Il Senso Materno: Tra Neurobiologia, Evoluzione e Complessità Psicologica

La maternità rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’esperienza umana, un fenomeno che si colloca all'intersezione tra imperativi biologici ancestrali e la complessa costruzione dell'identità individuale. Per comprendere appieno cosa significhi "istinto materno", è necessario decodificare il comportamento umano non solo come frutto di scelte culturali, ma come l'esito di un elaborato sistema di interazioni neurochimiche.

Le basi neurobiologiche dell'accudimento

Il comportamento affiliativo, pilastro della relazione tra madre e figlio, è parte di un sofisticato sistema che prevede l’interazione tra diversi neuropeptidi, come dopamina, ossitocina e oppiacei endogeni. Per quanto riguarda nello specifico il genere umano, l’attuale psicologia dello sviluppo pone le sue radici nella teoria dell’attaccamento di Bowlby (1969-1973), formulata a partire dallo studio delle associazioni tra la deprivazione materna e la delinquenza giovanile. Bowlby postula l’esistenza di un bisogno umano universale che consiste nella formazione di legami sociali, a partire dalla relazione con la madre o, in generale, con una figura di attaccamento.

Con l’evoluzione dei mammiferi, in particolare dei vivipari, tre processi acquisiscono un’importanza fondamentale: la formazione della placenta, lo sviluppo del feto all’interno dell’organismo materno e le cure fornite dopo il parto per assicurare la sopravvivenza del neonato fino al raggiungimento dell’età riproduttiva. Il genitore presente alla nascita, che investe tempo ed energia durante lo sviluppo in utero del feto e che è in grado di provvedere immediatamente dopo il parto al nutrimento attraverso la lattazione, è la madre: per questo motivo, tra il piccolo e il caregiver si instaura un legame sociale molto forte.

schema del sistema neurochimico coinvolto nel legame madre-figlio, inclusi i livelli di ossitocina e dopamina

In molte specie, le femmine non mostrano un comportamento materno spontaneo in assenza degli ormoni prodotti durante la gravidanza e il parto. Le cellule della placenta producono steroidi e altri ormoni che promuovono non solo lo sviluppo stesso della placenta, ma anche l’adattamento fisico, metabolico e comportamentale della futura madre. Il comportamento sociale di maschi e femmine riflette le diverse strategie che entrambi i sessi adottano per assicurarsi il successo riproduttivo: la coalizzazione tra soggetti di sesso maschile è tipicamente gerarchica e basata sull’aggressività piuttosto che sull’affiliazione. Le femmine instaurano, quindi, forti legami sociali con i propri piccoli e con altre femmine, che si basano sull’affiliazione e sulla collaborazione nell’assistenza verso la prole.

Il ruolo della regolazione ormonale nel cervello materno

La maggior parte dei mammiferi sono “small-brained”, avendo un maggior numero di strutture limbiche sottocorticali rispetto alle strutture corticali. La regolazione delle relazioni sociali richiede il riconoscimento degli stimoli olfattivi tra individui, soprattutto in corrispondenza di eventi di vita biologicamente rilevanti come l’accoppiamento e il parto. L’ossitocina (OT) è un neuropeptide fondamentale che agisce a livello centrale promuovendo il maternal care e a livello periferico stimolando le contrazioni uterine durante il parto e la produzione di latte (Kendrick, 2000).

Durante la tarda gravidanza, i recettori per OT sono regolati sia a livello cerebrale che in utero dagli elevati livelli di estrogeni presenti nel sangue. Sia la gravidanza che l’estro promuovono, attraverso le variazioni ormonali che le caratterizzano, la sintesi di OT e degli stessi recettori OT. I recettori ERbeta sono presenti nei neuroni ipotalamici che sintetizzano OT, mentre i recettori ERalfa sono richiesti per la sintesi dei recettori OT nell’amigdala (Patisaul et al., 2003). I topi knockout per entrambi i recettori ER mostrano gravi difficoltà nei test di riconoscimento sociale, come i topi knockout per il gene che codifica per OT (Choleris et al., 2003, 2004).

Quindi, durante la gravidanza, il cervello materno subisce una radicale riorganizzazione rispetto alla sintesi di ossitocina e all’attivazione dei recettori ossitonergici; le aree cerebrali coinvolte in questa riorganizzazione sono quelle associate al riconoscimento sociale: il bulbo olfattivo, l’amigdala (AMY) e il nucleo accumbes (NA) (Choleris et al., 2004; Kavalieris et al., 2004; Young and Wang, 2004). AMY e NA sono reciprocamente interconnesse; nel ratto entrambe mostrano un’attivazione significativa durante l’esposizione a stimoli olfattivi biologicamente rilevanti (Moncho-Bogani et al., 2005); il rilascio di OT e vasopressina (VP) nell’amigdala centrale provoca la risposta automatica di paura nei confronti di stimoli nuovi (Huber et al, 2005).

L'evoluzione sensoriale: dall'olfatto alla neocorteccia

L’olfatto è, nei mammiferi small-brained, la più importante modalità sensoriale che coordina il comportamento sociale. Gli stimoli olfattivi vengono processati da due sistemi: il sistema olfattivo accessorio (organo vomeronasale VNO) e il sistema olfattivo principale. Durante il parto, gli stimoli olfattivi percepiti per mezzo del sistema principale diventano importanti segnali di riconoscimento della prole e quindi acquisiscono valore sociale (Broad et al., 2006). Il cervello conferisce significato agli stimoli olfattivi associandoli ad altre informazioni sensoriali, in genere in contesti legati alla motivazione e al reward.

Con l’espansione della corteccia, a partire dai primati non umani, si verifica un aumento della complessità delle relazioni sociali e una minore dipendenza dagli stimoli olfattivi nella comunicazione interpersonale. Si ha, inoltre, una parziale emancipazione del comportamento materno dall’influenza ormonale: il comportamento materno, infatti, si manifesta anche in assenza degli ormoni legati alla gravidanza e l’attività sessuale si presenta anche al di fuori del periodo fertile. Gli input olfattivi alle aree coinvolte nel reward vengono in parte sostituiti dagli input alla neocorteccia, soprattutto per quanto riguarda gli stimoli sensoriali multimodali, la programmazione di azioni complesse e la regolazione delle emozioni (Schultz et al., 2000; Chiba et al., 2001).

L’attivazione di questo sistema promuove l’emergere di sensazioni piacevoli durante l’allattamento e sopprime il dolore durante il parto. Il trattamento con Naloxone (oppiaceo-antagonista) nel periodo postpartum riduce il comportamento materno di caregiving: le madri sono maggiormente predisposte al neglect infantile, mostrano minori comportamenti di retrieval e di pup-grooming e, pur non rifiutandosi di allattare, lasciano che sia il piccolo a prendere l’iniziativa in ogni situazione; inoltre, la protezione e la possessività nei confronti del proprio piccolo vengono meno. Lo stesso si verifica nelle madri che fanno regolarmente uso di eroina, la quale agisce sugli stessi recettori oppiacei determinando gravi conseguenze sullo sviluppo dell’attaccamento materno.

Come funziona il cervello umano nell’apprendimento con Michela Matteoli - Science for Peace & Health

Nei mammiferi large-brained, la mPFC (corteccia prefrontale mediale) ha acquisito un’importanza fondamentale nella regolazione del comportamento sociale (Broad et al., 2006). Se lo stimolo è rilevante dal punto di vista emotivo (ad esempio, il pianto del proprio figlio), si ha il rilascio di dopamina nello striato ventrale, mediato dall’interazione con i neuroni ossitonergici, il sistema oppiaceo endogeno e l’assetto ormonale.

Adattamento allo stress e risposta materna

Il periodo intorno alla nascita è accompagnato da adattamenti fisiologici e comportamentali del cervello materno che assicurano le funzioni riproduttive, le cure materne e la sopravvivenza del bambino. Inoltre, profondi cambiamenti neurobiologici sono stati descritti rispetto alla risposta allo stress dal punto di vista neuroendocrino e comportamentale nei roditori e nelle madri umane: la risposta ormonale dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e la risposta del sistema nervoso simpatico agli agenti stressanti fisici ed emozionali risultano notevolmente attenuate.

Questi complessi adattamenti del cervello materno sembrano essere la conseguenza di una aumentata attività dei sistemi neurali che hanno effetti inibitori sull’asse HPA, come il sistema ossitonergico e il sistema della prolattina, e di una minore attività dei circuiti eccitatori mediati dalla noradrenalina, dai fattori rilascianti la corticotropina (CRH) e dagli oppiacei endogeni. L’asse HPA è primariamente coinvolto nella risposta dell’organismo allo stress. Attraverso l’azione coordinata di ipotalamo, ipofisi e ghiandola surrenale, l’asse HPA attiva e organizza la risposta agli stimoli stressanti ricevendo e interpretando informazioni che provengono da altre aree cerebrali, come amigdala e ippocampo, e dal SNA (Holsboer, 2001).

La cascata ormonale ha inizio in risposta allo stimolo stressante con il rilascio di CRH da parte dell’ipotalamo, che stimola il rilascio di ACTH (ormone adrenocorticotropo) da parte dell’ipofisi. Nonostante queste risposte abbiano un’importante funzione protettiva nelle situazioni stressanti acute, possono risultare dannose se gli ormoni vengono prodotti in quantità troppo elevate o per un periodo di tempo eccessivamente lungo (McEwen, 2002). I neuroni ossitonergici rispondono agli agenti stressanti con un elevato rilascio di OT da parte della neuroipofisi nel circolo sanguigno e, localmente, a livello dell’ipotalamo e dell’amigdala.

Psicologia del desiderio e costruzione dell'identità

Il desiderio di avere un figlio è un desiderio complesso che fa parte, fin dalle prime fasi dello sviluppo, del mondo fantasmatico della bambina. Freud individuava in queste prime fantasie infantili la realizzazione del desiderio edipico di dare un figlio al padre, ma anche di compensare la bambina della mancanza del pene attraverso un’equazione simbolica. L’accento sulla valorizzazione della funzione ricettiva della psiche femminile, che sarebbe alla base del bisogno di maternità, è un’intuizione delle psicoanaliste successive, quali la Deutsch e la Benedek. Questo desiderio farebbe dunque parte della storia di ogni donna fin dall’infanzia, desiderio che però si modifica nel corso del tempo rispondendo a motivazioni interne e - in seguito - anche a condizioni socio-culturali esterne.

Gravidanza e maternità rappresentano indubbiamente una tappa fondamentale per la costruzione dell’identità femminile, perché si costituiscono come un terreno di verifica o come un’opportunità di completamento del processo di separazione-individuazione nei confronti della propria madre. Dinora Pines parla di una profonda differenza tra il desiderio di maternità e di gravidanza. A differenza del desiderio di maternità che mette in primo piano la disponibilità ad occuparsi e a prendersi cura del bambino, quello di gravidanza esprime il bisogno narcisistico di provare che il proprio corpo funziona, come quello della propria madre.

Nelle adolescenti, la gravidanza è piuttosto un processo di costruzione della propria identità femminile perché la ragazza adolescente può sperimentare la gravidanza come “prova” della nuova condizione di essere adulta, cioè di essere donna: ad essere in primo piano, è la definizione del proprio sé piuttosto che il desiderio di prendersi cura di un altro essere umano. Simone de Beauvoir parla della gravidanza come di un periodo in cui la donna “abitata da un altro che si nutre della sua sostanza” è insieme se stessa e diversa da sé. Certamente la gravidanza può essere considerata come una crisi del processo maturativo che porta alla costituzione dell’identità femminile e può comportare una vulnerabilità psicologica particolare nella donna che si trova a dover affrontare mutamenti capaci di mettere in forse il suo senso di identità.

rappresentazione concettuale del cambiamento dell'identità femminile durante le fasi della gestazione

Il vissuto della gravidanza può assumere così caratteristiche diverse non solo in base alla propria storia relazionale precoce, ma anche in relazione alle diverse fasi della gravidanza che possono evocare fantasie e ansie specifiche. Nella prima fase della gravidanza infatti c’è una sorta di fusione narcisistica, in cui l’embrione prima e il feto poi sono parte integrante del sé, e l’investimento è sull’unità sé-bambino non ancora separati. In seguito il compito diviene quello di riorganizzare i propri investimenti oggettuali - dopo la percezione dei movimenti fetali - per affrontare il tema della nascita-separazione. Riconoscere il feto come un’entità a sé stante può evocare angosce di separazione, ma anche dar luogo a tutte quelle fantasie consce ed inconsce sul bambino che Lebovici ha chiamato “bambino fantasmatico” e che prende origine dalle dinamiche precoci dello sviluppo.

La neomamma: tra aspettative sociali e istinto primordiale

Quando nasce un bimbo, nasce anche una mamma. Entrare in questo nuovo ruolo, imparare a fare la mamma, migliorare la propria autostima, non è né facile, né scontato. Soprattutto se il bimbo che è nato è il primo figlio, tutto è nuovo e da imparare. Ma la bella notizia è che la donna ha in sé tutte le competenze necessarie per accudire al meglio il proprio bambino e farlo crescere felice. Il segreto è dentro di lei, nel suo istinto. Prendersi cura di un bimbo appena nato è un impegno totalizzante, una responsabilità enorme. E la madre lo sa fare, impara a farlo e ben presto ci riesce nel migliore dei modi.

E questo, nonostante nella nostra società le capacità materne siano spesso sottovalutate, ignorate, sminuite. Non è un caso se, di fronte a una neomadre, tutti si sentano in diritto di dire la loro. Tanti troppi giudizi, consigli non richiesti, non di rado critiche, che alla lunga possono minare la fiducia in se stessa della neomamma. “Una situazione assurda, dato che in realtà la madre è una vera forza della natura”, commenta Giorgia Cozza, autrice del manuale Scusate, ma la mamma sono io!. “Pensate che potenza la madre, corpo e mente: fa crescere nel suo grembo un nuovo essere umano, lo dà alla luce, lo accudisce e lo nutre. Nel suo abbraccio il bambino si sente bene, si sente al sicuro, protetto e felice”.

Il primo passo per vivere con serenità l'esperienza della maternità è proprio quello di recuperare consapevolezza, di sentire la potenza di un corpo che dà la vita e nutre un altro corpo, di una mente e di un cuore che sanno accogliere e donarsi al cento per cento. “In fondo, come mamme, siamo chiamate a improvvisare: quando nasce il nostro primo figlio, ecco che nasce anche una madre”, scrive Cozza. “Ci vuole tempo per entrare nei panni di questo nuovo, incredibile, fondamentale ruolo. Nessuno conosce un bambino come la sua mamma, che lo ha portato in grembo per nove mesi, che ha imparato a comunicare con lui sin dai primi mesi della sua vita prenatale, che da quando è nato è stata con lui giorno e notte, praticamente 24 ore su 24”.

La sfida del bilanciamento tra ruolo materno e autorealizzazione

I condizionamenti socio-economici influiscono notevolmente sulla scelta di avere un figlio. Vi possono essere casi in cui il desiderio di maternità viene represso interamente, ma molto più spesso esso viene posticipato, affrontando conflittualità e ambivalenze che hanno ripercussioni sull’immagine lavorativa o sul ruolo materno. Il difficile equilibrio tra l’essere donna - anche lavoratrice - e l’essere madre è esacerbato spesso da una società che, pur richiedendo l’assunzione di entrambi i ruoli, non ne facilita la coesistenza, costringendo spesso le donne a rinunce significative sul piano della carriera oppure nel poter vivere in maniera pienamente soddisfacente il proprio ruolo materno.

La maternità è spesso dipinta come un’immagine di amore incondizionato, pazienza infinita e dedizione disinteressata. Ma ecco la verità: prendersi cura di sé non è egoistico. Dal momento in cui una donna diventa madre, la società invia un messaggio: metti tutti gli altri al primo posto. I tuoi bisogni diventano secondari. Questo condizionamento è profondo. Il Mommy Makeover è, ad esempio, una combinazione personalizzata di interventi di chirurgia plastica pensati per affrontare gli effetti fisici della gravidanza e del parto. Dopo la gravidanza, molte donne si sentono separate dal proprio corpo. Quando ci si sente meglio fisicamente, spesso ci si sente meglio anche emotivamente. La fiducia in se stessi torna. Depressione e ansia legate all’immagine corporea diminuiscono.

infografica che illustra l'impatto della maternità sui diversi ruoli sociali, professionali e personali della donna

Quindi no, scegliere un Mommy Makeover o cercare di mantenere i propri spazi non ti rende una cattiva mamma. Non ti rende egoista. In strutture come l’ospedale Erdem di Istanbul, le donne sono trattate non solo come pazienti, ma come individui con complesse esigenze emotive e fisiche. Dopo l’intervento, riposerete in una confortevole camera d’albergo con assistenza infermieristica e contatto 24 ore su 24. Nel giro di poche settimane, la tua nuova forma inizierà a delinearsi. Puoi decidere come ti senti. Puoi scegliere come prenderti cura di te stessa. Non sei solo una mamma. La maternità ti trasforma, ma non ti cancella. Hai donato il tuo amore, il tuo tempo e la tua energia: è un atto che va celebrato, ma che non deve esaurire l'individuo.

Diversità delle esperienze: la Varietà umana

La natura ha creato la Varietà umana ed è proprio questa la bellezza del mondo. Non tutte le donne vivono la maternità allo stesso modo e non tutte provano lo stesso desiderio di prole. Esistono donne che trovano la gravidanza un’esperienza bellissima, unica, capace di donare una calma serafica e una profonda connessione con la vita; altre, al contrario, provano un senso di repulsione all'idea di avere un essere umano “nella pancia”. Queste divergenze non sono segni di patologia, ma espressioni della complessità della mente umana e della varietà delle inclinazioni personali.

Alcune donne scoprono un istinto materno inaspettato solo dopo aver vissuto l'esperienza della perdita, come nel caso di un aborto, che può scatenare un desiderio profondo di "avere un cucciolo da amare e crescere". Altre, invece, pur essendo madri amorevoli, ammettono con onestà di sentirsi realizzate come madri ma non come donne, o di trovare il pianto dei figli un frastuono infernale che richiede nervi saldi e una gestione consapevole della propria pazienza.

È fondamentale scardinare il mito che la maternità debba essere sempre accompagnata da un sorriso perenne. Se la donna sta male, se prova fatica, se si chiede "chi me lo ha fatto fare", non significa che non ami i propri figli. Si tratta di una realtà psicologica che, per una questione sociale e morale, viene spesso considerata inaccettabile, ma che è invece profondamente umana. La sindrome di Asperger o, più in generale, la neurodivergenza, offrono spunti preziosi per conoscere meglio se stessi: per alcune persone, la comunicazione con i bambini è più facile rispetto a quella con i coetanei, proprio perché i bambini sono "buoni interlocutori", privi di sovrastrutture sociali.

In definitiva, la maternità non è un unico, rigido modello, ma un mosaico di esperienze che attraversano il biologico, il psicologico e il sociale. È un percorso che richiede di mettersi in ascolto di se stesse e del proprio bambino, superando le aspettative esterne per trovare il proprio, autentico modo di essere madri, mantenendo intatta la propria identità di individuo unico e irripetibile.

tags: #1 #07 #il #senso #materno #di