Ogni lutto è di per sé un evento estremamente significativo e ad alto impatto emotivo: da quel momento in poi ci sarà un “prima” e un “dopo”. L’esperienza di perdere un figlio, però, segna in modo radicale la percezione della realtà. Niente è più lo stesso. Oggigiorno, però, la perdita di un figlio quando ancora non lo si è visto nascere viene ancora sminuita e non riconosciuta come tale. Il fenomeno, nonostante se ne parli ancora poco, soprattutto per quanto concerne le implicazioni cliniche e i vissuti emotivi postumi, è estremamente diffuso e tutt’altro che caso raro. Secondo un recente studio (Quenby et al., 2021), ogni anno nel mondo si verificherebbero circa 23 milioni di aborti spontanei, 44 al minuto.

La natura del lutto perinatale e l'impatto identitario
Le conseguenze che un tale evento porta con sé sono sia fisiche, come sanguinamento o rischi di infezioni, sia psicologiche. Un aborto spontaneo può, infatti, portare con sé sentimenti d’ansia e depressione, che possono finanche sfociare in un Disturbo Post-Traumatico da Stress. L’impatto emotivo, in alcuni casi, può essere avvertito subito dopo l’evento, mentre in altri può richiedere anche diverse settimane. Sentimenti altrettanto comuni, che riguardano principalmente le donne, il cui corpo è direttamente coinvolto nell’evento, sono la colpa, lo shock, la tristezza e anche la rabbia verso altri le cui gravidanze sono state di successo.
Fin da subito il corpo della donna cambia, portando ad identificarsi presto in un ruolo genitoriale, che viene accolto e va ad arricchire il proprio sé identitario. La nuova vita che cresce in grembo inizia ad esistere e prendere forma concreta nella mente e nelle fantasie della nuova coppia genitoriale, che inizia a volerle bene come fosse già nata e presente concretamente nella loro quotidianità. È questo il contesto, la cornice di senso in cui un evento inaspettato e non prevedibile come quello dell’aborto spontaneo in un attimo distrugge e annichilisce, portando via con sé anche una parte dell’identità di chi si trova ad affrontarlo.
Le sfide sociali e la solitudine nell'elaborazione del dolore
Inoltre, il fatto che questo tipo di evento sia poco considerato e riconosciuto a livello sociale come una vera e propria perdita, rende l’elaborazione dello stesso ancora più faticosa. Se già il senso di fallimento e inadeguatezza provati tendono a far sì che la persona si isoli in sé stessa, il fatto che spesso ci si imbatta in chi sminuisce quanto sentito, non fa che peggiorare questo malessere, senza essere di alcun tipo di conforto. Non sono rare frasi che invitano a “riprovarci subito”, perché “la prossima volta andrà bene”.
Uno degli aspetti che più dilania chi si trova catapultato in questa esperienza di perdita è il non sapere, il non poter trovare una motivazione a quanto accaduto, il non averla potuta prevedere e l’aver potuto fare niente per prevenirla. Il dolore porta così ad una trafila infinita di pensieri, una ruminazione continua nel tentativo di elaborare le emozioni e i ricordi connessi all’aborto subito. Per quanto alcuni studi evidenzino come la ruminazione possa portare al superamento del dolore in seguito all’evento (Freedle et al., 2021), alcune donne, in particolar modo, possono arrivare ad esperire una ruminazione intrusiva, analoga a quella del Disturbo Post-Traumatico da Stress così come descritto nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), come a voler riempire quel vuoto incolmabile che sentono dentro di loro.
Morte di un figlio: come si può affrontare un dolore così grande?
La prospettiva maschile: un dolore spesso silenziato
Per quanto il dolore della donna sia più incarnato, poiché riguarda anche il suo corpo, che mantiene il ricordo del trauma subito, anche l’uomo ha il suo dolore in seguito ad un aborto spontaneo, per quanto ci sia la tendenza a pensare il contrario. Se già il dolore della donna viene a fatica accettato e legittimato, quello dell’uomo viene spesso del tutto ignorato. È, inoltre, lui, ritenuto spesso il pater familias forte e tutto d’un pezzo, a dover sostenere e consolare la donna nella sua sofferenza. Eppure anche l’uomo, che già iniziava a rappresentarsi padre e fantasticava sulla vita futura in tre, può stare male, sentirsi smarrito e perso di fronte ad un evento non controllabile né tanto meno evitabile come un aborto spontaneo (Martin et al., 2004; Puddifoot & Jhonson, 1999; Daly et al., 1996).
Entrambi i membri della coppia hanno quindi il diritto di stare male in seguito ad una perdita del genere e, nel caso in cui la sofferenza fosse troppa, non fosse gestibile o durasse per troppo tempo, a chiedere aiuto e sostegno. Dolori non condivisi e metabolizzati, altrimenti, possono anche portare a difficoltà all’interno della coppia stessa, a fratture e distanze insormontabili, come a voler cercare un colpevole in un accaduto la cui responsabilità non è imputabile a nessuno o come a volere dall’altro una comprensione magica e totale in momenti in cui forse non c’è proprio nulla di chiaro.
Dinamiche di coppia e ricerca di una nuova gravidanza
A volte, nel tentativo di non dover affrontare ciò che un aborto comporta, la coppia può provare a buttarsi in modo repentino nella ricerca di una nuova gravidanza, ma, per quanto non sembrino esserci controindicazioni a livello fisico, a livello cognitivo ed emotivo potrebbero esserci implicazioni significative, proprio a causa della mancata elaborazione della perdita appena subita. Ad esempio, uno dei rischi potrebbe essere quello di non dare il giusto spazio al bambino in arrivo, non accogliendolo nella sua unicità, ma sostituendolo con quello morto, che viene idealizzato, e attribuendogli tutta una serie di aspettative di perfezione che non consentono di vivere e considerare il bambino per la persona che veramente è.
Ogni bambino merita di essere ricordato, anche chi non è mai nato. È possibile che i genitori, quando aspettano un nuovo bambino dopo un aborto, si sentano in colpa, come si stessero dimenticando di chi hanno perso. Il dover rimanere in equilibrio tra sentimenti di lutto e perdita da un lato ed emozioni di speranza e gioia dall’altro, può essere complesso e confondere ulteriormente. Ogni esperienza di perdita porta con sé una serie di reazioni ed emozioni estremamente soggettiva.
Differenze e sovrapposizioni tra aborto spontaneo e provocato
L’aborto, l’interruzione prematura di una gravidanza, può accadere per cause naturali (aborto spontaneo) oppure essere provocato in modo artificiale (aborto provocato o IVG-interruzione volontaria di gravidanza). Le conseguenze psicologiche di un’interruzione naturale o una provocata possono essere molteplici e diverse nei due casi: mentre l’aborto spontaneo è un evento non controllabile, improvviso e senza nessuna volontà da parte della madre, l’aborto indotto prevede una responsabilità consapevole. Generalmente si è convinti che una tale consapevolezza della propria decisione non provochi sentimenti di lutto e perdita, tuttavia ciò non preclude una ferita profonda, un dolore viscerale che può tornare vivido anche dopo tempo. Rispetto a ciò, Galimberti (1994) afferma: “è frequente che il ricordo di aborti provocati in epoca lontana e superati apparentemente senza difficoltà, ricompaia carico di sensi di colpa in occasione di episodi depressivi”.

La Sindrome Post-Abortiva (SPA) e il trauma psicologico
L’interruzione di gravidanza è un evento traumatico che ha, in alcuni casi, gravi ripercussioni sulla salute mentale della donna sia nel breve che nel lungo termine. Uno dei quadri nosologici maggiormente discussi è la cosiddetta Sindrome post-abortiva (SPA). Questa sindrome si riferisce ad una serie di disagi che possono insorgere subito dopo l’interruzione oppure dopo anni e può rimanere quindi latente per molto tempo. Essa viene fatta rientrare in linea teorica all’interno dei disturbi post-traumatici da stress, essendo l’IVG un evento traumatico in grado di creare un marcato stress e disagio.
I sintomi della SPA possono interessare varie aree del funzionamento e comprendono: disturbi emozionali (ansia, depressione, ecc.); disturbi della comunicazione, del pensiero; disturbi dell’alimentazione; disturbi della relazione affettiva e della sfera sessuale; disturbi neurovegetativi; disturbi del sonno; disturbi fobico-ansiosi; flashback dell’aborto. I sintomi principali che fanno rientrare la SPA nella categoria della sindrome post traumatica da stress sono, invece: esposizione o partecipazione ad un’esperienza di aborto, percepita come uccisione volontaria di un bambino ancora non nato; rivivere in modo intrusivo l’evento dell’aborto; sforzi per evitare di riportare alla memoria i ricordi legati all’interruzione di gravidanza; altri sintomi associati all’evento come senso di colpa e sensazione di essere sopravvissuti che non erano presenti prima del trauma.
Fattori scatenanti, anche dopo anni, possono essere l’anniversario dell’interruzione, l’ipotetica data di nascita e tutta una serie di scadenze legate ad anniversari e ricorrenze. Anche se l’esistenza e la morte del bambino non sono riconosciute da nessuno intorno a lei, il legame tra la madre e il bambino che non c’è più è spesso totalizzante, anche se in modo inconsapevole. I fattori di rischio per sviluppare una sindrome post traumatica da stress legata all’aborto sono lo scarso supporto sociale, la pressione di un amico, compagno, marito o parenti circa l’aborto e sentimenti quali vergogna e sensi di colpa.
L'importanza del supporto psicologico specializzato
La consulenza psicologica è uno strumento importante, sia prima che dopo un’interruzione di gravidanza, per lavorare sulla consapevolezza delle conseguenze delle varie scelte e per ottenere un miglior esito psicologico. Quando una donna si presenta da uno psicologo nel momento in cui deve prendere questa decisione deve sentirsi supportata in ognuna delle sue scelte. È importante accompagnare la donna nell’elaborazione del lutto e indagare pensieri disfunzionali relativi a questo evento. Per elaborare la perdita è anche importante accettare l’esperienza vissuta e accogliere la sofferenza che ne consegue.
Per queste ragioni, è auspicabile che ogni donna che ha vissuto un’interruzione di gravidanza possa avere il giusto supporto psicologico, sia per accettare la sofferenza che per colmare l’immenso senso di vuoto che quell’evento ha prodotto. Spesso anche la partecipazione a dei gruppi di supporto sostiene e dà il giusto supporto per elaborare la perdita. Il gruppo veicola significati ed emozioni importanti per raggiungere questo obiettivo.
Sintomi clinici, comorbidità e rischi a lungo termine
Le donne con storia di aborto spontaneo vivono spesso un dolore che, sia a livello affettivo che comportamentale, si avvicina all’intensità di una vera e propria perdita. Tale dolore solitamente si allevia spontaneamente dopo circa 6 mesi, oppure con l’arrivo di una nuova gravidanza. Una delle condizioni che più frequentemente si verifica nell’arco di tale periodo è l’aborto spontaneo. Le donne che hanno un aborto spontaneo, pur presentando inizialmente uno stress mentale superiore rispetto alle donne che hanno interrotto volontariamente la gravidanza (IGV), vanno incontro ad un miglioramento dei disturbi psicologici iniziali statisticamente significativo più veloce rispetto a quelle che hanno abortito volontariamente.
Negli anni, una letteratura sempre più ampia ha evidenziato l’importanza dell’aborto nella patogenesi di disturbi psicopatologici. Il rischio di sofferenza psichica sembra generalmente più elevato nel caso dell’aborto spontaneo. In ogni caso, anche l’interruzione volontaria di gravidanza non è necessariamente esente da significative conseguenze in termini di salute mentale. Infatti, uno studio, svolto su donne che avevano abortito volontariamente 8 settimane prima, ha rilevato che il 44% presentava disturbi mentali, il 36% disturbi del sonno, il 31% si era pentito e l’11% si era fatto prescrivere psicofarmaci dal proprio medico di famiglia.
Lo stress causato dall’aborto può evolvere in un vissuto ancor di più doloroso che può condurre a incremento o inizio di assunzione di droghe e alcool, cambiamenti del comportamento alimentare, ritiro sociale, scarsa stima di sé, fino all’ideazione suicidaria e tentativi di suicidio. Inoltre, si è visto che l’aborto è correlato con il Disturbo da Stress Post Traumatico. L’aborto aumenta il rischio di suicidio, come atto impulsivo di disperazione. Uno studio finlandese ha messo in evidenza che, di tutti i suicidi commessi, il 5.4% sono associati alla gravidanza.
Rappresentazioni sociali e il "silenzio assordante"
C’è un silenzio che si impossessa del corpo e dell'anima, più assordante di qualsiasi grido. È il silenzio che segue la perdita di una gravidanza, quel momento in cui i sogni si frantumano come vetro sottile e l'esistenza viene risucchiata in un vuoto improvviso. L'aborto spontaneo non è solo un evento medico, ma un terremoto emotivo che scuote le fondamenta più profonde dell'identità femminile. È una ferita invisibile che lascia cicatrici nell'animo, un dolore che nessuno può vedere ma che ogni donna sperimenta con un'intensità travolgente. Non esistono parole abbastanza delicate per descrivere questa esperienza. Ogni donna vive questo momento in modo unico, intimo, personale. C'è chi piange immediatamente e chi invece trattiene il dolore, chi si chiude in un silenzio assordante e chi cerca disperatamente di ricostruire. Eppure, in questo apparente isolamento, esiste una verità comune: non si è mai davvero sole.
La gestione della colpa e della vergogna in terapia
Il senso di colpa diventa spesso un compagno silenzioso, accompagnato da un'ondata di tristezza che sembra non avere fine. Le conseguenze psicologiche dell'aborto volontario e dell'aborto spontaneo sono spesso sovrapponibili, sebbene originate da circostanze diverse. La vergogna sembra scaturire dalla credenza fondamentale che “le brave madri non lasciano morire i loro bambini”. Ci possono essere stati comportamenti durante la gravidanza (o prima della morte) che poi esacerbano la colpa, e portano la donna a credere di aver “ucciso” il bambino. Nella nostra società, secondo le prime storie e favole dei bambini, le brave persone “vivono per sempre felici e contente” e le persone cattive sono destinate a morire o soffrire.
Quindi, difficilmente sorprende che, quando la tragedia si verifica, la nozione che “le cose cattive capitano alle persone cattive” entri rapidamente nella consapevolezza cosciente. Ciò può portare a sperimentare la morte del bambino come una punizione per passate trasgressioni vere o immaginate. La colpa è una delle emozioni più difficili con cui lavorare in psicoterapia. È interessante osservare che fin dai nostri primi anni di vita esprimiamo la tristezza piangendo, e la rabbia urlando, colpendo, mordendo, ecc. Con l’acquisizione del linguaggio, ci viene insegnato come gestire la colpa dicendo “mi dispiace”. Le donne in lutto perinatale, piene di sensi di colpa, in terapia, possono raggiungere un punto in cui loro stesse sperimentano il bisogno di “scusarsi” con il loro bambino morto.

Il ruolo della psicoterapia nella ricostruzione dell'identità
Il percorso di guarigione dopo un aborto spontaneo non è un sentiero segnato, ma un cammino personale che richiede comprensione, empatia e supporto professionale. La psicoterapia si configura come uno strumento prezioso per rielaborare il dolore, ricostruire l’equilibrio emotivo e ritrovare la speranza. Non si tratta di dimenticare, ma di metabolizzare un'esperienza traumatica, trasformando il dolore in una fonte di crescita e resilienza. Attraverso colloqui individuali o di coppia, si lavora su aspetti cruciali come accettazione della perdita, ricostruzione di una prospettiva di speranza, gestione delle emozioni traumatiche, ricostruzione dell'identità personale, supporto nella comunicazione di coppia ed elaborazione del senso di colpa. Gli approcci terapeutici possono variare e includere l’approccio cognitivo-comportamentale o la psicoterapia umanistica. L'obiettivo principale è aiutare le donne a gestire le emozioni traumatiche, ricostruire la propria identità e trovare nuove strategie di coping.
Il percorso terapeutico non ha lo scopo di "dimenticare", ma di integrare l'esperienza, dandole un significato che permetta di continuare a vivere con serenità e apertura verso il futuro. La guarigione non è un percorso lineare, ma un viaggio fatto di piccoli passi, di compassione verso sé stessi e di accettazione. Ogni donna merita di attraversare questo dolore con dignità, sostegno e speranza. L’esperienza della gravidanza (inclusa la sua “desiderabilità”) dovrebbe essere esplorata nel dettaglio, così come ogni precedente perdita di gravidanza e il suo significato per la paziente. Anche le reazioni degli altri significativi a questi problemi necessitano di un attento approfondimento. Spesso il focus centrale della psicoterapia è rappresentato dalla perdita: i genitori hanno bisogno di essere aiutati a sviluppare una rappresentazione internalizzata del bambino non nato. Come in tutti i tipi di lutto, quello che segue la perdita di gravidanza può rimanere bloccato in varie fasi: un’assenza di dolore può successivamente presentarsi come depressione o altri sintomi psicologici. In alternativa, le donne sembrano aver affrontato il dolore, ma invece appaiono incapaci di giungere alla risoluzione. Se il dolore è stato espresso in misura minima, e l’esordio degli altri sintomi è strettamente legato alla perdita, il compito del terapeuta è quello di assistere la donna a iniziare ad affrontare il lutto. A volte è necessario solo il “permesso di soffrire”, avendo la donna identificato l’espressione del dolore con “debolezza” o “stupidità”. Il lutto prolungato è più difficile da trattare. Chiaramente, la donna è molto in contatto con la sua tristezza. La rabbia è molto di frequente una componente della reazione alla perdita di gravidanza. Colpa e vergogna sono quasi onnipresenti in queste donne.
Considerazioni sulla genitorialità e il significato del desiderio
Vediamo come per molte donne riuscire a diventare madre è un aspetto fondamentale dell’identità femminile, la perdita causa una grave ferita narcisistica che compromette la propria autostima e il valore di sé come donna. Nella nostra società, anche se meno che nel passato, riuscire a costruirsi una famiglia con uno o più figli, resta ancora uno dei valori che riceve culturalmente maggiore riconoscimento. L’idea di diventare un giorno genitore nasce nell’infanzia di un bambino attraverso l’identificazione con i propri genitori, l’educazione ricevuta, i valori sociali di appartenenza. La fecondità data per scontata quando viene messa in discussione crea un senso di incredulità nella persona. Anche se la possibilità di realizzare il proprio potenziale creativo attraverso prospettive diverse dalla procreazione è oggi una strada sempre maggiormente scelta da molte donne, il desiderio di maternità resta tra i più radicati nella prospettiva di un’autorealizzazione nella vita.
Questo fa capire come il fantasma dell’infertilità persistente, attivato a seguito di aborti ricorrenti, possa generare un senso di angoscia profonda e sia difficile per la donna vedere altre possibili prospettive di realizzazione del proprio progetto di maternità o più in generale di espressione di sé nella vita. Di fronte alla sindrome da aborto ricorrente oltre al disagio personale della donna c’è da considerare la sofferenza del partner, molte volte la coppia va in crisi. Quando prevale la rabbia possono esserci recriminazioni reciproche oppure allontanamento emotivo o difficoltà ad affrontare insieme il dolore attraverso un sano confronto e un senso di comunione dell’esperienza. Ogni bambino merita di essere ricordato, anche chi non è mai nato. La capacità di integrare questa perdita permette di non lasciare che il lutto paralizzi la vita futura, ma di trovare uno spazio psichico in cui il ricordo della vita interrotta possa convivere con la speranza di nuovi inizi.