Si potrebbero scrivere interi libri semplicemente elencando gli stratagemmi lessicali impiegati per negare l’umanità del figlio non ancora nato: si va da «feto» (termine non sbagliato ma meramente descrittivo: nessun figlio, si sa, chiama il padre «adulto» e nessun nipote si rivolge al nonno apostrofandolo «anziano») a «grumo di cellule», da «embrione» a - per dirla con la scrittrice Dacia Maraini - «intruso che vuole accampare diritti», «prepotente che pretende di vivere» a spese della madre. Si potrebbero quindi davvero scrivere libri al riguardo. Ma poi, davanti alla fotografia di un figlio che dal grembo materno quasi saluta facendo “Ok” - com’è accaduto in questi giorni ad una coppia della Pennsylvania e come già accadde nel 2011 ad una madre di Manchester - il nostro corposo elenco di parole si rivelerebbe subito per quello che è: un cumulo di menzogne, un vergognoso tentativo di rendere l’aborto procurato - a sua volta mascherato come «interruzione volontaria di gravidanza», come se una guerra che uccide innocenti si potesse definire «interruzione improvvisa di esistenze» - meno grave e la nostra coscienza più pulita.

La definizione di essere umano dal punto di vista biologico
Il feto è un essere umano dal punto di vista biologico, in quanto è un organismo vivente appartenente alla specie Homo sapiens. Questo organismo geneticamente distinto si sviluppa continuamente fino a raggiungere la maturità. Fin dal concepimento possiede l’intero patrimonio genetico che lo caratterizza come individuo. L’essere umano in via di sviluppo dice: "Lo zigote è l'inizio di un nuovo essere umano (cioè un embrione). Lo sviluppo umano inizia con la fecondazione, il processo attraverso il quale un gamete maschile si unisce con un gamete femminile per formare una singola cellula chiamata zigote".
La Commissione Giudiziaria del Senato degli Stati Uniti ha riconosciuto già negli anni '80: "Medici, biologi e altri scienziati concordano sul fatto che il concepimento è l'inizio della vita di un essere umano - un essere vivente, un membro della specie umana". Per questo motivo i sostenitori dell'aborto sono costretti a riconoscere questo fatto. Il filosofo David Boonin, uno dei principali sostenitori dell'aborto, ammette candidamente: "Un feto umano è semplicemente un essere umano in una fase iniziale dello sviluppo". Pertanto, i sostenitori seri e scientificamente informati dei diritti all'aborto non hanno problemi ad ammettere che il feto è un essere umano. Non c'è disaccordo su questo punto nel dibattito accademico. Questo argomento è così debole che non compare mai nel dibattito intellettuale sull'aborto.
L'organizzazione biologica: organismo vs insieme di cellule
In biologia, un "insieme di cellule" è un agglomerato senza organizzazione o unità. Al contrario, se queste condizioni vengono date a un semplice insieme di cellule, non si otterrà mai un essere umano, perché queste cellule non sono organismi. L'embrione, invece, ha tutte le sue parti coordinate, formando un insieme organizzato e autonomo. La neurobiologa Maureen L. Condic, che insegna embriologia umana alla Scuola di Medicina dell’Università dello Utah, spiega la differenza cruciale: la biologia insegna che un organismo è una struttura complessa di elementi interdipendenti, gli organi, con specifiche funzioni, che hanno tutti uno scopo comune e “superiore”: la vita dell’organismo stesso, dell’individuo.
Un essere umano, quindi, è composto da diverse parti (cellule, proteine, RNA, DNA), tuttavia non è un semplice insieme di cellule perché queste parti agiscono in un modo interdipendente e coordinato per vivere (crescere, riprodursi e morire). Al contrario, le raccolte di cellule umane vivono per se stesse, non riuscendo a mostrare interazioni coordinate dirette a far vivere un livello più alto di organizzazione. Dal momento della fusione tra lo spermatozoo e l’ovulo, lo zigote umano agisce come un tutto completo, le cui parti immediatamente cominciano a interagire in modo orchestrato per evolversi e maturare.
LA FECONDAZIONE UMANA
La questione della "persona" e i rischi logici
Per decenni, molti sostenitori dell'aborto hanno sostenuto che, sebbene il feto sia biologicamente umano, non è una "persona". Ridefiniscono il concetto di persona per escludere il feto. Ma queste stesse definizioni spesso escludono anche i neonati. Così, alcuni concludono che l'infanticidio può essere moralmente accettabile. Gli italiani Giubilini e Minerva hanno proposto di definire una persona come "un individuo capace di attribuire un certo valore alla propria esistenza". Poiché i neonati non possono farlo, concludono: "Il feto e il neonato non sono persone nel senso di soggetti con diritto alla vita". Peter Singer si spinge oltre: "Se il feto non ha lo stesso diritto alla vita di una persona, lo stesso vale per il neonato. La vita di un neonato ha meno valore di quella di un maiale, di un cane o di uno scimpanzé". Sebbene questa conclusione possa sembrare estrema, è coerente con la sua logica: gli animali citati possiedono maggiori capacità cognitive di un neonato. Così, una posizione coerente a favore dell'aborto finisce per difendere l'infanticidio, poiché non esiste una definizione di "persona" che includa il neonato ma escluda il feto.
Scienza, immunologia e tolleranza materna
Un’equipe di ricercatori dell’Istituto Gaslini, dell’Ist e dell’Università di Genova ha identificato un meccanismo che previene il rigetto del feto da parte della madre. Quando però questo risulta alterato, il feto viene aggredito dalle cellule killer e dagli anticorpi materni, e il risultato più frequente è l’aborto. Durante la gravidanza, in condizioni ottimali, l’organismo femminile riesce a tollerare i geni estranei del compagno. Ciò è possibile grazie a un particolare tipo di linfociti T con proprietà immunoregolatrici (Treg), che bloccano la reazione immunitaria e impediscono il rigetto del feto.
Nella placenta, le cellule NK si scambiano informazioni con un particolare tipo di macrofagi specializzati. In seguito a questa "conversazione", viene impartito il comando (attraverso "messaggeri solubili" quali citochine) di formare moltissime Treg. Le Treg a questo punto bloccano ogni tentativo del sistema immunitario della madre di eliminare il feto. Questo meccanismo può risultare alterato, a esempio per un deficit di cellule NK o di un inefficace scambio di informazioni tra cellule. Ecco che non vengono prodotte Treg e il feto viene aggredito dalle cellule killer e dagli anticorpi materni. Il risultato più frequente è l'aborto. Conoscere sempre meglio i meccanismi che possono portare all'aborto può essere di grande importanza per studiare interventi terapeutici atti a ovviare a queste mancanze, e a ridurre la poliabortività.
La manipolazione dell'informazione e la realtà visiva
I sostenitori dell'aborto hanno sempre dovuto far uso di un bel cumulo di menzogne - dalle iperboliche cifre sugli aborti clandestini al terrorismo di certi medici su presunte malformazioni dei nascituri - per creare consenso attorno alla pratica e giungere alla sua legalizzazione. Un gruppo abortista statunitense, Mya Network, ha tra i suoi obiettivi quello di «aiutare a normalizzare culturalmente l’aborto». Per farlo, hanno pubblicato fotografie raffiguranti la sacca gestazionale, cioè la “casa” che si sviluppa attorno all’embrione, sostenendo che in quella fase non sia visibile un embrione.
Basta prendere un libro di embriologia o consultare qualunque seria fonte per constatare come, a 8-9 settimane, l’embrione - grande circa quanto un acino d’uva - vada assumendo forme sempre più definite e siano distinguibili occhi, naso, bocca, mani, piedi. A 6 settimane è già iniziato lo sviluppo di olfatto, gusto, udito e vista. Una settimana dopo inizia anche il tatto e all’ottava la sensibilità cutanea nel volto. Tra 6 e 12 settimane si sviluppano i movimenti del tronco e degli arti. Con le ecografie tutto questo si può vedere. Del resto, per arrivare alla normalizzazione dell’aborto, non si può sottilizzare sui mezzi: bisogna anestetizzare le menti e nascondere la realtà del bambino nel grembo materno.

Prospettive etiche e sociali
Essere contro l’aborto non è un capriccio di noi cattolici, ma consapevoli della sacralità della vita fin dal concepimento la difendiamo per evitare che muoiano altri bambini. Non è necessario essere credenti per accettare che è immorale uccidere deliberatamente un essere umano innocente. Esistono infatti attivisti atei a favore della vita. Per esempio, Terrisa Bukovinac, atea progressista, afferma: "L'ingiusta uccisione di bambini non nati viola i nostri valori progressisti di uguaglianza, non violenza e non discriminazione".
Spesso si dice che gli uomini non hanno voce in capitolo sull'aborto perché "non li riguarda". Perché molti credono che la posizione a favore della vita sia religiosa. Ma il fatto che la Chiesa condanni l'aborto non lo rende una questione religiosa. Ha condannato anche la schiavitù e il razzismo, e questo non li rende "questioni di fede". La società deve assolutamente fare di tutto per accogliere le libertà di entrambi questi due soggetti: della mamma e del bambino. La mamma non si accoglie dicendole bugie sull’aborto, ignorando i risvolti, le conseguenze fisiche e psicologiche di questa scelta, fingendo che l’aborto sia altro da quello che è. Se la donna non può o non vuole crescere il figlio, che la società l’accompagni comunque a portare avanti la gravidanza e a dare la vita al concepito.