Aborto e Declino Demografico in Italia: Analisi di un Fenomeno Complesso e delle Sue Implicazioni

Il quadro delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) in Italia è da anni oggetto di un'attenta analisi e di un vivace dibattito, soprattutto in relazione alle profonde implicazioni demografiche e sociali che il fenomeno comporta. Nonostante il costante calo delle IVG nel nostro Paese, emerge una crescente preoccupazione per il cosiddetto "inverno demografico" che affligge l'Italia, un periodo caratterizzato da tassi di natalità estremamente bassi e da un progressivo invecchiamento della popolazione. Comprendere la relazione tra questi due fenomeni richiede un'analisi approfondita delle tendenze statistiche, dei profili socio-economici delle donne che ricorrono all'aborto, dell'evoluzione delle pratiche mediche e delle sfide poste dall'applicazione della legge, senza tralasciare le più ampie prospettive economiche e sociali.

La Diminuzione Costante delle Interruzioni Volontarie di Gravidanza (IVG)

In Italia, si osserva una costante diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG). Questo trend è evidente da decenni, con un calo significativo rispetto ai picchi del passato. Nel 1982, anno in cui si registrò il più alto ricorso all'IVG, furono effettuati 234.801 casi. Da allora, il numero è diminuito drasticamente. Ad esempio, nel 2010 sono state effettuate 115.372 IVG (dato provvisorio), con una diminuzione del 2,7% rispetto al dato definitivo del 2009 (118.579 casi) e addirittura del 50,9% rispetto al 1982. Questa diminuzione ha riguardato tutti i gruppi di età, comprese le minorenni, evidenziando un cambiamento strutturale nei comportamenti riproduttivi e contraccettivi.

I dati più recenti confermano questa tendenza. Nel corso del 2020 in Italia sono state registrate 66.413 Interruzioni Volontarie di Gravidanza (IVG), e nel 2021 le IVG notificate sono state 63.653. Il ricorso all’IVG nel 2021 è diminuito in tutte le classi di età rispetto al 2020, in particolare tra le più giovani. Il tasso di abortività, che è l’indicatore più accurato per una corretta valutazione del ricorso all’IVG, conferma il trend in diminuzione del fenomeno: è risultato pari a 5,3 per 1.000 nel 2021 (-2,2% rispetto al 2020), contro il 4,4 per 1.000 nel 2009 (4,8 per 1.000 nel 2008), con valori storicamente più elevati nell’Italia settentrionale e centrale. Nel complesso, il nostro Paese ha un tasso di abortività fra i più bassi tra quelli dei Paesi occidentali, e il ricorso all’IVG è in continua e progressiva diminuzione dal 1983. Tra il 1978 e il 2022, in Italia si sono registrati quasi 6 milioni di aborti, un numero che riflette una realtà complessa, influenzata non solo dalla scelta individuale ma anche da profondi cambiamenti demografici, inclusa la costante diminuzione annuale dovuta al calo della popolazione femminile in età fertile. Il calo degli aborti, ormai costante dal 1983, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia con 234.801 casi, non può essere imputato alla pandemia di Covid-19, suggerendo cause più strutturali e a lungo termine.

Grafico trend IVG in Italia

L'Impronta Delle Donne Straniere e la Fluttuazione tra le Minorenni

Un elemento di criticità importante, evidenziato anche dagli estensori ministeriali, riguarda il largo ricorso alle IVG da parte delle donne con cittadinanza estera. Nel 2009, queste donne rappresentavano il 33,4% del totale degli aborti, mentre solo dieci anni prima, nel 1998, la percentuale era del 10,1%. Questo dato sottolinea una crescita significativa in un lasso di tempo relativamente breve. Inoltre, più della metà dei 38.309 aborti di donne con cittadinanza straniera, cioè 19.762 (il 51,6%), ha riguardato donne provenienti dall'Europa dell'est, evidenziando specifiche dinamiche migratorie e sociali. Nonostante la diminuzione delle IVG nelle donne straniere negli ultimi anni, si conferma il loro maggior rischio di abortività volontaria rispetto alle donne italiane, con tassi più elevati di 2-3 volte in tutte le fasce di età. Anche in questo gruppo, tuttavia, si osserva una diminuzione del tasso di abortività, indice di maggiore e più efficace ricorso a metodi per la procreazione consapevole, secondo gli auspici della legge 194.

Per quanto riguarda le minorenni, il fenomeno presenta dinamiche complesse. Dopo una costante diminuzione nel tempo, per la prima volta dal 2011 si registra un aumento del tasso di abortività delle minorenni nel 2021, pari a 2,1 per 1.000 donne, e un ulteriore aumento nel 2022, arrivando a 2,2 per mille, rispetto all'1,9 del 2020. Questo dato è il risultato del contemporaneo aumento delle IVG delle minori italiane e della diminuzione delle IVG delle minori straniere. La “Relazione sullo stato di attuazione della legge 194”, relativa al 2025, appena presentata al Parlamento dal Ministero della Giustizia, segnala che cresce ancora, per il quinto anno consecutivo, il numero di minorenni che hanno ottenuto dal giudice tutelare l’autorizzazione all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Questo importante documento, purtroppo, è incompleto per la prima volta, poiché riguarda solo dieci mesi del 2025 e non l’intero anno. La Direzione generale degli Affari interni del Ministero ha potuto rilevare solo i dati relativi al periodo 1 gennaio - 31 ottobre 2025, per un totale di 389 richieste. I dati relativi agli anni 1989-2024 mostrano che le richieste rivolte al giudice tutelare da parte di donne minorenni per ottenere l’autorizzazione all’IVG, nei casi in cui sia mancato l’assenso delle persone che esercitano la responsabilità genitoriale o la tutela su di esse, siano risultate in numero pressoché stazionario fino al 2007 con una media annua di circa 1.300 richieste, poi continuamente decrescente fino al 2020 con 301 richieste, e quindi nuovamente crescente nel quadriennio 2021-2024. In mancanza dei dati di novembre e dicembre 2025, è possibile ipotizzare, con una forte dose di certezza, che col ritmo degli altri dieci mesi si siano ampiamente superati i 460 casi. È fondamentale ricordare che la Relazione si occupa solo dei casi senza il consenso dei genitori; se si aggiungessero quelli col consenso, i numeri sarebbero ben più alti.

Le poche informazioni rimaste sulle minorenni riguardano la distribuzione geografica, che conferma come si tratti di un fenomeno soprattutto delle regioni del Nord e delle grandi città. Nel 2025, il 48% delle richieste ha infatti riguardato il Nord (era il 45% nel 2024), il 23% il Centro (era il 28%), il 21% il Sud (uguale) e l’8% le Isole (era il 6%). Tra i 188 casi del Nord, 50 sono relativi a Milano, 37 a Torino, 25 a Genova, 22 a Brescia, 21 a Bologna e 20 a Venezia. Dei 90 casi del Centro, 54 sono relativi a Roma e 24 a Firenze. Tra gli 82 casi del Sud, troviamo 29 relativi a Napoli e 19 a Bari. Tra i 29 casi delle Isole, 16 sono relativi a Palermo, 2 a Catania e 4 a Cagliari.

Percentuale IVG per nazionalità

Profilo Socio-Economico e Comportamentale delle Donne che Abortiscono

L'analisi dei profili socio-economici delle donne che ricorrono all'interruzione volontaria di gravidanza in Italia rivela alcune dinamiche interessanti e, per certi aspetti, controintuitive. In generale, i dati indicano che sono le donne più istruite, tra le occupate e le coniugate, quelle che ricorrono sempre meno all'aborto. Questo suggerisce un legame tra un maggiore livello di istruzione, una maggiore stabilità economica e familiare, e una minore propensione all'IVG, forse dovuta a una maggiore consapevolezza nell'uso della contraccezione o a una pianificazione familiare più strutturata.

Tuttavia, dai dati si desume anche che, tra chi abortisce, prevalgono le lavoratrici, sia fra le italiane (47,3%) che fra le donne straniere (43,8%). Questo dato, apparentemente in contraddizione con il precedente, può essere interpretato considerando che una donna lavoratrice potrebbe affrontare maggiori difficoltà nel conciliare la maternità con la propria carriera o con una situazione economica che, pur prevedendo un'occupazione, non è percepita come sufficientemente stabile per sostenere un figlio. Riguardo allo stato civile, le IVG fra nubili e coniugate sono in percentuali simili: fra le straniere prevalgono le coniugate (49,4%), mentre fra le italiane prevalgono le nubili (50,8%). Questa differenza può riflettere diverse strutture familiari, aspettative sociali e condizioni di integrazione delle donne straniere in Italia, dove il matrimonio potrebbe non sempre corrispondere a una piena stabilità economica o a un supporto familiare adeguato.

Il declino del numero di figli delle donne italiane ha una lunga storia: le nate negli anni ’20 erano già scese sotto i 2,5 figli per donna. Questo fenomeno si è combinato con l'andamento delle IVG, e i dati raccolti durante i quarant’anni di legalizzazione delle IVG in Italia permettono oggi di leggere se e come è cambiato il ricorso all’aborto nelle generazioni. Le donne nate nel 1967 hanno praticato mediamente 0,290 aborti nel corso di tutta la loro vita fertile. Dopo la coorte del 1967, l’abortività totale, stimata fino a 44 anni, declina, passando da 0,288 a 0,249 aborti per donna tra le nate tra il 1967 e il 1972. Questa diminuzione è visibile già a 24 e a 29 anni, ad indicare che la riduzione dell’abortività finale di queste generazioni è ascrivibile soprattutto a un minore ricorso all’aborto prima dei 30 anni. Il declino dell’abortività dopo i 24 anni continua nelle coorti successive, nate tra 1972 e 1980 circa. Tuttavia, in corrispondenza delle età più giovani si osserva una lieve inversione di tendenza, con un aumento dell’abortività al di sotto dei 24 anni.

Il declino della fecondità, invece, continua il suo corso attraverso la posticipazione delle nascite. Già tra le nate negli anni ’60 si sta assistendo a un’anticipazione dell’età al primo rapporto sessuale, e alla diffusione, anche tra le donne, di rapporti sessuali che precedono le nozze, e con partner che non diventeranno i futuri coniugi. Questi comportamenti si consolidano tra le nate negli anni ’70, tuttavia non aumenta il numero di nati al di fuori del matrimonio. La fecondità realizzata prima dei 20 anni si dimezza velocemente passando dalle donne nate nel 1967 a quelle nate nella seconda metà degli anni ’70: da circa 6 figli ogni mille donne si scende a poco più di 3 figli. Tra le donne minorenni, il numero di nati è sempre estremamente contenuto, al di sotto di 1 nato ogni mille donne. L’andamento è molto simile finché le donne sono minorenni, ma su livelli molto più contenuti. L’unica differenza è il ritardo nel declino, che si osserva solo a partire dalle adolescenti nate alla fine degli anni ’90. Il declino osservato tra le giovani nelle ultime generazioni può essere imputabile alla recente diffusione dell’utilizzo di EllaOne (“pillola dei 5 giorni dopo”) e Norlevo (“pillola del giorno dopo”)? Sembra cruciale mantenere elevata l’attenzione delle giovani generazioni nel momento in cui si affacciano alle prime esperienze sessuali, cercando di comprendere anche le motivazioni sottostanti i comportamenti. L’elevato utilizzo del preservativo a scapito della pillola tra le adolescenti, se da un lato può segnalare il ricorso a un metodo contraccettivo meno sicuro, dall’altro è garanzia di maggiore copertura di fronte al rischio di malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, esso potrebbe riflettere un modo diverso di vivere la sessualità, con un investimento nelle relazioni sessuali più orientato al valore dell’incontro che a una prospettiva di lungo periodo.

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L'Evoluzione dei Metodi: Dall'Aborto Chirurgico al Farmacologico

Il panorama delle metodiche abortive in Italia ha subito significative trasformazioni negli ultimi anni, con un crescente ricorso all'aborto farmacologico. Nel 2020, gli aborti effettuati con metodica farmacologica hanno rappresentato il 35,1% di tutti gli interventi di IVG, rispetto agli aborti chirurgici. Questa percentuale è aumentata ulteriormente nel 2021, quando l’aborto farmacologico mediante mifepristone e prostaglandine è diventato il metodo più utilizzato (48,3%), seguito da isterosuzione (42,7%) e raschiamento (8%). Questo incremento è anche una conseguenza della circolare del 12 agosto 2020 del Ministero della Salute, che ha aggiornato le “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con Mifepristone e prostaglandine”, facilitando l'accesso a questa procedura.

L'utilizzo della metodica farmacologica, come spiega la dottoressa Beatrice Tassis, Responsabile del Consultorio Familiare della Clinica Mangiagalli di Milano, implica che "l’intervento medico richiesto è minore di quello necessario in sala operatoria che vede invece impiegati chirurghi, anestesisti e personale infermieristico". Questo riduce la necessità di procedure invasive e il coinvolgimento di un vasto team medico. Tuttavia, è importante notare che il Terzo Rapporto sui costi dell’aborto e i suoi effetti sulla salute delle donne, elaborato dall’Osservatorio Permanente sull’Aborto, evidenzia che l’aborto farmacologico, sebbene riduca il costo per singolo aborto, comporta maggiori complicazioni rispetto a quello chirurgico. Questa divergenza di vedute suggerisce la necessità di un monitoraggio continuo e di ulteriori studi per valutare appieno gli impatti di questa transizione metodologica. I dati sulla procedura abortiva farmacologica, tuttavia, sono stati rimandati al 2012 e poi a documenti successivi a causa di "alcune criticità" nella raccolta tra le Regioni, e il dettaglio di questo monitoraggio sarà illustrato in appositi documenti presentati alle commissioni parlamentari competenti.

Grafico metodi abortivi in Italia

Il Contesto della Legge 194 e le Criticità nell'Accesso al Servizio

La legge 194, in vigore dal 1978, ovvero da 46 anni, rappresenta un pilastro fondamentale nel sistema sanitario italiano, regolando e depenalizzando le modalità di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). L'intento della legge è chiaro: fornire maggiori diritti alle donne e, allo stesso tempo, diminuire gli aborti, sia clandestini che legali, promuovendo una cultura della prevenzione e della contraccezione. Grazie a questa legge, tutte le donne possono ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza nei primi 90 giorni di gestazione; dopo il quarto mese è possibile procedere all’aborto solo per motivi di natura terapeutica, ovvero nel caso in cui portare avanti la gravidanza significhi mettere a repentaglio la vita della madre.

Il monitoraggio dell'applicazione della legge è affidato al Sistema di Sorveglianza Epidemiologica delle Interruzioni Volontarie di Gravidanza (IVG), attivo in Italia dal 1980, e vede impegnati il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), l’Istat, le Regioni e le due Province Autonome. Tuttavia, nonostante questo sistema, emergono significative criticità riguardo all'effettiva accessibilità del servizio. L'Associazione Luca Coscioni, nell'indagine «Mai dati 2» condotta da Chiara Lalli e Sonia Montegiove, sottolinea come rendere l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza una corsa ad ostacoli, come raccontano tante donne ogni giorno, significhi violare la legge e anche un diritto fondamentale. La richiesta costante è quella di "pubblicare i dati aggiornati e per singola struttura" per permettere alle donne che vogliono abortire di avere una mappa chiara dentro la quale scegliere dove andare. Non basta conoscere la percentuale degli obiettori di coscienza, perché la valutazione deve considerare molte altre variabili, quali l’accessibilità delle informazioni, i tempi di attesa, i numeri di richieste, la mobilità, la garanzia del farmacologico e il regime ambulatoriale, come da disposizioni dello stesso Ministero della Salute, e l’IVG dopo i primi 90 giorni.

L'ultima relazione disponibile sull’attuazione della legge 194 è stata pubblicata dal Ministero della Salute a ottobre 2023, con i dati del 2021, quindi di tre anni fa. La legge, invece, stabilisce che debba essere consegnata ogni anno entro il mese di febbraio. Questa mancanza di dati aperti e aggiornati per struttura è un problema serio, poiché impedisce una visione chiara e puntuale dell'applicazione della legge sul territorio. I dati raccolti dal rapporto «Mai Dati 2» sono stati ottenuti contattando direttamente le singole regioni, ma senza ottenere risposte da tutte le strutture, come nel caso di Sicilia, Abruzzo e Calabria che non hanno inviato niente. Ci sono ancora regioni dove esiste un solo ospedale in cui si applica la legge 194, come in Molise e in Valle d'Aosta. Città come Jesi e Assisi dove gli obiettori di coscienza sono il 100%. Questo ritardo e la mancanza di dati per singola struttura sono stati definiti da Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Coscioni, come "una vera e propria violenza istituzionale che ostacola l'esercizio di un diritto fondamentale delle donne". I tempi di attesa per l’intervento risultano in diminuzione a livello nazionale, pur persistendo una variabilità fra le Regioni, e la mobilità fra le Regioni e Province Autonome continua ad essere contenuta: il 93,7% delle IVG è stato effettuato nella Regione di residenza, e di queste l’87,0% è stato effettuato nella Provincia di residenza.

Obiezione di Coscienza: Un Fattore Influente ma Non Esclusivo

L'obiezione di coscienza rappresenta un aspetto centrale e controverso nell'applicazione della legge 194 in Italia. Sebbene la legge garantisca il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza, il ricorso all'obiezione di coscienza da parte del personale sanitario può creare significative barriere all'accesso ai servizi. Nel 2021, il fenomeno ha riguardato il 63,6% dei ginecologi (un valore in lieve diminuzione rispetto al 64,6% del 2020), il 40,5% degli anestesisti e il 32,8% del personale non medico. Queste percentuali, se pur lievemente in calo, restano elevate, specialmente tra i ginecologi, con una forte variabilità tra le diverse Regioni. In generale, i dati reperiti fotografano tassi di obiezione superiori all'80% ancora in molte regioni italiane, e in città come Jesi e Assisi, gli obiettori di coscienza raggiungono il 100%. Questo impedisce alle donne di essere davvero libere di scegliere e, in alcuni casi, anche di poter abortire in sicurezza.

Uno degli obiettivi della legge 194 è proprio quello di garantire l’accesso al servizio di IVG a tutte le donne che ne facciano richiesta, a prescindere dalla percentuale di personale sanitario obiettore di coscienza. L’analisi dei carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore non sembra evidenziare particolari criticità nei servizi di IVG, a livello regionale o di singole strutture, con una media di 0,9 IVG settimanali a carico dei ginecologi non obiettori a livello nazionale, con poche variabilità regionali. Alla luce di tali dati, eventuali problematiche nell’offerta del servizio IVG potrebbero essere riconducibili all’organizzazione del servizio stesso, e non esclusivamente alla numerosità del personale obiettore. Ciò suggerisce che, al di là delle percentuali di obiezione, l'efficienza organizzativa e la distribuzione equilibrata delle risorse e del personale non obiettore siano cruciali per assicurare l'effettiva erogazione del servizio.

Percentuali obiezione di coscienza per categoria

L'Ombra degli Aborti Clandestini e il Ruolo della Contraccezione

Prima della promulgazione della legge 194, le pratiche abortive clandestine erano una tragica realtà in Italia, con donne che spesso si presentavano in ospedale in gravi condizioni a seguito di interventi non sicuri, effettuati dalle cosiddette “mammane” del paese. Il Terzo Rapporto sui costi dell’aborto e i suoi effetti sulla salute delle donne, elaborato dall’Osservatorio Permanente sull’Aborto, evidenzia un aumento degli aborti clandestini, favoriti dall’uso di sostanze off-label e dalla propaganda pro-aborto fai-da-te, soprattutto tra le giovani. Secondo l’ultima analisi eseguita nel 2012, il numero di aborti clandestini per le donne italiane è stimato essere compreso tra 12.000 e 15.000; per le donne straniere, tra 3.000 e 5.000. Fortunatamente, la situazione è molto cambiata rispetto al passato e al giorno d’oggi nella maggior parte dei casi gli aborti clandestini sono effettuati in strutture private da medici esperti che dunque applicano procedure del tutto in linea con quelle legali, che si tratti di aborto chirurgico tramite aspirazione o raschiamento, oppure di aborto farmacologico. Tuttavia, è sempre un fenomeno da tenere sotto controllo, e la dottoressa Tassis sottolinea come sia fondamentale promuovere la consapevolezza sul tema, sia nelle scuole, sia durante le consuete visite ginecologiche, fornendo tutte le informazioni utili ad adottare scelte consapevoli e sicure sia in termini di contraccezione, sia nella decisione di interrompere volontariamente la gravidanza.

Un ruolo cruciale nella prevenzione delle gravidanze indesiderate e, di conseguenza, delle IVG, è svolto dalla contraccezione. Negli ultimi anni, si è assistito a un aumento della distribuzione della contraccezione di emergenza. Dal 2020 al 2021, la distribuzione dell’Ulipistral acetato (EllaOne, la “pillola dei 5 giorni dopo”) è aumentata del 25%, mentre si registra una leggera diminuzione per il Levonorgestrel (Norlevo, la “pillola del giorno dopo”). Con determina AIFA n. 998 dell’8 ottobre 2020 è stato eliminato l’obbligo di prescrizione per EllaOne anche per le minorenni, rendendo l'accesso più immediato. Tuttavia, la mancanza di tracciabilità delle vendite non consente di distinguere l’utilizzo della contraccezione di emergenza nelle diverse fasce di età, e neppure l’eventuale uso ripetuto all’interno di tali fasce, rendendo difficile valutare pienamente l'impatto di queste misure.

Il consultorio familiare, oltre a rilasciare circa il 42,8% dei certificati necessari alla richiesta di IVG nel 2021 (43,1% nel 2020), svolge un importante ruolo nella prevenzione degli aborti e nel supporto alle donne che decidono di interrompere la gravidanza, anche se non in maniera uniforme sul territorio. Dai dati raccolti per il 2020 emerge un numero di colloqui che precedono le IVG, previsti dalla legge 194, superiore al numero di certificati rilasciati: si parla di 45.533 colloqui contro 30.522 certificati. Questo dato potrebbe indicare l’effettiva azione dei consultori che, parlando con le donne, riescono ad aiutarle a rimuovere le cause che le porterebbero ad abortire, confermando una maggiore consapevolezza sull’importanza della contraccezione, diffusa attraverso il territorio, con un apposito spazio per i giovani e molti incontri anche nelle scuole.

Tre donne che hanno abortito rispondono a chi vuole cambiare le legge 194: "Non siamo assassine"

L'Aborto e l'Inverno Demografico Italiano: Prospettive Economiche e Sociali

Il tema dell'aborto si intreccia in modo indissolubile con quello del declino demografico che da anni caratterizza l'Italia, un fenomeno che la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) definisce "il rigidissimo inverno demografico". Nel suo Messaggio per la Giornata nazionale per la vita, dal titolo “Generare futuro”, la CEI fa comprendere come l’aborto sia una delle prime cause di questo stato di cose. L’aforisma di Thomas Eliot “Prega per noi ora e nell’ora della nostra nascita” ben si attaglia al contenuto del documento, che osserva come “è davvero preoccupante considerare come in Italia l’aspettativa di vita media di un essere umano cali vistosamente se lo consideriamo non alla nascita, ma al concepimento”. Infatti, l’ultima Relazione del Ministro della Salute sullo stato di attuazione della legge 194 rivela che gli aborti sono circa un quinto dei nati vivi; in altre parole, su cinque bambini concepiti uno non vedrà mai la luce.

Oltre all’aspetto morale, la CEI evidenzia anche un impatto economico: "l’aborto fa male anche alle nostre tasche". I vescovi scrivono: «L’alleanza per la vita è capace di suscitare ancora autentico progresso per la nostra società, anche da un punto di vista materiale. Infatti il ricorso all’aborto priva ogni anno il nostro Paese anche dell’apporto prezioso di tanti nuovi uomini e donne. Si parla tanto di crescita economica eppure la soluzione più efficace è sotto gli occhi di tutti: aboliamo l’aborto». Sebbene la CEI riconosca la difficoltà politica di una tale proposta, essa si basa su studi che dimostrano che "laddove è maggiore la popolazione maggiore è la crescita del Pil, perché ci sono più persone che consumano e che producono".

Diversi economisti hanno analizzato a fondo la relazione tra crescita demografica e crescita economica. Ettore Gotti Tedeschi osserva come il reddito delle famiglie italiane "era cresciuto illusoriamente in 27 anni, sostituendo la crescita consumistica a una crescita equilibrata della popolazione, nella illusione folle che non facendo figli si sarebbe diventati più ricchi. Ma la natura ha dimostrato il contrario, o persino peggio: senza fare figli non si può neppure più mantenere i vecchi". Egli puntualizzava già anni fa sul Corriere della Sera che «la crisi in corso nasce grazie al crollo delle nascite nel mondo occidentale, iniziato intorno al 1975». In modo analogo, l’economista Roberto Giorni, pur citando Malthus che prevedeva il fallimento di ogni progetto di miglioramento sociale senza una volontaria restrizione delle nascite, chiosa che i fatti lo hanno ampiamente smentito, e infatti «in Europa si sono indebitati gli Stati per sostenere i costi sociali derivanti dalla mancata crescita demografica». Giunge a conclusioni simili anche il premio Nobel per l’economia Friedrich August Von Hayek, per il quale «l'odierna idea che la crescita della popolazione minacci di produrre un impoverimento a livello mondiale è semplicemente un errore».

Questo giudizio è condiviso anche da Gianluca Ansalone, consulente della Presidenza della Repubblica per l’Analisi internazionale e di sicurezza, che dipinge un prossimo futuro in cui «i paesi industrializzati conosceranno un fenomeno generalizzato di decrescita della popolazione e di progressivo invecchiamento, con un aumento dell'età media». Secondo Ansalone, «il peso demografico dell'Occidente rispetto al totale mondiale diminuirà del 25%, spostando rilievo e importanza economica verso i Paesi emergenti, che presentano tassi di crescita della popolazione (e, quindi, una capacità di impiego di forza lavoro giovane) più significativi». Queste dinamiche avranno un impatto profondo sulla crescita economica e sulla capacità di generare ricchezza, sul peso del debito pubblico, gonfiato dalla spesa previdenziale e sanitaria, e sulla capacità, infine, di promuovere innovazione tecnologica e di investire in sicurezza e difesa. Ansalone conclude che «lo tsunami demografico produrrà fenomeni macroscopici sotto il profilo economico e sociale e dal punto di vista dei rapporti internazionali: forti squilibri e tensioni tra continenti con trend demografici opposti; rischio ulteriore di un rapido declino dell'Europa e fenomeni di forte tensione sociale; massicce emigrazioni dall'Africa e dall'America Latina». Quali dunque i rimedi? «Una politica demografica e di welfare adeguata - continua Ansalone - appare come la prima, necessaria e più importante risposta per stabilizzare il futuro delle economie di mercato». Per amor di logica, aggiungono i vescovi, «se l’obiettivo è la ripresa della natalità allora prima di - o insieme a - fare altri figli sarebbe preferibile non uccidere quelli che già ci sono».

Infografica impatto demografico ed economico

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