Aborto e Identità Nazionale: Tra Secolarizzazione, Diritti Civili e Resistenze Culturali

Il dibattito sull'aborto si intreccia in modo complesso con le questioni dell'identità nazionale, riflettendo le profonde trasformazioni sociali, culturali e politiche che attraversano le società contemporanee. Questo articolo esplora le dinamiche di questo intreccio, ponendo un'attenzione particolare ai processi di secolarizzazione e alle loro diverse manifestazioni in Italia e in Irlanda, per poi analizzare le recenti evoluzioni legislative e giurisprudenziali in Europa, con un focus sull'Italia e sulla Francia.

Il Percorso della Secolarizzazione: Italia e Irlanda a Confronto

A partire dalla seconda metà degli anni '60, l'Italia ha vissuto un periodo di profonda trasformazione sociale e culturale, caratterizzato da un marcato processo di secolarizzazione. Questo fenomeno ha visto l'affermarsi di una società in rapido mutamento, in virtù di grandi riforme sul fronte dei diritti civili e sociali che hanno gradualmente eroso l'influenza delle istituzioni religiose sulla sfera pubblica e privata. Le battaglie femministe, ad esempio, hanno giocato un ruolo cruciale nel portare alla luce la questione dell'aborto come fatto politico, strettamente connesso all'emancipazione femminile. Questo processo accidentato, tuttavia, ha incontrato resistenze e ambiguità, soprattutto in un Paese tradizionalmente conservatore e cattolico come l'Italia. L'arcipelago femminista, in quegli anni straordinari, ha agitato problemi tipici del capitalismo maturo, riappropriandosi dell'intuizione che solo attraverso una mobilitazione collettiva fosse possibile soddisfare i bisogni della sfera privata. L'idea che solo attraverso una mobilitazione collettiva è possibile soddisfare i bisogni della sfera privata, emersa con forza nel '68, ha dato impulso a rivendicazioni che hanno portato a conquiste importantissime come la legge sul divorzio e sull'aborto. Tuttavia, ridurre l'arsenale di idee del femminismo a un denominatore comune è impresa ardua, data la scarsa dimestichezza delle donne con le tecniche politiche connaturate e l'ingigantimento dei vizi e delle ingenuità delle cellule di aggregazione allo stato nascente.

In netto contrasto, l'Irlanda, storicamente definita tra le nazioni più cattoliche e conservatrici al mondo, ha intrapreso un percorso di trasformazione verso una nuova definizione della propria identità nazionale solo negli ultimi vent'anni. Questo cambiamento è stato innescato da una serie di eventi di carattere politico-istituzionale, che hanno segnato la fine di secoli di egemonia culturale cattolica. Un esempio emblematico di questo mutamento è rappresentato dal referendum costituzionale del 2018, con cui la popolazione irlandese è stata chiamata alle urne per abrogare l'ottavo emendamento della Costituzione. Introdotto nel 1983, tale emendamento rendeva di fatto illegale l'aborto, sancendo un profondo divieto della pratica.

Donne che manifestano per il diritto all'aborto

Il Referendum Irlandese sull'Aborto: Una Svolta Storica

Il referendum del 2018 in Irlanda ha rappresentato un momento cruciale nella storia del paese, segnando una svolta epocale nel dibattito sull'aborto e sull'identità nazionale irlandese. La consultazione popolare ha visto una netta maggioranza di voti a favore dell'abrogazione dell'ottavo emendamento, che equiparava il diritto alla vita del feto al diritto alla vita della madre, rendendo di fatto l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) quasi impossibile.

Il percorso che ha condotto a questo risultato è stato lungo e complesso. Il referendum costituzionale del 1983, che aveva introdotto l'ottavo emendamento, era stato il culmine di una campagna intensa, sostenuta in gran parte dalla Chiesa cattolica e da organizzazioni pro-life. L'intento era quello di "proteggere la vita nascente" e di rafforzare i valori tradizionali in un'epoca di crescenti pressioni per la liberalizzazione dei costumi.

Tuttavia, nel corso degli anni, la società irlandese ha subito profonde trasformazioni. La secolarizzazione, seppur più lenta rispetto all'Italia, ha iniziato a farsi strada, portando a un maggiore pluralismo di opinioni e a una crescente critica verso l'ingerenza della Chiesa nella sfera politica. La questione dell'aborto è riemersa con forza in diverse occasioni, a partire dai cosiddetti "X case" negli anni '90. Questi casi giudiziari hanno portato alla luce le drammatiche conseguenze del divieto, come nel caso di una ragazza di 14 anni vittima di stupro che chiese di poter abortire, ma le fu negato il permesso di lasciare il paese per recarsi nel Regno Unito. A seguito di queste vicende, nel 1992 si tennero due referendum che permisero la libera circolazione delle donne per abortire all'estero e l'accesso alle informazioni sull'aborto.

La campagna referendaria del 2018 è stata caratterizzata da un acceso dibattito, con schieramenti contrapposti che hanno mobilitato ampi settori della società. Da un lato, le sostenitrici del "Sì" hanno enfatizzato il diritto delle donne all'autodeterminazione, la necessità di garantire un'assistenza sanitaria adeguata e la fine di un divieto che costringeva molte donne a viaggiare all'estero o a ricorrere a procedure illegali e pericolose. Dall'altro lato, i sostenitori del "No" hanno ribadito la sacralità della vita fin dal concepimento, richiamandosi ai valori morali e religiosi tradizionali.

Il risultato elettorale, con una vittoria schiacciante del "Sì" (circa il 66,4% dei voti), ha sancito un cambiamento epocale nell'identità nazionale irlandese, aprendo la strada a una nuova legislazione sull'aborto e a una ridefinizione del ruolo della religione nella società.

Irlanda alle urne per lo storico referendum sull'aborto

L'Italia e la Legge 194: Tra Accessibilità e Ostacoli

In Italia, la legge 194 del 1978 "Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza" rappresenta la pietra angolare del diritto all'aborto, garantendo "il diritto alla procreazione cosciente e responsabile" e riconoscendo "il valore sociale della maternità" e la tutela della vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), come sancito dalla legge, non è intesa come mezzo per il controllo delle nascite. La legge 194 rientra nei livelli essenziali di assistenza (LEA), i servizi e le prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è tenuto a garantire uniformemente su tutto il territorio nazionale.

Nonostante il quadro normativo sia consolidato, l'accesso all'IVG in Italia presenta ancora significative disparità territoriali e ostacoli pratici. A livello nazionale, circa due ginecologi su tre che operano in strutture che effettuano IVG sono obiettori di coscienza. Le percentuali di obiettori di coscienza più elevate si registrano in regioni del Sud, come la Sicilia (85%), l'Abruzzo (84%) e la Puglia (80,6%). Questa elevata percentuale di obiettori in alcune regioni comporta forti spostamenti interni per le donne che intendono interrompere la gravidanza, con conseguenti disagi e ritardi. Le regioni con la più bassa percentuale di IVG nella provincia di residenza sono il Molise (55%) e l'Abruzzo (59%). In Molise, ad esempio, il 22% di chi desidera interrompere la gravidanza è costretta a migrare in un'altra provincia e il 23% in un'altra regione. Al contrario, con l'eccezione del Lazio, le regioni con la percentuale di IVG superiore al 90% si concentrano prevalentemente al Nord, tra cui le province di Trento e Bolzano, la Liguria e l'Emilia-Romagna.

La situazione si aggrava ulteriormente in alcune province dove non viene effettuata alcuna interruzione di gravidanza sul territorio, come Fermo, Chieti, Isernia e Caltanissetta, obbligando le donne a lunghi spostamenti.

La recente legge regionale della Sicilia, approvata il 5 giugno 2025, mira a garantire la presenza di reparti e personale medico non obiettore negli ospedali pubblici, in un contesto in cui circa l'85% dei ginecologi si dichiara obiettore. La legge prevede bandi specifici per personale medico disponibile a praticare l'IVG, meccanismi di rotazione o sostituzione del personale per colmare le carenze, e obblighi di monitoraggio e trasparenza da parte delle aziende sanitarie. Tuttavia, questa iniziativa regionale è stata impugnata dal Consiglio dei Ministri davanti alla Corte Costituzionale, motivando la decisione con la tutela del principio di uguaglianza, del diritto all'obiezione di coscienza e del libero accesso ai concorsi pubblici. Questo scontro evidenzia come la questione dell'aborto si inserisca in un più ampio discorso di biopolitiche nazionaliste e patriarcali, che disciplinano e normano corpi e identità sessuali.

A queste si aggiungono altre problematiche, come le politiche migratorie e securitarie, che rendono l'accesso ai servizi sanitari ancora più complesso per le donne migranti e precarie, soprattutto in contesti di sanità territoriale carente e con pochi consultori. La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente evidenziato come l'accesso all'aborto possa essere negato quando non se ne riconosce la centralità nel modello di cura, rivelando un paradigma patriarcale che considera alcuni corpi sacrificabili.

L'Europa e la Difesa dei Diritti Riproduttivi: Un Campo di Battaglia Politico

La questione dell'aborto è al centro di un acceso dibattito politico e sociale a livello europeo, riflettendo la tensione tra la tutela dei diritti riproduttivi e le resistenze culturali e ideologiche. La recente decisione della Francia di inserire il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza nella Costituzione rappresenta un passo storico, volto a proteggere la legge Veil del 1975, che per prima legalizzò l'aborto nel paese. Simone Veil, figura iconica del movimento per i diritti delle donne, presentò la legge all'Assemblea nazionale con un discorso epocale, sostenendo la depenalizzazione dell'aborto in nome della salute pubblica.

Manifesto che celebra Simone Veil

La mossa francese è arrivata in risposta alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di annullare la sentenza Roe vs Wade, ma anche come reazione agli sviluppi in alcuni stati membri dell'Unione Europea. La risoluzione del Parlamento Europeo del 2022 ha espresso preoccupazione per i passi indietro nell'accesso all'aborto sicuro e legale, citando in particolare il divieto de facto in Polonia, l'illegalità a Malta, le limitazioni in Slovacchia, le procedure "non disponibili" in Ungheria e le minacce ai diritti in Italia. La risoluzione chiede inoltre l'inserimento del diritto all'aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, al fine di garantire un accesso universale all'assistenza sanitaria riproduttiva.

Tuttavia, il Parlamento Europeo è attraversato da profonde divisioni interne. Il gruppo di destra dei Conservatori e Riformisti Europei, che include partiti come Fratelli d'Italia e Vox, afferma di voler "difendere la vita, dal suo concepimento fino alla sua fine naturale". Il gruppo Identità e Democrazia presenta posizioni eterogenee, ma molti suoi esponenti adottano un approccio restrittivo. Il Partito Popolare Europeo di centro-destra, pur diviso, ritiene che l'aborto debba rimanere una questione di competenza nazionale. Al contrario, gruppi come la Sinistra, i Verdi, i Socialisti e Democratici, e Renew Europe, sollecitano un maggiore allineamento sul diritto all'aborto a livello europeo e promuovono iniziative per l'uguaglianza di genere, come il Patto Simone Veil.

Il dibattito sull'aborto si intreccia anche con la questione della disforia di genere e dei diritti delle persone trans. Il Ddl "Disposizioni per l'appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere" in Italia, ad esempio, mira a imporre controlli e medicalizzazioni burocratiche sul percorso di affermazione di genere per i minori, un approccio criticato da molti come funzionale alla costruzione di un "popolo" nazional-religioso esclusivo.

La Biopolitica Nazionalista e la Figura del Bambino

In questo contesto, la figura del bambino assume un ruolo centrale come dispositivo simbolico potente, utilizzato dall'estrema destra e dai movimenti no-gender. Il bambino viene rappresentato come innocente da salvare, fragile da difendere, ma soprattutto come garante ideologico di un futuro conforme all'ordine patriarcale ed eteronormativo. Come teorizzato da Lee Edelman, questa retorica non riguarda i bambini reali, ma una costruzione politica: "il fascismo del volto del bambino […] ci sottopone alla sua sovrana autorità come figura stessa della politica, nella sua forma radicale di futurismo riproduttivo". L'antiabortismo si inserisce perfettamente in questa logica, sacralizzando il feto come figura del futuro, mentre le vite presenti - in particolare quelle delle donne, delle persone trans, migranti o precarie - vengono oscurate e marginalizzate.

L'impugnazione della legge siciliana sull'aborto da parte del governo italiano è un esempio lampante di come il nazionalismo agisca come dispositivo disciplinante dei corpi. La libertà riproduttiva diventa negoziabile in base al consenso ideologico dominante, e il diritto all'obiezione di coscienza si estende a comprimere le libertà individuali e collettive. Questa strategia di controllo dei diritti riproduttivi, promossa da destre reazionarie in tutta Europa, si inscrive in un ordine patriarcale, eteronormato e nazionalista. I casi di Polonia, Ungheria e Spagna dimostrano come i governi conservatori utilizzino l'aborto come terreno di scontro simbolico e politico, promuovendo politiche nataliste e restrizioni che colpiscono in modo sproporzionato le donne e le soggettività marginalizzate. In Polonia, il governo ha reso illegale l'aborto anche in caso di gravi malformazioni fetali. In Ungheria, il governo di Orbán incentiva la maternità come dovere patriottico, ostacolando al contempo i diritti riproduttivi e LGBTQ+.

In Italia, pur senza un attacco frontale alla legge 194, la destra al governo opera per svuotarne il contenuto attraverso l'amplificazione dell'obiezione di coscienza, la promozione di associazioni antiabortiste e l'impugnazione di leggi regionali. Il risultato è un aborto formalmente legale ma sostanzialmente inaccessibile per molte. Rivendicare il diritto all'aborto oggi, pertanto, si configura come un atto antifascista, in quanto si oppone a ogni progetto politico che mira al controllo dei corpi, alla normazione della sessualità e alla subordinazione delle donne e delle soggettività dissidenti. Durante il regime fascista, il corpo femminile era considerato un bene pubblico, destinato alla riproduzione della nazione. Le battaglie femministe che hanno portato alla legge 194 hanno intrecciato, fin dall'inizio, il rifiuto della maternità obbligatoria con la critica radicale ai fondamenti sessisti e nazionalisti del potere. Oggi, di fronte alla rinascita dei discorsi sovranisti e alla retorica reazionaria sulla "natalità italiana", il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza torna a essere una questione politica centrale della lotta antifascista.

La Questione Morale e la Misericordia Divina

La Chiesa Cattolica, pur mantenendo una ferma condanna dell'aborto come peccato grave che pone fine a una vita innocente, ha introdotto nel corso degli anni elementi di attenuazione e apertura alla misericordia. Papa Francesco, in particolare, ha concesso a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto, estendendo nel tempo una concessione inizialmente limitata al periodo giubilare. Questa apertura, tuttavia, non intende sminuire la gravità del peccato, ma piuttosto sottolineare l'infinita misericordia di Dio che può raggiungere e distruggere ogni peccato quando trova un cuore pentito.

Il Codice penale italiano del 1930, emanato durante il fascismo, considerava l'interruzione di gravidanza un reato, con pene severe per chi la procurava o la subiva. La legge 194 del 1978 ha abrogato queste disposizioni, depenalizzando l'aborto e regolamentandone l'accesso. Tuttavia, permangono voci critiche che, pur riconoscendo la necessità di tutelare la vita umana fin dal suo inizio, pongono l'accento sulla complessità della scelta e sulla necessità di un approccio solidale verso la donna.

La giurisprudenza penale italiana ha affrontato il tema dell'obiezione di coscienza, riconoscendo che il rifiuto di assistere una paziente sottoposta a IVG integra il delitto di rifiuto di atti d'ufficio, salvo i limiti previsti dall'art. 9 della legge 194/1978. La questione dell'obiezione di coscienza, disciplinata dall'art. 9 della Legge n. 194/1978, è stata oggetto di interpretazioni giurisprudenziali che ne hanno definito i limiti, soprattutto in relazione ai casi di urgenza o quando l'obiezione rischia di impedire l'accesso al servizio.

Manifestazione per i diritti riproduttivi

La Libertà di Coscienza e il Dovere di Solidarietà

La libertà di coscienza, garantita dalla Costituzione, rappresenta un principio fondamentale nel dibattito sull'aborto e sull'eutanasia. Tuttavia, questa libertà rischia di nascondere l'altra faccia della medaglia: la solitudine e la deresponsabilizzazione. Un orizzonte che esclude il dovere minimo di solidarietà, fondamentale nella vita personale, sociale e civile.

La legge 194 del 1978 cerca di bilanciare questi aspetti, fissando requisiti e confini per consentire l'esclusione della punibilità della condotta abortiva. La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, nella sentenza del 27 agosto 2015, ha escluso la possibilità di ridurre gli embrioni a meri "possessions", sottolineando il rispetto dovuto alla dignità umana. La Convenzione del Consiglio d'Europa sui diritti dell'uomo e la biomedicina ("Convenzione di Oviedo" - 4 aprile 1997) all'art. 14, così come la Risoluzione 1352 (2003) dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, richiamano il "diritto alla vita di tutti gli esseri umani".

Tuttavia, la questione dell'aborto va oltre la mera dimensione giuridica e morale, intrecciandosi profondamente con le condizioni materiali di vita, la classe sociale, la cittadinanza e l'accesso ai servizi. La battaglia per l'accesso libero, gratuito e dignitoso all'aborto è anche una questione di classe. Chi può permetterselo - per reddito, cittadinanza, vicinanza geografica ai centri, conoscenza delle procedure - riesce a interrompere una gravidanza anche in un contesto ostile. Chi non può, viene lasciata indietro.

Conclusioni Provvisorie: Una Lunga Marcia per l'Autodeterminazione

Il dibattito sull'aborto e la sua interconnessione con l'identità nazionale continuano a rappresentare un terreno fertile per riflessioni profonde e, talvolta, conflittuali. Le differenze tra i percorsi di secolarizzazione in Italia e Irlanda, le sfide poste dalla legge 194 in Italia, le evoluzioni legislative in Europa e le implicazioni biopolitiche nazionaliste, tutto concorre a delineare un quadro complesso e in continua evoluzione. La lotta per l'autodeterminazione riproduttiva si conferma come un elemento cruciale nella definizione delle identità nazionali e nella rivendicazione di diritti civili fondamentali, in un contesto in cui le resistenze culturali e ideologiche continuano a manifestarsi in forme diverse e talvolta insidiose.

L'introduzione del diritto all'aborto nella Costituzione francese, la risoluzione del Parlamento Europeo e le diverse posizioni politiche all'interno dell'UE evidenziano la centralità di questa tematica nel panorama europeo. La questione rimane aperta, richiedendo un impegno costante per garantire che la tutela della vita umana dal suo inizio non si traduca in una negazione dei diritti e dell'autonomia delle donne.

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