell'intimità.
  • Disturbi neurovegetativi: somatizzazioni, come mal di testa, problemi digestivi, stanchezza cronica.
  • Disturbi del sonno: insonnia, incubi ricorrenti legati all'aborto.
  • Disturbi fobico-ansiosi: sviluppo di fobie o attacchi di panico.
  • Flashback dell'aborto: rivivere mentalmente o sensorialmente l'esperienza dell'aborto in modo vivido e inaspettato.

I sintomi principali che fanno rientrare la SPA nella categoria della sindrome post-traumatica da stress sono, invece:

  • Esposizione o partecipazione a un'esperienza di aborto, percepita come uccisione volontaria di un bambino ancora non nato.
  • Rivivere in modo intrusivo l'evento dell'aborto, attraverso ricordi, pensieri o immagini.
  • Sforzi per evitare di riportare alla memoria i ricordi legati all'interruzione di gravidanza, evitando luoghi, persone o conversazioni che potrebbero richiamare l'evento.
  • Altri sintomi associati all'evento come senso di colpa e sensazione di essere sopravvissuti, che non erano presenti prima del trauma.

Fattori scatenanti, anche dopo anni, possono essere l'anniversario dell'interruzione, l'ipotetica data di nascita del bambino e tutta una serie di scadenze legate ad anniversari e ricorrenze significative. Anche se l'esistenza e la morte del bambino non sono riconosciute da nessuno intorno a lei, il legame tra la madre e il bambino che non c'è più è spesso totalizzante, anche se in modo inconsapevole. Questo aspetto sottolinea la natura intima e spesso solitaria del dolore post-abortivo. I fattori di rischio per sviluppare una sindrome post-traumatica da stress legata all'aborto includono uno scarso supporto sociale, la pressione esercitata da un amico, compagno, marito o parenti circa la decisione di abortire, e sentimenti preesistenti o sviluppati successivamente di vergogna e sensi di colpa. Nel lungo termine, le manifestazioni possono presentarsi fino a 15 anni dopo l'evento, con emozioni disturbanti e pensieri ricorrenti e intrusivi, a testimonianza della profondità della ferita psicologica.

Il Ruolo Essenziale dello Psicologo nel Percorso dell'IVG

In considerazione delle complesse e potenzialmente gravi ripercussioni psicologiche dell'interruzione di gravidanza, la consulenza psicologica emerge come uno strumento di importanza cruciale, sia prima che dopo un'IVG. Il supporto professionale mira a lavorare sulla consapevolezza delle conseguenze delle varie scelte e a favorire un miglior esito psicologico per la donna.

Quando una donna si presenta da uno psicologo nel momento in cui deve prendere questa decisione, è fondamentale che si senta supportata in ognuna delle sue scelte, senza giudizio o preconcetti. Il ruolo dello psicologo non è quello di influenzare la decisione, ma di fornire uno spazio sicuro in cui la donna possa esplorare i propri sentimenti, le proprie paure e le proprie motivazioni, aiutandola a raggiungere una scelta consapevole e sentita.

Dopo l'interruzione di gravidanza, lo psicologo accompagna la donna nell'elaborazione del lutto, un processo che, come visto, può essere inaspettatamente profondo e complesso, anche in assenza di un riconoscimento sociale della perdita. È importante indagare pensieri disfunzionali relativi a questo evento, aiutando la donna a riformulare le proprie esperienze e a mitigare i sensi di colpa o la vergogna. Per elaborare la perdita è altresì importante accettare l'esperienza vissuta e accogliere la sofferenza che ne consegue. Negare il dolore o cercare di sopprimerlo può infatti prolungare il processo di guarigione e portare a complicazioni psicologiche a lungo termine.

Per queste ragioni, è auspicabile che ogni donna che ha vissuto un'interruzione di gravidanza possa avere il giusto supporto psicologico, sia per accettare la sofferenza che per colmare l'immenso senso di vuoto che quell'evento può aver prodotto. Spesso anche la partecipazione a dei gruppi di supporto sostiene e dà il giusto aiuto per elaborare la perdita. Il gruppo, infatti, veicola significati ed emozioni importanti, permettendo alle donne di sentirsi comprese, di condividere esperienze e di trovare conforto nella solidarietà, raggiungendo così un obiettivo comune di elaborazione e accettazione. Il sostegno comunitario, unito a quello individuale, può fare una differenza significativa nel percorso di recupero e benessere psicologico.

Infografica: I benefici del supporto psicologico dopo un trauma

L'Ombra dell'Aborto Clandestino: Ricordi e Riflessioni di un Medico

La questione dell'aborto non è solo un esercizio teorico o un dilemma morale astratto; essa ha radici profonde nella realtà concreta e talvolta drammatica della vita delle persone. La testimonianza di un medico anestesista-rianimatore, il Dr. Giuseppe R. Gristina, offre una prospettiva cruda e illuminante sulle conseguenze della negazione del diritto all'aborto sicuro. Egli condivide i suoi ricordi di una notte del 13 agosto 1980, una notte che ha segnato profondamente la sua carriera e la sua coscienza professionale.

Ero di guardia come anestesista per la chirurgia d’urgenza nell’ospedale dove ero stato assunto un mese prima. Con la ferrista e l’infermiere stavamo sorseggiando un caffè nella sala pausa del reparto operatorio quando la bitonale di un’ambulanza incominciò a farsi strada piano nelle nostre teste, poi sempre più intensamente. Poco dopo una telefonata dal pronto soccorso annunciò: “è per voi”. La ferrista iniziò a lavarsi. L’infermiere e io entrammo in sala. Accesi il respiratore e la monitorizzazione e insieme iniziammo a preparare i farmaci per l’anestesia, i fluidi e le linee vascolari. Uscirono dall’ascensore il medico d’urgenza e un’infermiera spingendo la barella con sopra una ragazzina, poi i chirurghi e i ginecologi. A occhio non più di diciotto anni. Il lenzuolo che la ricopriva intriso di sangue dal pube in giù. Di un pallore ormai grigiastro, respirava a fatica tra un rantolo e l’altro. Gli occhi sbarrati. Fradicia di sudore. Continuava a perdere sangue. La mettemmo sul tavolo operatorio direttamente col lenzuolo della barella. Quando l’intervento iniziò era in una condizione di peri-arresto da shock emorragico. Mentre io cercavo di mantenere le funzioni vitali, i chirurghi aprirono l’addome. Fermata l’emorragia, apparve chiaro quello che avevamo supposto: l’utero era stato sfondato durante una manovra abortiva, le anse intestinali risultavano ampiamente lacerate in più punti. Nessuno di noi aveva mai visto un tale strazio di un corpo umano. Nessuno ha mai dimenticato quella notte. Ne uscimmo comunque dopo circa sei ore di lavoro. Lei no. Morì dopo 48 ore in terapia intensiva per le complicanze ormai irreversibili dello shock emorragico. Per inciso: era una rom.

Quell'esperienza straziante ha portato il Dr. Gristina a una profonda riflessione: Pensai, nei giorni a seguire, che se questi erano i rischi di un aborto clandestino per chi certe garanzie di sicurezza non se le poteva permettere la risposta era una sola: evitare che una cosa del genere accadesse a qualche altra donna. Prevenire il potenziale disastro, non intervenire a tragedia compiuta, come quella notte. L’unico modo per farlo era garantire una procedura sicura, in un ambiente sanitario appropriato come solo una sala operatoria di ospedale può essere. Io sono diventato non obiettore così. In una notte di guardia ho dovuto scegliere da che parte stare: dalla parte del Sistema sanitario nazionale o della mia coscienza che, detto tra noi, all’epoca il problema nemmeno se l’era posto seriamente.

Negli anni a seguire, la sua scelta non fu facile. L'aborto sembrava essere diventato un metodo anticoncezionale, un'osservazione che portò a dubitare della sua decisione. Perché l’aborto, oltre che per le donne, implica un dilemma morale anche per i professionisti sanitari che lo praticano e soltanto gli ipocriti o gli integralisti possono pensare che la coscienza ce l’abbiano soltanto coloro che in suo nome obiettano, o peggio, che solo quella di chi obietta sia la coscienza “giusta”. La differenza invece, è tutta nel fatto che la coscienza di un medico di sanità pubblica che si dichiara “non obiettore” annette un valore superiore al proprio dovere di svolgere un ruolo di garanzia e protezione della salute della comunità - nello specifico delle donne che decidono di abortire - rispetto alla propria, individuale regola. In sintesi, si tratta di capire come il medico risolve il dilemma morale dell’aborto: se cioè mette al centro della sua riflessione etica, quindi al centro della cura, la donna che chiede supporto e assistenza, o sé stesso. Perché nel caso dell’aborto la verità è una sola: quando l’aborto è illegale le donne che intendono porre fine a una gravidanza non voluta o rischiosa, e chi si prende cura di loro, cercano comunque fuori dei sistemi sanitari la soluzione.

Le statistiche odierne confermano la validità di questa prospettiva: il tasso di abortività in Italia si è ridotto drasticamente (-7,6% nel 2020 rispetto al 2019) ed è tra i più bassi del mondo. Le più frequenti complicanze della procedura - lesioni dell’apparato riproduttivo che richiedono riparazione chirurgica, infezioni con conseguente infertilità, sepsi, emorragie, insufficienza d’organo e morte - figurano soltanto nelle statistiche degli Stati che ancora vietano l’aborto, nei quali la procedura è perciò clandestina. Ogni anno, il 4,7-13,2% dei decessi materni può essere attribuito ad aborti non sicuri. D'altronde, se tutti noi in quegli anni non avessimo resistito, quel tasso di abortività sarebbe rimasto confinato ai tavoli delle mammane. Con il supporto di una buona legge, noi medici e infermieri non obiettori, in quegli anni, contribuimmo invece a costruire una sanità pubblica più equa e più solidale. Non abbiamo completamente risolto, certo, perché se una donna non si può permettere dei figli, o non li vuole, è un problema oltre che personale anche sociale ed economico. Quello stesso che i politici antiabortisti si guardano bene dall’affrontare, preferendo nascondere dietro la più stucchevole e comoda disputa teorica “pro-life” vs “pro-choice” una ben definita scelta di campo: difendere, per convenienza puramente politica, un sistema in cui persistono rigidi stereotipi di genere ancorati a una cultura arcaica e che comporta disuguaglianze e iniquità. Recenti analisi macroeconomiche confermano infatti che la protezione della salute delle donne incide in modo particolarmente significativo sulle loro prospettive nel mercato del lavoro e che quando l’aborto è illegale provoca conseguenze economiche sostanziali e di lunga durata per le famiglie con un effetto negativo sull’economia in generale.

Io ho scelto però di fare il medico, e dunque a me interessava e interessa soprattutto che quanto visto quella notte di agosto del 1980 oggi a nessuna donna accada più e che nessun medico o infermiere lo veda più. Nell’editoriale di The Lancet del 14 maggio scorso, pubblicato in attesa della decisione della Corte suprema americana che ha revocato il diritto all’aborto, è scritto: «The Justices who vote to strike down Roe will not succeed in ending abortion, they will only succeed in ending safe abortion. Alito and his supporters will have women’s blood on their hands». Ecco, posso testimoniare che è proprio questo l’unico punto sostanziale, quello che conta: il sangue sulle mani. Questo tragico monito evidenzia come la negazione di un diritto non elimini il fenomeno, ma lo releghi nella clandestinità, con esiti devastanti per le donne e per la società.

Grafico comparativo dei tassi di mortalità materna da aborti non sicuri in paesi con diverse legislazioni sull'aborto

Il Coraggio della Vita e la Speranza Contro il "Non Senso" dell'Aborto

Al di là delle analisi legali, mediche ed etiche, il tema dell'aborto ci interpella a un livello profondamente personale, toccando le corde del coraggio, della speranza e del senso stesso dell'esistenza. L'aborto è spesso descritto come il “non senso” di ogni cosa. È la morte che vince contro la vita. È la paura che vince su un cuore che invece vuole combattere e vivere, non morire. È scegliere chi ha diritto di vivere e chi no, come se fosse un diritto semplice. È un’ideologia che vince su un’umanità a cui si vuole togliere la speranza. Ogni speranza. Questa visione emotivamente intensa pone l'accento sulla forza interiore necessaria per affrontare le sfide della vita e accogliere ciò che essa porta con sé.

Una riflessione commovente sottolinea l'importanza dell'esempio materno, invitando a non dimenticare il coraggio di chi ha scelto di dare la vita: Mi dispiace che tu non abbia saputo prendere esempio da tua madre. Lei ha avuto coraggio. Ti ha concepito, ha portato avanti la gravidanza e ti ha partorito. Poteva abortirti. Ma non l’ha fatto. Ti ha allevato, ti ha nutrito, ti ha lavato e ti ha vestito. E ora hai una vita e una libertà. Una libertà che stai usando per dirci che sarebbe meglio che anche persone come te non ci dovrebbero essere a questo mondo. Mi dispiace ma non sono d’accordo. E ammiro molto tua mamma perché lei è stata coraggiosa. E lo è tutt’ora, perché, come ogni mamma, è orgogliosa di te, anche se ti comporti male, perché sa che dentro di te c’è del buono che deve solo riuscire a venire fuori. Questo pensiero, intriso di affetto e rimprovero, celebra la maternità come atto di estremo coraggio e amore incondizionato, capace di vedere il potenziale in ogni vita, anche quando la paura vorrebbe prevalere.

L'ammirazione va a tutte quelle donne che, pur tra mille difficoltà, hanno il coraggio di andare avanti. Il coraggio, in questa prospettiva, non è l'assenza di paura, ma la capacità di affrontarla e di scegliere la vita, di lottare per essa e per la speranza che incarna. L'invito finale è un richiamo all'azione positiva e costruttiva: Vuoi dimostrare di essere coraggioso? Migliora il mondo invece di distruggerlo. Ama invece di odiare. Aiuta chi è nella sofferenza a sopportare le sue pene. E dai la vita, invece di toglierla! Questi sono i veri coraggiosi! Questa affermazione trascende il dibattito sull'aborto per toccare un principio universale di umanità: la capacità di generare, nutrire e sostenere la vita, in tutte le sue forme, come espressione più alta di coraggio e amore. Fortunatamente, il mondo, nonostante le sue sfide, è pieno di gente coraggiosa che continua a scegliere la vita e a lottare per un futuro di speranza.

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