L'Interruzione Volontaria di Gravidanza in Italia: Sfide, Diritti e il Modello dell'Ospedale Moscati di Avellino

L'Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) in Italia è un diritto sancito dalla legge 194, eppure il suo accesso e la sua effettiva garanzia rimangono oggetto di dibattito e di numerose difficoltà pratiche. Nonostante si sia nel presente, le informazioni per chi vuole interrompere volontariamente una gravidanza non sono sempre accessibili, comprensibili e fornite correttamente in ogni regione d’Italia. In un contesto in cui il voler abortire è fatto vivere tra sensi di colpa, sofferenza e vergogna, non è facile nemmeno parlarne in famiglia o con un’amica. Questa situazione si radica in un Paese profondamente sessuofobico, dove di sessualità non se ne parla apertamente, se ne parla male o la si riduce a dinamiche distorte. Il tema c’è, ma viene rimosso, taciuto, e soprattutto non esiste un’educazione sessuo-affettiva seria e strutturata nei contesti scolastici. A questo contribuisce anche la retorica portata avanti dai gruppi anti-abortisti e anti-scelta, completamente deformante, che stigmatizza e colpevolizza chi abortisce.

Donne che si confrontano e si supportano reciprocamente

Parlare di aborto, in Italia, è ancora percepito come una vergogna: non se ne discute, non se ne parla pubblicamente se non in toni scandalistici, come se fosse qualcosa di straordinario e non invece parte della vita. C'è un'idea dominante di quello che è, invece, un vissuto soggettivo. Le parole violente, come "assassina" o "uccidere un bambino" anziché interrompere lo sviluppo di un feto, vengono usate per definire "madri e padri" persone che non desiderano esserlo. Il linguaggio che assegna già quel ruolo contro la volontà delle persone ha una chiara funzione politica: silenzia i vissuti delle donne, che spesso vengono infantilizzate, e persino le esperienze di violenza che molte subiscono nei contesti sanitari e ospedalieri. Questa mancanza di una reale consapevolezza intorno alla sessualità e alla contraccezione fa sì che tutto ciò che riguarda la gravidanza, in particolare quella indesiderata, continui a essere trattato come un tabù. I diritti in questo Paese non vengono percepiti come garantiti, ma come qualcosa da meritare, e la scala di merito passa attraverso il dolore e il sacrificio. L’aborto, considerato ancora come una colpa da espiare, diventa quindi un percorso in cui il “prezzo” da pagare è proprio il dolore. Molte donne vivono questo momento come una sorta di apnea, in attesa che la pratica venga erogata, con la paura dei tempi lunghi e di incontrare personale ostile, scegliendo spesso di rimanere in silenzio, di subire. Questo accade perché esiste un dislivello di potere evidente tra il corpo della paziente e chi eroga il servizio, cioè medici e mediche nei contesti ospedalieri e consultoriali.

La Piattaforma "IVG - Ho Abortito Sto Benissimo": Un Punto di Riferimento per il Supporto e l'Informazione

In questo scenario complesso, è nata la piattaforma sui social "IVG - Ho Abortito Sto Benissimo", che informa sull’aborto, accompagna nella pratica e denuncia le storture del sistema. Federica Di Martino, l'attivista che gestisce l'iniziativa, porta avanti questa battaglia anche nelle sedi istituzionali. Ad esempio, insieme all’onorevole Gilda Sportiello, ha presentato proposte di legge e depositato interrogazioni parlamentari sui report della 194. Questo è un modo per riaffermare un punto fondamentale: chi ha abortito può stare bene e ha il diritto di essere considerata interlocutrice politica a pieno titolo, capace di dire di che cosa ha bisogno.

La piattaforma non si limita alla semplice informazione. Federica Di Martino si occupa anche di sostegno economico e materiale per l’acquisto di contraccettivi e offre accompagnamento al test di gravidanza. Questo momento, spesso vissuto con paura e solitudine, è una parte fondamentale del processo, in quanto prima si scopre una gravidanza, prima, eventualmente, si può fare qualcosa laddove sia indesiderata. Quindi l'accompagnamento lo si fa insieme, in videochiamata o per messaggio, cercando di renderlo meno traumatico. L’ausilio di tante persone che si muovono sui territori e che sono di supporto è fondamentale, per esempio per indirizzare e avere delle informazioni utili. Ci sono ginecologhe che aiutano col rilascio del certificato, ma tutta la piattaforma, tutto il processo, lo segue personalmente Federica Di Martino, che opera in maniera volontaria, dato che il suo lavoro è un altro e questo rappresenta attivismo politico e mutualismo dal basso.

Pillole Arcobaleno #4. Federica di Martino - IVG, ho abortito e sto benissimo

La disinformazione sul tema dell'aborto pesa tantissimo nelle chiamate e segnalazioni che riceve la piattaforma. Ciò dimostra che nessuna legge può funzionare davvero se non è accompagnata da un cambiamento culturale, sociale e narrativo. Il problema non riguarda solo le grandi città, ma anche e soprattutto le piccole periferie, spesso trascurate. Ci sono persone che vivono in centri molto piccoli e che, per accedere ai servizi, sono costrette a spostarsi senza sapere come fare, senza poter contare sulla famiglia o sulle persone intorno a loro, compreso, a volte, chi le ha messe incinte. Questo accade anche perché in Italia si parla pochissimo di corresponsabilità contraccettiva: si continua a pensare che una gravidanza sia solo “affare della donna”, come se avvenisse per gemmazione, e così ci si ritrova in una solitudine che non è solo individuale ma soprattutto sociale e culturale.

Il Diritto all'IVG tra Normativa, Obiezione di Coscienza e Disparità Regionali

L'Interruzione Volontaria di Gravidanza è un servizio non opzionale o derogabile: deve essere garantito nei tempi previsti e non può essere negato. Per esempio, anche una persona con background migratorio senza permesso di soggiorno può accedere all’IVG in ospedale, senza che vi sia alcuna segnalazione alla questura. Tuttavia, queste informazioni non arrivano facilmente alle persone interessate. Se già per chi è italiana, parla la lingua e ha familiarità con i servizi sanitari, è difficile reperire informazioni aggiornate, figurarsi per chi ha maggiori barriere linguistiche e culturali. Un esempio eloquente è rappresentato da molti siti delle ASL che sono fermi alle linee guida del 2020, come nel caso di Acireale, dove addirittura l’IVG non compare tra le pratiche elencate pur essendo regolarmente erogata. In questo contesto, si dimentica che si sta parlando di salute pubblica, finendo per costruire una gerarchia tra pratiche di “serie A” e pratiche di “serie B”.

Mappa Italia con evidenziate le regioni con maggiori difficoltà di accesso all'IVG

Il diritto alla salute viene piegato alle logiche ideologiche e politiche locali. Nonostante esista una legge nazionale, il diritto dipende dalle scelte delle singole regioni. Questo significa che, se in una regione sale un governo di centrodestra, come nelle Marche, dove l’IVG farmacologica è ancora ferma a 7 settimane, prima delle linee guida del 2020, le procedure restano limitate. Se invece vince il centrosinistra, le condizioni cambiano. Tra le regioni in maggiore difficoltà ci sono sicuramente Sicilia e Calabria, dove abortire è complicatissimo: i poli sono pochissimi, il personale non risponde e le donne faticano ad accedere ai servizi. Anche la Campania presenta molte criticità. Nel napoletano, ad esempio, ci sono ospedali con reparti IVG completamente chiusi, che danno come prima data utile il 4 settembre, cioè ai limiti della disponibilità per effettuare l’IVG, anche chirurgica, se non addirittura oltre.

Il problema principale è legato alle ferie: il numero di medici non obiettori è così basso che, quando si assentano per lunghi periodi, non vengono sostituiti, nonostante la legge 194 stabilisca chiaramente che l’IVG vada garantito. Ciò vuol dire reperire medici disponibili, anche a gettone, e non semplicemente indicare altre strutture alle persone che devono effettuare l’intervento. Il problema più grande è che la regione dovrebbe monitorare e assicurare il rispetto di questi obblighi, cosa che spesso non avviene.

Grafico sulla percentuale di obiettori di coscienza in Italia e in altri paesi europei

Un elemento cruciale che contribuisce a queste difficoltà è la massiccia presenza dell'obiezione di coscienza. Si tratta di uno stigma radicato in una cultura vetero-cattolica che in altri Paesi non ha lo stesso peso. In Francia, ad esempio, il personale obiettore di coscienza non supera il 9%; in Italia, invece, siamo intorno al 70%, con punte del 100%. Non si tratta quindi di scelte individuali, ma di un problema sistemico, che attraversa la sanità pubblica e le sue dinamiche di potere. Basti pensare che nel 2016 l’Unione Europea ha richiamato l’Italia per il trattamento discriminatorio riservato ai medici non obiettori, che incontravano maggiori ostacoli di carriera rispetto ai colleghi obiettori.

L'Ospedale Moscati di Avellino: Un Esempio di Umanità ed Efficienza

Tra le tante denunce di situazioni gravi che vengono riportate ogni giorno, c’è stata una segnalazione meritoria e positiva: quella dell’Ospedale Moscati di Avellino. In Campania, Federica Di Martino ha potuto sperimentare direttamente l’eccellenza di questa struttura in materia di IVG. Ha sempre trovato personale estremamente disponibile, pronto a fornire informazioni corrette e a farsi carico delle esigenze delle persone che arrivano, spesso in condizioni di fragilità. Accompagnando fisicamente chi non ha i mezzi per spostarsi, si è confrontata personalmente con medici, ostetriche e operatori, e l’accoglienza è stata sempre splendida. Nessuno ha mai ostacolato l’accesso alle procedure, al contrario: hanno mostrato attenzione e rispetto verso ragazze spesso giovanissime, spaventate o cariche di sensi di colpa indotti dalla retorica dominante.

Facciata esterna dell'Ospedale

Un aspetto significativo è la centralità data alla persona che sceglie di interrompere la gravidanza. Al momento dell’accettazione, il personale si rivolge direttamente a lei, anche se accompagnata dal partner. Può sembrare un gesto brusco, ma in realtà è fondamentale: certifica che la decisione sia davvero volontaria e non subita, e allo stesso tempo mette al centro la gestante, riconoscendole piena responsabilità e autonomia. Per questo motivo, pur vivendo a Salerno, Federica Di Martino indirizza sempre le persone che la contattano al Moscati di Avellino. Questa struttura rappresenta un'eccellenza di umanità ed efficienza, dimostrando che è possibile un racconto dell'IVG che non sia solo dolore e vergogna. La gravidanza può essere indesiderata, e portarla avanti è una delle scelte possibili.

Normativa e Procedure Specifiche all'Ospedale Moscati

All'Ospedale Moscati di Avellino, si può accedere sia alla pratica farmacologica (fino a 9 settimane) sia a quella chirurgica (fino a 12 settimane e 6 giorni). Per avviare la procedura, bisogna presentarsi il martedì mattina, tra le 8.30 e le 13, con il certificato per l’IVG rilasciato da qualunque medico, anche non ginecologo. Questo certificato può essere di due tipi: quello “ordinario”, che prevede i 7 giorni di riflessione previsti dalla legge 194, oppure quello “d’urgenza”, che consente di bypassare l’attesa e fissare subito l’appuntamento.

Diagramma di flusso semplificato della procedura IVG in ospedale

Il grande rispetto e la grande umanità visti nei confronti delle donne sono ciò che viene sempre rilanciato e per cui si ringrazia pubblicamente l’ospedale Moscati e in particolare il reparto IVG.

Oltre l'IVG: Advocacy, Inclusività e la Lotta per un Cambiamento Culturale

La battaglia per i diritti riproduttivi si estende oltre l'accesso immediato all'IVG, toccando temi di giustizia sociale, equità e riconoscimento delle diverse identità. Se il medico di base si dichiara obiettore e rifiuta di rilasciare il certificato per l’IVG, è possibile intervenire legalmente: il TAR ha stabilito che il certificato non è soggetto all’obiezione di coscienza. Ancora, all’interno di un ospedale che non eroga la pratica e rimanda ad un’altra struttura, ci si può rivolgere alle forze dell’ordine per interruzione di pubblico servizio. Il problema, però, è che poche donne intraprendono queste procedure. Chi è in gravidanza e teme di non riuscire a rispettare i tempi spesso non pensa a denunciare, ma soltanto a risolvere la sua situazione. È questa vulnerabilità che viene sfruttata: il fatto che esistano strumenti legali non significa che le persone li usino, perché il momento è delicatissimo, pieno di ansia e di pressione. Anche nei contesti dove l’IVG è accessibile, spesso il personale medico non è empatico o inclusivo.

Pillole Arcobaleno #4. Federica di Martino - IVG, ho abortito e sto benissimo

Un cambiamento radicale dovrebbe partire dalla formazione, sia nelle facoltà universitarie di medicina, sia nelle specializzazioni in ginecologia. Il problema è che a volte nemmeno si parla della legge 194 e, quando lo si fa, spesso sono medici (o ex) obiettori. È fondamentale ricordare che la laicità e la garanzia dei servizi sono alla base, e che l’obiezione di coscienza rappresenta la negazione di un diritto, non una semplice scelta burocratica. Storie di studenti e specializzandi che chiedono già in anticipo come fare domanda per diventare obiettori dimostrano una problematica culturale profonda.

La discussione sull'IVG non riguarda solo le donne cisgender, ma investe anche le soggettività trans e non binarie. Gli studi sul rapporto tra aborto farmacologico e terapia ormonale, ad esempio, non sono mai stati approfonditi, perché la comunità trans è spesso invisibilizzata: quando una comunità viene annientata, lo sono anche gli studi che permetterebbero di garantire al meglio i servizi. C’è quindi un grande silenziamento della comunità trans rispetto alla salute sessuale e riproduttiva. I luoghi della salute devono diventare spazi inclusivi e di accoglienza. Purtroppo in Italia esiste ancora una forte quota transfobica, anche a sinistra. Personalità politiche appartenenti al PD sostengono che parlare di aborto per le persone trans significhi “annullare le donne”. Si ritiene invece che i diritti non siano sottrattivi, e che dove mangiano in cinque, possono mangiare in sei: i diritti devono essere garantiti per tutte le persone, senza togliere nulla a nessuno.

Rappresentazione simbolica dell'inclusività e dei diritti per tutti i corpi marginalizzati

La lotta per i diritti riproduttivi si lega strettamente a una più ampia battaglia per il riconoscimento e la dignità di tutti i corpi marginalizzati. Questo include persone migranti, costrette a condizioni lavorative indegne, e tutte le identità che non rientrano nella norma, come le persone transgender. Le soggettività “scomode” diventano bersagli perfetti in una società dove le destre funzionano perché creano nemici, indicando qualcuno come responsabile dei problemi sistemici e strutturali e riversando su quel “nemico” l’odio sociale. Per questo agiscono sulle scuole e sull’informazione: formare adulti analfabeti funzionali, privi di strumenti critici, garantisce potere e controllo. Al contrario, rendere i cittadini consapevoli e liberi significa costringerli a decostruire se stessi, a contestare l’ordine sociale e il sistema stesso. La complessità vera sta nel saper leggere i legami tra queste dinamiche: le questioni di genere, di razza e di classe non sono mai separate. Troppo spesso, quest'ultima si sottovaluta, ma la realtà è che, se si è poveri, difficilmente si ha la possibilità di emanciparsi da quella condizione. La visibilità politica, in questo senso, è un atto di rottura rispetto al silenzio imposto e alla colpevolizzazione sistematica cui le donne sono sottoposte. Si desidera che le donne siano rannicchiate, silenziose, piegate ad attendere un’indulgenza, ma il ritorno ai “valori tradizionali” passa sempre per il controllo del corpo delle donne, anche dove non c’è l’influenza diretta della Chiesa, come si osserva in altri contesti internazionali.

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