L’aborto clandestino: una ferita aperta tra diritti, rischi e realtà sociali

Le grandi rivoluzioni si fanno sul corpo femminile. La recente decisione della Corte Suprema americana di vietare l’aborto ha riportato con forza al centro del dibattito globale le conseguenze drammatiche della privazione di un diritto fondamentale, costringendo le donne a cercare barbare soluzioni per interrompere gravidanze indesiderate. Ogni anno nel mondo si verificano 25 milioni di interruzioni di gravidanza clandestine e 39mila morti materne. Sebbene l’aborto non sia più un diritto garantito in alcuni contesti legislativi, le donne continueranno a praticarlo, lecito o meno. È quindi essenziale comprendere le profonde insidie dell’interruzione di gravidanza clandestina, un fenomeno che mette a nudo le ferite di una società che spesso preferisce voltarsi dall'altra parte.

rappresentazione concettuale di una barriera sanitaria e sociale

Il peso dei numeri e le disparità globali

Ogni anno si verificano nel mondo circa 25 milioni di aborti illegali, causa di 39mila decessi e 7 milioni di ricoveri per gravi complicanze. Negli ultimi 30 anni, il numero di interruzioni di gravidanza non sicure è aumentato del 15% nei Paesi dove sono in vigore restrizioni. Secondo l’Oms, il 4,7-13,2% delle morti materne ogni anno è causato proprio dall’aborto clandestino. Al contrario, la legalizzazione dell’aborto è associata a minori percentuali di mortalità materna (che arrivano al -30% fra le adolescenti) e a un minor numero di complicanze post-aborto. Nei Paesi in cui non esiste ancora una legge, la mortalità materna è, nella maggior parte dei casi, riconducibile all'interruzione di gravidanza insicura.

Il 98% delle morti da aborto insicuro avviene nei paesi in via di sviluppo, dove le leggi che regolamentano l'interruzione di gravidanza sono estremamente restrittive. Come osserva Richard Horton, Direttore di Lancet: "Rifiutare di fornire in un paese servizi per un aborto sicuro è una consapevole scelta politica di ignorare le vite delle donne".

Le rotte dell’illegalità: dai ferri improvvisati ai farmaci "off label"

Nei Paesi meno sviluppati, l’aborto clandestino non è quasi mai farmacologico. Si interviene in sale operatorie improvvisate, senza alcuna garanzia di sicurezza e igiene. In questi contesti possono verificarsi emorragie, infezioni gravi, perforazioni uterine e aderenze che spesso compromettono in modo permanente la possibilità di procreare in futuro.

Nei Paesi sviluppati, invece, la clandestinità assume spesso i contorni del "fai-da-te" farmacologico. Si ricorre al Cytotec o al misoprostolo, un principio attivo di norma prescritto per le ulcere gastriche. Sebbene sia relativamente facile da reperire, il suo uso inappropriato o "off label" può determinare emorragie violente che costringono le donne a presentarsi al pronto soccorso in condizioni critiche, spesso arrivando troppo tardi per evitare danni irreversibili o la morte.

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L'Italia tra legge 194 e barriere sistemiche

In Italia, nonostante la legge 194/78 garantisca l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), la realtà è frammentata. Secondo le stime del Ministero della Salute, tra le 10.000 e le 13.000 donne ogni anno ricorrono all'aborto illegale, ma alcune analisi suggeriscono che la cifra reale possa essere decisamente più elevata. In 22 ospedali italiani il 100% di almeno una delle categorie coinvolte nell’Ivg (ginecologi, anestesisti, infermieri) non pratica aborti per obiezione di coscienza, mentre in 72 strutture la percentuale raggiunge l’80 per cento.

Questi numeri ostacolano la libera scelta e incoraggiano le donne a prendere decisioni avventate. Il caso dell'obiezione di coscienza, sebbene previsto dalla legge, diventa spesso un ostacolo strutturale che spinge le donne verso il mercato nero, dove farmaci contraffatti o consigli di "praticoni" prendono il posto dell'assistenza medica qualificata. Una portavoce di Women on Web spiega: "Le donne respinte dalle istituzioni tornano al silenzio e al segreto, come quarant'anni fa. Alcune muoiono, altre diventano sterili, ma nessuno ne parla".

Il ruolo della contraccezione e le politiche di salute pubblica

Soddisfare il bisogno di informazione e facilitare l’accesso alla contraccezione sono elementi imprescindibili per prevenire le gravidanze non desiderate e, di conseguenza, la scelta di abortire. Si stima che circa 215 milioni di donne che vivono nei paesi in via di sviluppo non riescano ad accedere a metodi contraccettivi moderni, rendendo l’82% delle gravidanze indesiderate una diretta conseguenza di questa carenza.

Promuovere politiche per ridurre il numero degli aborti attraverso la prevenzione è una priorità per le agenzie di salute globale come l’OMS. Tuttavia, quando la contraccezione manca, l'aborto non può essere semplicemente condannato o criminalizzato: è necessario un approccio di salute pubblica orientato alla riduzione del danno. Legalizzare e regolamentare l’aborto significa garantire che le procedure avvengano in modo sicuro, poiché le leggi restrittive, storicamente, non si traducono in tassi di abortività più bassi, ma solo in tassi di mortalità più elevati.

infografica sui tassi di abortività e l'accesso ai contraccettivi nelle diverse regioni del mondo

Il corpo delle donne come terreno di scontro storico

Analizzare l'aborto clandestino significa immergersi in una storia di sofferenza, solitudine e lotta per la sopravvivenza. Rileggendo le testimonianze di donne che, negli anni '70, si affidavano a ferri da calza o sonde rudimentali, si scopre una realtà fatta di pregiudizi e tabù sessuali che ancora oggi, in modi diversi, condizionano la vita quotidiana. La presa di parola delle donne sul proprio corpo ha consentito di scoprire ciò che era sempre stato lì e non era mai stato detto: l’esistenza di un "mercato" dell'aborto che non conosce censo o classe sociale, dove la disperazione individuale diventa il motore di un'industria occulta.

Oggi, il richiamo a una morale di matrice tradizionalista continua a influenzare il dibattito pubblico e le scelte dei governi. L'introduzione di misure come l'ascolto del battito fetale o la presenza di associazioni anti-abortiste nei consultori viene spesso presentata come necessaria per una "scelta consapevole", ma, nella pratica, contribuisce ad aumentare lo stigma e la pressione psicologica.

Impatto socio-economico e autonomia individuale

Le restrizioni all'accesso all'aborto non limitano solo il diritto di autodeterminazione, ma hanno conseguenze significative sull'indipendenza socioeconomica. L'assenza di opzioni sicure e legali comporta un aumento dello stress finanziario e psicologico per le donne, condizionando i loro percorsi educativi e professionali. Il mantenimento della piena autonomia e della libertà di scelta è essenziale per preservare la dignità e garantire una società più giusta, dove la gestione della propria salute riproduttiva non sia una corsa a ostacoli, ma un diritto umano fondamentale.

La storia dimostra che laddove la società si erge a "giudice" del corpo femminile, si creano solo spazi di clandestinità in cui la salute delle donne viene sacrificata. Investire nella formazione del personale sanitario, eliminare le barriere burocratiche e garantire un accesso equo alla contraccezione non sono solo atti di civiltà, ma pilastri necessari per evitare che il dramma dell'aborto clandestino continui ad essere una costante della nostra epoca.

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