Il nodo gordiano: Storia, femminismo e il dibattito sull'aborto in Italia

Il dibattito sull'aborto e le rivendicazioni femministe in Italia non costituiscono un fenomeno isolato, ma rappresentano il punto di arrivo di un lungo percorso storico, intellettuale e sociale. Per comprendere la complessità della questione, è necessario analizzare come il corpo femminile sia stato, nel corso dei secoli, oggetto di disputa tra autonomia individuale e controllo normativo, tra aspirazioni di libertà e imposizioni di modelli sociali predefiniti.

rappresentazione storica delle donne nel Rinascimento italiano

Le radici intellettuali: dalla Querelle des femmes all'Illuminismo

Nel contesto del Rinascimento, anche in Italia si sviluppò un ampio dibattito intellettuale sulla condizione femminile noto come Querelle des femmes (disputa sulle donne), che prese forma in Europa a partire dal tardo Medioevo. Accanto a queste autrici, la cultura italiana del Quattrocento e del primo Cinquecento aveva già conosciuto figure di notevole rilievo intellettuale, come Isotta Nogarola, Cassandra Fedele e Laura Cereta, che pur operando in epoche e contesti differenti, contribuirono a elevare il profilo culturale delle donne. A partire dal saggio di Joan Kelly Did Women Have a Renaissance? (1976), si è aperto un dibattito storiografico sul reale impatto del Rinascimento nella condizione femminile.

Nel Settecento, l’Illuminismo contribuì a mettere in discussione la subordinazione femminile attraverso i suoi ideali di ragione, uguaglianza e diritti naturali. Tuttavia, l’effettiva applicazione di tali principi fu segnata da profonde contraddizioni: molti filosofi continuarono a sostenere l'inferiorità delle donne, fondata su una presunta "natura" biologica. Nell'Italia del XVIII secolo, una componente significativa del dibattito illuminista fu la riflessione sull'istruzione femminile e sull'ammissione delle donne nelle Accademie, luoghi cruciali della vita intellettuale. Accanto alle accademie, i salotti letterari offrirono un altro spazio significativo per l’espressione intellettuale delle donne.

Dal Risorgimento al Fascismo: tra patria e subordinazione

Nel XIX secolo, il legame tra le aspirazioni risorgimentali e le rivendicazioni femminili si consolidò nel ruolo simbolico della donna "madre-cittadina" ed educatrice della nazione. L'impegno delle donne nel processo di unificazione nazionale favorì la nascita delle prime associazioni e movimenti organizzati, che chiedevano accesso all'istruzione, riconoscimento dei diritti civili e partecipazione politica.

Negli eventi bellici, il loro ruolo fu fondamentale nell'assistenza ai feriti e nell'organizzazione di ospedali da campo, come nel caso di Jessie White Mario, infermiera e pubblicista legata a Mazzini e a Garibaldi, e Cristina Trivulzio di Belgiojoso, che a Roma organizzò un corpo di infermiere volontarie. Furono inoltre attive nella propaganda e nella sensibilizzazione attraverso la poesia, il teatro, la musica e la stampa clandestina. Nonostante questa ampia partecipazione, le donne furono escluse dal diritto di voto nei plebisciti che sancirono l'annessione dei vari stati italiani al Regno di Sardegna, evidenziando il loro confinamento a ruoli di supporto senza diritti politici.

Il fascismo rappresentò una cesura, imponendo un modello femminile incentrato sul ruolo materno e domestico che annullò le libertà e interruppe il percorso delle rivendicazioni precedenti. Nel 1925, la legge 22 novembre n. 2125 introdusse il voto alle donne per le elezioni amministrative, ma con restrizioni rilevanti.

donne italiane al lavoro durante il primo Novecento

La seconda ondata femminista e la questione dell'aborto

A partire dagli anni settanta del Novecento, la seconda ondata del femminismo italiano introdusse nuove prospettive teoriche e politiche, spostando l’attenzione dalle sole rivendicazioni giuridiche ed economiche ad una più ampia critica culturale. La questione dell'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) divenne centrale. Prima dell’approvazione della legge 194, l’IVG era considerata dal codice penale italiano un reato. Causare l’aborto era punito severamente: l'istigazione, il ricorso a pratiche clandestine o il semplice aborto procurato comportavano la reclusione, sia per chi eseguiva l'intervento sia per la donna.

Il ricorso al medico compiacente o alla "mammana" di turno si trasformava in un rischio di morire. Lietta Tornabuoni scriveva sul Corriere della Sera nel 1975: "Inevitabilmente e dolorosamente le donne hanno sempre abortito e continuano ad abortire, pagando gli astratti lussi etici della società e il prezzo concreto delle loro sofferenze e dei loro disagi".

La conquista della legge 194

Il movimento per l’aborto libero entrò prepotentemente nella scena politica italiana a seguito di processi simbolici, come quello contro la studentessa veneta Gigliola Pierobon nel 1973. Le mobilitazioni, i cortei di migliaia di donne e l'azione di gruppi come il Movimento Femminista (ex Lotta Femminista) portarono il tema all'attenzione del Paese. Il 22 maggio 1978, la legge 194 segnò un punto di svolta: essa non solo depenalizza l'IVG, ma autorizza l'aborto in relazione a condizioni economiche, sociali e familiari della donna.

Tuttavia, la legge porta con sé un'intrinseca ambivalenza. L'articolo 1 recita: "Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio". Questa costruzione normativa ha permesso, negli anni, intromissioni da parte di movimenti anti-scelta che, con la complicità di alcune amministrazioni locali, hanno ostacolato l'accesso all'aborto.

L'ostacolo dell'obiezione di coscienza e il presente

Uno dei fattori che maggiormente limita l’applicazione della legge 194/78 è l’obiezione di coscienza. Secondo la legge, nei consultori non può esistere obiezione, ma nella prassi la situazione è opposta. La relazione ministeriale del 2018 indicava il 69% di ginecologi obiettori, con punte che superano l'80-90% in alcune regioni meridionali.

L'obiezione di coscienza è diventata, in molti casi, una scelta di carriera o di conformismo sociale che penalizza le donne, costringendole a percorsi burocratici umilianti o al ritorno verso l'aborto clandestino. La vicenda di Valentina Miluzzo, morta a Catania nel 2016 per complicazioni legate a un aborto spontaneo non gestito prontamente per via dell'obiezione di coscienza, rimane una ferita aperta che interroga il sistema sanitario e la tenuta democratica del Paese.

Il Pregiudizio sulla Donna negli anni settanta

Revisionismi e prospettive future

Il dibattito contemporaneo è spesso segnato da una "memoria possessiva" che cerca di deformare la stagione degli anni Settanta. Alcune visioni revisioniste tentano di leggere il femminismo di quegli anni solo attraverso la lente della violenza, dimenticando il "taglio" netto che esso produsse nella sfera pubblica. Come osserva la storiografia femminista, senza quel taglio che spaccò la politica basata sullo scontro e sulla guerra, non sarebbe stato pensabile un nuovo modo di agire basato sulla relazione.

Il confronto con le generazioni giovani è oggi compromesso da chi cerca di trasformare la memoria del femminismo in un "decennio maledetto". Eppure, la necessità di guardare all'aborto non come a un diritto "allegro" ma come a un'esperienza complessa di libertà - in cui la scelta è una responsabilità verso se stesse e non un atto contro qualcuno - resta la base per qualsiasi discussione futura sulla salute riproduttiva in Italia. La sfida attuale non è solo la difesa della 194, ma il superamento di una condizione in cui la libertà femminile rimane costantemente sotto scacco di interpretazioni restrittive e di una medicina ancora troppo spesso subordinata a logiche di potere paternalistiche.

tags: #aborto #femminisimo #yahoo