La Posizione della Chiesa Cattolica sull'Aborto e la Via del Perdono: Tra Dottrina e Misericordia

L'interruzione volontaria di gravidanza rappresenta uno dei temi più complessi e delicati nel dibattito etico, sociale e religioso contemporaneo. La Chiesa Cattolica ha mantenuto, nel corso dei secoli, una posizione ferma sulla sacralità della vita dal concepimento, ma la sua pastorale ha mostrato, in tempi recenti, un'evoluzione significativa, specialmente per quanto riguarda l'approccio al perdono e alla riconciliazione per coloro che hanno procurato o subìto un aborto. Questa evoluzione si colloca in un contesto più ampio di riflessione sulla vita, sulla moralità e sull'applicazione della misericordia divina.

La Dottrina Cattolica sull'Aborto: La Vita come Dono Indisponibile

La Chiesa Cattolica ha, in generale, sempre considerato la vita un bene non disponibile, sulla base di riferimenti scritturali e apostolici. La dottrina moderna considera l’esistenza umana un dono da parte di Dio all’uomo, e dunque un bene in sé di cui all’uomo non è dato disporre. Ne consegue che l’aborto, in quanto scelta volontaria dell’uomo volta a impedire lo sviluppo della vita, equivale ad un omicidio ed è considerata peccato mortale gravissimo, in quanto con questa scelta l’uomo si contrappone arbitrariamente alla volontà di Dio.

Questa posizione non è stata sempre monolitica sin dalle origini. Avendo riguardo dell’epoca più antica, la Chiesa Cattolica è stata a lungo divisa sull’ammissibilità dell’aborto, sussistendo già allora due diversi orientamenti sostenuti da filosofi e studiosi. Se da una parte vi erano coloro che equiparavano il feto ad una persona e pertanto condannavano tout court l’interruzione di gravidanza, dall’altra vi erano altri che, influenzati dalla teoria del filosofo Aristotele sul feto animato e feto inanimato, ammettevano l’aborto nei primi due o tre mesi di gestazione. Secondo Aristotele, il feto diveniva animato dopo quaranta giorni se maschio e dopo novanta se femmina. Questa tesi fu accolta e promulgata da San Tommaso d’Aquino nel Medioevo e influenzò numerosi teologi cattolici. Questi ultimi, nei secoli successivi, pur riconoscendo l’immoralità dell’aborto in quanto contrario alla legge naturale, hanno sostenuto la possibilità dell’aborto del feto non ancora animato, senza condannarne la pratica.

rappresentazione stilizzata sviluppo embrionale

A partire dal Decretum Gratiani del 1140, il dibattito e sino al 1869, il diritto canonico ha utilizzato la distinzione tra feto animato e feto inanimato. Solo nella Costituzione Apostolicae Sedis del 1869, Papa Pio IX ha affermato che il feto ha un’anima fin dal concepimento. La posizione della Chiesa è stata poi ribadita nell’Istruzione sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione, che dal 1987, equipara quindi il feto a una persona sin dal momento del concepimento.

Papa Giovanni Paolo II ha spiegato la posizione della Chiesa Cattolica nell’Enciclica Evangelium Vitae, ove viene ribadito come la vita di ogni essere umano sia un bene indisponibile per l’uomo e come questi sia chiamato a difenderla dal concepimento alla morte naturale. In particolare, al numero 58 dell’enciclica, rubricato con l’inciso “Delitto abominevole dell’aborto”, si spiega come “Fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile. Il Concilio Vaticano II lo definisce, insieme all’infanticidio, ‘delitto abominevole’. L’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita”. Per questa ragione l’aborto procurato viene definito come “l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”.

Allo stesso modo, i cosiddetti metodi di contraccezione d’emergenza, che impediscono l’annidamento del concepito nell’utero materno, vengono considerati abortivi perché impediscono lo sviluppo iniziale della vita del nascituro.

Sul tema è intervenuta anche la Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dall’allora prefetto cardinale Joseph Ratzinger, divenuto in seguito Papa Benedetto XVI. In una nota emessa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, da lui presieduta, afferma che è lecito eseguire l’asportazione dell’utero (isterectomia), nel solo caso che il suo danneggiamento (per esempio, a causa di un precedente parto naturale o cesareo) rappresenti un grave pericolo attuale per la vita o la salute della donna, e quindi al di fuori di una gravidanza (quindi, senza che si produca un aborto). In mancanza di una ragione terapeutica attuale, tale pratica, come quella della legatura delle tube, non è ammissibile in quanto configurerebbe una sterilizzazione diretta che è vietata dalla morale cattolica, anche qualora la donna sia stata vittima di violenza sessuale e anche se minorenne.

Storicamente, la Chiesa si è mostrata reticente anche nei confronti di altre pratiche eversive degli ideali ecclesiastici come, ad esempio, la procreazione medicalmente assistita o l’eutanasia. Per la procreazione medicalmente assistita, inizialmente, il «no» cattolico era motivato soprattutto dalla tesi che questo sistema di procreazione non è «naturale», ovvero non avviene secondo «le leggi immutabili» stabilite dal Creatore, con le quali è peccato mortale interferire. La successiva introduzione e diffusione della fecondazione in vitro ha scatenato la Chiesa cattolica anche su un secondo versante: quello del congelamento e della distruzione degli embrioni prelevati in soprannumero allo scopo di aumentare le possibilità di riuscita della fecondazione. Per il Vaticano l’embrione è equiparabile a una persona umana, pertanto la fecondazione in vitro è equiparabile all’aborto procurato. La Chiesa cattolica, inoltre, è schierata nettamente contro l’eutanasia, considerando tali pratiche equivalenti all’omicidio o al suicidio.

La Svolta di Papa Francesco: Misericordia e Perdono per il Peccato di Aborto

Nonostante la ferma condanna dottrinale dell'aborto come peccato grave, la Chiesa Cattolica ha anche sempre posto al centro il concetto di misericordia e perdono per i peccatori pentiti. Il 2016 ha tuttavia visto un’importante svolta nella posizione della Chiesa Cattolica riguardo l'accesso al perdono per il peccato di aborto. Durante il Giubileo della Misericordia, Papa Francesco aveva concesso a tutti i sacerdoti del mondo la facoltà di assolvere le donne che avevano abortito volontariamente. Questa concessione, inizialmente limitata al periodo giubilare, è stata successivamente estesa in modo permanente.

Papa Francesco "perdona" l'aborto: l'Irpinia benedice

Il 24 novembre 2016, Papa Francesco ha annunciato, nella lettera apostolica “Misericordia et misera”, documento programmatico nel quale vengono indicate le linee pastorali del post Giubileo, che quanto concesso limitatamente al periodo giubilare sarebbe stato esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. "Vorrei ribadire con tutte le mie forze - ha aggiunto il Papa - che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre."

La decisione del Pontefice è stata chiara: "In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto". Questa estensione "per sempre" della facoltà di assolvere dal peccato di aborto, per volontà del Pontefice, ha lo scopo di assicurare che nessun ostacolo si frapponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio.

Per molti anni, l'aborto è stato un peccato che richiedeva l'assoluzione di un vescovo, essendo considerato tale da aver bisogno di una riconciliazione più estesa con la Chiesa. Come risultato, però, molti mantenevano privato questo peccato, temendo un processo più lungo per assolverlo. I singoli vescovi avevano poi esteso la capacità di offrire l'assoluzione a tutti i sacerdoti della loro diocesi, e nel 2016 Papa Francesco ha firmato un decreto che permetteva a tutti i sacerdoti del mondo di farlo. Il Pontefice non lo ha fatto per sminuire la gravità dell'aborto, ma per sottolineare la natura di perdono della Chiesa e di Dio, sempre pronto ad accogliere i peccatori che tornano nel gregge.

Papa Francesco, ormai noto per essere un anticonformista, ha concesso ai preti la facoltà di assolvere le donne che hanno abortito, "conoscendo bene i condizionamenti che le hanno portate a questa decisione". Ha affermato: "So che è un dramma esistenziale e morale. Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa. Ciò che è avvenuto è profondamente ingiusto; eppure, solo il comprenderlo nella sua verità può consentire di non perdere la speranza. Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato, soprattutto quando con cuore sincero si accosta al sacramento della confessione per ottenere la riconciliazione con il Padre”.

La persona che confessa il peccato dell'aborto dev'essere addolorata per questo peccato e provare un vero pentimento, impegnandosi a non peccare più. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione. Se la Chiesa condanna l'aborto, non vuole che le persone che lo hanno commesso restino lontane dalla misericordia di Dio.

Questa decisione può essere letta anche come un aiuto ai medici obiettori di coscienza. Oppure anche un passo nei confronti delle donne, "colpevoli della scelta di aborto perché nella Chiesa cattolica gli uomini sembrano esenti da colpe, sembra non siano loro a mettere incinte le donne". Non è proprio così, per la morale cattolica anche gli uomini sono colpevoli se inducono una donna all’aborto. Ma Papa Francesco riconosce che molto spesso le donne che abortiscono non sono pienamente consapevoli della gravità del problema, perché nella società in cui vivono si ritiene che l’aborto sia un diritto della donna. E quindi è solo dopo, dalla sofferenza successiva e dalla loro esperienza, che si rendono conto che si tratta di una scelta ben più grave. Per le donne credenti che non hanno mai fatto questa scelta a cuor leggero, la dichiarazione di Francesco rappresenta un grande conforto. Per i non credenti la decisione del Papa non ha ovviamente alcun valore.

Una decisione che susciterà qualche perplessità in Vaticano, secondo la storica: «come era accaduto per i divorziati risposati: la paura che si perda l’idea di cosa è giusto fare e cosa è sbagliato» commenta la storica. Tali perplessità possono essere simili a quelle relative all’accoglienza dei divorziati risposati, cioè paura che si perda l’idea di cosa è giusto fare e cosa è sbagliato.

Il Contesto Etico e Sociale: Il Dibattito Pro-Life e Pro-Choice

Il dibattito sull’interruzione di gravidanza è stato pervasivo e ha trovato espressione in diverse forme, dalle discussioni accademiche alla cultura popolare. Agli amanti della carta stampata e della celluloide non sarà certo sfuggito che il racconto di John Irving, dal quale è stata tratta l’omonima pellicola, “Le regole della casa del sidro”, dove il tema dell’interruzione della gravidanza è un elemento centrale della narrazione, pone interrogativi profondi. Il protagonista, Homer Wells, cresciuto in un orfanotrofio dove si praticano sia parti che aborti clandestini, si trova a dover affrontare la propria vocazione medica e i propri dilemmi etici sull'aborto. Inizialmente fermo nella propria scelta etica di non praticare più aborti, Homer litiga duramente con Mr. Rose e inizia a temere per la vita dell’amica Rose Rose, vittima di abusi, che porta in grembo una nuova vita. Sa perfettamente che un aborto clandestino praticato da gente impreparata può essere pericoloso, anche letale. E così comprende le ragioni che avevano spinto il Dottor Larch a praticare gli aborti lui stesso, in sicurezza. Homer decide di operare Rose Rose e avverte, per la prima volta, la propria vocazione di medico.

Ed è negli interrogativi che tormentano il protagonista della vicenda che rinveniamo l’essenza del dibattito che ha portato alla promulgazione, in Italia, della Legge 22 maggio 1978 n. 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Sin dalle proprie origini, la discussione sull’aborto vede contrapporsi due tesi: quella che vuole rendere illegale l’I.V.G. o sottoporla a vincoli estremamente stringenti e quella che invece sostiene che la stessa debba essere legalizzata e regolamentata.

infografica posizioni pro-life pro-choice

Secondo la prima corrente, definita pro-life, l’ontogenesi umana ha inizio nell’istante della fecondazione, ovvero nel momento della congiunzione di uno spermatozoo maschile con un ovocita femminile, e che “una volta che il processo è cominciato, non c’è una particolare fase del suo sviluppo che sia più importante di un’altra: tutte sono parte di un processo continuo”. Tale affermazione è contenuta nel cosiddetto Rapporto Warnock del 1984, stilato da una commissione bioetica inglese presieduta dalla filosofa Mary Warnock, in cui si evidenzia la mancanza di una soluzione di continuità della vita umana, ritenuta continua e progressiva, dal momento del concepimento fino alla morte. Sul piano giuridico, il fronte antiabortista chiede la tutela degli embrioni come individui, ritenendo la pratica dell’aborto alla stregua di un omicidio.

La seconda corrente invece, denominata pro-choice, ritiene che il frutto del concepimento, almeno nelle prime settimane di gravidanza, non avendo ancora sviluppato sufficientemente il sistema nervoso centrale (in particolare la corteccia cerebrale, il talamo e le relative connessioni neuronali), non è ancora un individuo autocosciente e dunque è radicalmente differente, dal punto di vista biologico e ontologico, dall’essere umano adulto. Le tesi favorevoli alla legalizzazione dell’aborto sono sostenute dai pro-choice, i quali non negano il valore della vita umana ma affermano che la donna debba poter esercitare, in determinati casi ed entro limiti fissati dalla legge, il diritto a interrompere la gravidanza. Dal punto di vista della tutela giuridica, gli abortisti ritengono dunque che il concepito sia titolare di una legittima aspettativa a nascere, ma non di un vero e proprio diritto, e in questo senso che debba prevalere su questa aspettativa, nei casi previsti, la libera e consapevole autodeterminazione della madre.

Leggendo il paragrafo precedente, appare evidente come l’ammissibilità morale dell’aborto o interruzione volontaria di gravidanza sia soggetta a convinzioni etiche, orientamenti religiosi o più in generale al modo in cui una cultura si pone di fronte a concetti come la vita o l’anima.

La Legislazione Italiana: La Legge 194 e i Suoi Sviluppi

Nel 1978, la legge italiana che regola l’accesso all’aborto è stata approvata dal Parlamento dopo vari anni di mobilitazione per la decriminalizzazione e regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza da parte del Partito Radicale e del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (C.I.S.A.). Nel 1976 il Partito Radicale e il C.I.S.A. avevano raccolto oltre 700.000 firme per un referendum - patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso - per l’abrogazione degli articoli del codice penale riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Solo l’anno precedente il referendum sul divorzio aveva mostrato la distanza tra l’opinione pubblica e la coalizione a guida democristiana al governo.

La legge 194 consente alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere liberamente alla I.V.G. in una struttura pubblica nei primi novanta giorni di gestazione e tra il quarto e quinto mese solo per motivi di natura terapeutica, e sempre in maniera anonima. Più nel dettaglio, alla gestante è consentito abortire entro i primi novanta giorni dal concepimento qualora ritenga che vi siano circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione anche alle sue condizioni economiche, sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito. Sostanzialmente, è ammissibile anche per un mero “capriccio” della donna.

Trascorsi i tre mesi, si può ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza solamente nel caso in cui il parto o la gravidanza stessa possano mettere a repentaglio l’incolumità psico-fisica della madre. Ovviamente, in quest’ultima ipotesi, il rischio per la salute in cui può incorrere la donna deve essere accertato.

La legge 194 ha permesso di sopperire alle pratiche clandestine dell’aborto e senza adeguata protezione, inserendosi nel contesto di un nuovo valore morale: la tutela della maternità consapevole. Fu superata la visione del pensiero unico cattolico in materia di maternità, in favore del riconoscimento del diritto di scelta dei genitori. Implicitamente si prendeva atto che la sessualità non è esclusivamente finalizzata alla procreazione della prole, ma appartiene al mondo delle pulsioni umane legittime e non da regolare per legge.

cartina Italia consultori familiari

Un elemento fondamentale introdotto dalla normativa è il Consultorio Familiare. Questa istituzione è stata istituita per l’informazione delle donne sui diritti e servizi a loro dovuti, per consigliare gli enti locali e per contribuire al superamento delle cause dell’interruzione della gravidanza. Il Consultorio Familiare è un servizio che si occupa della promozione e della tutela della salute della donna, dei giovani e della coppia. Al suo interno si svolgono servizi di sostegno alla genitorialità, di assistenza alla famiglia, alla maternità e paternità consapevole, all’educazione sessuale e alla contraccezione per i giovani. È un servizio pubblico e gratuito rivolto alle donne, alle coppie, alle famiglie ed ai giovani con servizi e consulenze relativi a metodi contraccettivi, applicazione della legge 194/1978, supporto all’affido e all’adozione nazionale ed internazionale e consulenza psicologica, ginecologica e ostetrica.

Il ginecologo ha il diritto di esercitare l’obiezione di coscienza; tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9 comma 5 Legge 22 maggio 1978 n. 194). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

Questa legge è stata confermata dagli elettori con una consultazione referendaria il 17 maggio 1981. L’8 agosto 2020, l’uso della pillola abortiva RU486 è stato esteso fino alla nona settimana di gestazione senza l’obbligatorietà del ricovero ospedaliero.

Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’aborto è richiesto l’assenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o di chi ne fa le veci. Nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione dei genitori, oppure questi, interpellati, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio, la struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia presso cui si è rivolta la donna, interpella il giudice tutelare territorialmente competente affinché prenda una decisione. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli dal consultorio o dalla struttura medica, può autorizzarla, con atto non soggetto a reclamo, a decidere per l’interruzione della gravidanza. In poche parole, se la madre ritenga non opportuno mettere a conoscenza dei propri genitori del suo stato di gravidanza, oppure se questi ultimi prendono decisioni contrastanti, sarà il giudice tutelare a decidere se accogliere o meno la richiesta di aborto. Ai fini dell’interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela, alla minore degli anni diciotto può essere praticata l’interruzione di gravidanza quando vi sia un imminente pericolo di vita per la stessa.

La legge, per evitare pericolosissime interruzioni di gravidanza fai-da-te, ha stabilito che l’aborto possa essere praticato solamente negli ospedali e nelle strutture sanitarie dotate di servizio ostetrico-ginecologico. Fuori da queste ipotesi, l’aborto costituisce reato (ex artt. da 545 a 548 c.p); allo stesso modo, abortire al di fuori delle strutture sanitarie o con metodi non approvati costituisce ugualmente un illecito.

La sentenza n. 25767/2015 delle Sezioni unite della Corte di Cassazione ha stabilito il diritto della madre e del concepito al risarcimento del danno medico in virtù del diritto alla salute, all’integrità psicofisica e alla uguaglianza delle pari opportunità, negando l’esistenza di diritto a “non nascere se non sani” e il ristoro risarcitorio del danno lamentato in relazione alla mancata opportunità abortiva che sarebbe scaturita da una diagnosi omessa o non sufficientemente accurata.

L'Interconnessione tra Fede, Etica e Medicina in Italia

Nonostante il nostro sia uno Stato “laico”, ancora oggi molti sono i punti di contatto, soprattutto in campo medico, con il divino. Si veda, ad esempio, come i richiedenti l’abilitazione all’esercizio della professione ostetrica debbano effettuare il cosiddetto “giuramento di Lucina”, una divinità della mitologia romana considerata la dea del parto, prima dell’effettivo svolgersi della professione. O, magari, il cosiddetto “giuramento di Florence Nightingale”, cui sono tenuti i neo-infermieri prima di essere inseriti nell’albo professionale, che inizia con l’inciso “Prometto davanti a Dio, in presenza di questa assemblea, di vivere degnamente e di esercitare fedelmente la mia professione […]”, quindi, nettamente eversivo dell’asse laico che caratterizza il nostro ordinamento. Si pensi, inoltre, a come si sia giunti, soltanto nel 2014, alla revisione del giuramento di Ippocrate (cui sono tenuti ad effettuare i medici prima dell’inizio della professione) che invocava diverse divinità greco-romane. Questi esempi dimostrano come la dimensione etica e spirituale continui a permeare la pratica medica, anche in un contesto formalmente laico.

Nel nostro Paese hanno giocato e giocano un ruolo fondamentale i principi e gli insegnamenti della religione cattolica e la presenza sul nostro territorio della Santa Sede. Analizzando, dapprima, i rapporti di tale pratica con il culto cristiano è possibile evincere come anche all’interno della stessa Chiesa non sempre si è converso su di uno stesso punto. In generale, sulla base di riferimenti scritturali, la vita è un dono di Dio e dunque all’uomo non è dato disporne.

Il compito di prestare attenzione al mutamento dei valori, o alle esigenze particolari di nuove culture è primariamente del legislatore, ma, di certo anche della Corte costituzionale, delle magistrature di merito e dell’attività amministrativa. Alla fine degli anni ’60 vi fu l’esigenza di prevedere alcuni nuovi diritti realizzando un processo di svecchiamento istituzionale, introducendo, tra i tanti, il diritto all’interruzione alla gravidanza e l’istituzione dei consultori familiari. L’accettazione di una legge come la 194 ha rappresentato un significativo distacco dal “pensiero unico cattolico” in materia di maternità, riconoscendo il diritto di scelta dei genitori e, implicitamente, che la sessualità non è esclusivamente finalizzata alla procreazione, ma include dimensioni umane legittime.

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