Aborto e Diritto Canonico: Prospettive Teologiche, Storiche e Giuridiche

La riflessione sul tema dell’aborto all’interno dell’orizzonte del diritto canonico e della dottrina cattolica rappresenta uno dei nodi più complessi e dibattuti del pensiero morale contemporaneo. Per comprendere il significato di tale concessione, occorre ricordare che per la particolare gravità del peccato di aborto, il diritto canonico (can. 1398) prevede la pena della scomunica latae sententiae per quanti lo commettono (non solo la donna, ma anche quanti in qualsiasi modo concorrono all’atto abortivo: ad es. il partner che spinge la donna ad interrompere la gravidanza). Si fa presente ai sacerdoti e ai fedeli che anche per l’anno liturgico 2014 - 2015 il Vescovo mons. Pizziol ha concesso a tutti i confessori nei tempi forti di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua la facoltà di rimettere la scomunica per il delitto di aborto procurato.

Si parla di scomunica latae sententiae, perché il peccatore incorre nella pena senza necessità di un intervento esterno dell’autorità ecclesiastica, ma solo per il fatto di commettere il peccato. La scomunica priva il fedele della possibilità di ricevere i sacramenti, in particolare l’assoluzione sacramentale e la comunione eucaristica. Chi commette il peccato di aborto non incorre nella scomunica quando l’atto abortivo non ottiene l’effetto o non si è ancora compiuto il diciottesimo anno di età (can. 1324).

rappresentazione stilizzata dell'equilibrio tra legge canonica e misericordia

Per accostarsi ai sacramenti, il fedele che è incorso nella scomunica, dovrà prima ottenere la remissione della stessa. Competente per la remissione è l’Ordinario del luogo (Vescovo e Vicario generale), il canonico penitenziere della Chiesa Cattedrale, i cappellani degli ospedali e delle carceri, ogni sacerdote quando il fedele si trova in pericolo di morte. Gli altri sacerdoti possono ottenere dal Vescovo tale facoltà per il singolo caso o per un tempo determinato.

Evoluzione Storica e Definizioni Terminologiche

Con aborto (dal latino ab-orior, "non nascere", "non sorgere") si intende etimologicamente l'evento che causa la mancata nascita del bambino, oppure lo stesso feto non vitale conseguenza del processo abortivo. Può avere cause naturali, e in tal caso è detto aborto spontaneo, o essere procurato intenzionalmente, e si parla di aborto medico, aborto procurato, interruzione volontaria della gravidanza, IVG.

Metodi abortivi sono presenti in diverse culture fin dall'antichità. Nella Grecia antica, Platone fa citare a Socrate l'aborto come uno dei compiti delle levatrici, senza rivestire tale mansione di connotazioni morali. Nella Repubblica, l'aborto viene esplicitamente consigliato (assieme all'infanticidio) per mantenere pura la razza dei cittadini. È soprattutto l'insegnamento di Aristotele che ebbe ripercussioni nell'occidente cristiano; egli ammette la liceità dell'aborto con fini eugenetici e di controllo della crescita demografica, ma solo entro un dato periodo dal concepimento, prima che nello sviluppo compaiano sensazione e vita. L'antropologia aristotelica infatti prevede tre distinte anime, che compaiono in progressione durante lo sviluppo del feto: anima vegetale, anima animale, anima razionale.

schema delle correnti filosofiche antiche sull'embrione

La normativa e l'interpretazione romana circa l'aborto, in epoca repubblicana e imperiale, era complessivamente contraddittoria. Ad ogni modo la prassi greco-romana classica ammetteva la liceità dell'aborto, come anche l'infanticidio e l'abbandono dei neonati, previo l'assenso del padre. In particolare, una legge citata dal Digesto e risalente agli imperatori Settimio Severo e Caracalla impone l'esilio temporaneo alla donna che abortisce senza il consenso del marito. Una successiva glossa precisa che l'aborto, per essere punito, deve accadere prima del 40º giorno di concepimento.

Il Confronto con la Tradizione Biblica

L'aborto non sembra essere stata una pratica diffusa tra gli ebrei. Il termine nèfel (radice nafàl, "cadere"), indicante il feto abortito, ha solo 3 ricorrenze nel Testo Masoretico, tutte con valenza profondamente negativa. Il corrispettivo greco nella LXX, éktroma ("ciò che viene dalla ferita"), si ritrova nel libro dell'Esodo: "Quando alcuni uomini litigano e urtano una donna incinta, e usciranno i bambini di lei, se non vi è altra disgrazia, si esigerà una multa, secondo quanto imporrà il marito della donna, e il colpevole pagherà attraverso un arbitrato. Se due uomini litigheranno e urteranno una donna incinta, ed esce il bambino di lei non formato, il colpevole sarà multato, come imporrà il marito della donna, con decisione giudiziaria."

L'unico passo veterotestamentario che accenna direttamente al processo abortivo è Esodo 21,22. Si riscontra un'evoluzione dal testo ebraico a quello greco: nella versione ebraica il colpevole è solo multato; nella versione greca, che recepisce Aristotele, la multa è inflitta se il bambino non era ancora formato, e se invece era formato il colpevole è reo di morte. L'evoluzione va ricondotta al diverso contesto: diversamente dal mondo ebraico, nel mondo greco-ellenista l'aborto era consentito, e i traduttori ebrei della LXX (III-II secolo a.C.) esplicitano la loro disapprovazione.

La Dottrina Cattolica tra Scolastica e Magistero

La morale cattolica considera l'embrione come un essere vivente, e dunque la sua soppressione come ingiusto omicidio di un innocente. In alcuni autori, lungo i secoli, è riaffiorata la distinzione aristotelica tra feto formato e non formato, ma il magistero recente è riuscito a svincolarsi da questo retaggio considerando l'embrione come un essere umano a partire dal suo concepimento.

Tommaso d'Aquino, il principale teologo cattolico, accoglie l'opinione di Aristotele circa lo sviluppo progressivo dell'embrione, attraverso i tre stadi di anima vegetale, animale e razionale, col pieno sviluppo del feto al quarantesimo giorno per il maschio, al novantesimo per la femmina. L'aborto del feto già formato è equiparato a un omicidio, e Tommaso sembra non chiarire la responsabilità per l'aborto del feto non formato. Parlando però dell'incarnazione di Cristo, Tommaso afferma che al momento dell'incarnazione Gesù fu potenzialmente già completo, cioè già dotato di anima razionale.

Tra i documenti del magistero, la più antica condanna dell'aborto si trova nel provinciale Concilio di Elvira, tenutosi tra il 300 e il 312. Paolo VI, nell'enciclica Humanae vitae (1968), afferma tra l'altro che "è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l'interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l'aborto direttamente voluto e procurato".

infografica cronologica dei pronunciamenti magisteriali

Con l'autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi, la Chiesa dichiara che l'aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. La Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato il 18 novembre 1974 la dichiarazione Quaestio de abortu, dedicata interamente all'argomento e chiarendo che il peccato di aborto si ha dall'inizio del concepimento. La stessa Congregazione è tornata sull'argomento con l'istruzione Donum vitae, del 22 febbraio 1987, che tratta anche di alcune biotecnologie di fatto abortive, come sperimentazioni embrionali, fecondazione assistita e (potenzialmente) diagnosi prenatale che può concludersi con IVG nel caso di tare genetiche.

Il Catechismo e la Tutela del Diritto alla Vita

Il Catechismo della Chiesa cattolica (1992) tratta dell'aborto all'interno della trattazione del quinto comandamento, "non uccidere". La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita.

Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano innocente rappresenta un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione: "I diritti inalienabili della persona dovranno essere riconosciuti e rispettati da parte della società civile e dell'autorità politica; tali diritti dell'uomo non dipendono né dai singoli individui, né dai genitori e neppure rappresentano una concessione della società e dello Stato: appartengono alla natura umana e sono inerenti alla persona in forza dell'atto creativo da cui ha preso origine". L'embrione, poiché fin dal concepimento deve essere trattato come una persona, dovrà essere difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano.

Metodologie Mediche e Dibattito Sociale

Le tecniche di interruzione della gravidanza sono oggetto di costante scrutinio medico. È la metodologia maggiormente diffusa quella utilizzata solo entro le prime otto settimane di gestazione. Dall'ottava alla dodicesima settimana di gestazione, sono eseguite solitamente la dilatazione e la revisione della cavità uterina (D & R). Utilizzata solo per gravidanze che superino le dodici settimane, questa procedura consiste nella dilatazione del canale cervicale attraverso l'uso di dilatatori osmotici o meccanici.

L'induzione farmacologica dell'aborto è l'ultimo metodo di interruzione di gravidanza introdotto nella medicina tradizionale. Con questo metodo il distacco del feto dall'utero è chimico e non è necessario nessun intervento di natura chirurgica sul corpo della donna. È, a volte, confusa erroneamente con la pillola del giorno dopo, un metodo di contraccezione di emergenza che non ha nulla a che fare con l'aborto farmacologico.

Limitazione dell'aborto o libertà di scelta? Storia e dibattito sull'interruzione di gravidanza

In campo sociale si confrontano le opinioni dei movimenti pro-choice ("pro-scelta", di matrice laicista e femminista), a favore dell'aborto, e pro-life ("pro-vita"), che salvaguardano i diritti dell'embrione e aiutano le madri in difficoltà a portare a termine la gravidanza. Dal punto di vista psicologico gli effetti sono dibattuti: studiosi ed enti concordano nel considerare le donne che hanno abortito come a maggiore rischio sotto diversi punti di vista, tra cui ansia e depressione. Negli ultimi anni è particolarmente discusso il rapporto tra aborto (spontaneo e indotto) e cancro al seno (ipotesi ABC). Da un lato, diversi studi hanno riscontrato una predisposizione a questo tumore delle donne con un passato di aborto, d'altro lato altri studi, e i pronunciamenti ufficiali di enti medici, hanno rifiutato tale correlazione.

La Misericordia nell'Insegnamento di Papa Francesco

Nella lettera apostolica Misericordia et misera (MM), papa Francesco ha stabilito che tutti i sacerdoti potranno assolvere dal peccato dell’aborto. Ha esteso nel tempo una sua decisione che inizialmente era prevista per la durata dell’Anno della misericordia. In alcuni media questo è stato interpretato come una minimalizzazione di tale peccato da parte del pontefice. Bisogna ricordare che la Chiesa condanna moralmente l’aborto, perché vede in esso l’uccisione voluta e diretta di un essere umano innocente, nella sua fase prenatale.

Bisogna distinguere allora la facoltà di assolvere da un peccato da quella (giuridica) di togliere la pena canonica. Secondo il CIC 1357 § 1, un vescovo può comunque delegare questa facoltà ai sacerdoti confessori. Rimane attuale ciò che papa Giovanni Paolo II ha costatato oltre vent’anni fa nell’enciclica Evangelium vitae: «Oggi, nella coscienza di molti, la percezione della gravità dell’aborto è andata progressivamente oscurandosi». Lo ha ripetuto papa Francesco nella lettera del 1 settembre 2015: «Il dramma dell’aborto è vissuto da alcuni con una consapevolezza superficiale, quasi non rendendosi conto del gravissimo male che un simile atto comporta».

Il suo è un forte appello a non rassegnarsi di fronte al fatto che nella nostra società secondo il percepire di molti l’aborto sia un delitto meno grave o perfino accettabile. Stabilendo che ogni sacerdote possa assolvere quanti hanno procurato il peccato di aborto, ricorda con fermezza che si tratta di un peccato. Inoltre, nella lettera del 1 settembre 2015 papa Francesco scrive: «Penso, in modo particolare, a tutte le donne che hanno fatto ricorso all’aborto. Conosco bene i condizionamenti che le hanno portate a questa decisione. So che è un dramma esistenziale e morale. Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa».

Il papa evidenzia che molte donne soffrono a causa di un aborto e che molte di loro prendono questa decisione tragica in presenza di una forte pressione psicologica, tale da poter ritenere diminuita la loro responsabilità personale. Il male dell’aborto va condannato, ma le persone coinvolte - prima di tutto le donne - non vanno criminalizzate a priori. Bisogna piuttosto fare di tutto per evitare l’aborto, contribuendo al superamento delle cause che potrebbero indurre una donna ad interrompere la gravidanza e promuovendo un’educazione sessuale che renda capaci di evitare una gravidanza non voluta. C’è bisogno comunque di una formazione morale a livello personale e sociale incentrata anche sulla responsabilità degli uomini, come pure della società e della Chiesa.

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