Storia e Legislazione dell'Aborto in Cina: Tra Controllo Demografico e Profondi Squilibri di Genere

La storia dell'aborto e della legislazione ad esso correlata in Cina è profondamente intrecciata con le politiche di controllo demografico adottate dal paese nel corso dei decenni. Questo percorso legislativo e sociale, marcato da decisioni talvolta drastiche, ha avuto un impatto significativo sulla società cinese e, in particolare, sul rapporto tra i generi alla nascita, un fenomeno che si è manifestato con gravi squilibri. Mentre in condizioni naturali nascono mediamente più maschi che femmine, con un rapporto di circa 105 maschi ogni 100 femmine, in Cina, fin dagli anni Ottanta, si sono osservati profondi sbilanciamenti tra i sessi alla nascita, ben oltre il livello fisiologico. Tale distorsione, ampiamente documentata, ha visto nell'aborto selettivo sulla base del sesso un ruolo primario. Sebbene si sia registrato un leggero decremento negli ultimi cinque anni, nel 2012 in Cina si contavano ancora 113 nati maschi ogni 100 nate femmine, un dato che sottolinea la portata di questo problema, oggi riconosciuto come una questione globale con tracce osservate in diverse aree del mondo.

L'Alba del Controllo Demografico in Cina: Dalla Tradizione alla Necessità

Quando nel 1949 nacque la Cina comunista, Mao Zedong credeva fortemente nell'idea dell'autosufficienza e del popolo come simbolo della forza del Paese. La tradizione era quella delle famiglie numerose, un concetto radicato nella cultura confuciana dove un antico detto recita: "Più bambini significa più felicità, i bambini avuti portano presto la felicità". Questa mentalità favoriva la crescita demografica, che durante l'epoca maoista vide uno straordinario incremento annuale di quasi 30 milioni di persone.

Tuttavia, già negli anni '50, iniziarono a emergere le prime preoccupazioni riguardo alla sostenibilità di una tale crescita. Nel 1953, i divieti sulla contraccezione furono banditi, e fu concesso l'uso dei contraccettivi e, in casi particolari, l'aborto. Nel 1957, l'accesso all'aborto legale divenne più facile, segnando un primo passo verso una regolamentazione più aperta delle nascite. La situazione si fece più pressante nel 1962, quando un significativo boom di nascite preoccupò il governo, spingendolo a iniziare una politica di pianificazione familiare, sebbene limitata, nelle aree urbane più densamente popolate.

Il punto di svolta arrivò nel 1973 con il lancio della prima vera politica di controllo delle nascite su scala più ampia, poiché la sovrappopolazione era ormai considerata "un ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione". Nel 1975, l'attuazione delle politiche di controllo venne ulteriormente migliorata, stabilendo obiettivi di crescita e introducendo piani collettivi di nascita a livello locale. La Cina affrontava una sfida demografica di grande importanza: nel 1979, accoglieva circa un quarto della popolazione mondiale con a disposizione solo il 7% della superficie coltivabile, mentre i due terzi dei cinesi avevano meno di trent'anni e la generazione del baby boom nata negli anni Cinquanta e Sessanta entrava nell'età riproduttiva.

Mappa della Cina evidenziante le regioni con maggiore densità di popolazione prima dell'introduzione della Politica del Figlio Unico

La Politica del Figlio Unico: Una Legge Rivoluzionaria e Controversa

Nel 1979, la Cina introdusse la controversa "politica del figlio unico" (一孩政策), una misura drastica avviata da Deng Xiaoping. Questa politica, sperimentata già precedentemente, fu attuata con una legge che vietava alla maggior parte delle donne di avere più di un figlio. L'obiettivo era bilanciare l'esplosione demografica di cui il paese era stato oggetto fin dagli anni Sessanta e raggiungere la crescita zero per il 2000, con una popolazione stimata di 1,27 miliardi. Le stime ufficiali governative, riferendosi al periodo 1979-2011, assicurano di aver ostacolato un totale di circa 400 milioni di nascite, e sebbene questi numeri possano essere intenzionalmente esagerati, la pianificazione demografica è diventata una parte importante della strategia politica di Pechino.

La politica del figlio unico non era un semplice suggerimento, ma consisteva in un insieme di regolamenti atti a controllare la giusta dimensione delle famiglie cinesi. Gli elementi principali includevano i matrimoni ritardati, le gravidanze posticipate e l'attesa di un periodo abbastanza lungo, spesso quattro o cinque anni, tra un figlio e l'altro. Nel 1981, per coordinare le varie attività di questa imponente opera di controllo, fu creata la "Commissione di Stato per la Pianificazione Familiare", equivalente di un ministero. La sua struttura si sviluppava ad ogni livello amministrativo: province, città, distretti e contee, fino ai comitati di villaggio, tutti dotati di uffici dedicati alla pianificazione familiare. Nel 1982, con la redazione della nuova costituzione, la pianificazione familiare e la necessità di limitare la crescita della popolazione divennero elementi fondanti del sistema sociale cinese, sanciti dagli articoli corrispondenti.

In ogni zona del paese, la politica fu applicata diversamente, impedendo generalmente la nascita di più di un figlio, salvo rari casi. A partire dagli anni Ottanta, il controllo statale fu leggermente ridotto e, nel 1984, fu concessa maggiore flessibilità a livello provinciale sulla possibilità di avere due figli, se erano trascorsi più di quattro anni dalla nascita del primo. Tuttavia, la possibilità di concepirne un terzo era del tutto proibita. Negli anni Novanta, le varie politiche si stabilizzarono. Gli ufficiali che lavoravano per la pianificazione familiare erano trecentomila, ai quali si affiancavano centinaia di migliaia di volontari o quadri, membri del partito, che applicavano le regole del partito.

Infografica: Timeline delle principali politiche demografiche in Cina dal 1949 al 2021

L'Applicazione Coercitiva e le Sue Conseguenze Umane

L'applicazione della politica del figlio unico fu spesso brutale e coercitiva, causando immani sofferenze e violazioni dei diritti umani fondamentali. Steven Mosher, presidente del Population Research Institute e l'unico occidentale noto per aver assistito di persona alle sue conseguenze, ha raccontato gli «aborti forzati, le sterilizzazioni e gli infanticidi» a cui ha assistito nel marzo del 1980. Egli ricorda una «donna sul tavolo operatorio incinta di quasi otto mesi. Il dottore prese un bisturi e fece un’incisione trasversale sul ventre. Subito attraversò la parete uterina e rimosse un bambino perfettamente formato. Il bambino era morto, naturalmente, essendo stato ucciso con un’iniezione letale in utero il giorno prima».

Mosher ricorda anche che il responsabile del partito della zona «dove vivevo radunò tutte le donne che erano incinte “illegalmente” - erano centinaia - e disse loro che avrebbero dovuto abortire. Quelle che si sono rifiutate sono state arrestate e messe in carcere - a volte anche per settimane o per mesi - fino a quando non si piegavano all’inevitabile». Le donne incinte da meno di cinque mesi furono costrette ad abortire immediatamente, mentre le altre dovettero subire iniezioni letali che «uccidevano i loro bambini non ancora nati e provocavano contrazioni uterine».

Il caso di Feng Jianmei, una ragazza cinese di 23 anni, è emblematico delle violenze subite. Avendo già un figlio ed essendo incinta per la seconda volta, contravvenne alla politica. Impossibilitata a pagare la multa prevista dalle leggi, l’equivalente di quasi 5.000 euro, fu picchiata da tre funzionari e costretta tramite un’iniezione a interrompere la sua gravidanza, arrivata al settimo mese. La sua storia, insieme alle foto della ragazza e del feto, fece il giro del mondo, provocando indignazione e costringendo il governo cinese a scusarsi. La stessa vicenda di Chen Guangcheng, l’avvocato attivista che si opponeva fieramente agli aborti forzati, ruota intorno a questo tema. Dal settembre 2005 al marzo 2006, Chen Guangcheng fu posto agli arresti domiciliari dopo aver organizzato e promosso pubblicamente un'azione collettiva contro l'applicazione eccessiva della politica del figlio unico.

Il bilancio tracciato da Mosher è spaventoso: 37 milioni di bambine sono state uccise con l’aborto in Cina, e si stima che circa «400 milioni di bambini non siano nati per colpa della legge politica del figlio unico». L'introduzione di nuove tecnologie riproduttive sul finire degli anni ‘70, insieme alla diffusione di una contraccezione efficace e alla liberalizzazione dell'aborto, ha rappresentato una pietra miliare in questa evoluzione, rendendo le procedure di selezione del sesso più accessibili. Non è un caso che «il tasso di suicidi più alto del mondo è fra le donne cinesi», una diretta conseguenza delle pressioni e delle coercizioni subite.

Cina, abolita la legge del figlio unico

Il Fenomeno del Genericidio e lo Squilibrio di Genere

Il termine "genericidio" è sempre più spesso utilizzato per identificare una preoccupante anomalia demografica: esso indica l'uccisione sistematica, deliberata e selettiva rispetto al genere, mediante l'individuazione prenatale del sesso e l'aborto selettivo, o a seguito del parto con l'infanticidio o l'abbandono. Questa selezione è talvolta utilizzata per scopi di bilanciamento familiare, ma avviene più spesso come preferenza sistematica per i maschi perché in alcune culture le figlie femmine sono considerate un peso.

Il rapporto tra i sessi alla nascita è di circa 105 maschi ogni 100 femmine in condizioni naturali. Tuttavia, fin dagli anni Ottanta, in paesi come la Cina, l’India e la Repubblica di Corea si sono osservati profondi sbilanciamenti tra i sessi alla nascita, ben oltre il livello fisiologico. A tutt’oggi la Cina rimane uno dei paesi in cui lo squilibrio tra i generi alla nascita è più alto. Nel 2012, in Cina si registravano ancora 113 nati maschi ogni 100 nate femmine, mentre in India e Vietnam il rapporto era di 112 a 100, numeri che evidenziano una mascolinizzazione delle nascite di portata globale. Negli anni '90, valori superiori a 110 hanno cominciato ad essere registrati anche in Albania e Montenegro, oltre a Kosovo e parte della Macedonia, così come in Armenia, Azerbaijan e Georgia.

Infografica: Rapporto tra i sessi alla nascita in Cina e in altri paesi asiatici dal 1980 ad oggi

Per una "moderna" selezione del sesso si possono individuare tre specifiche condizioni (Guilmoto 2009):

  1. La selezione del sesso deve essere vantaggiosa: la pratica del genericidio è più spesso radicata in culture caratterizzate da una “preferenza per il figlio maschio”, dalla disuguaglianza di genere e da stereotipi contro le figlie femmine. I genitori ricorrono alla selezione del sesso solo quando percepiscono evidenti vantaggi dall’avere figli maschi piuttosto che femmine. In un contesto dove le figlie femmine sono considerate un peso e i maschi portano maggior prestigio, l'aborto selettivo delle nasciture si diffonde.
  2. La selezione del sesso deve essere fattibile: è richiesto l’accesso ad accettabili ed efficienti metodi che alterino la distribuzione casuale e biologica del sesso tra i nascituri. L'introduzione di nuove tecnologie riproduttive sul finire degli anni ‘70, la diffusione di una contraccezione efficace e la liberalizzazione dell'aborto rappresentano pietre miliari di questa evoluzione. La diagnosi prenatale del sesso del feto tramite ultrasuoni è una delle tecnologie più diffuse e, nonostante le leggi ribadiscano l'illegalità della selezione, il controllo è spesso difficile e l’applicazione debole.
  3. La selezione del sesso deve essere necessaria: la riduzione della fecondità e la tendenza a favore della famiglia poco numerosa aumentano il rischio di non avere figli maschi in condizioni naturali. La selezione del sesso del nascituro rappresenta una strategia efficace per soddisfare sia limitazioni della fecondità che obiettivi di composizione di genere del nucleo familiare: meno figli, ma almeno un figlio (erede) maschio.

Queste tre condizioni si sono realizzate simultaneamente nei paesi caucasici dei primi anni ’90, in coincidenza con il collasso dell’Unione Sovietica, e ancora oggi non sembrano essere superate. Nonostante importanti progressi nell’equità di genere durante il regime sovietico - in particolare in termini di accesso delle donne all’istruzione e al lavoro - l’influenza dei valori tradizionali è rimasta al centro delle attitudini di genere e delle percezioni. La tradizionale famiglia patriarcale e patrilineare è diventata un’istituzione ancora più forte in un periodo caratterizzato da un indebolimento delle istituzioni governative e dei servizi pubblici, e di diffusione del sistema di mercato. I figli maschi sono una fonte di protezione e sostegno, la cui utilità è stata rafforzata dalle incertezze del contesto economico e sociale in seguito all’uscita dal comunismo. In quegli anni, la sempre maggiore disponibilità e diffusione delle tecnologie di diagnosi prenatali, raramente accessibili sotto il regime, insieme alla “cultura dell’aborto” ereditata dal periodo sovietico, hanno fornito nuove vie alle coppie per evitare la nascita di femmine non volute. Infine, i tassi di fecondità hanno subito un rapido tuffo dalla fine degli anni ’80; da una media di 2,5 figli per donna, i tre paesi caucasici sono ora scesi a 1,5 figli per donna, e quindi ben sotto il livello di rimpiazzo. Le famiglie caucasiche sembrano programmare la composizione familiare, non solo la dimensione.

Il bilancio delle "donne mancanti" è tragico e multifattoriale. Le "donne mancanti di oggi" sono le bambine mai nate tra gli anni Ottanta e Novanta a causa dell'aborto selettivo del feto, quelle uccise subito dopo la nascita o quelle abbandonate a cui sono state negate le cure a causa nei primi mesi di vita. Si stima che l'aborto selettivo arriverebbe al 90% del totale degli aborti effettuati in Cina. Non si parla solo di aborto, ma anche di un "certo numero di bambine uccise dopo la nascita" o di altre lasciate senza cibo e senza cure. In molti casi, le figlie sono date agli orfanotrofi, o registrate come "adottate" anche se sono figlie naturali, per permettere ai genitori di avere un altro figlio maschio legalmente.

Le Drammatiche Conseguenze Demografiche e Sociali dello Squilibrio di Genere

Il fenomeno degli aborti selettivi non è immune da conseguenze sul piano demografico, sociale ed economico, i cui effetti si faranno sentire tra una decina d’anni, dal 2025 in poi, nelle aree della Cina, dell’India e del Sud Est europeo che presentano questi squilibri. Un rapporto tra i sessi alla nascita troppo sbilanciato può provocare un “eccesso” di uomini, i quali rimarranno più numerosi delle donne anche alle età future. Questo scenario determinerà ritardi nei matrimoni, un aumento della competizione tra gli uomini non sposati a discapito di quelli più vulnerabili - ovvero i più poveri, meno istruiti o provenienti da aree remote - e infine un rapido incremento del surplus di uomini non sposati, con la stima che il 10-15% degli uomini rimarrà forzosamente celibe.

Un simile scenario può portare ad un aumento delle violenze di genere e dello sfruttamento sulla donna, tra cui una maggiore pressione su di essa a sposarsi e avere figli. Il ricorso alla selezione del sesso del nascituro deriva da, e allo stesso tempo rinforza, società patriarcali fondate su una disparità pervasiva nei confronti di ragazze e donne, intensificando le carenze di democrazia e le disuguaglianze di genere, e provocando in ultima istanza discriminazioni contro le donne in tutti gli ambiti della vita: occupazione, istruzione, salute, politica, ecc.

Diagramma delle conseguenze a lungo termine dello squilibrio di genere sulla società

Questo grave sbilanciamento nel rapporto tra i sessi ha alimentato anche il traffico di esseri umani. La storia di Seng Moon, una sedicenne del Myanmar, è solo una delle tante. Adescata con la promessa di un lavoro ben pagato in Cina, è stata invece rapita e venduta come "sposa" a un uomo sconosciuto. Molte donne, rifugiate nella regione del Kachin, sono state rapite o portate con l’inganno in Cina per essere vendute a uomini cinesi facoltosi, spesso più interessati ad avere un bambino che una moglie. Questo traffico, lungo il confine che separa il Myanmar dalla Cina, affonda le proprie radici nella Politica del Figlio Unico e nella conseguente preferenza per i figli maschi. Il "gender gap" tra la popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni è in crescita e continua ad aumentare, con le donne costrette a mantenere le proprie famiglie in un contesto di poche opportunità lavorative, spingendole a cercare lavoro in Cina dove i salari sono più alti e i posti di lavoro abbondanti. Secondo la Myanmar Human Rights Commission, nel 2017 sono state 226 le donne trafficate in Cina, ma questi numeri sono solo la punta dell'iceberg. Le donne trafficate in Cina hanno raccontato di essere state vendute per cifre molto differenti, da un minimo di 3mila dollari fino a 13mila.

Un'altra possibile, seppur indesiderabile, conseguenza è una massiccia emigrazione maschile, l'unico fattore in grado di alleviare lo squilibrio sessuale tra gli adulti. Tuttavia, la partenza di migliaia di giovani uomini fuori dal paese non rappresenta certamente lo scenario demografico più desiderabile per la nazione.

L'Evoluzione della Legislazione e le Recenti Modifiche

La Cina ha intrapreso un lungo percorso per correggere le deviazioni della sua politica demografica. Nel 1° settembre 2002, la politica di pianificazione familiare è diventata una legge nazionale dalla quale dipendono tutte le politiche provinciali. Tuttavia, le critiche internazionali e le crescenti preoccupazioni interne per l'invecchiamento della popolazione e lo squilibrio di genere hanno spinto a una revisione. Nel 2008, Pechino aveva dichiarato che i controlli sulle nascite sarebbero continuati “perlomeno ancora per un decennio”, per poi correggere il tiro due anni dopo, affermando che molti cittadini non erano più toccati dalla pianificazione, che sarebbe quindi terminata nel 2015.

A fine 2015, il governo cinese ha allentato la legge, permettendo a molte coppie di avere due figli, abrogando di fatto la politica del figlio unico a partire dal 1° gennaio 2016. Questa mossa era stata preceduta da un precedente allentamento nel 2013, che consentiva a determinate coppie di avere due bambini, e la stessa vicenda di Chen Guangcheng ruota intorno al tema degli aborti forzati, cui Chen si oppose fieramente da anni.

Nonostante l'abolizione della politica del figlio unico nel 2016, il cambiamento di rotta non ha segnato un'inversione di tendenza duratura. Dopo una breve crescita di nascite nello stesso anno, il tasso di natalità è tornato a diminuire e lo scorso anno ha toccato l’1,3%, tra i più bassi al mondo. Il censimento decennale condotto nel 2020 ha rilevato che il ritmo di crescita annuale della popolazione cinese è stato dello 0,53 per cento rispetto allo 0,57 per cento del decennio precedente, il tasso di crescita più lento da quando i censimenti decennali sono iniziati, nel 1953. Le stime parlano chiaro: entro il 2030 un quarto della popolazione cinese avrà probabilmente superato i 60 anni.

Cina, abolita la legge del figlio unico

Per tentare di arginare questa tendenza, nel 2021, Xi Jinping ha aperto alla possibilità per le coppie cinesi di avere fino a un massimo di tre figli. Il 20 agosto 2021, il Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento di Pechino, ha approvato gli emendamenti di modifica alla legge sulla Popolazione e la pianificazione familiare. Il pacchetto include anche misure di sostegno per le famiglie, come agevolazioni per l'istruzione, l'alloggio e l'occupazione, che dovranno essere attuate con l'apporto del governo centrale e delle amministrazioni locali.

Contemporaneamente, la Repubblica Popolare Cinese sta introducendo delle limitazioni all’interruzione volontaria di gravidanza per rispondere alle conseguenze di una politica che ha segnato almeno due generazioni. Lo scorso settembre, il Consiglio di Stato cinese ha emanato nuove linee guida per limitare il numero di aborti eseguiti non per scopi medici. Si teorizza anche una campagna per disincentivare le gravidanze indesiderate e gli aborti tra gli adolescenti e minorenni. È un percorso tutto in salita per il governo di Pechino, poiché in passato le autorità alle prese con l’aumento demografico hanno incoraggiato le donne ad abortire, con misure che si sono avvicinate alla coercizione. È difficile ora segnare un'inversione di rotta rispetto a queste pratiche pregresse.

L'Aborto in Cina nel Contesto Asiatico: Leggi e Contradizioni

La Repubblica Popolare Cinese presenta ad oggi uno dei tassi di abortività più alti al mondo: delle circa 40 milioni di gravidanze annuali che si sono registrate nel paese dal 2015 al 2019, oltre 23 milioni erano indesiderate. Se paragonato ad altri paesi, come il Giappone che nel 2020 ha registrato 15 aborti per 100 gravidanze, Taiwan 13 su 100, e gli Stati Uniti 19, il dato cinese è significativamente superiore. Questa situazione si inserisce in un continente dove il diritto all’aborto si appoggia a diverse contraddizioni in seno alla religione, cultura, diritto e politica di ogni singolo paese della regione. Ogni anno, in Asia abortiscono circa 36 milioni di donne, secondo i dati diffusi nel 2017 dal Guttmacher Institute.

Nel continente, le politiche e la percezione pubblica sembrano seguire variabili diverse rispetto al consueto dibattito tra movimenti pro-choice e pro-life che si riscontra nei paesi occidentali. Molti paesi hanno recentemente liberalizzato le leggi sull'aborto, come la Thailandia e la Corea del Sud, mentre altri si confermano apripista per il riconoscimento del diritto all’aborto.

Prendiamo in esame alcuni esempi:

  • Giappone: È stato il primo paese dell’area a legalizzare l’interruzione di gravidanza nel 1948, all’epoca una misura necessaria per limitare il boom della popolazione in un paese devastato dalla guerra. La popolazione nipponica era infatti in forte espansione dopo il ritorno delle truppe dalla seconda guerra mondiale e nel frattempo incombeva lo spettro della crisi alimentare ed economica del dopoguerra. Nel 2021, le nascite nel paese hanno toccato il minimo storico per il sesto anno consecutivo. Negli ultimi anni, Tokyo ha aumentato le pene per i medici che praticano aborti illegali e si è rifiutata di rispondere alle pressioni degli attivisti per rimuovere la clausola della legge in vigore (la Mathernal Health Act) che rende obbligatorio il consenso del partner di sesso maschile.
  • India: Lo scorso 29 settembre, la Corte Suprema indiana ha stabilito che tutte le donne, indipendentemente dallo stato civile, potranno abortire fino a 24 settimane di gravidanza, un periodo di tempo che era prima concesso solo alle donne sposate, mentre alle nubili era imposto il limite della ventesima settimana. Questo è un ulteriore passo avanti rispetto all'emendamento dello scorso anno, quando la Corte indiana aveva ampliato l'accesso ai servizi abortivi sicuri e legali "per motivi terapeutici, eugenetici, umanitari e sociali", estendendo il limite dalle 20 alle 24 settimane per le donne divorziate, le minori, le vittime di stupro e altre categorie vulnerabili. Tuttavia, in India la pratica abortiva viene utilizzata ancora per fini “selettivi”: negli ultimi 50 anni, ha riportato il The Guardian, sono stati abortiti 46 milioni di feti femminili, molto meno graditi dei futuri bambini maschi.
  • Thailandia: Bangkok si avvia a legalizzare l’aborto fino a 20 settimane di gestazione, con un allentamento delle misure entrate in vigore solo a febbraio dello scorso anno che permettevano l’interruzione di gravidanza fino alla dodicesima settimana. Il recente emendamento, entrato in vigore il 26 ottobre, prevede che le donne che si trovano tra la dodicesima e la ventesima settimana di gestazione debbano attendere l’approvazione di un medico autorizzato per procedere. Nel paese a maggioranza buddista la pratica è ancora afflitta da forte stigma sociale e proliferano le cliniche abortive illegali, come evidenziato da uno scandalo del 2010 che portò alla scoperta di 2000 feti in attesa di cremazione.
  • Corea del Sud: Ha depenalizzato l’aborto nel 2021, dopo che già nel 2019 la Corte Costituzionale aveva stabilito che il divieto della pratica abortiva si schierasse contro la libertà di autodeterminazione delle donne incinte. Negli anni Cinquanta, il paese aveva reso la procedura illegale per far crescere la popolazione all’indomani delle grandi perdite sofferte durante la guerra di Corea. Attualmente, mancano ancora i limiti temporali che precisano quando interrompere la gravidanza.
  • Taiwan: L'aborto è legale, promulgato nel 1985 con la Genetic Health Act, ma pone una serie di condizioni: non solo precise ragioni mediche, di salute mentale e lo stupro, ma anche il consenso del marito - a meno che quest’ultimo non sia scomparso o incapace di intendere - o dei genitori, nel caso di minori di 20 anni nubili.
  • Vietnam: Come in India, l’aborto selettivo è una pratica diffusa, tanto da venire considerata una delle cause di uno squilibrio di genere che nel 2026, secondo le statistiche ufficiali, comporterà un’eccedenza di 1,38 milioni di maschi. Il paese ha il secondo tasso abortivo più alto al mondo: ogni anno circa il 40% delle gravidanze del paese terminano con un’interruzione. A garantire l’accesso all’aborto è l’articolo 44 della Public Health Protection Law, che non impone alcuna restrizione ufficiale fino alla ventiduesima settimana.
  • Filippine e Indonesia: In questi paesi, le religioni musulmana e buddista stigmatizzano o ostacolano l’interruzione di gravidanza. In Indonesia, chi si sottopone a pratiche abortive rischia fino a 10 anni di carcere, un assetto normativo che ha sollevato dure polemiche, come accaduto dopo la condanna detentiva di sei mesi ai danni di una ragazza quindicenne per aver abortito dopo essere stata stuprata dal fratello. La legge vigente permette l’interruzione di gravidanza solo in caso di gravi problemi di salute che comprometterebbero la gestazione del feto, o se le gravidanze sono frutto di rapporti sessuali non consensuali.

Il dibattito generato dal rovesciamento della sentenza Roe vs Wade del 1973 negli Stati Uniti ha avuto un'eco anche in Cina, dove gran parte degli utenti dei social network cinesi ha espresso empatia nei confronti delle donne americane e ha evidenziato l’erosione del modello democratico statunitense di contro al socialismo cinese.

Mappa dell'Asia con lo status legale dell'aborto in diversi paesi

Strategie Politiche per Contrastare gli Squilibri di Genere

Il genericidio è determinato da un insieme di fattori diversi, ma la preferenza verso il figlio maschio è probabilmente quello centrale. Nella maggior parte dei paesi industrializzati, i bassi tassi di fecondità e l’ampio accesso alle tecnologie riproduttive moderne non hanno portato ad alcuna distorsione nel rapporto tra i sessi, semplicemente perché non c’è una forte preferenza di genere.

Per contrastare efficacemente questa mentalità, come ha recentemente esortato anche la Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere dell’UE (Stump 2011), è necessaria la creazione di un ambiente educativo e sociale in cui donne e uomini, ragazze e ragazzi, siano trattati allo stesso modo, e in cui si promuovano immagini non stereotipate di donne e uomini. Ciò include il superamento dei pregiudizi di genere nelle istituzioni tradizionali e nei diversi ambiti di vita, ad esempio elaborando leggi e riforme nei settori del diritto di proprietà, di successione, della dote, e della protezione finanziaria e sociale per gli anziani, ma anche riguardo l’accesso al mondo del lavoro e all’istruzione.

Occorre implementare politiche di sussidio delle giovani donne, offrendo, ad esempio, sostegno alle ragazze e ai loro genitori attraverso uno schema di trasferimenti monetari condizionati, di borse di studio o di benefit, oltre a garantire privilegi scolastici e sanitari. Azioni di sostegno, misure politiche e buone pratiche sono essenziali per cambiare le tendenze comportamentali nei confronti delle donne. Tra queste si annoverano la campagna "Care for Girls" in Cina, che mira a sensibilizzare sul valore delle ragazze, e il sistema "Balika Samriddhi Yojana" in India, che fornisce incentivi economici per l'istruzione delle ragazze provenienti da famiglie povere.

L’esperienza della Repubblica di Corea è emblematica in questa inversione di tendenza. Qui, accanto a un allentamento delle regolamentazioni di controllo delle nascite, la preferenza per il figlio maschio è diminuita sotto la spinta di una crescente irrilevanza del patriarcato grazie a nuovi schemi che supportano le bambine e le giovani donne, e a un sostegno alla parità di genere da parte dello Stato. Questo ha portato in pochi anni a una flessione della tendenza di selezione del sesso alla nascita, dimostrando che un impegno politico e sociale mirato può effettivamente invertire queste dinamiche dannose.

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