L’aborto selettivo: tra discriminazione di genere, diritti e squilibri demografici

L’aborto selettivo, definito da molti anche “gendercide”, è un’interruzione volontaria di gravidanza motivata dalla decisione di porre fine alla gestazione sulla base del sesso del nascituro. L’espressione, dunque, dovrebbe essere volta, per correttezza, in “aborto selettivo femminile”, dal momento che, a subirlo, sono solo le bambine ancora “in nuce” ed embrionali - in senso letterale. Si configura come una forma di violenza contro le donne basata sul genere, radicata in una discriminazione che, tragicamente, inizia dalla culla.

rappresentazione concettuale della disparità di genere nel contesto della selezione prenatale

Le radici culturali ed economiche del fenomeno

Il fenomeno è diffuso da secoli in diverse aree del mondo, ma soprattutto nel sud-est asiatico, e ha diverse cause. In molti casi le donne, dopo ripetute gravidanze e aborti, vengono abbandonate perché non riescono a mettere al mondo maschi. Oltre ad un aspetto culturale, l’uso dell’aborto selettivo avviene per ragioni economiche: le donne non possono ereditare patrimoni e sposandosi impoveriscono la famiglia, dovendosi portare la dote; mentre il maschio ha il dovere di mantenere i genitori anziani e di occuparsi del funerale. Le donne, una volta uscite dalla famiglia, non possono occuparsene. In alcuni casi, le madri ricorrono all’aborto selettivo con il desiderio di risparmiare le sofferenze di una vita da donna alle loro figlie all'interno della loro società.

In ogni caso, quello femminile si configura come il sesso “sbagliato”, “difettoso”, “sconveniente”, un sesso che non ha diritto di esistere e che, in base a retaggi culturali, religiosi e sociali e a tradizioni vetuste, non potrebbe apportare alcun beneficio alla società in cui verrebbe alla luce. L'aborto selettivo è un problema culturale che si fonda sul disconoscimento della parità dei sessi.

La tecnologia come strumento di selezione

Il fenomeno si è acuito anche grazie alle tecniche di diagnosi prenatale a prezzi accessibili per tutte le fasce della popolazione, le quali hanno reso possibile intervenire sulla gestazione in modo repentino ed “efficace”. Si rivolgono a studi privati per eseguire accertamenti diagnostici che identifichino il genere del feto, e solo dopo si fa la pratica per l’interruzione volontaria di gravidanza nei termini previsti dalla legge. Alcune praticano l’aborto clandestinamente, altre l’aborto casalingo, indotto dai farmaci. Anche le donne immigrate in Europa utilizzano tale pratica, e i medici compiacenti spesso non si chiedono quali siano le motivazioni reali per cui vogliono abortire.

Limitazione dell'aborto o libertà di scelta? Storia e dibattito sull'interruzione di gravidanza

Geopolitica dell'aborto: numeri e diffusione

Per comprendere meglio l’andamento del fenomeno, è utile prendere in considerazione le proporzioni (sex ratio at birth). Statisticamente, infatti, come riportato da L’Espresso, il rapporto tra i due sessi si annovera intorno ai 105 nati maschi ogni 100 femmine. A partire dagli anni ‘90, in alcune aree sono state registrate fino al 25% di nascite maschili in più rispetto a quelle femminili. A essere fautrici dell’aborto basato sulla selezione del sesso non sono solo la Cina e l’India. L’aborto selettivo risulta, poi, praticato anche in Kosovo, nella Macedonia occidentale e in Montenegro.

Dall’implosione dell’Unione Sovietica, il difficile contesto sociale ed economico e le tensioni militari con l’Azerbaijan hanno contribuito allo sviluppo di pratiche di aborto selettivo basate sul sesso in Armenia. Il fenomeno non è nuovo: da tempo mancano milioni di donne mai nate, uccise o lasciate morire, e non riguarda soltanto le aree arretrate, ma anche quelle più ricche. È il caso dell’Inghilterra, dove, nel 2013, il Daily Telegraph ha dimostrato come, sebbene illegale, l’aborto in base alla selezione del sesso fosse praticato senza particolari difficoltà.

Il caso della Svezia e le controversie etiche

Feto abortito perché femmina. Siamo nella Cina comunista? No, nella democraticissima Svezia. Le autorità sanitarie del Paese scandinavo hanno stabilito la piena legalità dell’aborto selettivo basato sul genere. È accaduto, infatti, che una donna già madre di due figlie, si sia sottoposta ad amniocentesi per verificare il sesso del nascituro. Delusa che non fosse il maschietto che desiderava, ha chiesto ai medici di poter interrompere la gravidanza. La direzione sanitaria dell’ospedale ha investito della questione la Commissione nazionale della salute e del welfare, chiedendo precise disposizioni sulla possibilità di praticare l’aborto selettivo basato sul genere, in assenza di ragioni di carattere medico.

Per la Commissione, la richiesta non poteva essere rifiutata, giacché l’aborto fino alla 18ª settimana resta nell’ordinamento giuridico svedese un diritto inalienabile della donna, anche se motivato in base alla scelta del sesso del nascituro. In Svezia l’aborto è una "conquista" sociale fin dal 1938. Oggi, stando alle statistiche dello Johnston’s Archive, più del 25% delle gravidanze in quel Paese si concludono con un aborto. Ciò che è accaduto in Svezia ha il pregio di togliere il velo di ipocrisia da qualunque argomentazione pelosa.

grafico che mostra l'evoluzione del sex ratio alla nascita in paesi con alta incidenza di selezione

La situazione in Italia: tra legge e autodeterminazione

Anche in Italia, nonostante la petizione di principi della Legge 194, vige una piena applicazione del concetto di autodeterminazione della donna: in realtà nessuno può impedire a una maggiorenne di abortire se lo vuole, qualunque siano i motivi. Anche da noi, in teoria, esiste la possibilità di praticare un aborto selettivo per genere, solo che si preferisce non dirlo. Meglio trovare altre ragioni più presentabili, magari attraverso le maglie sempre più larghe del criterio costituito dal «rischio per la salute psichica della donna».

A dispetto delle premesse, la Legge 194 ha introdotto, di fatto, nel nostro ordinamento giuridico un antiprincipio assai grave: il diritto di vita e di morte della donna nei confronti di un altro essere umano. Nel 2011 sono partite delle segnalazioni nelle comunità immigrate per verificare che non ci fossero selezioni delle nascite secondo il genere; si è cercato di capire se ci fosse una attribuzione di valore elevato per il maschio dettato da un retaggio culturale. L’aborto selettivo è un’ingerenza sull’autonomia riproduttiva della donna. La quale deve fare la scelta in piena autonomia e non deve essere costretta ad abortire, nel momento in cui l’ecografia palesa il sesso fetale femminile. Qui non si sta mettendo in discussione la pratica dell’aborto, ma non si può giustificare una scelta culturale soltanto per la paura di perdere un diritto acquisito.

Conseguenze demografiche e sociali

Cosa comporta l’uso e l’abuso dell’aborto selettivo? Un disequilibrio demografico tale da mettere in discussione la sicurezza sociale, l’aumento della criminalità, la difficoltà nel trovare moglie e ciò favorisce il bride-trafficking - il traffico delle spose, donne che vengono vendute. Si fa un uso e un abuso dei corpi femminili per controllare le nascite. Controllare le nascite significa esercitare un controllo medico sui corpi, che riporteranno cicatrici fuori e dentro, non solo ferite fisiche ma soprattutto psicologiche, che alimentano un’angoscia interiore. Il senso di colpa per aver abortito ripetutamente sfocia, talvolta, nel suicidio.

Il fatto che la selezione del sesso sia in crescita è allarmante, perché riflette il persistente status svantaggiato di donne e ragazze. Lo squilibrio tra i sessi che ne consegue, inoltre, ha anche effetti negativi sulle società. In paesi come l’India, l’Azerbaijan, Georgia, Armenia, Cina, nascere femmina significa rischiare la vita, come pure nascere seconde. Non nate per aborto selettivo o morte perché malnutrite e non curate.

Prospettive internazionali e diritti riproduttivi

La Conferenza Internazionale sulla popolazione e lo sviluppo (ICPD) tenutasi a Nairobi nel 2019 - la prima ci fu nel 1994 al Cairo - riconosce che la salute riproduttiva, l’empowerment delle donne e l’uguaglianza di genere sono la strada verso la sostenibilità e lo sviluppo. La salute sessuale e riproduttiva universale è al centro del programma Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite entro il 2030, oltre altri obiettivi. In questa agenda si prevedono sforzi urgenti e sostenuti per realizzare la salute e i diritti riproduttivi della donna. Numerosi documenti e convenzioni in materia di contrasto alla violenza alle donne denunciano e vietano gli aborti selettivi; come numerose sono le istituzioni che operano a difesa della donna. Tuttavia, il contrasto a tali pratiche rimane una sfida complessa che intreccia diritti civili, tradizioni millenarie e l'evoluzione tecnologica della medicina diagnostica.

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