L’Argentina di fronte alla scelta: il cammino verso la legalizzazione dell’aborto

Il dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza in Argentina rappresenta una delle pagine più significative e complesse della storia politica e sociale del Sud America contemporaneo. La questione non riguarda soltanto la legislazione, ma tocca le radici profonde della cultura, dell’etica, della salute pubblica e della struttura stessa della società argentina.

veduta aerea del Congresso argentino durante le manifestazioni per l'aborto

Il quadro legislativo e il percorso parlamentare

Con 131 favorevoli, 117 contrari e 6 astenuti, è stata approvata dopo venti ore di dibattito parlamentare al Congresso la proposta di legge per l’interruzione volontaria di gravidanza in Argentina. Il 29 dicembre, il voto decisivo al Senato, mentre la marea verde torna ad inondare le strade. Erano passati solo pochi minuti dal voto, arrivato la mattina di venerdì dopo oltre venti ore di dibattito parlamentare, e si parlava già di cosa potrà accadere il 29 dicembre quando il Senato deciderà se trasformare in legge oppure no il progetto per la “Regolazione dell’accesso all’interruzione volontaria della gravidanza e l’assistenza per l’aborto” appena approvato alla Camera.

Il testo era stato presentato alla Camera lo scorso 18 novembre, per la prima volta dal presidente stesso; è la nona volta che si presenta il progetto al Congresso, la seconda che viene approvato dalla Camera. L’approvazione della legge n. 27.610 sull’Acceso a la interrupción voluntaria del embarazo, avvenuta alla fine del 2020, è stata favorita da un contesto politico favorevole. L’attuale presidente argentino, Alberto Ángel Fernández, già durante la campagna elettorale, si dichiarò a favore della legalizzazione dell’aborto.

L’articolo 86 del Codice penale del 1886 stabiliva che tutti i casi di aborto, senza eccezione alcuna, costituissero reato. Una prima apertura si ebbe nel 1921, con la depenalizzazione dei casi nei quali la gravidanza ponesse in pericolo la salute della gestante o fosse la conseguenza di uno stupro. Tale apertura fu successivamente limitata dal decreto legge n. 17.567 del 1968, approvato durante la Revolución Libertadora Argentina, che specificava che il pericolo per la salute della donna che poteva giustificare un aborto doveva essere grave.

La realtà dell’aborto clandestino e la salute pubblica

Nel Paese, l’interruzione volontaria della gravidanza è illegale (fatta eccezione per tre casi: dopo una violenza, se la vita della madre è a rischio, o se il feto non è sano), ed è punita con il carcere. Questo porta le donne alla ricerca di metodi alternativi (ma pur sempre illegali!), come il Misoprostol più sicuro ma difficile da procurare anche a causa dei costi, aumentati esponenzialmente nel corso degli ultimi anni, che poche delle donne argentine possono affrontare. Di conseguenza molte, soprattutto adolescenti, sono costrette ad assumere sostanze meno sicure.

Il Ministero della Sanità argentino stima che circa mezzo milione di donne abortiscano ogni anno nonostante il divieto. Le registrazioni ospedaliere mostrano che nel 2016 almeno 50mila donne sono state ricoverate in ospedale per complicazioni derivanti da aborti, e 43 di queste sono decedute. Oltre 500mila argentine ogni anno, secondo la stima più citata, fornita dalle investigatrici Silvia Mario e Edith Pantelides nel 2009, mettono a rischio la propria vita scegliendo di non partorire.

L’aborto succede, è un fatto. Alcuni giorni prima, con l’aiuto di sua madre, Corina ha ottenuto che un’infermiera andasse a casa sua, le collocasse una sonda attraverso la vagina, sino all’utero, assumendo che un’infezione avrebbe generato contrazioni e, infine, l’espulsione dell’embrione di 5 settimane. «Quando avevo 43° di febbre ho detto a mia mamma ‘andiamo da un medico’». È stata ricoverata una settimana. «Mi hanno sottoposto a una visita ginecologica e fatto molte domande per trovare qualche residuo delle pastiglie - dice Corina, riferendosi al misoprostol, il principale medicinale utilizzato, per via orale o vaginale, per aborti farmacologici - «Sapevo che non dovevo raccontare nulla».

Entrevista a Ángel Giovanni Hoyos - Marea Verde

Il ruolo della società civile e la "marea verde"

La lotta per l’aborto legale rivendica la capacità delle donne non solo di disporre del nostro corpo ma anche dei propri modi di abitare il desiderio. Le donne argentine vogliono la libertà di poter abortire. È questo che chiedono armate di bandane verdi, il simbolo di una battaglia legale che va avanti ormai da troppo tempo. Il colore verde è infatti associato alla vita, alla salute e alla speranza, temi chiave nella lotta per il diritto all’autodeterminazione.

Negli ultimi anni, la cd. “marea verde” ha esercitato una importante pressione e una profonda ispirazione anche a livello politico, tanto nazionale quanto internazionale. Si tratta di un movimento femminista integrato da donne di tutte le età e di differente estrazione sociale. Il gruppo di donne che sosteneva e manifestava a favore del riconoscimento del diritto all’interruzione volontaria e gratuita della gravidanza comprendeva sia donne incinte che donne con accesso a metodi contraccettivi e abortivi; donne sopravvissute ad aborti clandestini ma anche donne che non hanno mai dovuto decidere; figlie di madri single e madri in generale, ma anche giovani donne e adolescenti.

La contrapposizione del movimento "onda celeste"

Ciononostante, la società argentina si è spaccata. Contrariamente agli ideali propri della “marea verde”, il movimento conosciuto come “onda celeste” ha difeso strenuamente l’idea della vita dal concepimento alla morte naturale e si è battuto contro l’indottrinamento, l’ideologizzazione e la politicizzazione della sessualità umana. Il movimento manifesta la sua lotta contro l’“ideologia di genere”, descrivendola come un’idea liberale elitaria che minaccia il concetto naturale di famiglia e cerca di controllare il tasso di natalità.

Il caposaldo del movimento si basa sull’idea che la persona esiste dal momento del concepimento; di conseguenza, l’aborto sarebbe un delitto contro una persona indifesa e le gravidanze indesiderate, invece di dare luogo ad aborti, dovrebbero lasciare il posto alle adozioni. Nella cattolicissima Argentina, decine sono le associazioni pro-life che si stanno battendo al grido di “Salvemos las dos vidas”, cioè salviamo le due vite (quella del piccolo al quale è impedito di nascere e quella della madre che porterà i segni dell’aborto praticato per tutta la vita).

grafico che illustra le diverse posizioni del dibattito parlamentare argentino

Il piano dei mille giorni e la questione della maternità

Questo tema è stato infatti affrontato con la presentazione di un’altra proposta di legge che è stata discussa e approvata durante la stessa sessione parlamentare, subito dopo l’aborto: una proposta di legge su “Assistenza e cura complessiva della salute durante la gravidanza e la prima infanzia”, conosciuta anche come “il piano dei mille giorni”, che punta a prendersi cura “della salute complessiva delle persone gestanti e dei figli e delle figlie fino ai tre anni di età”.

Viviana critica la maternità forzata e aggiunge: «Credo che tutte le donne abbiamo nella nostra memoria i racconti di altre donne che hanno abortito. Mia madre ha abortito due volte e ha vissuto una situazione frustrante, ha dovuto occultarlo, ha provato vergogna e nonostante questo ha potuto decidere della propria vita e pianificare la propria famiglia».

Le dinamiche dell'assistenza e il ruolo delle Socorristas

«Abbiamo iniziato il cammino dei soccorsi nel 2008, nella provincia di Neuquén», racconta Ruth Zurbriggen, una delle prime attiviste che, ispirata dal Soccorso Rosa delle femministe italiane degli anni ’70, ha fondato SenR nel 2012. Dopo un primo contatto telefonico, le Socorristas convocano una riunione di gruppo. «Cerchiamo di ridere. A volte alcune donne piangono perché identificano una situazione di violenza, o è la prima volta che raccontano a qualcuno la propria decisione. Arrivano con tanta paura, dubbi e angosce, quindi il clima che si genera affinché si aprano è essenziale».

Dal 2014 le Socorristas, in collaborazione con l’Universidad Nacional de Neuquén, sistematizzano i dati di ogni accompagnamento, li raccolgono in un protocollo e li girano a una piattaforma che centralizza l’informazione. Fino al 2018 sono state intervistate 23.314 donne, di cui 19.361 accompagnate direttamente e altre 706 reindirizzate alla sanità pubblica. Si indaga anche sulle condizioni in cui giunge ogni donna - se ha provato ad abortire in passato, se si trova in un contesto di violenza di genere, se ha figli - col fine di comprendere più esaustivamente ogni caso e poter contare su dati affidabili su cui basare le pratiche di accompagnamento.

Evoluzione giuridica e mutamento di prospettiva

Nel giro di un decennio, la Corte Suprema de Justicia de la Nación è passata da un approccio fortemente conservatore a una posizione timidamente più aperta. Ancora nel 2002, nella sentenza Portal de Belén - Asociación Civil sin Fines de Lucro c/ Ministerio de Salud y Acción Social de la Nación s/ amparo, il giudice supremo argentino dichiarava l’inizio del diritto alla vita dal momento della fecondazione. Di conseguenza, qualsiasi atto idoneo ad alterare l’unione del gamete maschile con quel femminile doveva essere considerato come un impatto diretto sul diritto alla vita del feto.

Una timida apertura arrivò dieci anni dopo con la sentenza F., A. L. s/ medida autosatisfactiva del 13 marzo 2012, con la quale la Corte Suprema de Justicia de la Nación sottolineò la necessità di interpretare l’articolo 86 del Codice penale con riferimento alle circostanze specifiche di ogni caso concreto. Tale decisione critica la rigidità dell’interpretazione precedente.

mappa delle leggi sull'aborto in America Latina

L’approvazione definitiva della legge n. 27.610 è stata possibile anche grazie ad alcune modifiche introdotte nel testo originario, come l’inserimento della possibilità di obiezione di coscienza (non previsto nella proposta dei movimenti femministi). Sarà comunque garantito l’obbligo di farsi carico di procedure e costi associati al trasferimento della paziente in strutture non obiettrici. Inoltre, è previsto l’accompagnamento e la tutela della privacy per le bambine e le adolescenti tra i 13 e i 16 anni che vogliano abortire a seguito di una violenza.

La centralità del dibattito pubblico e politico

L’opinione del Congresso è specchio del pensiero del popolo, infatti, le dichiarazioni di voto dei deputati sono divise equamente tra il Sì e il No, 112 deputati hanno annunciato che voteranno a favore, 115 si dichiarano contrari. Il Frente de Todos, la coalizione di governo e la forza di maggioranza in Parlamento, ha contribuito con 82 voti a favore, 32 contrari e 3 astensioni, il PRO, la seconda forza parlamentare legata all’ex presidente Macri, ha contribuito con soli 11 voti favorevoli, mentre sono stati 40 quelli contrari e un solo astenuto.

L’Argentina è diventata il più grande paese latinoamericano ad aver legalizzato l'aborto volontario dopo che il suo Senato ha approvato una nuova legge sul tema con 38 voti favorevoli, 29 contrari e un'astensione. Si tratta di un momento storico per i diritti delle donne in Sud America: attiviste e attivisti pro-choice hanno vegliato a lungo fuori dal palazzo del Congresso di Buenos Aires, in attesa della decisione dell’assemblea legislativa, scoppiando a festeggiare quando il risultato è stato annunciato nelle prime ore della mattina del 30 dicembre.

Con la certezza che la parola scritta sulla carta, quelle parole che a forza di ripeterle possono diventare stanche, potrà essere rivitalizzata e garantita solo attraverso nuove battaglie, che si terranno non solamente nelle piazze ma anche nelle cliniche, contro le obiezioni di coscienza, nelle scuole dove non si portano avanti i programmi di educazione sessuale, nella distribuzione delle attività di cura e riproduzione, nei luoghi di lavoro e così via. Sicuramente la legge sull’Acceso a la interrupción voluntaria del embarazo rappresenta un importante passo in avanti dello Stato argentino nell’adempimento degli impegni assunti in materia di salute pubblica e diritti umani.

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