La rappresentazione dell'aborto nella musica e nell'arte italiana è un tema complesso e profondamente sentito, che attraversa generazioni, generi musicali e forme espressive. Dalle narrazioni personali e intime del rap contemporaneo alle severe critiche sociali della canzone d'autore, fino alle reinterpretazioni audaci e talvolta controverse del repertorio operistico, l'interruzione di gravidanza emerge come uno specchio delle trasformazioni sociali, etiche e legali del paese. Le diverse voci artistiche non solo raccontano storie individuali, ma contribuiscono anche a plasmare e riflettere il dibattito pubblico, evidenziando il contesto di significati e le reazioni che tale argomento suscita nella cultura italiana, con risonanze che si estendono anche a prestigiosi centri culturali.
La Voce Contemporanea: "Buonanotte" di Ernia e l'Intimità del Dolore

Il modo in cui una canzone, carica di un tema così delicato, può entrare nella vita delle persone è spesso significativo. L'incontro con "Buonanotte" di Ernia può avvenire in circostanze che ne esaltano l'impatto emotivo. Ad esempio, può essere suggerita da una persona cara, come una sorella, che comunica le proprie emozioni condividendo una canzone che le "rimbalza nella testa in quel momento." Un ascolto non superficiale, che richiede una "situazione giusta," lontana dalla frenesia quotidiana come la metropolitana, suggerisce la profondità del messaggio che si sta per ricevere. La ricerca di un momento di serenità, a fine giornata, "quando il pc era spento e l'acqua scaldava per la doccia," crea l'ambiente ideale per accogliere la complessità emotiva di "Buonanotte."
"Buonanotte" è la canzone che Ernia, un rapper milanese del '93, dedica al suo figlio mai nato. È un racconto crudo e onesto di come la sua compagna ha scelto di abortire in ospedale. Questa traccia si configura come una ninna nanna dolorosa, attraverso la quale il rapper si rivolge alla vita che non ha visto nascere. In essa, Ernia spiega la scelta, le sensazioni che l'hanno accompagnata e perfino il percorso fisico e metaforico verso la clinica. Sebbene altri artisti, come Marco Masini in "Cenerentola innamorata," avessero già affrontato la difficoltà di "capire la cosa giusta da fare" in relazione a decisioni complesse, Ernia compie un passo ulteriore e diverso. Egli non si limita a narrare la decisione, ma racconta "quello che c'è dopo l'interruzione di gravidanza."
Il testo di "Buonanotte" dipinge un quadro vivido delle conseguenze emotive e psicologiche post-aborto. Il "mal di testa che lo attanaglia quando la notte gli torna in mente" è una metafora potente del peso persistente del ricordo e del dolore. Emerge la difficoltà di comprendere "come si ama," un'interrogazione profonda sulla natura dell'affetto e della relazione dopo un evento così traumatico. Si manifesta anche la "paura di sbagliare e ritrovarsi bloccati in qualcosa che non si è voluto," un timore che trascende la situazione specifica e tocca la vulnerabilità umana di fronte alle grandi scelte. La "buonanotte" del titolo, in realtà, non è destinata a lui stesso né al figlio che "poteva essere." È piuttosto una "richiesta disperata per la compagna," affinché ella riesca a dormire nonostante "l'anima pesante." Il verso "Non so esser così forte/Tu falle far la buonanotte" rivela l'impotenza e la sofferenza del partner maschile, che desidera per la compagna una pace negata a entrambi.
Un aspetto sorprendente e profondamente apprezzato di questa canzone è la delicatezza con cui il cantante sceglie di affrontare il tema dell'aborto. Ernia si "fa da parte," un atteggiamento che pochi uomini riescono ad adottare su questo argomento, ma allo stesso tempo osserva attentamente ciò che accade intorno a lui, in particolare nelle sale d'attesa dell'ospedale. Il suo sguardo lucido si posa su un dettaglio significativo: "Vedi, io stavo fuori già dall'arrivo/ Aveva un che di punitivo, tipo messo in castigo/ Ma nelle sale d'attesa ho capito/ Temono che l'uomo possa fare pressione di qualche tipo." Questa osservazione rivela una consapevolezza acuta delle dinamiche di potere e delle preoccupazioni istituzionali riguardo al ruolo maschile nel processo decisionale dell'aborto, spesso visto come potenziale fonte di pressione o coercizione.
Ernia - BUONANOTTE (Visual)
Il singolo di Ernia assume un significato ancora più rilevante nel "momento storico in cui vengono di nuovo messi in dubbio i diritti delle donne in tema di aborto." Sebbene "probabilmente l'intenzione di Ernia non è fare propaganda contro il nuovo governo, che minaccia di influenzare la libertà di interruzione della gravidanza," egli sceglie comunque di far trasparire il suo "messaggio di rabbia e di denuncia." Questa denuncia si concretizza in versi diretti e incisivi, rivolti a chi emette giudizi morali senza aver vissuto l'esperienza: "L'altra sera c'era un vecchio ad un programma serale/ Inveiva contro casi come il nostro indi per cui avrei stretto la mia mano sulla sua giugulare/ Per dirgli, 'È facile ingrassare, facendo la morale alla morale altrui'." Questi versi sottolineano la frustrazione verso l'ipocrisia e la superficialità di certi dibattiti pubblici.
"Buonanotte" fa parte dell'album Io non ho paura, pubblicato il 18 novembre per Island Records. Il titolo dell'album, che "suggerisce una forma di coraggio e resilienza," è in realtà "estremamente ironico." Per Ernia, questo è "l'album delle paure, delle ansie che la sua generazione si trova ad affrontare quotidianamente." Il contesto del brano si inserisce in un'opera più ampia che esplora le fragilità e le inquietudini contemporanee. Ad esempio, "c'è l'angoscia per un pianeta morente, cantata in Rose e fiori," e "c'è il rischio di finire in una vita sempre uguale a se stessa, in Weekend." "Buonanotte" si colloca quindi come un'espressione di una delle paure più intime e profonde, quella legata alla perdita e alle scelte difficili che segnano l'esistenza.
Uno Sguardo al Passato: "Piccola storia ignobile" di Guccini e il Giudizio Sociale Pre-Legge 194

Il tema dell'aborto ha trovato spazio nell'arte italiana anche in epoche precedenti, in un contesto sociale e legislativo molto diverso. "Piccola storia ignobile" è la prima traccia del settimo album di Francesco Guccini, Via Paolo Fabbri 43, pubblicato nel 1976. Questo brano è una canzone sull'aborto, ma non lo affronta direttamente come azione, bensì come "contorno di tale azione: le accuse tacite, i giudizi del gesto, le mancate tutele." Si tratta di una "storia disarmante nella sua semplicità quasi banale," che racconta l'esperienza dell'aborto da parte di una giovane ragazza proveniente da una "buona famiglia."
La ragazza, "allevata fra valori cristiani di famiglia, religione e onestà," si innamora e, come conseguenza, rimane incinta. La reazione del suo ambiente è severa e impietosa: sarà "ripudiata dall'intera famiglia," così come dal "contesto provinciale e paesano in cui la vicenda si svolge," un ambiente che Francesco Guccini conosceva profondamente. La solitudine della ragazza è aggravata dal fatto che "persino il ragazzo declina le proprie responsabilità." Appena messo al corrente della notizia, "si limita a darle dei soldi, lavandosene le mani," un gesto che simboleggia un totale disimpegno emotivo e materiale. In questo scenario, "nessuna legge a tutelarla," solo "un'incombente società bigotta e punitiva che le punta il dito."
Ernia - BUONANOTTE (Visual)
Francesco Guccini, in un'intervista a Paolo Talanca, dichiarò di essersi ispirato al poeta crepuscolare Marino Moretti per la stesura del brano. La composizione di "Piccola storia ignobile" risale al 1976, ben "due anni prima della promulgazione Legge n.194 approvata il 22 maggio 1978." È fondamentale comprendere che "l'interruzione volontaria della gravidanza, prima di tale normativa, era considerata reato dal codice penale italiano." In questo brano, Guccini "descrive uno spaccato di società moralista e, a tratti, persecutoria verso un'azione considerata, quasi, sacrilega." Il pezzo prende vita negli anni '70, "un periodo storico che, da lì a poco, sarà spettatore di cambiamenti importantissimi." Prima del 1978, il codice penale puniva "l'interruzione volontaria della gravidanza con una reclusione dai due ai cinque anni," e "la punizione si rifletteva sia sull'esecutore di tale atto considerato immorale, sia sulla stessa donna che lo subiva." Questo contesto legislativo e sociale rendeva l'esperienza dell'aborto clandestino un'odissea di paura, solitudine e condanna.
Nella prima strofa d'apertura di "Piccola storia ignobile," Guccini adotta una tecnica narrativa particolare: "finge quasi di essere disgustato dalla vicenda che sta per raccontare." La definisce "banale, semplice, che non merita nemmeno una menzione, né l'attenzione delle persone," suggerendo che "nel mondo ci son cose più importanti che dar credito a un'azione compiuta nella consapevolezza che fosse sbagliata." In questa apertura, "l'autore dà voce al pensiero comune di paese, di città, non importa: il bigottismo dice 'chi è causa del suo mal pianga sé stesso'." È un'ironia amara che svela la superficialità del giudizio popolare.
Guccini non cita "mai esplicitamente la questione aborto in quasi sette minuti di brano," ma la sua "allusione alla vicissitudine avviene attraverso i racconti." Si parla di "un padre che si sente disonorato, dopo aver cresciuto la figlia nella virtù etica dell'educazione corretta, l'ubbidienza, la castità, 'la poca e giusta compagnia'." Ciò che "lascia sbigottiti è una madre che non comprende una figlia che è libera di fare del suo corpo ciò che meglio desidera: addirittura, provare piacere." Guccini, in questi versi, "evidenzia l'inutilità di dire a una donna appartenente a un certo tipo di società occlusa e patriarcale di come l'atto sessuale, considerato riprovevole prima del matrimonio, le abbia anche recato piacere." Con fare "quasi rassegnato," il Maestrone "sottolinea la vacuità del momento: una donna onesta che si è sempre concessa al marito per dovere, per procreare come il credo religioso recita, non potrà mai comprendere il piacere sessuale." La canzone mette in luce la profonda incomprensione e il divario generazionale e culturale sui temi della sessualità e dell'autonomia femminile.
La ragazza, in questo dramma, si ritrova a "sorreggere tutto il peso di una vergogna, di un disonore che la etichetta e la umilia." La narrazione di Guccini, che "con abile finzione si schiera accanto al pensiero generale," è in realtà "la voce della massa moralista." Questa voce arriva a dire che "la ragazza è stata persino fortunata a trovare un uomo che le procurasse i soldi; di solito, si usa lasciare e fuggire. Lui, in questo caso, è anche stato un gentiluomo." Un commento che, lungi dall'essere un elogio, evidenzia l'assurdità e la crudeltà di una società che valuta la dignità di una donna in base a un'offerta monetaria per l'aborto. Così, la protagonista di "Piccola storia ignobile" si ritrova "accusata da una famiglia che ha deluso, nonostante i valori impartiti; e senza l'amore da cui tutto è scaturito, in quanto non si poteva dimostrare che fosse stato lui a compiere l'azione." Il "paradosso risulta evidente: la società di allora nascondeva esperienze come queste considerandole blasfeme e scellerate. Tuttavia, le stesse erano molto frequenti, talmente tanto da definirle 'solite e banali'." Oltre a una "società critica, si riscontra un'evidente disparità fra i sessi." In questo caso, "si costringe la ragazza all'aborto come soluzione per riappropriarsi di una dignità; una nascita fuori dal matrimonio, l'avrebbe minato insieme all'onore." La ragazza, in quel contesto, "non ha possibilità di scelta." La canzone di Guccini rimane un monito potente su come, anche oggi, "che la possibilità esiste, ancora si condanna l'interruzione volontaria di gravidanza."
L'”Aria dell'Aborto” e la Polemica nel Teatro d'Opera: Una Visione da Napoli

Il dibattito sull'aborto e le sue implicazioni sociali, psicologiche e morali non si limita alla canzone d'autore o al rap, ma trova risonanza anche in contesti artistici apparentemente distanti come l'opera lirica, generando accese discussioni sulle libertà interpretative e la fedeltà all'originale. Un esempio lampante di questa interconnessione emerge dalle considerazioni di Francesco Canessa, critico musicale di vaglia, saggista acuto ed ex prestigioso sovrintendente del Teatro di San Carlo di Napoli. Le sue parole, intese come un "grido di dolore" da parte di un "melomane di lungo corso," rivelano una profonda indignazione riguardo a certe tendenze nel cosiddetto "teatro di regia." Canessa, uomo di teatro che ha "sempre seguito anche l'opera," esprime un malessere diffuso tra gli appassionati: "non se ne può più di questo cosiddetto 'teatro di regia' le cui idiozie crescono e si moltiplicano prevaricando la musica, travolgendo ogni valore estetico e stilistico, oltre che storico, di capolavori depredati di ogni senso e poesia." L'accanimento, secondo Canessa, è "particolare sull'opera italiana," e questa critica assume un significato specifico nel contesto culturale napoletano, dove la tradizione operistica ha radici profonde.
Il culmine di questa indignazione si manifesta nella descrizione di una particolare messa in scena di "Lucia di Lammermoor" di Donizetti, un'opera simbolo del belcanto protoromantico. Canessa non immaginava "fosse possibile violentare a tal punto un'opera come 'Lucia' e trasformare il modello esemplare del belcantismo protoromantico, l'«aria della pazzia», capofila di un genere codificato nella storia della musica, in un'«aria dell'aborto»." In questa interpretazione radicale, i celebri "mi bemolle e gli altri acuti disseminati dentro e fuori l'immortale melodia non sono espressione di sentimento, di rimpianto né i previsti abbellimenti del rigo scritto, ma grida di dolore." La povera soprano, in questa rappresentazione, è invitata a cantare queste note "contorcendosi e premendosi le mani sulle parti interessate dalla traumatica espulsione, certificata dalla pozza di sangue che si allarga ai suoi piedi." Questa descrizione evoca un'immagine di violenza scenica che stravolge completamente il significato tradizionale di uno dei momenti più iconici dell'opera lirica.
Ernia - BUONANOTTE (Visual)
La regista londinese, signora Katie Mitchell, è colei che ha "scoperto non so dove nelle pieghe del racconto di Walter Scott, nel libretto di Cammarano e nella musica di Donizetti, che Lucia viene data dal fratello cattivo in sposa ad Arturo già incinta di Edgardo." Questa innovativa interpretazione si spinge oltre, immaginando che "il concepimento avviene in scena sul tema del sognante duetto 'Verranno a te sull'aure' ove i sospiri ardenti e i lamenti affidati al mar che mormora costituiscono il complemento sonoro della copula." Tali scelte registiche non solo alterano la trama, ma reinterpretano momenti musicali chiave in modo da conferire loro un significato profondamente differente, e in questo caso, legato esplicitamente al tema della gravidanza e dell'interruzione.
Le invenzioni registiche continuano a stravolgere la narrazione tradizionale. La "parte seconda - che Cammarano intitola 'Il contratto nuziale' - comincia già male, prima di finire peggio." La "immaginifica regista s'inventa il risveglio di Lucia nel suo letto, con la cameriera che le porta il caffè, che però le guasta lo stomaco, perciò corre al cesso, alza la tavoletta e vi vomita dentro, avendo l'accortezza di azionare lo sciacquone tirando la catena." Sarà poi la sua servente a "passare uno straccio in terra e finire di pulire," introducendo dettagli di crudo realismo che cozzano con la stilizzazione operistica. Viene anche raccontata "la novità dell'ammazzamento a vista e non dietro le quinte di Arturo 'lo sposino' nel talamo nuziale." Lucia, dopo aver "sbottonato i pantaloni anche a lui e fingendo un gioco erotico estremo, gli lega mani e piedi e finalmente l'accoltella." La scena diventa ancora più complessa e disturbante in quanto Arturo "è duro a morire, anche perché, diviso il palcoscenico in due, dall'altra parte si svolge secondo partitura il 'quadro della Torre' e se non finisce questo non può terminare l'altro," creando una dissonanza temporale e narrativa.
Canessa osserva che, pur avendo letto "molte recensioni sui giornali inglesi," queste "raccontavano dello spettacolo, pochi pro e molti contro, ma nessuno della musica." Questo punto è cruciale per il critico, poiché evidenzia come l'eccesso registico abbia offuscato l'essenza stessa dell'opera. Eppure, il direttore Daniel Oren aveva "curato la sua parte con il consueto fervore, ma anche con una inusitata attenzione filologica," arrivando persino al "recupero della originale 'glassarmonica', il quasi dimenticato strumento a bicchieri indicato in partitura da Donizetti per accompagnare l'aria della pazzia, solitamente sostituita dal flauto." Questa attenzione alla musica originale rende ancora più stridente il contrasto con le scelte registiche.
Il critico napoletano ha sempre ritenuto "che si fa presto a demolire certe regie evitando di cercarne il senso complessivo, ma esercitandosi in una sorta di analisi logica e grammaticale degli episodi che la compongono." Tuttavia, in questo caso, Canessa non ha "cambiato idea," ribadendo che "qui non c'è alcun senso, men che mai la trasformazione poetica in linguaggio contemporaneo di un'opera che ha superato il proprio tempo e si aspetta dall'arte dell'interpretazione il modo per riproporsi." Egli vede in queste operazioni solo "il gusto di dissacrare e un furore di protagonismo," che non è un "caso isolato, ma punta di diamante di una tendenza che ha ormai sconquassato l'equilibrio rappresentativo di un intero genere di teatro musicale." La sua reazione, proveniente da un ambiente come quello del Teatro di San Carlo, custode di una gloriosa tradizione operistica, è un segnale forte di resistenza contro quella che percepisce come una distorsione dell'arte. La sua decisione personale di "andare all'opera solo se in forma di concerto," come nel caso della "Walkiria" a Baden Baden, riflette un desiderio di riappropriarsi dell'esperienza puramente musicale, lasciando che la fantasia "sappia ben sopperire alla mancanza di scene e costumi e delle biciclette che ho visto l'ultima volta adoperare dalle Walkirie nella loro cavalcata verso il Walhalla." Questo testimonia il profondo impatto di tali interpretazioni sul pubblico più tradizionalista e culturalmente radicato, portando alla luce una "risonanza artistica napoletana" che, pur non essendo una canzone, offre un "contesto" cruciale alla discussione sull'aborto nell'arte.

Il Contesto Socio-Culturale e Legislativo dell'Aborto in Italia: Percorsi e Sfide
Le diverse espressioni artistiche analizzate, dalle canzoni di Ernia e Guccini alle interpretazioni operistiche dibattute dal mondo culturale napoletano, offrono uno spaccato significativo sul "contesto di significati e le reazioni" che l'aborto ha suscitato e continua a suscitare nella società italiana. Dal punto di vista legislativo, il percorso è stato lungo e complesso. Come dimostrato dal brano di Guccini, prima del 1978, "l'interruzione volontaria della gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano," con "la punizione che si rifletteva sia sull'esecutore di tale atto considerato immorale, sia sulla stessa donna che lo subiva." Questo scenario generava un clima di clandestinità, stigma e isolamento per le donne che si trovavano ad affrontare questa difficile scelta. La società dell'epoca, come descritta in "Piccola storia ignobile," era profondamente "moralista e, a tratti, persecutoria," incapace di comprendere la libertà di scelta e il piacere femminile, costringendo spesso la ragazza all'aborto come "soluzione per riappropriarsi di una dignità," minacciata da una "nascita fuori dal matrimonio." Questa "disparità fra i sessi" e la mancanza di "tutele" erano la norma.
Con l'approvazione della Legge n.194 il 22 maggio 1978, il panorama legale è radicalmente cambiato, riconoscendo il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza in determinate condizioni. Questo non ha però eliminato del tutto il giudizio sociale e le difficoltà. Il fatto che "oggi che la possibilità esiste, ancora si condanna l'interruzione volontaria di gravidanza," come sottolinea la riflessione conclusiva sul testo di Guccini, rivela la persistenza di una resistenza culturale e morale. La delicatezza con cui Ernia affronta il tema in "Buonanotte," pur parlando da una prospettiva maschile, evidenzia la continuità delle pressioni sociali e il peso emotivo che l'aborto comporta, non solo per la donna ma anche per il partner. La sua denuncia contro chi "inveiva contro casi come il nostro" riflette una società in cui i "diritti delle donne in tema di aborto" sono ancora "messi in dubbio," e le discussioni politiche continuano a "minacciare di influenzare la libertà di interruzione della gravidanza."
L'arte, in tutte le sue forme, si conferma quindi uno strumento potente per esplorare le sfumature di un argomento così delicato. Che si tratti della narrativa intima e contemporanea di un rapper milanese, della cronaca sociale e morale di un cantautore emiliano, o della controversa reinterpretazione di un'opera lirica italiana commentata da un critico con radici culturali a Napoli, l'aborto viene sondato attraverso lenti diverse. Queste espressioni artistiche non sono semplici racconti, ma atti di riflessione critica, denuncia e espressione del dolore umano, che contribuiscono a mantenere vivo un dialogo essenziale sulla libertà di scelta, la responsabilità individuale e collettiva, e il ruolo della società nel sostenere o giudicare le decisioni più intime della vita. La musica e l'opera, in questi casi, diventano piattaforme attraverso cui la complessità dell'esperienza umana, con le sue paure, le sue sfide e le sue profonde risonanze emotive, viene portata all'attenzione del pubblico, stimolando riflessione e confronto in un contesto in costante evoluzione.
tags: #aborto #canzone #napoletana